Fallimento – Cassazione Penale 30/03/2016 N° 12793

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 30/03/2016

Numero: 12793

Testo completo della Sentenza Fallimento – Cassazione penale 30/03/2016 n° 12793:

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SENTENZA sul ricorso proposto da: BECCARI LORENZO N. IL 14/11/1949 BARNINI ALESSANDRO N. IL 17/12/1968 DEL VIGNA LUIGI N. IL 07/01/1964 LOISI CLAUDIO N. IL 25/10/1968 MALATESTI PIERO N. IL 29/0611948 SINIGAGLIA SABRINA N. IL 14102/1970 BEDOGNI ALFREDO N. IL 10/06/1949 BATTAGLIA FRANCESCO N. IL 03/12/1956 GARGELLI MARCO N. IL 01110/1959 avverso la sentenza n. 454/2012 CORTE APPELLO di FIRENZE, del 20/10/2014 visti gli atti, la sentenza e il ricorso udita in PUBBLICA UDIENZA del 02/03/2016 la relazione fatta dal Consigliere Dott. ROSA PEZZULLO Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. che ha concluso per udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale, Dott. Giuseppe Corasaniti, che ha concluso per il rigetto di tutti i ricorsi; udito il difensore di Malatesti Piero, Beccari Lorenzo, Barnini Alessandro, Del Vigna Luigi, Loisi Claudio, Bedogni Alfredo, Battaglia Francesco, avv.to Enrico Zurli, che ha concluso per l’accoglimento dei ricorsi, riportandosi ai motivi; udito il difensore di Gargelli Marco e Sinigaglia Sabrina, avv.to Lapo Gramigni, che ha concluso riportandosi ai motivi di ricorso, insistendo per l’accoglimento di essi. RITENUTO IN FATTO 1. I ricorrenti Gargelli Marco, amministratore di fatto sino al 24.3.2001 e membro del C.d.A. da tale data, della S.T.E.L.V.I.A s.c.r.I.- in liquidazione coatta amministrativa come da decreto del 22.2.2002 e dichiarata in stato di insolvenza con sentenza del Tribunale di Firenze in data 10.9.2003- Beccari Lorenzo, Presidente del C.d.a., Barnini Alessandro, Del Vigna Luigi, Loisi Claudio, Malatesti Piero, Sinigaglia Sabrina, componenti del C.d.a, Bedogni Alfredo Presidente del Collegio Sindacale e Battaglia Francesco componente del collegio Sindacale, rispondono: -il Gargelli, nella indicata qualità, di bancarotta fraudolenta per distrazione (capo 1), per aver operato dagli anni 1995 al 2000 plurime sottrazioni di somme di denaro, per un totale di C 1.125.810,53, attraverso operazioni documentate da fatture riferite a prestazioni di servizi inesistenti, emesse dalle società Galleria dei Lavori s.r.l. (per C 431.900,41), Steve Simon Ltd (per C 303.334, 77) e Crystal Ocean Ltd (per C 390.582,28); – il Gargelli e tutti gli altri imputati, eccetto la Sinigaglia, nelle rispettive qualità, in relazione ai capi a ciascuno ascritti, di bancarotta impropria da reato societario ex art. 223/2 n. 1 L. Fall. e 2621 c.c. (capi da 2 a 6) perché esponevano nei bilanci d’esercizio al 31.12.1995, al 31.12.1997, al 31.12.98, al 31.12.99, al 31.12.2000 costi inesistenti, ammontanti rispettivamente a Euro 290.612,30, Euro 93.573.47, Euro 517.531,34, euro 248.825,92 , euro 41.196,86, omettendo nelle relazioni e nelle altre scritture sociali informazioni su operazioni speculative compiute, consistenti in finanziamenti in valuta estera, ammontanti ad Euro 3.010.855,40 ed euro 5.661.234,45, con garanzia di titoli (in particolare, Bedogni Alfredo e Battaglia Francesco, quali presidente e componente del collegio sindacale, omettendo ogni controllo, in violazione degli obblighi loro imposti dalla legge, Beccari Lorenzo, quale presidente del c.d.a, gli altri quali componenti del c.d.a.), condotte queste poste in essere al fine di consentire a Gargelli Marco di conseguire un ingiusto profitto – consistito nell’acquisire un costante introito di somme, in relazione alla sua opera di amministrazione di fatto della società- inducendo in errore, attraverso la rappresentazione di costi inesistenti, ovvero per l’omessa esplicazione di operazioni speculative, i soci ed i creditori sulla reale situazione economica e patrimoniale della società, con variazioni del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, superiori al 5% e del patrimonio netto superiore al 1%, alterando in maniera sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società; -il Gargelli e la Sinigaglia, del reato di bancarotta fraudolenta distrattiva (capo 8), perché quali componenti del c.d.a., in concorso tra loro e con Donadio Severino, titolare dell’impresa individuale Diesse di Donadio Severino, sottraevano beni della società per un valore non inferiore ad Euro 99.417,96, vendendo simulatamente ed emettendo fattura n. 163 del 20/4/2001 in favore della Diesse, che trasferiva i suddetti beni alla Don Ferdinando Sa, società riferibile allo stesso Marco Gargelli mediante l’emissione di varie fatture elencate in imputazione. 2. Con sentenza emessa in data 11.11.2010 il Tribunale di Firenze riteneva nella sostanza fondato l’impianto accusatorio, escludendo per il Del Vigna i capi 7 e 8 e concedendo a tutti gli imputati, eccetto il Gargelli, le attenuanti generiche, da considerarsi prevalenti sull’aggravante di cui all’art. 219 L.Fall., condannando ciascuno alla pena di giustizia, oltre a condannare il Gargelli e la Sinigaglia al risarcimento danni, da liquidarsi in separata sede e alla provvisionale immediatamente esecutiva in favore della costituita parte civile S.T.E.L.V.I.A. 3. La Corte d’Appello di Firenze, con sentenza in data 20.10.2014, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Firenze, assolveva Gargelli Marco e Sinigaglia Sabrina dal reato loro ascritto al capo 7), perché il fatto non sussiste, riducendo la pena irrogata al Gargelli, per i residui reati, ad anni quattro e mesi dieci di reclusione, confermando nel resto la sentenza impugnata. 4. La storia e le vicende della predetta società cooperativa venivano ricostruite nelle sentenze di merito attraverso le dichiarazioni di vari testimoni e la documentazione acquisita, tra cui il verbale dell’ispezione straordinaria disposta dal Ministero del Lavoro e la relazione dei commissari liquidatori; in particolare, la società era stata costituita il 14.6.1973 quale società mutualistica, esercitante un’impresa di produzione e vendita di articoli in vetro, ed era stata sempre amministrata da un consiglio di amministrazione composto da soci-lavoratori, aventi per lo più mansioni esecutive; gli imputati, ai quali erano stati contestati i reati dal capo 2 al capo 6, ad eccezione del Gargelli, erano stati, nel corso degli anni, membri del Consiglio di Amministrazione, o del Collegio sindacale, approvando in tali vesti i bilanci, sempre positivi, ritenuti falsi; 1’1.6.2000 era iniziata una verifica da parte della Guardia di Finanza, per accertare l’adempimento delle disposizioni in materia fiscale, a cui si era aggiunta, nel gennaio successivo, un’ispezione straordinaria disposta dal Ministero del Lavoro, indagini che avevano fatto emergere il grave stato deficitario della società, che portava, dapprima, alla sua messa in liquidazione coatta amministrativa, con decreto del 22.2.2002, e, poi, alla formale dichiarazione dello stato di insolvenza da parte del Tribunale di Firenze in data 10.9.2003; la cooperativa, quanto meno dal 1995, era amministrata di fatto dal Gargelli, non avente alcuna veste formale nella società, né svolgente attività lavorativa 2 manuale, il quale aveva distratto, tra quella data e l’anno 2000, di inizio della verifica, somme pari a C 1. 125.810,53, attraverso un’inesistente attività di rappresentanza, fatturata da società a lui riconducibili; la natura inesistente di tale attività era provata, come evidenziato dalla Guardia di Finanza, dall’assenza dei relativi contratti e dalla mancanza dei lavori fatturati, mentre il collegamento dell’imputato con le società emittenti era provato dal ruolo formale da lui ricoperto in una di esse (Galleria dei Lavori) e dal suo interessamento per indurre i dipendenti della S.T.E.L.V.I.A a simulare l’avvenuta visita presso la cooperativa di loro referenti; la responsabilità penale per tale distrazione veniva, quindi, attribuita al Gargelli, che l’aveva materialmente organizzata ed attuata e ne aveva anche ottenuto il profitto, mentre ai vari componenti dei Consigli di Amministrazione e dei Collegi sindacali veniva attribuita analoga responsabilità, per avere esposto nei bilanci dei costi insistenti, inserendo nelle scritture contabili tali fatture fittizie ed altre emesse dalla Galleria dei lavori s.r.I., determinando così variazioni del risultato economico di esercizio e del patrimonio netto superiori alle soglie di rilevanza penale, nonché per avere omesso di esplicitare nei bilanci le operazioni speculative che venivano compiute illecitamente, in quanto contrarie allo scopo mutualistico della cooperativa, acquisendo finanziamenti in valuta estera, ma iscrivendoli a bilancio come “utili di esercizio”, simulando così una forte attività produttiva e di guadagno della cooperativa stessa, che, invece, era inesistente, al fine di occultare le perdite causate dai pagamenti effettuati per le operazioni fittizie; proprio a partire dal 1995 quelle operazioni speculative, già compiute anche nei due anni precedenti, che avevano prodotto risultati negativi e perdite, contribuendo così, unitamente al pagamento delle fatture per operazioni inesistenti, ad aggravare il dissesto della cooperativa, con integrazione, quindi, del reato di cui all’art. 223/2 n. 1 L. Fall., in relazione all’art. 2621 c.c., ricorrendo un nesso causale tra le varie falsità in bilancio e il dissesto della società, quanto meno nel senso di un suo aggravamento. 5.Hanno proposto ricorso gli imputati e segnatamente: 5.1. Marco Gargelli (che risponde dei capi 1,2,3,4,5,6,8), a mezzo del suo difensore di fiducia, ha proposto ricorso, affidato a sette motivi, con i quali lamenta: -con il primo motivo, in relazione al capo 1), motivazione illogica e contraddittoria circa la ritenuta inesistenza delle operazioni, cui si riferiscono le fatture emesse dalle società Steve Simon e Crystal Ocean; in particolare, i pagamenti indicati in imputazione sono avvenuti in corrispettivo di fatture emesse dalle predette società estere per prestazioni di servizi, e specificamente per provvigioni riconosciute su ordini di produzione e vendite concluse da S.T.E.L.V.I.A con clientela estera, perlopiù statunitense; il ricorrente ha svolto attività di procacciatore d’affari e gli importi che negli anni la S.T.E.L.V.I.A ha versato in pagamento delle fatture emesse dalle società Steve Simon e Cristai Ocean si riferivano alle provvigioni sulle commesse di produzione e vendita che egli aveva procurato (essendo dipendente delle società in questione); in 3 appello sono stati offerti argomenti per ritenere congrue rispetto alle prestazioni effettuate le provvigioni pagate, non riferite ad una generica attività di rappresentanza, ma oggetto di prova documentale, con un calcolo analitico eseguito per ogni provvigione richiesta ed indicazione delle singole fatture di vendita emesse da S.T.E.L.V.I.A nei confronti del cliente estero, sicchè l’importo della provvigione è calcolato in una percentuale su ogni singolo pezzo della fornitura, oscillante fra il 4% ed il 7%; in ogni caso, merita censura l’aver considerato il peso strategico dell’imputato nell’attività di procacciatore d’affari, tale da farlo ritenere amministratore di fatto; -con il secondo motivo, in relazione al capo 1), motivazione illogica e contraddittoria circa l’affermata inesistenza delle operazioni cui si riferiscono le fatture emesse dalla società Galleria dei Lavori; i rapporti commerciali fra la S.T.E.L.V.I.A e la Galleria dei Lavori che rilevano nel presente giudizio sono relativi all’avvenuto pagamento di fatture emesse da quest’ultima per lavori di decorazione eseguiti per conto della S.T.E.L.V.I.A presso la sua sede nell’anno 1998 per complessivi C 401.167,35 e nell’anno 1999 per complessivi C 30.733,06; in proposito, la Corte territoriale non ha considerato tutte le fonti dichiarative (testimoni ed imputati) circa l’effettiva presenza presso la S.T.E.L.V.I.A, per considerevoli periodi di tempo, di operai della società Galleria dei Lavori, in numero maggiore rispetto ai due dipendenti risultanti dai libri paga, e comunque, la mancanza di un contratto scritto, attestante la prestazione d’opera, non appare significativa, non necessitando tale accordo del detto requisito per la sua validità; risulta, poi, un’affermazione congetturale quella relativa all’impossibilità per due soli operai di eseguire tutte le decorazioni fatturate da Galleria dei Lavori, soprattutto perché la sintetica descrizione “lavori di decorazione a freddo eseguiti presso i vostri locali” non consente di stabilire i quantitativi di prodotti decorati e le caratteristiche delle decorazioni eseguite, nonché le risorse umane necessarie, avuto riguardo alla produttività media oraria o giornaliera del settore di riferimento; residua al più nella fattispecie l’ipotesi di una sovrafatturazione delle prestazioni e, dunque, emergerebbe la natura distrattiva di una parte soltanto dei compensi pagati alla Galleria dei Lavori, ma l’impossibilità di stabilire con esattezza i quantitativi di prodotti lavorati, se valutata unitamente all’accertata presenza di un numero di decoratori ben maggiore dei due dipendenti delle cui tracce contabili ha riferito il teste Sorrentino, preclude ogni possibilità di affermare che le prestazioni fatturate da Galleria dei Lavori avrebbero richiesto un numero di operai più elevato di quello che ha in effetti operato; in realtà, gli importi fatturati possono definirsi elevati soltanto con riferimento ad un anno, ovvero il 1998, poiché niente, infatti, risulta fatturato nel 1997 o nel 2000 ed importi assai più modesti, intorno ai 30.000 euro, risultano fatturati nel 1999; -con il terzo motivo, in relazione ai capi da 2) a 6), il vizio di motivazione in merito all’affermata falsità dell’annotazione in bilancio dei costi portati dalle fatture emesse dalla società Galleria dei lavori, dalla società Crystal Ocean e dalla società Steve Simon 4 per essere le relative operazioni commerciali inesistenti ed in merito alla ritenuta sussistenza di un nesso causale fra l’asserita falsità delle suddette comunicazioni sociali ed il dissesto della società cooperativa; in particolare, risulta inspiegabile il fatto che l’ammontare dei costi inesistenti, con riferimento alle varie annualità d’esercizio, appare in alcuni casi più elevato ed in altri casi (capi 4 e 5) più basso, rispetto all’importo dei pagamenti di volta in volta eseguiti nell’esercizio di riferimento a favore di una o più delle tre società suddette; tale questione è rilevante, atteso che la sentenza impugnata, ritiene ampiamente provata la sussistenza del reato contestato al capo 1), conformemente a quanto ritenuto nella sentenza appellata e di conseguenza ritiene che sussista anche la falsità dei bilanci degli anni 1995, 1997, 1998, 1999 e 2000 contestata ai capi da 2) a 6) dell’imputazione, essendo stati esposti in questi bilanci i costi inesistenti portati dalle fatture predette, laddove anche la sentenza di primo grado aveva lasciato cadere nel vuoto l’accenno all’esistenza di operazioni economico commerciali con società estere non contabilizzate; ne deriva che, con riferimento all’affermazione di responsabilità, confermata con la sentenza impugnata per i capi da 2 a 6, in relazione alla falsità dei costi inesistenti esposti nei bilanci d’esercizio, l’affermazione di responsabilità per importi che non sono stati rettificati, onde farli corrispondere agli importi delle fatture rispettivamente pagate alle società Steve Simon, Crystal Ocean e Galleria dei Lavori non è sorretta da alcuna valida motivazione; inoltre, le sentenze di merito non argomentano specificamente sull’efficienza causale che detta esposizione di costi inesistenti avrebbe rivestito quanto ai dissesto della società cooperativa, fatto questo che costituisce di per sé un motivo assorbente di annullamento della sentenza sul punto; -con il quarto motivo, la violazione dell’art. 2621 c.c., con riferimento ai finanziamenti in valuta estera, quanto alla ritenuta rilevanza penale, quali false comunicazioni sociali, dell’asserita omissione nelle relazioni e nelle altre scritture sociali di informazioni su operazioni speculative, consistenti appunto nei detti finanziamenti in valuta estera, nonché motivazione mancante ed, in ogni caso, illogica e contraddittoria in merito alla ritenuta sussistenza di un nesso causale fra l’asserita falsità delle suddette comunicazioni sociali ed il dissesto della società cooperativa; in particolare, sia la sentenza di primo grado che la sentenza impugnata non hanno spiegato calcoli e criteri circa l’importo dei finanziamenti, né hanno indicato l’ efficacia causale o concausale rispetto al dissesto che la suddetta omissione dovrebbe rivestire per rettamente applicare l’art. 223/2 legge fallimentare; inoltre, è lo stesso tenore letterale dell’accusa, che conclarna l’assenza della condizione di punibilità costituita dalle cd. soglie previste dall’art. 2621 cc., con riguardo alla contestata omissione nelle relazioni e nelle altre scritture sociali di informazioni su operazioni speculative relative ai finanziamenti in valuta estera, con riferimento a tutti i capi in questione, atteso che è agevole constatare che, sia la variazione del risultato economico d’esercizio, sia la 5 variazione del patrimonio netto, rispettivamente nella misura del 5% e dell’ 1%, sono ritenute esclusivamente una conseguenza dell’altra contestata falsità contabile, ovvero l’esposizione nel bilancio d’esercizio di costi inesistenti; gli importi indicati quali variazioni del risultato economico dell’esercizio e del patrimonio netto da rettificare, infatti, sono in tutti i casi esattamente corrispondenti ai costi inesistenti di cui si contesta l’esposizione nel bilancio d’esercizio, sì da correlativamente constatare che anche per l’accusa nessuna variazione dei suddetti dati di bilancio è possibile far risalire alla condotta reticente descritta ed è sufficiente al riguardo richiamare la consolidata giurisprudenza della Suprema Corte, secondo la quale è necessario che il reato di false comunicazioni sociali sia integrato in tutti i suoi elementi soggettivi ed oggettivi, ivi compresa la condizione costituita dal superamento delle cc.dd. soglie, perché la commissione di esso possa rilevare come elemento costitutivo del reato di bancarotta impropria; -con il quinto motivo, relativo ai capi 2)- 6), la violazione e falsa applicazione dell’art. 40/2 c.p., dell’art. 2639 e 2392 c.c., con riferimento alla ritenuta corresponsabilità del ricorrente quale amministratore di fatto nei deposito dei bilanci d’esercizio asseritamente falsi e motivazione mancante in relazione alla sussistenza dell’elemento soggettivo, con particolare riguardo alla rappresentazione nell’agente dell’avvenuta acquisizione ex art. 2639 c.c. della qualità soggettiva; l’imputato, invero, risponde di tali reati quale amministratore di fatto in concorso con l’amministratore di diritto, secondo uno schema ricostruttivo che in nessun caso evidenzia una qualche condotta attiva – sotto il profilo della predisposizione dei documenti di bilancio, delle indicazioni date ai professionisti incaricati ed altro- laddove il contributo istigatorio o rafforzativo rispetto alla redazione e pubblicazione delle scritture sociali asseritamente false da parte degli amministratori di diritto succedutisi negli anni di riferimento è ipotizzato a carico del ricorrente in termini meramente congetturali; desta perplessità, poi, l’attribuzione di una posizione di garanzia, che renda penalmente illecite condotte concorsuali omissive nella commissione di reati fallimentari del soggetto di cui all’art. 2639 c.c. ed in ogni caso tale disposto è entrato in vigore il 16 aprile 2002, ovvero dopo che la cooperativa, già stata posta in liquidazione coatta amministrativa (2 febbraio 2002, con pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto ministeriale il 4 aprile 2002) e soprattutto qualche anno dopo che i bilanci d’esercizio asseritamente falsi erano già stati sottoscritti dagli amministratori di diritto, approvati dall’assemblea e pubblicati; – con il sesto e settimo motivo di ricorso, rispettivamente la violazione e falsa applicazione dell’art. 216 L.Fa1L, nonchè motivazione illogica e contraddittoria, in merito alla ritenuta simulazione dei contratti di compravendita conclusi fra la S.T.E.L.V.I.A e la ditta Diesse di Donadio Severino (capo 8), e la violazione e mancata applicazione degli art. 157 e 158 c.p., con riferimento all’omesso rilevamento del decorso del termine massimo di prescrizione in epoca precedente all’emissione della sentenza in grado di 6 appello, questioni queste esattamente sovrapponibili a quelle di cui al primo e secondo motivo di ricorso della Sinigaglia di cui appresso; 5.2. Sabrina Sinigaglia (che risponde del solo capo 8, ossia della bancarotta distrattiva alla Diesse in concorso con il Gargelli), ha proposto ricorso, a mezzo del suo difensore di fiducia, affidato a due motivi, con i quali lamenta: -con il primo motivo, la violazione e falsa applicazione dell’art. 216 L.Fall., nonché motivazione illogica e contraddittoria, in merito alla ritenuta simulazione dei contratti di compravendita conclusi fra la S.T.E.L.V.I.A e la ditta Diesse di Donadio Severino, di cui alle fatture analiticamente riportate nel capo 8 dell’Imputazione, motivazione mancante, ed in ogni caso illogica e contraddittoria, in merito alla ritenuta corresponsabilità della ricorrente in tale ipotesi delittuosa; in particolare, è da ritenersi insussistente la bancarotta distrattiva, atteso che la merce di cui all’imputazione era in effetti merce di scarto priva di valore commerciale, essendo stata prodotta su ordine di un’azienda statunitense, tale Lennox, proprietaria, altresì, degli stampi e ed era stata in parte rifiutata per il mancato rispetto degli standard qualitativi richiesti dal committente ed in parte risultava in sovrapproduzione rispetto agli ordinativi del medesimo; i giudici di merito non hanno considerato l’esistenza di un divieto contrattuale di vendita all’estero della merce non ritirata dal committente, l’insufficienza degli spazi della vetreria S.T.E.L.V.I.A per collocare i prodotti di scarto e l’invenduto ed il carattere (fortemente) oneroso dello smaltimento di essi quali rifiuti (speciali), nonché il contenuto dell’esame del teste Avv. Romagnoli (uno dei componenti della terna di Commissari Liquidatori); l’interposizione fittizia della ditta italiana Diesse, che era il passaggio obbligato per eludere il divieto contrattuale e consentire alla società estera Don Ferdinando di utilmente commerciare il bene nell’unico mercato in cui esso poteva avere (e poi ha effettivamente avuto) una qualche prospettiva di collocazione, ovvero il mercato statunitense; la valutazione, poi, circa la diminuzione delle garanzie per il ceto creditorio andava compiuta con riguardo al momento naturalistico del distacco del bene dal patrimonio sociale onde, per evitare di privare il fatto del necessario coefficiente psicologico; correlativamente, le vicende del bene successive al definitivo distacco dal patrimonio sociale, assumono carattere postfattuale e come tali non rilevano a questi fini; in ogni caso, la sentenza impugnata deve essere annullata in riferimento al contributo concorsuale della ricorrente, posto che la sua responsabilità è stata dichiarata, senza aver addotto alcun elemento a carico della medesima che non sia l’essere la compagna del Gargelli; come non può sostenersi un qualche ruolo attivo della ricorrente nella vicenda, così non può sostenersi la consapevolezza circa l’operazione distrattiva in corso, ed al più residuerebbe un addebito di colpa specifica quanto all’omessa vigilanza sul generale andamento della gestione ex art. 2932 c.c. nel testo allora vigente; sul punto la motivazione della sentenza di condanna è in ogni caso priva di indicazione che sarebbe stata, comunque, decisiva ai fini della corretta 7 configurazione di una responsabilità ai sensi dell’art. 40 comma 2 c.p., ossia quella relativa all’azione possibile ed idonea ad evitare l’evento (la vendita dei bicchieri di scarto alla Don Ferdinando SA con l’interposizione della Diesse) che l’odierna ricorrente avrebbe potuto utilmente compiere nella situazione data; -con il secondo motivo, la violazione e mancata applicazione degli art. 157 e 158 c.p., con riferimento all’omesso rilevamento del decorso del termine massimo di prescrizione in epoca precedente all’emissione della sentenza in grado di appello; invero il momento iniziale del decorso del termine prescrizionale andava individuato nel decreto ministeriale di messa in liquidazione coatta amministrativa in data 22.2.2002 e non nello stato di insolvenza del 10.9.2003, e ciò in linea con l’opinione giurisprudenziale che considera il fallimento un elemento costitutivo del reato, sicchè i fatti si erano già prescritti il 2.8.2014 ovvero al più tardi il 4.10.2014 (tenendo conto dell’epoca della pubblicazione del D.M. in data 4.4.2002) in epoca anteriore alla sentenza impugnata del 20.10.2014; 5.3 Lorenzo Beccari e Luigi Del Vigna hanno proposto ricorso a mezzo del proprio difensore di fiducia, affidato a cinque motivi, con i quali lamentano: -con il primo motivo, la ricorrenza del vizio di cui all’art. 606, primo comma, lett. b) c.p.p., per erronea applicazione della norma penale ed in particolare del combinato disposto dagli artt. 2621 c.c. e 223 L.Fall.; in particolare, per quanto concerne le operazioni inesistenti Crystal Ocean e Steve Simon, proprio sulla base delle emergenze istruttorie, si ricava che tali fatture ebbero ad oggetto operazioni realmente esistenti; in particolare, il Gargelli in azienda curava tutto il settore commerciale, tutti i clienti più importanti – e la quasi totalità del fatturato; Io stesso, già socio della cooperativa, nel corso dei primi anni ’90 aveva dato le dimissioni per decidere di collaborare con la cooperativa a percentuale sul portafoglio clienti che portava in azienda, percependo provvigioni in percentuale sul fatturato a lui collegato, come dimostrato, fra l’altro, dalla documentazione prodotta in atti dalla difesa del medesimo Gargelli, che rappresenta perfettamente la corrispondenza fra fatturato e provvigioni al Gargelli stesso; tali provvigioni venivano versate al Gargelli, su sua richiesta, attraverso due diverse società estere succedutesi nel tempo, ovvero Steve Simon e Crystal Ocean, che, in un modo o nell’altro, erano a lui riferibili; esisteva, dunque, un accordo economico fra la cooperativa ed il Gargelli, poco importa, dal punto di vista oggettivo dell’operazione, se la società cui venivano fatturate le provvigioni fossero o meno mera copertura fiscale; non si può, dunque, che concludere sul punto circa l’insussistenza di una falsa attestazione in bilancio di costi, risultando sempre rappresentati costi reali, in quanto relativi a prestazioni effettivamente pagate al Gargelli ed effettivamente accordate allo stesso in proporzione agli ordini che otteneva; la circostanza che il Gargelli possa essere considerato amministratore di fatto della cooperativa non influisce su questo dato: un conto è concordare compensi per l’attività di gestione dell’intero settore commerciale, 8 altra cosa è esercitare funzioni direttive nell’ambito di un’azienda, acquisendo un ruolo di amministrazione che comporta determinati obblighi e conseguenti responsabilità; se i compensi sono stati versati al Gargelli in modo fiscalmente non corretto, questo però non determina, conseguenze sulla consistenza del bilancio, potendosi affermare il principio di diritto in base al quale nel caso di utilizzazione in bilancio di fatture soggettivamente inesistenti, ma oggettivamente reali, non vi può essere un’alterazione economica, patrimoniale e finanziaria della società, rilevante ai sensi dell’art. 2621 c.c.; -con il secondo motivo, la ricorrenza dei vizi di cui all’art. 606, primo comma, lett. b) ed e) c.p.p., in relazione alla falsità delle fatture della Galleria dei Lavori, atteso che dall’istruttoria è emerso che i testi hanno visto il personale di tale società al lavoro nei locali della S.T.E.L.V.I.A, sicchè quantunque tali testi siano stati generici, non può negarsi che siano state e realizzate attività da parte della Galleria dei Lavori in favore della cooperativa; può discutersi, dunque, solo sull’entità dell’attività prestata, ed in particolare sul periodo di tempo in cui tale attività è stata prestata, ma non può negarsi che le operazioni asseritamente inesistenti siano state almeno in parte poste in essere; né i giudici di merito si sono preoccupati di stabilire a quale annualità di bilancio sia riferibile ed in che misura il risultato economico di esercizio in relazione ad ogni singola contestazione, patrimoniale o finanziaria della società, pur essendo esclusa la punibilità se le falsità o le omissioni determinino variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5%, o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1%; la Corte territoriale, in sostanza, imposta un ragionamento semplicistico e manifestamente errato, dal momento che oggetto di contestazioni sono ben cinque bilanci di esercizio, ciascuno dei quali costituisce, per la sua supposta falsità, elemento integratore di una singola fattispecie delittuosa; inoltre, non risulta dimostrato come ed in che termini le supposte falsità, anche quelle relative ai finanziamenti in valuta estera, abbiano concorso ad aggravare il dissesto stesso per le singole annualità: i giudici procedenti, infatti, hanno dato per scontato un dato che avrebbe dovuto essere oggetto di accertamento nel corso dell’istruttoria dibattimentale; -con il terzo motivo, la ricorrenza del vizio di cui all’art. 606, primo comma, lett. e) c.p.p., atteso che la Corte territoriale ha motivato la sussistenza dell’elemento soggettivo contestato ai ricorrenti in modo contraddittorio e manifestamente illogico, omettendo completamente di rispondere alla prospettazione di riconsiderare la condotta contestata e l’elemento soggettivo nell’ambito del diverso delitto previsto dall’art. 224 L. Fall.; la corte territoriale è incorsa in contraddizione, laddove, da un lato, evidenzia che “la lunga durata del rapporto di Amministratori o Sindaci, per non meno di quattro anni, rende assolutamente non credibile che essi non abbiano acquisito la piena consapevolezza della erroneità di tali procedure e del loro effetto negativo sul bilancio della società” e per contro non valorizza pienamente tale assunto per gli imputati con mandato breve; uno dei dati assolutamente pacifici della vicenda pro ssuaie, come 9 peraltro già riconosciuto dal Commissario liquidatore della società nel corso della sua deposizione, è che gli imputati, ad eccezione del Gargelli, sono “gente di fabbrica”, ossia persone che hanno lavorato una vita in vetreria, per poco più di un tozzo di pane, il Del Vigna, che lavorava in amministrazione, tuttavia, è munito di licenza media inferiore; in tale contesto, pertanto, non è possibile, configurare per tali imputati coscienza e volontà di rappresentare falsità o di omettere specifiche indicazioni su operazioni in valuta estera, laddove è pure pacifico che: i bilanci venivano redatti da studi commerciali (studio Bini, prima, e studio Valenti dopo) che seguivano e curavano tutta la parte amministrativa e contabile della cooperativa; i bilanci venivano sempre certificati da una Società di revisione; la S.T.E.L.V.I.A subiva periodiche verifiche sulla gestione amministrativa da parte del Ministero del Lavoro e da parte della Lega delle Cooperative; in definitiva nella condotta omissiva degli amministratori e sindaci che senza avere le capacità tecniche, accettarono i rispettivi incarichi, potrebbe essere piuttosto ravvisabile una culpa in vigilando, in particolare per aver omesso di effettuare i dovuti controlli sui bilanci, integrante piuttosto la fattispecie di cui all’art. 224 L. Fall.; – con il quarto motivo, la ricorrenza del vizio di cui all’art. 606, primo comma, lett. e) c.p.p., laddove è stato respinto l’appello proposto dai ricorrenti in punto di pena; ed invero, col gravame proposto era stata evidenziata una manifesta contraddittorietà su tale punto della sentenza per l’evidente sproporzione della pena base applicata agli imputati, maggiore di quella applicata al coimputato Gargelli, quest’ultimo riconosciuto dal giudice di prime cure quale vero responsabile del dissesto della Stelvia, ma sul punto la Corte territoriale non ha fornito risposte; -con il quinto motivo, la ricorrenza del vizio di cui all’art. 606, primo comma, lett. b) c.p.p., per erronea l’erronea applicazione della legge penale, in merito alla determinazione della durata delle pene accessorie previste dall’ultimo comma dell’art. 216 L.Fall.; la Corte territoriale non ha dato risposta alle doglianze in merito alla determinazione della pena accessoria in anni dieci, pur a fronte della richiesta di portare tale pena accessoria nei limiti della pena principale; 5.4. Alessandro Bamini, Claudio Loisi e Piero Malatesti hanno proposto ricorso a mezzo del loro difensore di fiducia, affidato a tre motivi, che si presentano esattamente sovrapponibili ai primi tre motivi di ricorso, sopra indicati, di Lorenzo Beccari e Luigi Del Vigna; 5.5. Francesco Battaglia e Alfredo Bedogni hanno proposto ricorso a mezzo del loro difensore di fiducia, affidato a tre motivi, che si presentano anch’essi esattamente sovrapponibili ai primi tre motivi di ricorso, sopra indicati, di Lorenzo Beccari e Luigi Del Vigna. CONSIDERATO IN DIRITTO I ricorsi vanno tutti respinti. lo Va preliminarmente esaminata l’eccezione di prescrizione dei reati in contestazione, sollevata dagli imputati Gargelli e Sinigaglia, rispettivamente con il settimo e secondo motivo di ricorso. Tale eccezione è infondata. Ed invero, alla data della presente pronuncia non risulta essere ancora decorso il termine massimo di prescrizione- nella misura più favorevole di anni dodici e mesi sei, ai sensi degli artt. 157 e 161 c.p., come novellati dalla L. 251/2005, e dell’art. 10/3 di tale legge- per i delitti di bancarotta fraudolenta rispettivamente ascritti agli imputati, termine questo decorrente dalla data di dichiarazione di insolvenza della S.T.E.L.V.I.A s.c.r.I., ossia dalla sentenza del 10.9.2003. Non può condividersi, infatti, l’assunto dei ricorrenti, secondo cui il termine di prescrizione dei reati in contestazione dovrebbe farsi decorrere dal decreto di messa in liquidazione della società, atteso che il disposto dell’art. 237 L. Fall,- in virtù del quale l’accertamento giudiziale dello stato di insolvenza, a norma degli artt. 195 e 202, è equiparato alla dichiarazione di fallimento, ai fini dell’applicazione delle disposizioni di cui al titolo VI del R.D. n. 267/42- risulta chiaro ed inequivoco nel senso che occorre considerare la dichiarazione di insolvenza. 1.1. Univoca, in proposito, è anche la giurisprudenza di legittimità. Giova richiamare, innanzitutto, il principio, secondo cui, in tema di società cooperative, il rinvio operato dall’art. 1 L. 17 luglio 1975 n. 400 alle norme contenute nel titolo quinto della Legge Fallimentare e, dunque, anche all’originaria formulazione dell’art. 203 della stessa legge, che prevedeva l’applicabilità delle norme penali fallimentari all’imprenditore soggetto alla procedura di liquidazione coatta amministrativa, deve ritenersi di tipo “mobile” e, pertanto, in tale prospettiva tuttora operante sebbene riferibile, dopo le modifiche apportate dal d.lgs. 8 luglio 1999 n. 270, alla disposizione contenuta nell’art. 237 I. fall. (Sez.5, n. 3229 14/12/2012). 1.2.Ciò posto, questa Corte ha evidenziato, pertanto, che la data di commissione dei reati di bancarotta fraudolenta prefallimentare coincide, in caso di liquidazione coatta amministrativa, con quella dell’accertamento giudiziale dello stato di insolvenza (Sez. 5, n. 29915 del 09/04/2009, Rv. 244639) e solo tale accertamento determina l’applicabilità delle norme incriminatrici in materia di bancarotta, equiparato, come già rilevato, alla sentenza dichiarativa di fallimento, insindacabile in sede penale anche qualora sottoposto a gravame (Sez. 5, n. 3229 del 14/12/2012, Rv. 253930). E’, infatti, principio da tempo acquisito quello per cui la consumazione del delitto di bancarotta fraudolenta prende data non già dal compimento della condotta vietata, bensì dalla pronuncia della sentenza dichiarativa di fallimento, essendo quest’ultima elemento costitutivo del reato (Cass. 3 aprile 1973, Tittonel; v. anche le successive Cass. 2 luglio 1991, Bianchi; Cass. 27 ottobre 1994, Ferrari; e le molteplici successive, fino alla più recente Cass. 6 novembre 2006, Iacobucci). Una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, i fatti di distrazione assumono, infatti, rilevanza penale in 11 qualsiasi tempo siano stati commessi e, quindi, anche quando l’impresa non versava ancora in condizioni di insolvenza (Sez. 5, n. 27993 del 12 febbraio 2013, Di Grandi e altri, Rv. 255567; Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014), risultando sufficiente aver cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività (Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014; Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014 Rv. 261942, imp. Tanzi). Alla stregua, dell’ insegnamento delle Sezioni Unite di questa Corte, risalente alla sentenza n. 2 del 1958 (imputato Mezzo) e rimasto costante nel tempo, in particolare, la dichiarazione di fallimento non costituisce una condizione obiettiva di punibilità, ma una condizione di esistenza del reato; si tratta, in definitiva, di un elemento costitutivo della fattispecie criminosa che, nella bancarotta prefallimentare, segna il momento consumativo del reato ad ogni effetto di legge. 1.3.La prescrizione, pertanto, che prende a decorrere dalla data di consumazione del reato per disposizione dell’art. 158 c.p., coincide nella fattispecie in esame con la dichiarazione dello stato d’insolvenza (arg. ex Sez. 5, n. 29915 del 09/04/2009, Rv. 244639) e non certo, come sostenuto dagli imputati, dal provvedimento amministrativo di messa in liquidazione. E’ sufficiente, sul punto, richiamare l’indirizzo formatosi nella giurisprudenza di questa Corte, ancor prima delle modifiche introdotte dal d.lgs. 8 luglio 1999 n. 270, secondo cui in materia di fallimento, deve ritenersi che i momenti consumativi delle ipotesi criminose previste dagli artt. 216, 219, 223 e 225 della Legge fallimentare coincidono con il momento della sentenza dichiarativa dell’insolvenza e non con quello, precedente, in cui è decretata l’apertura della liquidazione coatta amministrativa e ciò in forza della disposizione di cui all’art. 203 Legge fallimentare, secondo la quale l’applicabilità delle norme penali di cui ai citati articoli della Legge fallimentare non subiscono alcuna retrodatazione rispetto all’individuato momento consumativo: l’atto giudiziario, infatti, non è una condizione oggettiva di punibilità, ma è elemento costitutivo del reato e come tale non può essere surrogato o sostituito con atti amministrativi ad esso precedenti (Sez. 5, n. 2136 del 09/12/1999, Rv. 215477). 2. Il primo ed il secondo motivo di ricorso del Gargelli, riguardanti i vizi motivazionali della sentenza impugnata in merito ai plurimi fatti distrattivi di cui al capo 1), sono infondati, ai limiti dell’ammissibilità. In proposito, occorre premettere che la sentenza impugnata per tale capo, così come per gli altri capi oggetto di conferma, nel ritenere corretta e condivisibile la sentenza del primo giudice, ha operato in sostanza un generale richiamo alle argomentazioni sviluppate in tale sentenza. All’uopo deve richiamarsi il principio, secondo cui non sussiste mancanza o vizio di motivazione allorquando il giudice di secondo grado, in conseguenza della ritenuta completezza e correttezza dell’indagine svolta in primo grado, confermi la decisione del primo giudice: in tal caso, le motivazioni della sentenza di primo grado e di quella di appello, fondendosi, si integrano a vicenda, confluendo in un risultato organico e inscindibile al 12 quale occorre, in ogni caso, fare riferimento per giudicare della congruità della motivazione. In questa prospettiva, nella motivazione della sentenza, il giudice di appello non è tenuto a compiere un’analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo, invece, sufficiente che, anche attraverso una valutazione globale di quelle deduzioni e risultanze, spieghi logicamente le ragioni che hanno determinato il suo convincimento, dimostrando di avere tenuto presente ogni fatto decisivo, nel qual caso devono considerarsi implicitamente disattese le deduzioni difensive, che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata (Sez. VI, n. 49970 del 19/10/2012). Proprio tale conclusione e la parallela previsione della imminenza della prescrizione (destinata a maturare il 10 marzo p.v.) è alla base della scelta del Collegio, – dunque obbligata- di dare corso alla trattazione del presente processo nonostante che, alla odierna udienza, nell’ambito di diverso procedimento, siano state investite le Sezioni unite della questione della eventuale abrogazione parziale del reato di bancarotta fraudolenta da falso in bilancio, sulla quale si registra un contrasto giurisprudenziale: questione che, come in seguito si dirà, viene perciò affrontata autonomamente da questa Corte. 2.1. Tanto premesso, si osserva che il ricorrente si duole dell’illogicità della motivazione, in relazione alle operazioni di bancarotta fraudolenta distrattiva, effettuate dalla cooperativa, mediante pagamenti per operazioni inesistenti, poste in essere, nella qualità attribuitagli di amministratore di fatto della S.T.E.L.V.I.A s.c.r.I., in liquidazione coatta amministrativa e documentate da fatture emesse dalle società Steve Simon (per € 303.334,00) e Crystal Ocean (per C 390.582,28). Il ricorrente sostiene, in sintesi, che i pagamenti effettuati dalla S.T.E.L.V.I.A in favore di tali società troverebbero giustificazione nella debenza di provvigioni sulle commesse di produzione e vendita che lui stesso aveva procurato alla società, senza rivestire, tuttavia, il ruolo di amministratore di fatto della cooperativa, ma tali deduzioni omettono di confrontarsi e di confutare specificamente le precise argomentazioni della sentenza impugnata, da leggersi congiuntamente a quella di primo grado, costituendone un unicum inscindibile. Ed invero, i giudici d’appello hanno rilevato, innanzitutto, che le fatture, regolarmente contabilizzate dalla cooperativa, sono state emesse dalle due società estere- Steve Simon Ltd. e Crystal Ocean Ltd. -per attività di rappresentanza che esse avrebbero svolto per la S.T.E.L.V.I.A, quanto meno dal 1995 al 2000, ma secondo quanto accertato, sia nella fase delle indagini, sia attraverso il dibattimento, nessuno dei testi escussi e degli imputati ha dichiarato di conoscere le dette società, né tantomeno l’attività di rappresentanza svolta dalle stesse nell’interesse della cooperativa, al più avendo sentito parlare di esse come ditte facenti capo al Gargelli; inoltre, nessuna “traccia” di tali rapporti di rappresentanza è emersa, non 13 essendo stati rinvenuti contratti, regolanti, ad esempio, l’ambito di attività, le provvigioni e le modalità di pagamento, rinvenendosi solo un contratto in lingua inglese, firmato apparentemente dal Beccari con la Crystal Ocean Ltd il 9.6.1997, privo di una data certa e mai riportato nei libri sociali; neppure i buyers delle ditte clienti della S.T.E.L.V.I.A hanno mai avuto rapporti con tali società come dichiarato dai testi escussi (Panchetti, Mattei, Bongi, Maestrelli, Antonini, Dini, Ginori) ed i documenti in atti dimostrano che i clienti trattavano gli acquisti direttamente con il personale della S.T.E.L.V.I.A ed, in particolare, con la dipendente Dini, la quale, in dibattimento, riferiva che il Gargelli, in occasione della verifica da parte della Guardia di Finanza, avvertiva i dipendenti della cooperativa che, in caso di domande, avrebbero dovuto confermare di avere visto il personale di queste due società, del quale dava anche una descrizione fisica, ma in realtà nessuno aveva mai visto alcun soggetto che si fosse mai presentato a nome di esse. 2.1.1. In tale contesto, dunque, corretta si presenta la valutazione della Corte territoriale circa la natura distrattiva delle operazioni “fittizie” in questione, poste in essere dal Gargelli con la “copertura” degli organi amministrativi di diritto e di controllo della società, per quanto concerne l’esposizione di tali operazioni (false) nei bilanci della società. La circostanza messa in risalto dalla Corte territoriale, censurata dal ricorrente, circa l’insussistenza di “contratti” dimostrativi del rapporto tra le società Steve Simon Ltd. – Crystal Ocean Ltd e la S.T.E.L.V.I.A, non va riduttivamente letta come assenza di contratto scritto, quanto, piuttosto, di assenza di “tracce”, attestanti il rapporto negoziale tra la cooperativa e le predette società, atteso che, come ben messo in risalto dal primo giudice, non risulta esservi stata alcuna corrispondenza nel corso degli anni tra la S.T.E.L.V.I.A e le società estere, nonostante le caratteristiche dei rapporto di “rappresentanza” asseritamente giustificante le erogazioni.

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