Fallimento – Cassazione Penale 01/08/2017 N° 38408

Fallimento – Cassazione penale 01/08/2017 n° 38408 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 01/08/2017

Numero: 38408

Testo completo della Sentenza Fallimento – Cassazione penale 01/08/2017 n° 38408:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

Penale Sent. Sez. 5 Num. 38408 Anno 2017
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: CATENA ROSSELLA
Data Udienza: 04/04/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Amato Angelo, nato a Palermo il 19/04/1976,
avverso l’ordinanza emessa in data 17/12/2016 dal Tribunale del Riesame di
Palermo ai sensi dell’art. 309 cod. proc. pen., con cui veniva rigettata la richiesta
di riesame avverso l’ordinanza del Giudice delle indagini preliminari del Tribunale
di Palermo con cui, in data 24/11/2016, era stata applicata ad Amato Angelo la
misura degli arresti domiciliari per il delitto di cui agli artt. 110 cod. pen., 216,
comma primo, n. 1, 219, comma 2, r.d. n. 267/1942, in Palermo, il 12/06/2015;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere dott.ssa Rossella Catena;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.
Giuseppe Corasaniti, che ha chiesto il rigetto del ricorso;
udito per il ricorrente il difensore di fiducia, Avv.to Giovanni Di Benedetto, che ha
concluso per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1.Con il provvedimento impugnato il Tribunale del Riesame rigettava il ricorso ex
art. 309 cod. proc. pen., avverso l’ordinanza del Giudice delle indagini preliminari
del Tribunale di Palermo con cui, in data 24/11/2016, era stata applicata ad
Amato Angelo la misura degli arresti domiciliari per il delitto di cui agli artt. 110
cod. pen., 216, comma primo, n. 1, 219, comma 2, r.d. n. 267/1942, per avere,
in concorso con Amato Antonino, titolare dell’omonima ditta individuale
dichiarata fallita dal Tribunale di Palermo con sentenza n. 90/15, e lo stesso
Amato Angelo nella qualità di partecipe all’impresa, pur a fronte di debiti per
oltre euro 1.381.563,88 ed un attivo inesistente, dissipato il valore di
avviamento dell’impresa distraendolo verso la Amato Edilizia s.r.I., società a loro
stessi riconducibile, compresi i seguenti beni: n. 228 barattoli di vernice marca
GDM della Giuseppe di Maria s.p.a.; rapporti contrattuali con i fornitori (in
particolare la Sicilgesso s.p.a. e la Kerakoll s.p.a.); rapporti contrattuali con i
lavoratori dipendenti Catalano Antonino, Cucina Calogero, Patellaro Giacinto,
Provenzano Vincenzo, Galizia Alessio); con l’aggravante di cui all’art. 219,
comma 2, legge fallimentare, avendo commesso più fatti di bancarotta
fraudolenta; in Palermo, sentenza del 12/06/2015.
2. Amato Angelo ricorre, a mezzo del difensore di fiducia Avv.to Giovanni Di
Benedetto, per:
2.1. violazione di legge ed inosservanza di norme sancite a pena di nullità,
inutilizzabilità, inammissibilità, decadenza, ai sensi dell’art. 606, lett. b) e c),
cod. proc. pen., in relazione all’art. 309, comma 10, cod. proc. pen., in quanto il
ricorso era stato trattato all’udienza del 15/12/2016, il dispositivo di ordinanza
era stato depositato in data 17/12/2016 e la motivazione in data 16/01/2017,
benché nel dispositivo fosse stata riportata come data della deliberazione quella
del 15/12/2016; detta ultima circostanza deve ritenersi frutto di un errore
materiale, posto che il Collegio non sarebbe rimasto in camera di consiglio dal 15
al 17/12/2016 e, in tal caso, avrebbe dovuto darne atto; appare, quindi,
evidente come la decisione fosse stata assunta in data 15/12/2016, mentre il
dispositivo fosse stato depositato il successivo 17/12/2016, ossia oltre il termine
di trenta giorni stabilito a pena di inefficacia, come ribadito anche dalla
giurisprudenza di legittimità (Sez. 2, sentenza n. 4961 del 26/01/2016);
2.2. violazione di legge ed inosservanza di norme sancite a pena di nullità,
inutilizzabilità, inammissibilità, decadenza, vizio di motivazione, ai sensi dell’art.
606, lett. b), c) ed e), cod. proc. pen., in quanto al ricorrente è stata applicata la
misura coercitiva in relazione ad un’unica condotta di dissipazione
dell’avviamento della ditta individuale Amato Antonino, distraendolo in favore
della Amato Edilizia s.r.I.; risulterebbe, quindi, del tutto incomprensibile il
riferimento, nella motivazione dell’ordinanza impugnata, all’utilizzazione della
somma di 99.000,00 euro, mai ascritta all’Amato Angelo, così come
incomprensibile risulterebbe il riferimento alla Kemical Green s.r.I., frutto
evidente di una motivazione del tutto apparente, che si limiterebbe, per il resto,
ad evidenziare alcuni elementi di continuità tra la ditta individuale Amato
Antonino e la Amato Edilizia s.r.I., senza considerare come la giurisprudenza di
legittimità abbia sempre negato che l’avviamento in sé possa essere oggetto di
distrazione; neanche potrebbe essere ritenuta distrattiva la condotta relativa alla
trasmigrazione del pacchetto dei fornitori e di taluni dipendenti da una ditta
all’altra, atteso che i rapporti sarebbero stati costituiti ex novo, così come del
tutto estranei alla distrazione dell’avviamento sarebbero i barattoli di vernice
della ditta Di Maria Giuseppe s.p.a., su cui nulla si direbbe in motivazione,
nonostante le obiezioni contenute nella memoria difensiva, che aveva
evidenziato come non vi fosse la prova che detti beni appartenessero alla ditta
individuale Amato Antonino, alla luce delle fatture prodotte dalla ditta Giuseppe
di Maria s.p.a., e come si trattasse di vernice scaduta e priva di valore
economico; in ogni caso, nessuna delle argomentazioni contenute nella memoria
difensiva – riprodotte in ricorso – sarebbe stata oggetto di motivazione da parte
del Tribunale del Riesame, con conseguente nullità del provvedimento per
violazione dell’art. 178 lett. c), 292, comma 2, lett. c bis), cod. proc. pen.;
2.3. violazione di legge ed inosservanza di norme sancite a pena di nullità,
inutilizzabilità, inammissibilità, decadenza, vizio di motivazione, ai sensi dell’art.
606, lett. b), c) ed e), cod. proc. pen., in relazione all’art. 274 cod. proc. pen., in
quanto con la citata memoria difensiva si era rilevato che la motivazione
dell’ordinanza genetica circa la sussistenza del pericolo di reiterazione fosse
basata unicamente su clausole di stile; inoltre, l’ordinanza impugnata sul punto
apparirebbe altrettanto apodittica, avendo, tra l’altro, la giurisprudenza di
legittimità chiarito che il pericolo di reiterazione debba evincersi congiuntamente
dalla specifiche modalità del fatto e dalla personalità dell’indagato, laddove nel
caso in esame esso sarebbe stato dedotto unicamente sulla scorta delle modalità
del fatto; neanche il pericolo di inquinamento probatorio risulterebbe motivato,
mancando lo stesso dell’indicazione degli elementi specifici di concretezza ed
attualità, e non essendo individuate le specifiche attività di indagine che
potrebbero essere inquinate; parimenti mancherebbe ogni motivazione circa la
possibilità di fronteggiare con altra misura meno afflittiva le esigenze cautelari,
in violazione dell’art. 292, lett. c), cod. proc. pen.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è parzialmente fondato, per le ragioni di seguito specificate.
1.11 primo motivo di ricorso è infondato.
Nel caso in esame appare indiscussa la circostanza che il ricorso ex art. 309 cod.
proc. civ. fosse stato trattato all’udienza tenutasi innanzi al Tribunale del
Riesame in data 15/12/2016, e che, come risulta sia dal dispositivo che
dall’ordinanza stessa, la decisione fosse intervenuta il 17/12/2016, ossia nella
stessa data in cui è stato depositato il dispositivo. Ne consegue, pertanto, che il
deposito della motivazione dell’ordinanza, intervenuta in data 16/01/2017,
risulta avvenuta nel rispetto del termine di giorni trenta, come indicato dagli artt.
309 e 310 cod. proc. pen., dovendo detto termine essere calcolato dalla data del
deposito del dispositivo e non dalla eventuale diversa data della camera di
consiglio. In tal senso risulta l’orientamento del tutto pacifico di questa Corte, al
quale il Collegio ritiene di aderire (Sez. 6, sentenza n. 10929 del 01/02/2017,
Luisi, Rv. 270023; Sez. 5, Sentenza n. 7653 del 21/12/2016, dep. 17/02/20171
Scarantino, Rv. 269472; Sez. 5, sentenza n.7652 del 19/12/2016,
dep. 17/02/2017, Ilardi, Rv. 269471;Sez. 2, sentenza n. 46887 del 19/07/2016,
Sunzeri ed altro, Rv. 268314; Sez. 2, sentenza n. 31409 del 27/04/2016,
Massaria ed altro, Rv. 267849).
Il principio apparentemente opposto – secondo cui il termine per il deposito della
motivazione dell’ordinanza debba essere fatto decorrere dalla data di effettiva
deliberazione in camera di consiglio, e non dalla data, eventualmente diversa, in
cui il dispositivo risulta depositato in cancelleria – affermato da alcune pronunce
di questa Corte regolatrice (Sez. 5, sentenza n. 54261 del 17/10/2016,
Giordano, Rv. 268818; Sez. 2, sentenza n. 4961 del 26/01/2016, Gentile, Rv.
266377), risulta, in realtà, ancorato a situazioni specifiche del tutto peculiari.
Ed infatti, come chiarito dalla motivazione di entrambe le sentenze appena
citate, il principio per cui la data di effettiva deliberazione della decisione debba
essere considerata diversa da quella in cui è stato depositato il dispositivo, con la
conseguenza che il termine di giorni trenta (o di giorni quarantacinque, nel caso
di particolare complessità della deliberazione) debba essere fatto decorrere dalla
data anteriore a quella di deposito del dispositivo, si applica solo allorquando lo
stesso Tribunale del Riesame abbia dato atto che la deliberazione sia intervenuta
antecedentemente rispetto alla data di deposito del dispositivo (caso verificatosi
proprio nella fattispecie concreta esaminata dalla sentenza della sez. 2 di questa
Corte, citata anche in ricorso).
Diversamente, nel caso in cui la data della decisione e quella del deposito del
dispositivo coincidano – come verificatosi nel caso in esame, alla luce di quanto
attestato sia dal dispositivo che dalla stessa ordinanza impugnata – il termine
per il deposito della motivazione non può che farsi decorrere da quello del
deposito del dispositivo.
Ed infatti, come chiarito da altre sentenze di questa Corte, sulla scia delle
pronunce delle Sez. U (sentenza n. 7 del 17/04/1996, Moni, Rv. 205256;
sentenza n. 11 del 25/03/1998, Manno ed altro, Rv. 210607), i termini entro i
quali devono, rispettivamente, intervenire la decisione sulla richiesta di riesame
di misura cautelare personale ed il deposito della successiva ordinanza, il cui
mancato rispetto determina, ai sensi dell’art. 309, comma decimo, cod. proc.
pen., come sostituito dall’art. 11 legge 16 aprile 2015, n. 47, la perdita di
efficacia dell’ordinanza applicativa della misura coercitiva, devono essere intesi
nel senso che il dispositivo contenente la decisione sulla richiesta di
riesame deve essere depositato entro dieci giorni dalla ricezione degli atti,
mentre l’ordinanza del Tribunale recante la motivazione deve essere
depositata entro trenta giorni dal deposito del dispositivo (Sez. 2, sentenza n.
31409 del 27/04/2016, Massaria ed altro, Rv. 267849; Sez. 6, sentenza n.
22818 del 15/04/2016, Marsalone, Rv. 267128).
E’ stato, in particolare, evidenziato dal suddetto filone giurisprudenziale come, a
seguito delle disposizioni introdotte dall’art. 11 legge 47 del 2015, che ha
modificato l’art. 309, comma 10, cod. proc. pen., sia stato delineato un sistema
bifasico che prevede, a pena di inefficacia dell’ordinanza applicativa di una
misura cautelare personale, dapprima un termine per la decisione e poi uno
specifico termine per il deposito dell’ordinanza: il primo termine richiede che il
dispositivo debba essere depositato entro dieci giorni da quello in cui gli atti sono
pervenuti presso la cancelleria del Tribunale del Riesame, il secondo che la
motivazione dell’ordinanza debba essere depositata entro trenta giorni dalla
decisione, salvo i casi di motivazione particolarmente complessa, in cui detto
termine può essere ampliato fino a quarantacinque giorni.
Tuttavia, si è specificato nella motivazione delle sentenze indicate, come, in
mancanza del formale deposito del dispositivo, non possa considerarsi
sussistente alcuna decisione, la quale deve uscire dalla disponibilità del giudice
ed essere esteriorizzata con modalità tali da conferirle certezza legale. Del resto,
diversamente opinando, si è sottolineato che in tal caso si potrebbe giungere
all’inaccettabile risultato di eludere il decorso del primo termine di dieci giorni,
previsto per la decisione, semplicemente indicandosi in un dispositivo depositato
dopo il decimo giorno una data di decisione anteriore alla scadenza di quel
termine. Ma nel contempo, secondo le citate sentenze, “deve valere anche
l’ipotesi opposta, nel senso che non possa darsi rilievo ad una qualsiasi data di
decisione, prima del formale deposito, idoneo a conferirle il crisma della
certezza. D’altro canto proprio nel dispositivo, debitamente formalizzato e
depositato, deve indicarsi il più lungo termine per il deposito della motivazione,
correlato alla complessità della vicenda, il che vale a confermare il rilievo
essenziale di quel primo deposito.”
Conclusivamente, possono delinearsi due diversi orientamenti, da parte della
giurisprudenza di questa Corte regolatrice: secondo il primo orientamento il
termine di cui all’art. 309, comma 10, cod. proc. pen., va calcolato sempre ed
esclusivamente dalla data di deposito del dispositivo, a nulla rilevando una
diversa data della decisione, mentre secondo altro orientamento allorquando
risulti esplicitamente, dal tenore dei provvedimenti adottati, che la decisione sia
stata adottata in un momento antecedente al formale deposito del dispositivo,
deve darsi rilievo sostanziale alla prima data ai fini del decorso del termine
fissato a pena di inefficacia per il deposito della motivazione, proprio per evitare
che, con una tecnica di fatto dilatoria, si prolunghi inopinatamente ed
arbitrariamente il termine fissato dalla norma di cui all’art. 309, comma 10, cod.
proc. pen., a pena di inefficacia; ciò in considerazione del valore fondamentale
tutelato, ossia la libertà personale.
Trattasi, in realtà, di un contrasto solo apparente nella giurisprudenza di questa
Corte, atteso che in entrambi i casi i descritti orientamenti mirano ad una tutela
effettiva del valore della libertà personale, evitando che meccanismi formalistici
ne possano causare, sotto diversi profili, una sostanziale compromissione,
attraverso, cioè, una dilatazione dell’uno o dell’altro dei due diversi termini
sanciti a pena di inefficacia del titolo cautelare.
Tanto premesso, va però detto che in realtà, nel caso in esame, il profilo
evidenziato dal ricorso è completamente diverso da quello sin qui illustrato, in
quanto la difesa, in sostanza, pur citando uno degli orientamenti di legittimità
appena ricordati, ha sostenuto che la decisione da parte del Tribunale del
Riesame sarebbe intervenuta non in data 17/12/2016, data di deposito del
dispositivo, bensì in data 15/12/2016, ossia nella data in cui il ricorso era stato
trattato all’udienza camerale, circostanza di cui il Tribunale del Riesame non ha,
in alcun modo, dato atto. Si tratta, all’evidenza, di un convincimento che la
difesa ha tratto dalla constatazione che il Tribunale del Riesame non avesse dato
atto di essere rimasto in camera di consiglio dal 15 al 17/12/2016, dovendosi
pertanto ritenere che, a fronte della decisione adottata il 15/12/2016, data dalla
quale far decorrere il termine per il deposito della motivazione, il solo dispositivo
fosse stato depositato il 17/12/2016, ossia due giorni dopo la deliberazione.
Detto ragionamento poggia, senza alcun dubbio, su di un equivoco di fondo,
derivante dall’applicazione erronea, da parte della difesa, dell’impianto normativo
che scandisce il meccanismo procedurale relativo alla sentenza, al
provvedimento impugnato che, in quanto emesso dal Tribunale del Riesame, è,
invece, un’ordinanza.
Indiscutibilmente, infatti, ogni provvedimento del giudice si compone del
dispositivo, in cui è sintetizzato il decisum, e della motivazione, illustrativa delle
ragioni per le quali si è assunta la decisione enunciata nel dispositivo. Ogni
provvedimento, quindi, nei confronti delle parti assume esistenza giuridica
allorquando viene depositato presso la cancelleria, che ne attesta la data del
deposito. Non a caso, infatti, è da questo momento, oppure, a seconda dei casi,
dalla notificazione, o dalla stessa lettura, che, per le parti, decorrono i termini
stabiliti per le eventuali impugnazioni, come indicato dall’art. 585 cod. proc. pen.
Del tutto diversi sono, invece, i meccanismi normativi previsti per il compimento
delle attività da parte del giudice: nel caso della sentenza, infatti, il meccanismo
procedurale di cui agli artt. 525, 544, 545, 548 cod. proc. pen., prevede che il
giudice, subito dopo la chiusura del dibattimento, si ritiri in camera di consiglio
per deliberare, senza che sia previsto alcun termine per la deliberazione; subito
dopo che la decisione sia stata assunta, il dispositivo viene letto in udienza, e da
detta lettura decorrono i termini ordinatori per il deposito della motivazione,
salvo che il giudice non abbia provveduto a redigere contestualmente la
motivazione della quale, in tal caso, deve dare lettura. Quindi, per la sentenza, ai
sensi dell’art. 545 cod. proc. pen., i termini decorrono dalla lettura del
dispositivo in udienza, e da questo momento, se non è letta contestualmente
anche la motivazione, decorrono i termini per il deposito della motivazione.
Del tutto diverso è, invece, il meccanismo previsto per la deliberazione sulle
impugnazioni contro le misure cautelari: innanzitutto va ricordato che la
motivazione dell’ordinanza di riesame, viceversa, in applicazione della norma
generale sul procedimento camerale di cui all’art. 128 cod. proc. pen., poteva,
sino alla novella della legge 47/2015, essere depositata, senza influenza alcuna
sull’efficacia della misura, nel termine ordinatorio dei cinque giorni successivi alla
deliberazione predetta, ciò in quanto la precedente formulazione dell’art 309 cod.
proc. pen., stabiliva per il giudice, a pena di inefficacia della misura cautelare, il
solo termine di dieci giorni dalla ricezione degli atti, entro cui la decisione doveva
intervenire, inteso come termine di deposito del dispositivo, secondo quanto
ribadito dalla pacifica giurisprudenza di legittimità, senza nulla prevedere per il
deposito della motivazione. Il novellato art. 309, comma 10, cod. proc. pen., pur
avendo ribadito che la decisione debba intervenire, a pena di inefficacia del
provvedimento restrittivo, entro dieci giorni dal ricevimento degli atti, e che il
dispositivo non debba essere letto in pubblica udienza, in coerenza con la natura
camerale del rito, ha stabilito che, una volta assunta la decisione, da questa
decorrano i termini di trenta o quarantacinque giorni, a pena di inefficacia del
provvedimento cautelare, per il deposito della motivazione.
L’introduzione di questo ulteriore termine perentorio, a pena di inefficacia della
misura cautelare, tuttavia, non implica affatto l’estensione alla scansione
procedimentale descritta dell’obbligo per il giudice di ritirarsi in camera di
consiglio per la deliberazione, subito dopo la chiusura del dibattimento o all’esito
della fase conclusiva dei riti alternativi, come previsto per la sentenza; nel caso
dell’ordinanza adottata all’esito del procedimento camerale celebrato innanzi al
Tribunale del Riesame, il giudice è tenuto esclusivamente al rispetto del termine
di giorni dieci dalla ricezione degli atti per l’adozione della deliberazione e,
quindi, per il deposito del dispositivo, e del termine di giorni trenta o
quarantacinque dalla deliberazione, per il deposito della motivazione. Non è,
invece, previsto nessun termine iniziale per la deliberazione, che non deve
necessariamente intervenire subito dopo la trattazione del ricorso e senza
soluzione di continuità, proprio in quanto ciò non è previsto dal meccanismo
procedimentale che disciplina il rito camerale.
Nulla osta, quindi, alla possibilità per il Tribunale del Riesame di aggiornarsi,
dopo la discussione della difesa, per la decisione, non essendo prevista affatto la
contestualità della deliberazione dell’ordinanza, come avviene per la sentenza,
purché siano rispettati sia il termine di giorni dieci dalla ricezione degli atti, per il
deposito del dispositivo, sia quello di giorni trenta o quarantacinque per il
successivo deposito della motivazione.
Ovviamente, come già detto, e come chiarito dalla giurisprudenza in precedenza
citata, che ha affrontato la specifica problematica, nel solo caso in cui il
medesimo Tribunale attesti che la decisione sia stata assunta in data diversa e
precedente al deposito del dispositivo, senza dare contemporaneamente atto del
prolungamento della camera di consiglio fino al decimo giorno dalla ricezione
degli atti, si pone il problema concreto di individuare la data della decisione,
ossia il dies a quo dal quale far decorrere il termine perentorio per il deposito
della motivazione.
Nel caso in esame, al contrario, il deposito del dispositivo risulta essere
coincidente con la data di assunzione della decisione, ossia il 17/12/2016, come
dallo stesso Tribunale attestato, essendo del tutto ininfluente che detta decisione
sia stata adottata in soluzione di continuità con la data del 15/12/2016, in cui il
Tribunale aveva riservato la decisione, dopo la trattazione del ricorso, atteso che
la disciplina normativa del rito camerale non richiede affatto la contestualità tra
la celebrazione dell’udienza e la deliberazione della decisione, operando, invece,
diversi meccanismi procedimentali previsti, come descritto, a pena di inefficacia
L’introduzione di questo ulteriore termine perentorio, a pena di inefficacia della
misura cautelare, tuttavia, non implica affatto l’estensione alla scansione
procedimentale descritta dell’obbligo per il giudice di ritirarsi in camera di
consiglio per la deliberazione, subito dopo la chiusura del dibattimento o all’esito
della fase conclusiva dei riti alternativi, come previsto per la sentenza; nel caso
dell’ordinanza adottata all’esito del procedimento camerale celebrato innanzi al
Tribunale del Riesame, il giudice è tenuto esclusivamente al rispetto del termine
di giorni dieci dalla ricezione degli atti per l’adozione della deliberazione e,
quindi, per il deposito del dispositivo, e del termine di giorni trenta o
quarantacinque dalla deliberazione, per il deposito della motivazione. Non è,
invece, previsto nessun termine iniziale per la deliberazione, che non deve
necessariamente intervenire subito dopo la trattazione del ricorso e senza
soluzione di continuità, proprio in quanto ciò non è previsto dal meccanismo
procedimentale che disciplina il rito camerale.
Nulla osta, quindi, alla possibilità per il Tribunale del Riesame di aggiornarsi,
dopo la discussione della difesa, per la decisione, non essendo prevista affatto la
contestualità della deliberazione dell’ordinanza, come avviene per la sentenza,
purché siano rispettati sia il termine di giorni dieci dalla ricezione degli atti, per il
deposito del dispositivo, sia quello di giorni trenta o quarantacinque per il
successivo deposito della motivazione.
Ovviamente, come già detto, e come chiarito dalla giurisprudenza in precedenza
citata, che ha affrontato la specifica problematica, nel solo caso in cui il
medesimo Tribunale attesti che la decisione sia stata assunta in data diversa e
precedente al deposito del dispositivo, senza dare contemporaneamente atto del
prolungamento della camera di consiglio fino al decimo giorno dalla ricezione
degli atti, si pone il problema concreto di individuare la data della decisione,
ossia il dies a quo dal quale far decorrere il termine perentorio per il deposito
della motivazione.
Nel caso in esame, al contrario, il deposito del dispositivo risulta essere
coincidente con la data di assunzione della decisione, ossia il 17/12/2016, come
dallo stesso Tribunale attestato, essendo del tutto ininfluente che detta decisione
sia stata adottata in soluzione di continuità con la data del 15/12/2016, in cui il
Tribunale aveva riservato la decisione, dopo la trattazione del ricorso, atteso che
la disciplina normativa del rito camerale non richiede affatto la contestualità tra
la celebrazione dell’udienza e la deliberazione della decisione, operando, invece,
diversi meccanismi procedimentali previsti, come descritto, a pena di inefficacia
2. Il secondo motivo di ricorso appare fondato.
Effettivamente il riferimento alla Kemical Green s.r.I., contenuto alla pag. 5
dell’ordinanza impugnata, sembra frutto di una tecnica di assemblaggio della
motivazione avulsa dal caso concreto, così come il riferimento alla questione
delia distrazione della somma di euro 99.000,00, contenuto alla pag. 8 della
motivazione, appare frutto di evidente sovrapposizione della posizione del
ricorrente con quella del padre, Amato Antonino, coindagato nel medesimo
procedimento penale.
A prescindere da dette evidenti sviste motivazionali, ciò che pare frutto di
argomentazioni assolutamente non in linea con i canoni interpretativi dettati da
questa Corte di legittimità, appare la ricostruzione normativa della fattispecie
distrattiva contestata, che palesa un chiaro vizio di legge.
La problematica concernente la possibilità di configurare l’avviamento ed i
rapporti di lavoro come oggetto della bancarotta per distrazione è stato
affrontato, con una risalente pronuncia, da Sez. 5, sentenza n. 8598 del
24/05/1982, Marcucci, Rv. 155357, che aveva affermato detta possibilità in
relazione ai beni indicati, in quanto economicamente apprezzabili. Leggendo la
motivazione della sentenza citata – che si occupava di una vicenda distrattiva
relativa all’intero compendio aziendale, inclusi i dipendenti e la clientela della
società fallita – era stato ribadito il consolidato principio secondo cui
“l’avviamento, i rapporti di lavoro e la tecnologia, costituiscono beni
economicamente apprezzabili e, come tali, possono essere oggetto di
distrazione. Nel concetto di beni, di cui all’articolo 216 della legge fallimentare,
rientrano infatti tutti gli elementi del patrimonio dell’imprenditore, compresi non
soltanto i beni suscettibili di utilizzazione immediata, ma anche i beni strumentali
e persino quelli futuri, quando si atteggino come mere aspettative. Invero
l’oggetto materiale della bancarotta è costituito da quel complesso di rapporti
giuridici, economicamente valutabili (cose materiali e diritti), che fanno capo
alrimprenditore e rappresentano la garanzia delle ragioni della massa dei
creditori, e sui quali può incidere l’illecita manomissione ai danni di costoro.”
Le sentenze che successivamente hanno affrontato il problema (Sez. 5, sentenza
n. 9813 del 08/03/2006, Franceschini, Rv. 234242; Sez. 5, sentenza n. 3817 del
11/12/2012, dep. 24/01/2013, Agostini; Rv. 254474; Sez. 5, sentenza n. 26542
del 19/03/2014, Riva, Rv. 260689) hanno escluso la configurabilità del reato nel
caso in cui la condotta sia riferita all’avviamento in sé, non essendo automatica
la qualificazione come distrazione di ogni trasferimento di valore del patrimonio
della società ad altra realtà produttiva, come si verifica nel caso di trasferimento
della clientela della società fallita alla società o impresa con la quale il medesimo
imprenditore prosegua l’attività produttiva. Ciò in quanto per potersi configurare
la distrazione è necessario che si verifichi il depauperamento del patrimonio della
società, cosa che appare ontologicamente impossibile nel caso di un bene
immateriale come l’avviamento commerciale, che, se considerato in maniera
avulsa dai rapporti patrimoniali e contrattuali sottostanti, rappresenta
unicamente una potenziale capacità di reddito, ma non un rapporto
giuridicamente rilevante ed economicamente valutabile, per cui la sua
dispersione oggettiva, per l’autonoma scelta dei clienti di fruire dei prodotti della
nuova impresa del medesimo imprenditore, non costituisce un fatto addebitabile
a quest’ultimo.
Si è, quindi, precisato che l’impossibilità di distrazione dell’avviamento
commerciale va intesa come limitata al caso in cui, contestualmente, non siano
stati oggetto di disposizione anche l’azienda medesima o i fattori aziendali in
grado di generare l’avviamento, in tal senso sussistendo un contrasto
assolutamente apparente con la prima sentenza citata, in cui, come detto, erano
stati trasferiti proprio i fattori aziendali economicamente rilevanti.
Si è pertanto chiarito che il trasferimento della clientela della società fallita,
implicando il riferimento a rapporti giuridici solo potenziali, appare contrastante
con il concetto di depauperamento come condotta idonea ad incidere su rapporti
contrattuali già definiti ed economicamente valutabili.
In particolare la sentenza Sez. 5, n. 3817 del 11/12/012, citata, ha approfondito
esaustivamente i concetti di rilevanza economica dell’avviamento e di
configurabilità della distrazione dello stesso: nel rilevare l’apparenza del
contrasto interpretativo tra le precedenti pronunce, alla luce dell’esame concreto
delle fattispecie esaminate, essa ha ribadito che l’avviamento commerciale deve
intendersi come la capacità di profitto di un’azienda, ed il suo valore come il
plusvalore dell’azienda avviata, per cui esso non rappresenta per l’imprenditore
una mera aspettativa di fatto, costituendo, al contrario, un valore dell’azienda
che lo incorpora; ciò è dimostrato da molteplici parametri normativi, tra cui, ad
esempio, gli artt. 2424 e 2426 cod, civ. che, rispettivamente, considerano
l’avviamento “derivativo” una immobilizzazione immateriale, e ne consentono
l’appostazione nello stato patrimoniale del bilancio nei limiti del costo sostenuto
per la sua acquisizione, dovendosi peraltro chiarire che la mancanza di analoga
disposizione per l’avviamento “originario” dipende dalla natura del bilancio – che
misura l’utile effettivamente realizzato, mentre la valutazione dell’avviamento
originario comporterebbe l’anticipazione di quelli futuri conseguibili in funzione
dell’espansione e del consolidamento dei fattori che lo generano – e non significa
che quest’ultimo non sia economicamente valutabile, in quanto viene di fatto
valutato nel momento in cui l’azienda sia oggetto di cessione o comunque cessi il
suo esercizio.
La natura patrimoniale dell’avviamento, tuttavia, non significa automaticamente
che esso sia suscettibile di autonoma disposizione, proprio in quanto inscindibile
dall’azienda medesima, con la conseguenza che non è possibile configurare la
distrazione dell’avviamento commerciale dell’azienda oggetto dell’impresa
successivamente fallita se, contestualmente, non sia stata oggetto di
disposizione anche l’azienda medesima o quantomeno quei fattori aziendali in
grado di generare l’avviamento. Ciò non esclude, comunque, la possibilità che
l’avviamento possa costituire l’oggetto materiale della bancarotta fraudolenta
patrimoniale, sotto il profilo della distruzione, intesa come annullamento del
valore economico di uno degli elementi del patrimonio dell’imprenditore, attuata
mediante l’intenzionale dispersione, da parte dell’imprenditore, proprio
dell’avviamento commerciale, anche in assenza di alienazione od
eterodestinazione dei beni aziendali. Pertanto “la mancata conservazione
dell’avviamento costituisce certamente una lesione della garanzia patrimoniale,
frustrando l’interesse del ceto creditorio alla potenziale realizzazione di quel
plusvalore impresso dal medesimo all’azienda all’atto della liquidazione dell’attivo
fallimentare.”
Tanto premesso, e chiariti, pertanto, i contenuti dell’orientamento raggiunto sul
punto dalla giurisprudenza di legittimità, va ricordato che nel caso di specie, il
Tribunale del Riesame ha riconosciuto essere stata consumata la dissipazione
dell’avviamento della società fallita attraverso lo sviamento dei fornitori e
l’impiego del suo personale nella Amato Edilizia s.r.I., oltre che nella distrazione
di alcuni barattoli di vernice.
Per quanto concerne i rapporti con i fornitori, Sicilgesso s.p.a. e Kerakoll s.p.a.,
appare evidente l’errore metodologico in cui è incorsa la pronuncia impugnata, in
quanto i rapporti con i fornitori certamente non possono essere considerati
suscettibili di una condotta depauperativa da parte dell’imprenditore, atteso che,
pur essendo rapporti economicamente valutabili, essi certamente non
rappresentano una posta attiva del bilancio aziendale, costituendo, al contrario,
un debito per l’azienda. Appare quindi, giuridicamente e, prima ancora
logicamente, non configurabile la fattispecie contestata nella misura in cui
l’attività distrattiva abbia per oggetto rapporti economicamente valutabili che
costituiscano una passività per l’azienda, se non nella misura in cui si configuri
un depauperamento dell’attività attraverso l’aumento dell’esposizione debitoria
per finalità estranee all’azienda. Il che, come detto, non corrisponde al caso in
esame, in cui si è configurato lo sviamento dei fornitori, essendo il Tribunale del
Riesame incorso in un evidente errore logico-giuridico, nella misura in cui ha
confuso il concetto di fornitori con quello di clientela, ritenendo che la continuità
tra l’attività della ditta individuale fallita e quella del’Amato Edilizia s.r.l.
costituisse di per sé condotta distrattiva, come risulta dal passaggio
motivazionale in cui si è sottolineato che proprio i responsabili delle ditte
fornitrici avessero chiarito che il ricorrente, insieme al padre Amato Antonino,
aveva affermato che la Amato Edilizia s.r.l. avrebbe continuato a rifornirsi presso
di loro, trattandosi di attività che proseguiva senza soluzione di continuità
rispetto alla ditta fallita.
Quanto alla movimentazione del personale da una società all’altra, ciò può, in
astratto, considerarsi atto di disposizione del patrimonio sociale, dovendosi, in
proposito, considerare i rapporti obbligatori sottostanti ai contratti di lavoro con i
dipendenti, ossia i rapporti giuridici suscettibili di valutazione economica
intrattenuti con essi dall’azienda: solo la cessione di tali rapporti, infatti,
comporta la cessione anche dall’avviamento aziendale, che necessita di adeguata
ed autonoma retribuzione. Non è, al contrario, possibile ipotizzare la distrazione
dei dipendenti nel senso di ritenere che, se gli stessi decidono di passare ad altra
azienda, ciò implichi automaticamente un’attività di dissipazione o distrazione, in
assenza, cioè, di elementi che possano delineare una condotta di istigazione del
personale alla risoluzione volontaria del rapporto di lavoro, nella prospettiva di
una riassunzione presso altra società concorrente.
Anche sotto detto aspetto la motivazione appare non sufficiente, essendosi
limitata ad evidenziare la continuità tra le attività delle due attività aziendali,
quella della ditta individuale fallita e quella della Amato Edilizia s.r.I., in tal modo
appiattendo la problematica concernente la condotta distrattiva o dissipativa
sull’aspetto della continuità aziendale, in sé non sufficiente a configurare la
fattispecie di bancarotta penalmente rilevante.
Infine, ugualmente carente risulta la motivazione dell’ordinanza impugnata in
merito alla distrazione dei barattoli di vernice, non avendo il citato
provvedimento chiarito e, conseguentemente, dimostrato se l’utilizzo di tali beni
aziendali fosse avvenuto o meno senza corrispettivo, valutando
conseguentemente se vi fosse stata una ingiustificata destinazione delle risorse a
scopi estranei all’azienda, né avendo spiegato, ancor prima, al di là della
mancanza di documentazione relativa all’acquisto dei suddetti barattoli di vernice
da parte della Amato Edilizia s.r.I., quale fosse il loro reale valore economico e
per quale ragione essi dovessero essere ritenuti sicuramente provenienti dalla
fallita ditta individuale, mancando, sotto detto ultimo aspetto, qualsiasi
riferimento motivazionale alle risultanze investigative o documentali che
consentissero di verificare che tra i beni non rinvenuti della ditta individuale
fallita vi fossero i barattoli di vernice ritenuti oggetto di distrazione.
Sotto detti aspetti, quindi, l’ordinanza impugnata deve essere annullata con
rinvio per nuovo esame al Tribunale di Palermo, che, alla luce di un più accurato
vaglio della sussistenza dei profili penalmente rilevanti della condotta – che
andrà precisata, quanto all’oggetto della contestazione, anche in relazione alla
valutazione dei gravi indizi di colpevolezza – dovrà poi fornire adeguata e
conseguente motivazione in relazione all’aspetto delle esigenze cautelari.

P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata con rinvio per nuovo esame al Tribunale del
Riesame di Palermo.
Così deciso in Roma, il 04/04/2017

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine