Esercizio Arbitrario – Cassazione Penale 3/11/2016 N° 46288

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 3/11/2016

Numero: 46288

Testo completo della Sentenza Esercizio arbitrario – Cassazione penale 3/11/2016 n° 46288:

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Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di appello di Ancona ha integralmente confermato la sentenza emessa in data 22 febbraio 2012 dal Tribunale della stessa città, che aveva dichiarato M.O.H. e T.M. , in atti generalizzati, colpevoli dell’estorsione consumata di cui al capo A), condannandoli alle pene per ciascuno ritenute di giustizia, con le statuizioni accessorie.
1.1. Agli imputati si contestava di avere esercitato, in concorso, violenze e minacce in danno di G.F. , in atti generalizzato, debitore del T. , per ottenere l’adempimento del debito (contratto presso il night club gestito dal T. ), conclusivamente giungendo ad indurre la p.o. a consegnare loro le chiavi della propria autovettura oltre alla stessa autovettura, che gli imputati trattenevano come pegno in vista della successiva consegna della somma dovuta, ed a firmare un documento ricognitivo del debito a titolo di ulteriore garanzia.

2. Contro tale provvedimento, gli imputati (con l’ausilio di difensori iscritti nell’apposito albo speciale) hanno proposto disgiuntamente ricorso per cassazione, deducendo i seguenti motivi, enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att. c.p.p.:
(M.O.H. ).

I – violazione dell’art. 629 c.p. e vizi di motivazione, in difetto dei requisiti dell’ingiusto profitto e dell’altrui danno, ed in presenza di una legittima giustificazione del credito vantato nei confronti della p.o.;

II – vizi di motivazione, con travisamento, per invenzione del c.d. pegno della autovettura della p.o., poiché non vi fu alcuna sottrazione della stessa, che fu unicamente affidata in custodia a garanzia del debito;

III – vizi di motivazione quanto al ritenuto concorso del M. , in realtà mero ed inconsapevole dipendente del T. ;

IV – violazione degli artt. 629 e 392 s. c.p., quanto alla qualificazione giuridica del fatto accertato, che, come chiarito da un asseritamente condivisibile orientamento giurisprudenziale, al più potrebbe integrare gli estremi del mero esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza o minaccia alle persone;

V – vizi di motivazione con riferimento alla circostanza dell’accompagnamento del sig. G. a casa sua da parte del sig. M. , essendo stata del tutto omessa la motivazione in ordine a quanto emerso dall’esame testimoniale del sig. G.P. , padre di F. (a. casa del padre la p.o., se effettivamente intimidita dal M. , avrebbe potuto chiedere aiuto);

VI – vizi di motivazione per difetto del necessario vaglio di credibilità della p.o.;

VII – mancata assunzione di una prova decisiva, in riferimento al mancato esame testimoniale della ragazza rumena con la quale la p.o. si sarebbe intrattenuta all’interno del night club, nelle more assolta dai fatti, anche a lei in origine contestati, con sentenza passata in giudicato;
(T. ).

I – insussistenza della contestata estorsione, sotto il profilo materiale o psicologico: sarebbe, al più, configurabile un esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone, poiché il credito vantato dall’imputato nei confronti della p.o. era effettivamente sussistente (la stessa Corte di appello mostra di non credere alla riduttiva versione della p.o., che riferiva di avere consumato una sola delle quattro bottiglie di champagne che gli erano state messe in conto); inoltre, le condotte di violenza o minaccia non sarebbero ascrivibili al T. , ma al solo coimputato; la stessa p.o. avrebbe inizialmente riferito di non essere stata picchiata, aggiungendo solo dopo l’intervento del P.M. di essere stata sbattuta contro il muro; le dichiarazioni della p.o., che pacificamente versava in stato confusionale, non potrebbero essere ritenute attendibili; difetterebbe comunque il necessario dolo poiché l’imputato agiva al fine di recuperare un credito.

2.1. Con motivo aggiunto depositato in data 10 giugno 2016, in realtà nella sostanza meramente reiterativo e riepilogativo delle censure già costituenti oggetto del ricorso principale, nell’interesse di M.O.H. è stata altresì dedotta la presunta nullità della sentenza per asserita violazione dei criteri di interpretazione della prova e conseguente insussistenza del reato di estorsione, nonché del principio del ragionevole dubbio ex art. 533
c.p.p. e di quello della prova contraddittoria ex art. 530 c.p.p., ed infine per contraddittorietà, illogicità ed omissione della motivazione.

3. All’odierna udienza pubblica, è stata verificata la regolarità degli avvisi di rito: all’esito, le parti presenti hanno concluso come da epigrafe, ed il collegio riunito in camera di consiglio, ha deciso come da dispositivo in atti, pubblicato mediante lettura in udienza.

Considerato in diritto

I ricorsi sono, nel complesso, infondati.

I LIMITI DEL SINDACATO DI LEGITTIMITÀ SULLA MOTIVAZIONE.

1. È necessario premettere, con riguardo ai limiti del sindacato di legittimità sulla motivazione dei provvedimenti oggetto di ricorso per cassazione, delineati dall’art. 606, comma 1, lettera e), c.p.p., come vigente a seguito delle modifiche introdotte dalla L. n. 46 del 2006, che, a parere di questo collegio, la predetta novella non ha comportato la possibilità, per il giudice della legittimità, di effettuare un’indagine sul discorso giustificativo della decisione, finalizzata a sovrapporre la propria valutazione a quella già effettuata dai giudici di merito, dovendo il giudice della legittimità limitarsi a verificare l’adeguatezza delle considerazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per giustificare il suo convincimento.

1.1. La mancata rispondenza di queste ultime alle acquisizioni processuali può, soltanto ora, essere dedotta quale motivo di ricorso qualora comporti il c.d. “travisamento della prova” (consistente nell’utilizzazione di un’informazione inesistente o nell’omissione della valutazione di una prova, accomunate dalla necessità che il dato probatorio, travisato od omesso, abbia il carattere della decisività nell’ambito dell’apparato motivazionale sottoposto a critica), purché siano indicate in maniera specifica ed inequivoca le prove che si pretende essere state travisate, nelle forme di volta in volta adeguate alla natura degli atti in considerazione, in modo da rendere possibile la loro lettura senza alcuna necessità di ricerca da parte della Corte, e non ne sia effettuata una monca individuazione od un esame parcellizzato.

Permane, al contrario, la non deducibilità, nel giudizio di legittimità, del travisamento del fatto, stante la preclusione per la Corte di cassazione di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi di merito (Sez. VI, sentenza n. 25255 del 14 febbraio 2012, CED Cass. n. 253099).

1.1.1. Il ricorso che, in applicazione della nuova formulazione dell’art. 606, comma 1, lett. e), c.p.p. intenda far valere il vizio di “travisamento della prova” deve, a pena di inammissibilità (Cass. pen., Sez. I, sentenza n. 20344 del 18 maggio 2006, CED Cass. n. 234115; Sez. VI, sentenza n. 45036 del 2 dicembre 2010, CED Cass. n. 249035):

(a) identificare specificamente l’atto processuale sul quale fonda la doglianza;

(b) individuare l’elemento fattuale o il dato probatorio che da tale atto emerge e che risulta asseritamente incompatibile con la ricostruzione svolta nella sentenza impugnata;

(c) dare la prova della verità dell’elemento fattuale o del dato probatorio invocato, nonché dell’effettiva esistenza dell’atto processuale su cui tale prova si fonda tra i materiali probatori ritualmente acquisiti nel fascicolo del dibattimento;

(d) indicare le ragioni per cui l’atto invocato asseritamente inficia e compromette, in modo decisivo, la tenuta logica e l’intera coerenza della motivazione, introducendo profili di radicale “incompatibilità” all’interno dell’impianto argomentativo del provvedimento impugnato.

1.2. La mancanza, l’illogicità e la contraddittorietà della motivazione, come vizi denunciabili in sede di legittimità, devono risultare di spessore tale da risultare percepibili ictu oculi, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purché siano spiegate in modo logico ed adeguato le ragioni del convincimento senza vizi giuridici (in tal senso, conservano validità, e meritano di essere tuttora condivisi, i principi affermati da questa Corte Suprema, Sez. un., sentenza n. 24 del 24 novembre 1999, CED Cass. n. 214794; Sez. un., sentenza n. 12 del 31 maggio 2000, CED Cass. n. 216260; Sez. un., sentenza n. 47289 del 24 settembre 2003, CED Cass. n. 226074).

Devono tuttora escludersi la possibilità, per il giudice di legittimità, di “un’analisi orientata ad esaminare in modo separato ed atomistico i singoli atti, nonché i motivi di ricorso su di essi imperniati ed a fornire risposte circoscritte ai diversi atti ed ai motivi ad essi relativi” (Cass. pen., Sez. VI, sentenza n. 14624 del 20 marzo 2006, CED Cass. n. 233621; Sez. II, sentenza n. 18163 del 22 aprile 2008, CED Cass. n. 239789), e di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o dell’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (Sez. VI, sentenza n. 27429 del 4 luglio 2006, CED Cass. n. 234559; Sez. VI, sentenza n. 25255 del 14 febbraio 2012, CED Cass. n. 253099).

1.3. Il giudice di legittimità ha, pertanto, ai sensi del novellato art. 606 c.p.p., il compito di accertare (Cass. pen., Sez. VI, sentenza n. 35964 del 28 settembre 2006, CED Cass. n. 234622; Sez. III, sentenza n. 39729 del 18 giugno 2009, CED Cass. n. 244623; Sez. V, sentenza n. 39048 del 25 settembre 2007, CED Cass. n. 238215; Sez. II, sentenza n. 18163 del 22 aprile 2008, CED Cass. n. 239789):

(a) il contenuto del ricorso (che deve contenere gli elementi sopra individuati);

(b) la decisività del materiale probatorio richiamato (che deve essere tale da disarticolare l’intero ragionamento del giudicante o da determinare almeno una complessiva incongruità della motivazione);

(c) l’esistenza di una radicale incompatibilità con l’iter motivazionale seguito dal giudice di merito e non di un semplice contrasto;

(d) la sussistenza di una prova omessa od inventata, e del c.d. “travisamento del fatto”, ma solo qualora la difformità della realtà storica sia evidente, manifesta, apprezzabile ictu oculi ed assuma anche carattere decisivo in una valutazione globale di tutti gli elementi probatori esaminati dal giudice di merito (il cui giudizio valutativo non è sindacabile in sede di legittimità se non manifestamente illogico e, quindi, anche contraddittorio).

1.4. È anche inammissibile il motivo in cui si deduca la violazione dell’art. 192 c.p.p., anche se in relazione agli artt. 125 e 546, comma 1, lett. e), c.p.p., per censurare l’omessa od erronea valutazione di ogni elemento di prova acquisito o acquisibile, in una prospettiva atomistica ed indipendentemente da un raffronto con il complessivo quadro istruttorio, in quanto i limiti all’ammissibilità delle doglianze connesse alla motivazione, fissati specificamente dall’art. 606, comma 1, lett. e), c.p.p., non possono essere superati ricorrendo al motivo di cui all’art. 606, comma 1, lett. c), c.p.p., nella parte in cui consente di dolersi dell’inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità (Cass. pen., Sez. VI, sentenza n. 45249 dell’8 novembre 2012, CED Cass. n. 254274).

LA NECESSARIA SPECIFICITÀ DEL RICORSO PER CASSAZIONE.

2. La giurisprudenza di questa Corte Suprema è, condivisibilmente, orientata nel senso dell’inammissibilità, per difetto di specificità, del ricorso presentato prospettando vizi di motivazione del provvedimento impugnato, i cui motivi siano enunciati in forma perplessa o alternativa (Sez. VI, sentenza n. 32227 del 16 luglio 2010, CED Cass. n. 248037: nella fattispecie il ricorrente aveva lamentato la “mancanza e/o insufficienza e/o illogicità della motivazione” in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari posti a fondamento di un’ordinanza applicativa di misura cautelare personale; Sez. VI, sentenza n. 800 del 6 dicembre 2011 – 12 gennaio 2012, Bidognetti ed altri, CED Cass. n. 251528).

Invero, l’art. 606, comma 1, lett. e), c.p.p. stabilisce che i provvedimenti sono ricorribili per “mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione, quando il vizio risulta dal testo del provvedimento impugnato ovvero da altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame”.

La disposizione, se letta in combinazione con l’art. 581, comma 1, lett. c), c.p.p. (a norma del quale è onere del ricorrente “enunciare i motivi del ricorso, con l’indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta”) evidenzia che non può ritenersi consentita l’enunciazione perplessa ed alternativa dei motivi di ricorso, essendo onere del ricorrente di specificare con precisione se la deduzione di vizio di motivazione sia riferita alla mancanza, alla contraddittorietà od alla manifesta illogicità ovvero a una pluralità di tali vizi, che vanno indicati specificamente in relazione alle varie parti della motivazione censurata.

Il principio è stato più recentemente accolto anche da questa sezione, a parere della qual “È inammissibile, per difetto di specificità, il ricorso nel quale siano prospettati vizi di motivazione del provvedimento impugnato, i cui motivi siano enunciati in forma perplessa o alternativa, essendo onere del ricorrente specificare con precisione se le censure siano riferite alla mancanza, alla contraddittorietà od alla manifesta illogicità ovvero a più di uno tra tali vizi, che vanno indicati specificamente in relazione alle parti della motivazione oggetto di gravame” (Sez. II, sentenza n. 31811 dell’8 maggio 2012, CED Cass. n. 254329).

Per tali ragioni la censura alternativa ed indifferenziata di mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione risulta priva della necessaria specificità, il che rende il ricorso inammissibile.

2.1. Infine, secondo altro consolidato e condivisibile orientamento di questa Corte Suprema (per tutte, Sez. IV, sentenza n. 15497 del 22 febbraio – 24 aprile 2002, CED Cass. n. 221693; Sez. VI, sentenza n. 34521 del 27 giugno – 8 agosto 2013, CED Cass. n. 256133), è inammissibile per difetto di specificità il ricorso che riproponga pedissequamente le censure dedotte come motivi di appello (al più con l’aggiunta di frasi incidentali contenenti contestazioni, meramente assertive ed apodittiche, della correttezza della sentenza impugnata) senza prendere in considerazione, per confutarle, le argomentazioni in virtù delle quali i motivi di appello non siano stati accolti.

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