Esecuzione Penale – Cassazione Penale 19/06/2017 N° 30638

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione I

Data: 19/06/2017

Numero: 30638

Testo completo della Sentenza Esecuzione penale – Cassazione penale 19/06/2017 n° 30638:

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Penale Sent. Sez. 1 Num. 30638 Anno 2017
Presidente: MAZZEI ANTONELLA PATRIZIA
Relatore: CAIRO ANTONIO
Data Udienza: 14/02/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
LOMBARDO FILIPPO nato il 15/04/1934 a MISILMERI
avverso l’ordinanza del 21/09/2015 del GIUD. SORVEGLIANZA di PALERMO
sentita la relazione svolta dal Consigliere ANTONIO CAIRO;
lette/sentite le conclusioni del PG
letta la requisitoria del Pubblico Ministero, in persona della dott.ssa Marilia Di
Nardo, Sostituto Procuratore generale della Repubblica presso questa Corte, la
quale ha concluso per la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Con provvedimento in data 8/4/2015 il Magistrato di sorveglianza di
Palermo respingeva la richiesta di remissione del debito avanzata nell’interesse di
Lombardo Filippo, relativamente alla condanna inflitta dalla Corte d’appello di
Palermo il 23/11/2004. Con successiva ordinanza, in data 21 settembre 2015, il
medesimo Magistrato di sorveglianza respingeva l’opposizione confermando il
provvedimento opposto.
2 Ricorre per cassazione Lombardo Filippo a mezzo del difensore di fiducia e
deduce le seguenti ragioni di doglianza.
Premette ai motivi di ricorso questione di legittimità costituzionale dell’art.
34 comma 2 cod. proc. pen., in riferimento agli artt. 3 e 111 comma 2 Cost.,
nella parte in cui non prevede che, nel procedimento di sorveglianza, per la
materia concernente la remissione del debito per le spese processuali (cui si
applica l’art. 667 comma 4 cod. proc. pen.), non possa partecipare al
procedimento ex art. 666 cod. proc. pen., a seguito dell’opposizione, lo stesso
Magistrato di sorveglianza che abbia emesso l’ordinanza opposta. Il quadro
normativo vigente prevede, infatti, che l’opposizione debba essere proposta e
trattata davanti allo stesso magistrato che ha respinto la domanda, nella fase
chiusa con il provvedimento de plano.
La procedura in esame contemplerebbe un contraddittorio scritto e non
orale, tanto che sull’istanza il Magistrato di sorveglianza provvede con ordinanza
comunicata al P.M. e notificata all’interessato. Le parti indicate, unitamente al
difensore, hanno facoltà d’opposizione innanzi allo stesso giudice, con la
conseguenza che, a giudizio del ricorrente, sarebbe evidente la violazione
dell’art. 111 comma 2 Cost., che sancisce il principio secondo cui il processo si
svolge davanti a un giudice terzo e imparziale.
Tale non sarebbe il giudice che si sia già pronunciato sulla questione. Lo
stesso lessico normativo, invero, evoca, da un lato, il concetto di impugnazione
(…contro l’ordinanza possono proporre opposizione…) e, dall’altro, chiama a
pronunciarsi sulla vicenda il medesimo decidente che risulta aver già espresso il
suo giudizio. Ciò renderebbe ardua l’ipotesi che costui possa cambiare idea.
La questione prospettata, osserva il ricorrente, risulta rilevante. Se accolta,
infatti, determinerebbe l’annullamento del provvedimento, emesso da un giudice
incompatibile al giudizio.
2.1. Si deduce, con il primo motivo di ricorso, la violazione dell’art. 6 del
d.p.r.115/2002. La motivazione dell’ordinanza non aveva tenuto presente
l’ammontare del debito e le condizioni reddituali dell’istante. La cartella con cui
era stato richiesto il pagamento del debito era pari a circa 900 mila euro. Già
precedenti cartelle per circa 100.000 euro in quel procedimento erano state
notificate all’istante e il debito relativo era stato rimesso, con una situazione
economica pressoché identica a quella attuale. Il Lombardo era pensionato e
usufruttuario di beni immobili per il 50% – beni di cui riceveva i canoni di
locazione -. La situazione economica era rimasta immutata sostanzialmente ad
eccezione dell’accrescimento esiguo di alcune quote ereditarie su immobili per il
sopraggiunto decesso, nell’anno 2013, della sorella, Lombardo Carmela. In
particolare l’istante percepiva una pensione di circa 4000 euro annui ed era
usufruttario del 50% dell’abitazione in Misilmeri ove viveva con la moglie (titolare
della quota residua del diritto reale di godimento).
Il primo provvedimento ed il secondo, reso all’esito dell’opposizione, erano
affetti da alcuni punti di travisamento.
Il primo richiamava la vendita di un fabbricato per la somma di 135.000
euro, vendita che si postulava posta in essere dal Lombardo. Con l’opposizione
si era dimostrato che il bene era in communio pro indiviso e che erano quattro i
comproprietari. Sul punto alcuna motivazione era stata data nel provvedimento
con cui si era inteso respingere l’opposizione e, soprattutto, non si era
confrontato il giudice a quo con il contenuto dell’opposizione stessa.
Ancora degli undici beni che si erano ritenuti appartenere all’istante si era
omesso di osservare che uno non era di proprietà del ricorrente (quello in
particolare di via Mordini) e che gli altri, indicati ai punti 6, 7 e 8 della nota della
Guardia di Finanza, riguardavano la casa di abitazione del Lombardo. Era, poi,
stato considerato un lastrico solare come un fabbricato e non si era egualmente
tenuto presente che la scuderia fosse in quota d’usufrutto al 50%. Su altri tre
fabbricati le quote erano, parimenti, esigue (9/54 e 108/810). Altri tre
appartamenti erano al 50% in usufrutto con il coniuge.
Non v’era, pertanto, dubbio, a giudizio del ricorrente, che il pagamento del
debito avrebbe stravolto le condizioni di bilancio familiare in considerazione del
valore del debito. Del resto, nel caso di specie, non avrebbe potuto trovare
applicazione l’art. 535 cod. proc. pen. nella formulazione anteriore alla legge
69/2009.
2.2. Con il secondo motivo si censura la motivazione del provvedimento e si
duole il ricorrente della mancata indicazione delle ragioni per le quali il
pagamento del debito non avrebbe comportato alcuna preclusione al
soddisfacimento delle elementari esigenze di vita.
3. Il 4.5.2016 è stata depositata memoria difensiva con cui si ribadiscono
gli argomenti svolti ed in particolare la questione di legittimità costituzionale,
oltre alle ragioni addotte a sostegno del primo e secondo motivo di ricorso.

OSSERVA IN DIRITTO
1. Il ricorso è fondato nei limiti e per quanto si passa ad esporre.
1.1. Per ragioni d’ordine logico-sistematico va affrontata in via preliminare la
questione di costituzionalità che ha indubbio carattere pregiudiziale rispetto ai
temi ulteriori anche prospettati con il mezzo di impugnazione.
Dubita il ricorrente della conformità a Costituzione dell’art. 34 comma 2
cod. proc. pen., nella parte in cui non prevede l’incompatibilità a partecipare al
giudizio di opposizione – ex art. 667 comma 4 cod. proc. pen. – del medesimo
giudice che abbia emesso il provvedimento opposto.
La procedura semplificata risulta applicabile alla decisione del Magistrato di
sorveglianza, sull’istanza di remissione del debito, per effetto del rinvio ad essa
operato dall’alt 678 comma 1 bis cod. proc. pen.. La mancata previsione di una
“incompatibilità al giudizio d’opposizione” violerebbe, secondo il ricorrente, i
principi di imparzialità, terzietà e uguaglianza di cui agli artt. 111 e 3 Cost.
La questione è manifestamente infondata.
La legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2 ha interpolato il comma 2
dell’art. 111 Cost., inserendo le categorie di “terzietà” e di “imparzialità” del
giudice, quali parametri d’attuazione del “giusto processo”. La distinzione si
rimette ai concetti di imparzialità “soggettiva” e “oggettiva” (terzietà in senso
stretto) (Corte EDU, 01/10/1982, Piersack c. Belgio; Corte EDU, 10/06/1996,
Pullar c. Regno Unito) collegati alla necessità di evitare, da un lato, che
convincimenti personali espressi dal Giudice possano condizionare il giudizio cui
costui è chiamato e, dall’altro, che la compromissione possa trarre scaturigine da
sovrapposizione di ruoli o funzioni assolte nel medesimo procedimento.
Le incompatibilità enucleano “casi” in oggettiva funzione di salvaguardia del
ruolo del giudice, a tutela delle parti e d’una decisione che risulti emessa da un
organo supra partes.
Il perimetro delle incompatibilità, contemplato dall’art. 34 cod. proc. pen.,
opera secondo due tracciati opposti, l’uno verticale (comma 1) e l’altro orizzontale
(comma 2). Il primo accomuna le incompatibilità che emergono in “gradi” diversi
del procedimento. Il secondo si dispiega in linea orizzontale ed enuclea,
contrariamente, le cause d’incompatibilità che, in ordinario, operano nel medesimo
grado del procedimento.
Recentemente la Corte costituzionale (sent. 09/07/2013, n. 183) ha esteso
la portata delle incompatibilità cd. “verticali” (art. 34 comma 1 cod. proc. pen.),
previste espressamente soltanto per la sentenza, all’ipotesi in cui il giudice del
rinvio, a seguito di annullamento, sia stato investito della decisione su vicenda in
cui abbia già pronunciato ordinanza di accoglimento o rigetto della continuazione
in executivis.
L’art. 34, comma 2, cod. proc. pen. disciplina le situazioni di incompatibilità
c.d. “orizzontale”, che si verificano nell’ambito del medesimo “grado” del
procedimento e nella medesima “fase”.
Risultando le cause anzidette funzionalmente legate al concetto di
imparzialità del decidente (Corte cost. n. 124 del 1992) nel tracciarne il
fondamento si è annotato come non integri pregiudizio la mera «conoscenza» o
«valutazione» di atti, ma che occorre una valutazione in funzione decisoria e non
meramente formale, in ordine allo svolgimento del processo (Corte Cost., sent.
24/03/1996, n. 131, § 3.1.). Si è, poi, spiegato che le «valutazioni di merito»
pregiudicanti devono appartenere “a fasi diverse del processo”. Ciò perché in
ciascuna di esse è preservata anche l’esigenza di continuità e di globalità dell’iter
procedimentale, con la conseguenza che il giudice, chiamato al giudizio di merito,
non incorre in incompatibilità quando compie valutazioni preliminari, anche di
merito, destinate a sfociare in quella conclusiva. Ragionando diversamente si
determinerebbe una “frammentazione” del procedimento stesso, con la
conseguenza di dover disporre, per la medesima fase del giudizio, di tanti giudici
diversi, quanti sono gli atti da compiere (Corte Cost., sent. n. 131 del 1996, §
3.1).
In questa logica, dunque, le «valutazioni di merito» per assumere crismi
pregiudicanti devono appartenere “a fasi diverse del processo”.
1.1.2. Ciò posto deve osservarsi quanto segue.
Il giudizio di cui all’art. 667 comma 4 cod. proc. pen. ha natura
semplificata e condivide una struttura solo eventualmente bifasica.
La duplicità delle sotto-fasi che possono seguire all’istanza in executivis e la
relativa diversità dei momenti di cognitio non esclude, invero, l’unitarietà del
procedimento stesso che, in rito, resta tale anche all’esito della spiegata
opposizione. La prima decisione, assunta de plano – ed in virtù di un confronto
sul tema decidendum puramente cartolare, senza contraddittorio personale – è
destinata ad essere superata dall’eventuale opposizione, su cui il giudice è
chiamato a decidere, secondo un criterio che gli attribuisce la competenza, in
ragione d’un riparto di natura funzionale.
L’opposizione è, pertanto, una fase soltanto eventuale rimessa all’iniziativa
discrezionale dell’opponente che, in difetto, si troverebbe al cospetto della
formazione del giudicato sul contenuto del provvedimento non opposto. Non si
tratta, tuttavia, di un distinto procedimento o di una fase indipendente e
necessaria, attraverso cui si realizza la stabilità del decisum. Essa rappresenta,
piuttosto, un segmento procedimentale, attraverso cui si attua il contraddittorio
eventuale e differito, per volere della parte stessa, che intenda chiedere una
rivalutazione della decisione, così trasformando il rito semplificato – con connotati
di specialità – in un ordinario giudizio di esecuzione, all’esito del quale si
consoliderà la decisione suscettibile d’impugnazione e di giudicato.
La giurisprudenza di questa Corte ha, infatti, spiegato che l’opposizione ai
provvedimenti del giudice dell’esecuzione prevista dagli artt.667, comma 4, e 676,
comma 1, cod. proc. pen. non ha natura di mezzo di impugnazione, bensì di
istanza diretta al medesimo giudice allo scopo di ottenere una decisione in
contraddittorio (Sez. U, sentenza n. 3026 del 28/11/2001 Cc. (dep. 25/01/2002)
Caspar Hawke, Rv. 220577). Affermazione siffatta pone le premesse per escludere
che, nella specie, vi siano i presupposti per prefigurare una forma di
incompatibilità di tipo verticale a carattere cd. ascendente, ex art. 31 comma 1
cod. proc. pen..
Ciò perché si resta nell’ambito di un unico procedimento (a struttura solo
eventualmente bifasica) nel cui contesto la decisione non reca pregiudizio alcuno
ai canoni di terzietà e d’imparzialità. La statuizione interinale, all’esito della fase
de plano, formalizzata l’opposizione, non si consolida e perde ogni significato,
instaurandosi il rito ordinario, a contraddittorio pieno, come richiesto dalla parte
con la spiegata opposizione.
Il procedimento, dunque, all’esito dell’opposizione, non si articola in fasi
strutturalmente distinte (che mantengono, cioè, un’autonomia ontologica sul
piano del rito); piuttosto, esso si unifica e resta privo di soluzione di continuità
nel suo progredire. Ciò esclude, dunque, che la fase postuma, d’attuazione
puramente eventuale, sia una revisione impugnatoria della precedente; essa si
pone, piuttosto, come naturale prosieguo della prima, secondo un modello
unificato, il cui sviluppo risulta rimesso esclusivamente alla volontà
dell’opponente.
Queste premesse escludono forme di incompatibilità, anche di tipo
orizzontale, proseguendo il giudizio iniziale, nel contraddittorio tra le parti e in
piena cognitio camerale. Le valutazioni espresse assumono carattere interinale e
contenuto decisorio intrinsecamente rivedibile, proprio in ragione della specialità
del rito esecutivo, previsto nella sua forma semplificata, e della possibile
opposizione che supera la decisione interinale ed instaura il modello ordinario.
Proprio i principi di continuità e di globalità in funzione della decisione, oltre
che di non frammentazione del procedimento, impongono la regola di competenza
funzionale, scritta nell’art. 667 comma 4 cod. proc. pen., prescrivendo che
l’opposizione avvenga, nei quindici giorni, innanzi allo stesso giudice che abbia
emesso il provvedimento interinale e che debba assumere quello conclusivo,
senza che si possa prefigurare incompatibilità pur a fronte di valutazioni
preliminari, sia pur afferenti il merito, destinate a sfociare in quello definitivo
(Corte Cost., sent. n. 131 del 1996, § 3.1.).
Del resto, la giurisprudenza di questa Corte ha già più volte affermato il
principio secondo cui “il giudice che ha adottato il provvedimento de plano non è
incompatibile a pronunciarsi sull’opposizione ai sensi dell’art. 667, comma quarto,
cod. proc. pen. avverso il medesimo provvedimento” (Cass. Sez. 1, n. 14928 del
21/02/2008, Rv. 240165; conforme Cass. Sez. 6, n. 32419, del 15/07/2009, Rv.
245198; Sez. 1, sentenza n. 18872 del 17/03/2016 Cc. (dep. 05/05/2016),
Cinquegrana, Rv. 267021).
Si comprende allora come, nella specie, da un lato non ricorrano i
presupposti d’una causa d’incompatibilità non contemplata dall’art. 34 comma 2
cod. proc. pen. e, dall’altro, come la questione di costituzionalità prospettata sul
punto sia manifestamente infondata e debba essere disattesa.
2. Venendo all’esame delle questioni ulteriori dedotte con il ricorso in
esame si deve osservare quanto segue.
Non condivide, innanzitutto, questo collegio la tesi esposta dal Procuratore
generale, che pur troverebbe supporto in un precedente di questa Corte, secondo
cui il provvedimento de quo sarebbe impugnabile per sola violazione di legge (Sez.
1, ord. nr. 33620/15, 18/9/2014 dep. 30/7/2015, Bordonaro).
In particolare, trattandosi di provvedimento emesso dal Magistrato di
sorveglianza non risulterebbe deducibile il vizio di motivazione, salvo per l’ipotesi
in cui essa risulti omessa.
L’art. 236 disp. coord. cod. proc. pen. farebbe, invero, salva l’applicabilità
delle disposizioni di cui alla legge 26 luglio 1975, n. 354 – diverse da quelle di cui
al capo 2-bis del titolo 2 della stessa legge – per le materie di competenza del
Tribunale di sorveglianza. La norma non reca alcun riferimento alle materie di
competenza del Magistrato di sorveglianza. Da ciò deriva che l’art. 71-ter Ord.
Pen., contenuto nel capo 2 bis del titolo 2 della stessa legge, non sarebbe
derogato per le competenze del Magistrato di sorveglianza, di guisa che il
ricorso per cassazione risulta in questi casi esperibile solo per violazione di legge.
Il trasferimento delle norme sul procedimento di sorveglianza dalla legge
penitenziaria al codice di procedura penale ha indiscutibilmente posto problemi di
coordinamento tra le due normative. A quei problemi si è tentato di dare soluzione
proprio con l’art. 236 disp. coord. cod. proc. pen., la cui ratio evidente era quella
di garantire l’ultrattività delle numerose disposizioni processuali presenti nella
legge penitenziaria e non transitate nel codice di rito (norme diverse da quelle
contenute nel capo II-bis del titolo II della legge stessa). In questa logica ed a
prescindere dalla soluzione che le disposizioni di cui agli artt. 71-71 sexies Ord.
pen. possano ritenersi definitivamente abrogate, perché sostituite dagli artt. 678 e
666 cod. proc. pen., si deve, comunque, annotare che non sarebbe condivisibile
un ragionamento volto a validare l’interpretazione secondo cui nel procedimento
innanzi al Magistrato di sorveglianza, sia legittimo integrare il quadro normativo di
riferimento con le disposizioni di cui agli artt. 71 e ss Ord. pen., ora ricavandone
una disciplina combinata a quella dettata dagli artt. 666 e 678 cod. proc. pen.,
ora una regolamentazione per specificazione – che aggiunge o riduce elementi e
presupposti di tutela – incidendo e conformandone l’ambito di operatività.
A parte i profili in cui le norme stesse presentano tratti di incompatibilità con
il quadro sopravvenuto (basterebbe richiamare i rinvii alle disposizioni del codice
del 1930) e quelli che pur farebbero propendere per un fenomeno abrogativo
(art. 15 disp. prel. cod. civ.) va precisato che il legislatore del 2014, proprio
intervenendo sulla materia in esame, ha riformulato ex novo l’art. 678 comma 1
cod. proc. pen. La novella, attuata con il d.l. 23 dicembre 2013, n. 146,
convertito con modificazioni nella legge 21 febbraio 2014, n. 10, ha introdotto lo
statuto processuale da seguire per le decisioni del Tribunale di sorveglianza e del
Magistrato di sorveglianza ed operando rinvio all’art. 666 cod. proc. pen. ed in
alcune materie specifiche all’art. 667 comma 4 cod. proc. pen., ha inteso
assoggettare l’intera materia ad una nuova disciplina, che non lascia residuare
spazi interpretativi da cui inferire una forza ultrattiva degli artt. 71 e ss I.
penitenziaria.
Del resto, diversificazioni significative da riservare ai procedimenti di
competenza monocratica rischierebbero di legittimare interpretazioni poco
ragionevoli, proprio sui temi e sui nuclei centrali dell’effettività della difesa
giurisdizionale. Non sarebbe, infatti, immediatamente spiegabile la ragione per la
quale i provvedimenti del Magistrato di sorveglianza dovrebbero essere ricorribili
per cassazione per sola violazione di legge, mentre quelli collegiali del Tribunale
di sorveglianza potrebbero essere censurati anche per l’aspetto afferente il vizio
di motivazione. Ciò nonostante uno statuto normativo comune in rito, che per
entrambi contempla la ricorribilità, attraverso le medesime disposizioni regolatrici
(artt. 678 e 666 cod. proc. pen.) ed al cospetto dei tipici vizi di legittimità (art.
606 cod. proc. pen.).
3. Ciò posto, il provvedimento impugnato non risulta sorretto da una
motivazione adeguata e non provvede ad uno scrutinio dei presupposti che il
Magistrato di sorveglianza avrebbe, contrariamente, dovuto esaminare per
verificare se ricorressero le condizioni per la remissione del debito.
Questa Corte ha avuto modo di evidenziare che il giudice, investito della
richiesta di remissione del debito per le spese processuali e di mantenimento in
carcere del condannato che abbia sofferto un periodo di detenzione, deve operare
una valutazione complessiva e con criteri di ragionevolezza delle condizioni
economiche del richiedente che tenga conto degli effetti dell’adempimento della
pretesa erariale sulle condizioni di vita dell’interessato e sulle conseguenze
relative alle finalità costituzionali della detenzione (Sez. 1, sentenza n. 13611 del
13/03/2012 Cc. (dep. 2012), Valenti, Rv. 252292).
Nella specie, il Magistrato di sorveglianza in funzione della decisione sulla
istanza di remissione del debito ha dato atto della “regolare condotta”, tenuta
durante il periodo di sia pur breve restrizione carceraria, e della successiva
astensione da condotte devianti.
Piuttosto, il provvedimento impugnato non ha fatto corretta applicazione dei
principi sottesi all’evoluzione interpretativa operata nel tempo dal giudice di
legittimità, in relazione all’istituto della remissione del debito. Si è, invero, anche
affermato che la disponibilità di risorse economiche in grado di soddisfare il debito
erariale non escluderebbe di per sé lo stato di disagio economico, (Cass., Sez. 1,
3.06.1997 n. 2932; Cass., Sez. 1, 15 febbraio 2008, Scaturchio) allorché
l’adempimento del debito determinerebbe per il debitore gravi difficoltà nel far
fronte ad elementari esigenze di vita. Lo stato di indigenza ricorrerebbe, infatti,
nell’ipotesi in cui l’adempimento, comportando un notevole squilibrio del bilancio
domestico, determinerebbe una seria compromissione delle possibilità di recupero
e di reinserimento sociale dell’interessato. Senza omettere la fondamentale
considerazione, sempre affermata dal giudice di legittimità (Cass. pen. 8 marzo
1994, Spagnolo) che il requisito delle disagiate condizioni economiche non va
inteso nel senso che sia necessario uno stato di assoluta indigenza, essendo
sufficiente una situazione caratterizzata da difficoltà e ristrettezze economiche
che, in riferimento a parametri di normalità, non consentono di far fronte alle
fondamentali esigenze di vita.
Nel caso di specie il debito erariale si aggira intorno alla somma di 900.000
euro, importo considerevole, che avrebbe imposto al giudice a quo, investito
della domanda di remissione del debito, una valutazione complessiva circa le
condizioni economiche del richiedente stesso, da operare con criteri di
ragionevolezza, non disgiunti da una verifica sugli effetti dell’adempimento della
pretesa erariale sulle condizioni di vita dell’interessato.
A fronte delle deduzioni difensive il decidente avrebbe avuto onere di
confrontarsi con gli argomenti dedotti e, soprattutto, di operare una comparazione
concreta tra il debito erariale e il valore effettivo del patrimonio dell’istante (solo
formalmente ricostruito e richiamato operando rinvio agli accertamenti della
polizia tributaria). Ciò in funzione di uno scrutinio concreto sulla possibilità e sulla
capacità di estinguere il debito erariale, senza subire pregiudizio irreversibile per
le condizioni di vita individuali ed essenziali.
Contrariamente il provvedimento impugnato si limita a richiamare in
maniera complessiva ed indistinta i beni immobili, senza dare conto delle diverse
(e spesso ridotte) quote nella titolarità dell’istante, così omettendo di spiegare le
ragioni in virtù delle quali si è giunti ad affermare che l’estinzione del debito
erariale, nonostante la sua rilevante entità, non comportasse un serio e rilevante
squilibrio del bilancio domestico, tale da compromettere le stesse esigenze
connesse al recupero sociale del medesimo istante.
Alla conclusione indicata, infatti, si perviene senza aver preventivamente
operato una valutazione del patrimonio richiamato e del suo stesso valore
economico, antecedente logico-materiale necessario per operare la verifica di tipo
comparativo richiesta nella fattispecie.
Alla stregua delle esposte considerazioni l’ordinanza impugnata va annullata
con rinvio al Magistrato di sorveglianza di Palermo perché riesamini la domanda
del ricorrente alla luce dei principi e dei rilievi innanzi indicati.

P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Magistrato di
sorveglianza di Palermo.
Così deciso in Roma, il 14 febbraio 2017

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