Esecuzione Delle Pene – Cassazione Penale 05/07/2017 N° 32720

Esecuzione delle pene – Cassazione penale 05/07/2017 n° 32720 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 05/07/2017

Numero: 32720

Testo completo della Sentenza Esecuzione delle pene – Cassazione penale 05/07/2017 n° 32720:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

Penale Sent. Sez. 6 Num. 32720 Anno 2017
Presidente: IPPOLITO FRANCESCO
Relatore: MOGINI STEFANO
Data Udienza: 03/07/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Priore Michele, nato a Modugno il 18/5/1962,
avverso la sentenza pronunciata dalla Corte di appello di Bari il 5/5/2017
visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Stefano Mogini;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
Generale Ciro Angelillis, che ha concluso per il rigetto del ricorso;
udito in difesa del ricorrente l’Avv. Andrea Casto, che ha insistito per
l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Priore Michele ricorre per mezzo del suo difensore di fiducia avverso la
sentenza in epigrafe, con la quale la Corte di appello di Bari ha accolto la
richiesta di consegna del ricorrente avanzata dall’Autorità giudiziaria francese
sulla base di mandato di arresto europeo emesso dalla Procura della Repubblica
presso il Tribunale di Grande Istanza di Lille in data 28/1/2017 per i reati di
furto e tentativo di furto in banda organizzata, commessi in diversi luoghi in
Francia dal 5/11/2014 al 27/4/2015, e associazione per delinquere, in Francia
durante l’anno 2014 e fino al 12/11/2015.
2. Il ricorrente censura la sentenza impugnata deducendo i seguenti motivi.
2.1. Travisamento della prova e vizi di motivazione in relazione all’asserita
identificazione del Priore tramite impronte e profilo DNA, invero inesistenti. Il
provvedimento impugnato fa inoltre riferimento alla trasmissione da parte
dell’A.G. francese degli interrogatori di coimputati di cui non v’è traccia in atti.
Elementi questi che rendono incerta la piattaforma indiziaria valutata a carico del
ricorrente.
2.2. Inosservanza dell’art. 18, lett. t) L. 69/2005 per avere la Corte
territoriale ritenuto sufficienti, ai fini della motivazione del m.a.e. in esame, i soli
atti di indagine indicativi della presenza del ricorrente in Francia il 26 e 27
ottobre 2015 anche in relazione alla sua ipotizzata partecipazione ad una
associazione per delinquere finalizzata alla commissione di furti sul territorio
francese in periodo antecedente alla sua presenza in Francia.
2.3. Inosservanza dell’art. 7 L. 69/2005 per avere la Corte territoriale
erroneamente ritenuto che sussista la doppia incriminabilità per il reato di
associazione di malfattori punito dall’art. 450/1 del codice penale francese
laddove esso non corrisponde alla fattispecie di cui all’art. 416 cod. pen., bensì
all’accordo per commettere un reato non seguito dalla effettiva commissione
dello stesso, di cui all’art. 115 cod. pen.
2.4. Violazione e erronea applicazione dell’art. 18, comma 1, lett. p), L. n.
69 del 22/4/2005 e vizi di motivazione, riferendosi il reato di associazione a
delinquere contemplato nel m.a.e. a un sodalizio criminale costituito, operante e
sviluppato sul territorio italiano, potendosi certamente ritenere che i soggetti
attinti dallo stesso provvedimento restrittivo francese, tutti residenti e dimoranti
nella provincia di Bari, si siano accordati prima in Italia per ritrovarsi poi tutti il
26 e il 27 ottobre 2015 presso Goussainville per un unico e comune scopo,
sicché la gran parte, o comunque un frammento obiettivamente apprezzabile,
dell’attività dell’ipotizzato sodalizio criminale è stata pianificata e organizzata in
territorio italiano, con conseguente integrazione della causa di rifiuto della
consegna prevista nella norma citata.

CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Il ricorso è infondato.
3.1. Sono infondati i primi due motivi di ricorso.
In tema di mandato di arresto europeo, l’autorità giudiziaria italiana, ai fini
della riconoscibilità del presupposto dei gravi indizi di colpevolezza, deve limitarsi
a verificare che il mandato sia, per il suo contenuto intrinseco o per gli elementi
raccolti in sede investigativa, fondato su un compendio indiziario che l’autorità
giudiziaria emittente abbia ritenuto seriamente evocativo di un fatto-reato
commesso dalla persona di cui si chiede la consegna
(Sez. U, n. 4614 del 30/01/2007, Rannoci, Rv. 235348).
Pertanto, non è necessario che il mandato di arresto contenga una
elaborazione dei dati fattuali che pervenga alla conclusione della gravità
indiziaria, ma è necessario e sufficiente che le fonti di prova relative all’attività
criminosa ed al coinvolgimento della persona richiesta – emergenti dal contenuto
intrinseco del mandato o, comunque, dall’attività supplementare inviata
dall’autorità emittente – siano astrattamente idonee a fondare la gravità
indiziaria, sia pure con la sola indicazione delle evidenze fattuali a suo carico,
mentre la valutazione in concreto delle stesse è riservata all’autorità giudiziaria
del paese emittente (Sez. 6, n. 44911 del 06/11/2013, Stoyanov, Rv. 257466).
Nel caso di specie appaiono allo scopo del tutto adeguati i dati emergenti dal
m.a.e., secondo i quali le indagini condotte in territorio francese hanno permesso
di dimostrare che Priore e i suoi complici, questi ultimi personalmente coinvolti in
furti dello stesso tipo commessi nel corso del 2015 e nel marzo del 2016 e per
questo anche arrestati in flagranza in territorio francese, hanno posto in essere
nell’ottobre 2015 numerosi sopralluoghi di distributori automatici di banconote
Bancomat nel Dipartimento francese Senna e Marna. Priore è stato tra l’altro
oggetto di riconoscimento formale sulla base di videoripresa effettuata di fronte
all’albergo a partire dal quale venivano condotti i sopralluoghi. Tali elementi,
puntualmente richiamati nella sentenza in esame e comunque apprezzabili da
questa Corte, alla quale in subiecta materia sono attribuite anche funzioni di
merito, consentono infatti di ricostruire dettagliatamente le condotte delittuose
ascritte al soggetto e indicano le relative fonti di prova a carico, la cui
valutazione è appunto riservata all’autorità giudiziaria francese e potrà
dall’interessato essere contestata nel procedimento dinanzi alla stessa pendente.
Il Collegio osserva inoltre, in ordine alla pretesa violazione dell’art. 18, lett.
t) L. 69/2005 evocata nel secondo motivo di ricorso, che la norma testé citata si
riferisce alla mancanza di motivazione del provvedimento cautelare in base al
quale il mandato d’arresto europeo è stato emesso e non già al contenuto stesso
del m.a.e., di cui si duole il ricorrente e del quale si è sopra giustificata la piena
adeguatezza per tutti i reati contestati. Sotto tale profilo, dunque, il motivo di
ricorso, prima che infondato, risulta essere del tutto aspecifico.
3.2. Il terzo motivo di ricorso è generico e manifestamente infondato. Con
esso si assume infatti l’assenza del requisito della doppia incriminazione sulla
base di una inesistente, e apoditticamente affermata, riconducibilità della
condotta associativa di cui all’art. 450-1 del codice penale francese (associazione
di malfattori) all’accordo, non punibile, per la commissione di un reato di cui al
primo comma dell’art. 115 cod. pen.
Deve al contrario rilevarsi, in via preliminare, che la condizione della doppia
incriminazione non postula l’esatta corrispondenza della configurazione
normativa e del trattamento della fattispecie, ma solo la applicabilità della
sanzione penale, in entrambi gli ordinamenti, ai fatti per cui si procede. Va poi
altresì rilevato che l’art. 450-1 del codice penale francese punisce a titolo di
associazione di malfattori ogni gruppo formato o accordo stabilito in vista della
commissione di uno o più delitti che si sia concretizzata nella realizzazione di uno
o più fatti. Dal canto suo, la fattispecie di cui all’art. 416 bis cod. pen. punisce i
partecipi (e i capi, i promotori, gli organizzatori…) dell’associazione per il solo
fatto di partecipare al sodalizio (o di averlo promosso, organizzato o diretto…),
con espressa deroga alla non punibilità dell’accordo di cui al primo comma
dell’art. 115 cod. pen., a sua volta espressamente limitata da coerente clausola
di esclusione (“Salvo che la legge disponga altrimenti…”). Sicché la fattispecie
dell’associazione di malfattori francese appare in concreto sovrapponibile all’area
delle condotte associative di cui all’art. 416 cod. pen. Senza contare che le
disposizioni di cui all’art. 8 della L. 69/2005 escludono il controllo della doppia
incriminazione relativamente ad un ampio catalogo di reati soggetti alla
consegna obbligatoria, quali definiti dalla legge dello Stato membro emittente, se
in detto Stato membro il massimo della pena o della misura di sicurezza
privative della libertà per tali reati, come nel caso di specie, è pari o superiore a
tre anni. Tra tali reati la norma citata comprende, appunto, la partecipazione a
un’organizzazione criminale, categoria alla quale, come si è visto, pertengono sia
la fattispecie dell’associazione di malfattori francese che quella italiana di cui
all’art. 416 cod. pen.
Invero, in tema di mandato di arresto europeo, l’elencazione dei reati che
danno luogo a consegna indipendentemente dalla doppia incriminazione,
contenuta nel modello allegato alla decisione quadro del Consiglio del 13 giugno
2002, non è indicativa di una specifica qualificazione giuridica del fatto, quanto
piuttosto dell’appartenenza ad una categoria di delitti, secondo una tecnica
descrittiva che tiene conto della necessità di rendere comprensibile l’oggetto del
procedimento penale nei rapporti tra ordinamenti dei diversi Paesi dell’Unione
europea (cfr. sentenza Corte di giustizia UE, 3 maggio 2007, in causa C-303/05;
Sez. 6, n. 43536 del 14/10/2014, Gonzales, Rv. 260441).
3.3. Privo di pregio è l’ultimo motivo di ricorso, che predica sulla base di
indimostrate presunzioni la costituzione e l’operatività in Italia del sodalizio
criminale ipotizzato nel m.a.e. in esame, che avrebbe proceduto sul territorio
nazionale alla pianificazione e all’organizzazione delle sporadiche “spedizioni”
oltrefrontiera.
Nessuna concludente efficacia dimostrativa può essere al riguardo attribuita
alla circostanza, evidenziata dal ricorrente e purtuttavia immediatamente
smentita dal contenuto del m.a.e. e degli atti trasmessi a corredo dall’A.G.
francese, secondo la quale tutti i coimputati nel procedimento francese sono
residenti o dimoranti nella provincia di Bari, trattandosi invero di soggetti di varia
nazionalità, taluni dei quali del tutto estranei al territorio italiano. Sicché
correttamente motivata deve ritenersi l’affermazione della Corte territoriale
secondo cui, a tutto voler concedere e in ogni caso, si sarebbe in presenza di
compagini criminali distinte che operavano separatamente e autonomamente,
rispondendo di più reati associativi colui il quale agisce per più consorterie
criminali, le quali, pur se tra loro collegate, conservano autonomia decisionale e
operativa (p. 3).
Allo stesso modo, l’esposizione dei fatti risultante dal mandato di arresto
europeo non riferisce al territorio italiano, neppure in parte, le condotte
criminose contestate col m.a.e. francese.
Invero, l’art. 18, lett. p) L. 69/2005 prevede che la consegna sia rifiutata se
il mandato d’arresto europeo riguarda reati che dalla legge italiana sono
considerati commessi in tutto o in parte nel suo territorio, o in luogo assimilato al
suo territorio. L’art. 6, comma 2, cod. pen. prevede che il reato si considera
commesso nel territorio dello Stato quando l’azione o l’omissione, che lo
costituisce, è ivi intervenuta in tutto o in parte, ovvero ivi si è verificato l’evento
che è la conseguenza dell’azione od omissione.
Ebbene, la Corte distrettuale ha correttamente rilevato che dal mandato di
arresto europeo si evince che l’autorità giudiziaria francese procede solo per una
pluralità di reati interamente commessi in Francia. Va sul punto rilevato che
effettivamente la documentazione francese fa specifico e unico riferimento a
condotte associative e concorsuali consumate in Francia e relative alla
realizzazione in territorio francese di furti consumati e tentati. Contestualmente
la Corte territoriale ha precisato che le fonti di prova acquisite si riferiscono solo
al contesto di tali specifici reati e non evidenziano la commissione, anche
parziale, delle relative condotte in Italia, essendo tra l’altro pacifica la
consumazione in Francia dei furti e da escludersi, per quanto sopra esposto,
l’operare organico dell’associazione criminale anche in Italia.
Va al riguardo sottolineato che perché operi la casistica del rifiuto di
consegna di cui all’art. 18, lett. p) L. 69/2005, in ragione della “territorialità”
italiana (art.6, comma 2 cod. pen.) del reato oggetto del m.a.e. estero è
indispensabile che l’eventuale concomitante (e potenzialmente preminente)
giurisdizione italiana emerga in termini di piena certezza sulla base di un quadro
fattuale che possa desumersi, in modo affidabile e non controverso, dagli stessi
elementi storici offerti dallo Stato di emissione del m.a.e.
(Sez. 6, n. 27825 del 30/06/2015, Ignat, Rv. 264055;
Sez. 6, n. 45914 del 12/11/2013, Uglava,
Rv. 257469; Sez. F, n. 35856 del 29/08/2013, Napolitano, Rv. 256720;
Sez. 6, n. 7580 del 25/02/2011, H., Rv. 249233; Sez. 6^, n. 45669 del
29/12/2010, Llanaj, Rv. 248973; Sez. F., 11.9.2008 n. 35288, Filippa, rv.
240719).
A tale proposito, il Collegio sottolinea l’esigenza che questo accertamento sia
condotto in modo particolarmente rigoroso, al fine di evitare la creazione di
situazioni di litispendenza internazionale prive di effettivo fondamento e una
sterile duplicazione dei procedimenti condotti per gli stessi fatti dagli uffici
giudiziari degli Stati membri dell’Unione Europea, con conseguente determinarsi
di aree perniciose di non effettività della giurisdizione penale all’interno dell’unico
Spazio Europeo di libertà, sicurezza e giustizia.
Orbene, il sopra evocato, concludente quadro fattuale è nel caso di specie
del tutto mancante e la valutazione della Corte territoriale volta alla verifica della
sussistenza della condizione ostativa alla consegna di cui all’art. 19, lett. p) deve
ritenersi del tutto fedele alla prospettazione dei fatti compiuta dall’Autorità
emittente, senza che risultino concrete e concludenti evidenze di segno
contrario.
Mancano pertanto le condizioni di fatto per affermare con piena certezza che
una parte delle condotte per le quali specificamente, e solo, si procede all’estero,
precisata in sufficienti estremi oggettivi e con riferimento a concludenti fonti di
prova, sia stata commessa in Italia, con ciò difettando l’unica condizione che
consentirebbe all’autorità giudiziaria nazionale di procedere esattamente per il
reato per il quale procede l’autorità giudiziaria straniera, così realizzandosi quel
peculiare effettivo e concreto contesto che, solo, fonda e spiega il rifiuto della
consegna di cui alla L. n. 69 del 2005, lett. p) (Sez. 6, n. 45524 del 20.12.2010;
Sez. F, n. 35288 dell’11.9.2008; Sez. 6, n. 40287 del 28-29.10.2008).
Dal rigetto del ricorso consegue ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen. la
condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
La Cancelleria provvederà agli adempimenti di cui all’art. 22, comma 5, L.
69/2005.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 22, comma 5, L.
69/2005.
Così deciso il 3/7/2017.

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine