Esecuzione – Cassazione Penale 18/10/2016 N° 44193

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione I

Data: 18/10/2016

Numero: 44193

Testo completo della Sentenza Esecuzione – Cassazione penale 18/10/2016 n° 44193:

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SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE – SENTENZA 18 ottobre 2016, n.44193 – Pres. Mazzei – est. Magi
RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di Appello di Palermo, quale giudice della esecuzione, con ordinanza emessa in data 18 novembre 2015 ha dichiarato inammissibile l’istanza proposta nell’interesse di D.M., tesa ad ottenere la revoca della sentenza di condanna emessa in data 25 marzo 2013 (divenuta definitiva il 9 maggio 2014) in riferimento a quanto previsto dall’art. 46 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (da ora in avanti Conv. Eur.) e dall’art. 673 c.p.p. (o art. 670).

Prima di rievocare – in sintesi – le ragioni di tale decisione, impugnata con il ricorso qui in trattazione, conviene evidenziare taluni segmenti della sequenza procedimentale che ha visto affermata la penale responsabilità di D.M. per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa (artt. 110 e 416 bis c.p.) commesso sino al (OMISSIS).

2. La decisione emessa in secondo grado dalla Corte di Appello di Palermo il 29 giugno del 2010 (in rapporto a quanto deciso dal Tribunale di Palermo in data 11 dicembre 2004) ha mandato assolto D.M. dal reato di concorso esterno nella associazione mafiosa denominata cosa nostra per l’arco temporale successivo al 1992 mentre ne ha affermato la penale responsabilità per il periodo antecedente (con assorbimento delle condotte di concorso esterno nella associazione semplice in quelle di concorso esterno nella associazione mafiosa, successive – queste ultime – al 28 settembre 1982) con condanna alla pena di anni sette di reclusione.

3. Questa Corte di Cassazione con sentenza emessa in data 9 marzo 2012 (num. 15727 del 2012) ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal Procuratore Generale territoriale avverso la parziale assoluzione (divenuta pertanto definitiva) ed ha annullato con rinvio la parte di decisione – a lui sfavorevole – che era stata impugnata dall’imputato.

4. La Corte di Appello di Palermo, quale giudice del rinvio, ha, con sentenza emessa in data 25 marzo 2013, nuovamente confermato la parziale affermazione di penale responsabilità del D. (per il reato di concorso esterno commesso sino all’anno 1992) con condanna dell’imputato alla pena di anni sette di reclusione.

5. Questa Corte di Cassazione con sentenza emessa in data 9 maggio 2014 (num. 28225 del 2014) ha respinto il nuovo ricorso proposto dal D. avverso la decisione emessa dal giudice del rinvio. La decisione del 25 marzo 2013 è pertanto divenuta definitiva ed è attualmente in esecuzione.

6. In rapporto al contenuto delle decisioni sin qui indicate, va in sintesi affermato che le contestazioni formulate a carico del D. erano così formulate: per il periodo decorso da epoca imprecisata fino al 28 settembre 1982, concorso eventuale (o c.d. esterno) nella associazione per delinquere ex art. 416 c.p., commi 1, 4 e 5, denominata cosa nostra, mettendo a disposizione della stessa l’influenza e il potere derivante dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, in tal modo partecipando al mantenimento ed al rafforzamento, oltre che alla espansione della associazione medesima: ciò attraverso la partecipazione a incontri con esponenti anche di vertice di cosa nostra, e intrattenendo, tramite essi (ossia tramite B.S., T.G., P.I., P.G., M.V., C.G., D.N.G., D.N.P., G.R. e R.S.), rapporti continuativi con l’associazione e, quindi, determinando nei capi di cosa nostra la consapevolezza della assunzione di responsabilità, da parte del D.M. medesimo, di assumere condotte volte ad influenzare, a vantaggio della associazione per delinquere, soggetti operanti nel mondo istituzionale e imprenditoriale; (…) per il periodo trascorso dal (OMISSIS) ad oggi (con affermazione di responsabilità limitata al 1992, n.d.e.), concorso esterno nell’associazione mafiosa cosa nostra (art. 416 bis c.p., commi 1, 4 e 6), con condotte analoghe a quelle descritte sopra (…).

7. Quanto al dato temporale va ricordato che per il periodo 1974/1978 (concorso esterno in associazione semplice) risulta essersi formato giudicato interno di responsabilità già a seguito della decisione emessa dalla 5^ Sezione Penale di questa Corte in data 9 marzo 2012.

Ciò in rapporto alla considerazione della valenza dei dati dimostrativi relativi alla condotta tenuta dal D. in sede di conclusione di un ‘accordo di protezione’ tra Be.Si. ed alcuni autorevoli esponenti di cosa nostra, accordo reso possibile dal D. e da cui scaturirono effetti favorevoli per entrambi i contraenti (così la sentenza del 9 maggio 2014, emessa da questa Corte, nella parte rievocativa dell’esito dei precedenti giudizi).

In riferimento al periodo intercorso tra il 1978 ed il 1982 il rapporto tra il D. e la consorteria mafiosa (in particolare con i suoi esponenti B., M. e C.) si era protratto – ad avviso della Corte siciliana in sede di rinvio – senza soluzione di continuità, così come si era protratta l’elargizione di denaro verso cosa nostra da parte dell’imprenditore Be.Si..

In senso analogo, la Corte del rinvio valorizzava elementi di prova reputati idonei a sostenere la conclusione di una protrazione di tali ‘pagamenti’, sempre avvenuti tramite il D., anche in epoca successiva alla morte del B. e sino all’anno 1992, sia pure con diversità soggettiva dei destinatari finali ( P.I. e P.G.B., nonchè lo stesso R.S.).

8. Nella decisione emessa in data 9 maggio 2014 questa Corte di legittimità, nel ritenere infondati i motivi di ricorso affermava, per quanto qui rileva (come meglio potrà apprezzarsi in seguito) che:

a) non potevano accogliersi i rilievi in punto di genericità, imprecisione e contraddittorietà intrinseca del capo di imputazione (formulati anche in rapporto al basso tasso di tipicità che connota il reato di concorso esterno, con correlata esigenza di assoluta precisione nella indicazione dei fatti che l’accusa ritiene riconducibili alla fattispecie) sia perchè in parte già decisi e respinti nella decisione rescindente, sia per le considerazioni ulteriori che qui si riportano, tratte dalla motivazione della decisione de qua (… in proposito la sentenza di annullamento – già investita da identica doglianza – nel ritenere infondate le censure, ha osservato che D. è stato tratto a giudizio per rispondere del delitto di concorso esterno nell’associazione mafiosa capeggiata, dapprima, da B.S. e T.G. e, successivamente, da R.S., e che, sin da prima del 1982, si è avvalso dei poteri derivanti dalla sua importante posizione imprenditoriale e dei rapporti di rilievo penale con B., T., P., M., C… per rafforzare il sodalizio e influenzare individui operanti nel mondo finanziario e imprenditoriale. La sentenza di annullamento ha, inoltre, evidenziato che D. è stato condannato, in primo luogo, proprio per avere determinato il suddetto rafforzamento dell’associazione, esercitando i poteri di influenza che derivavano dalla precisa collocazione nel mondo imprenditoriale dell’epoca e dai rapporti personali con i detti vertici di ‘cosa nostra’ in almeno un incontro…….. di pianificazione, conseguendo un risultato concreto, cioè quello dell’esborso, da parte dell’area ‘Fininvest’, di somme cospicue, versate reiteratamente grazie all’intermediazione dell’imputato – per un certo numero di anni alla consorteria mafiosa.

Il fatto contestato è, quindi, sempre stato il medesimo, salve alcune contestazioni di dettaglio cadute nel corso del processo, come quella di avere provveduto al ricovero di latitanti…. Parimenti precluse sono le doglianze riguardanti il capo d’imputazione dedotte nella prospettiva dell’art. 6, par. 3, lett. a) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Quinta Sezione Penale di questa Corte ha, in proposito, rilevato l’assoluta genericità delle censure, essendo stata omessa qualsiasi specificazione dei concreti limiti incontrati al pieno esercizio del diritto di difesa rispetto alle accuse mosse all’imputato, nonchè delle ragioni di diritto sottese a tale rilievo’.);

b) non potevano accogliersi i numerosi rilievi formulati in punto di ricorrenza dell’elemento soggettivo e di quello oggettivo del reato di concorso esterno in associazione mafiosa, nei diversi periodi oggetto di contestazione;

c) non potevano accogliersi i rilievi formulati in rapporto alla dedotta violazione dei limiti imposti al giudice del rinvio dai contenuti della pronunzia rescindente, nè quelli in punto di incompletezza argomentativa della decisione impugnata in riferimento alle critiche difensive in punto di modalità ricostruttive dei fatti rilevanti o attendibilità delle fonti dichiarative.

In estrema sintesi, veniva ritenuta esente da vizi logico-argomentativi l’elaborazione probatoria contenuta nella decisione – allora impugnata – sia in rapporto a quanto avvenuto nel periodo 1978-1982 che in riferimento a quanto avvenuto nel periodo 1982-1992.

In particolare, quanto alla avvenuta applicazione – nel giudizio di merito – delle coordinate interpretative derivanti dai plurimi arresti delle Sezioni Unite sul tema del concorso esterno in associazione mafiosa questa Corte – nella decisione del 9 maggio 2014 – ha affermato che.. la Corte d’appello di Palermo ha correttamente applicato i principi sinora illustrati, in quanto, dopo avere descritto le specifiche condotte poste in essere da D.M. nel periodo 1978-1982, ha ricostruito l’effettivo nesso condizionalistico tra le stesse e il fatto di reato storicamente verificatosi nelle sue caratteristiche essenziali sia in positivo che mediante l’operazione controfattuale di eliminazione mentale della condotta materiale atipica dell’imputato quale concorrente esterno, integrata dal criterio di sussunzione sotto leggi di copertura, generalizzazioni e massime di esperienza dotate di affidabile plausibilità empirica. Sulla base di un corretto ragionamento inferenziale, ancorato ad un solido paradigma eziologico e all’intera evidenza probatoria disponibile e di un accertamento condotto ex post, la Corte territoriale è pervenuta alla conclusione, immune da vizi logici e giuridici, circa la reale efficacia condizionante della condotta atipica, quale concorrente esterno, di D.. Questi, infatti, nella veste di soggetto costantemente preposto, anche nel periodo 1978-1982, alla consegna agli esponenti del sodalizio mafioso, per conto di Be.Si., dei soldi costituenti il corrispettivo della protezione assicurata dall’associazione mafiosa all’imprenditore, agiva, essendo a conoscenza dei metodi e dei fini della stessa, nella consapevolezza e volontarietà del suo determinante contributo causale ai fini della realizzazione, almeno parziale, del programma criminoso perseguito dall’organizzazione mafiosa e della conservazione della stessa che traeva dalla costante riscossione delle cospicue somme di denaro una stabile fonte di arricchimento, immediatamente incidente sulla sua perdurante operatività. Quanto sin qui esposto consente di affermare che non sono fondate le censure difensive. Esse, da un lato, contestano genericamente la configurabilità dell’elemento soggettivo del reato, senza indicare gli specifici passaggi del ragionamento viziato del giudice di merito. Sotto altro profilo evocano una non più attuale definizione del concorrente esterno quale estraneo all’associazione, cui quest’ultima si rivolge nel momento in cui la ‘fisiologia’ della vita del sodalizio ‘entra in fibrillazione’, attraversando una fase patologica che, per essere superata, richiede il contributo temporaneo, limitato anche ad un unico intervento, di un esterno (Sez. U., n. 16 del 5 ottobre 1994). Tale orientamento, come in precedenza accennato, può dirsi ormai definitivamente superato alla luce della successiva elaborazione giurisprudenziale delle Sezioni Unite di questa Corte sopra illustrata (Sez. U., n. 33748 del 12 luglio 2005)…

Ed ancora, nel ritenere infondate le doglianze in punto di ricostruzione dell’elemento psicologico, così come la obiezione relativa alla omessa considerazione della possibile posizione di vittima del D. si è affermato che.. non meritano accoglimento neppure le censure difensive riguardanti il ruolo di ‘vittima’ di D. (al pari dell’amico Be.) e l’omessa specificazione dei vantaggi tratti dall’imputato dall’opera di mediazione svolta tra Be. e ‘cosa nostra’ palermitana. Con riguardo al primo profilo il Collegio osserva preliminarmente che la sentenza rescindente ha già stabilito che la dimostrazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa non passa attraverso la necessaria dimostrazione della sussistenza anche del reato di estorsione da parte di D. e di ‘cosa nostra’ e che la negazione della commissione di fatti di estorsione da pare di tali soggetti non fa venir meno la configurabilità del reato (cfr. f. 114 della sentenza del 9 marzo 2012).

Ciò posto i giudici territoriali, con motivazione immune da vizi logici e giuridici, hanno, all’esito del puntuale esame delle risultanze probatorie acquisite, sottolineato la posizione paritaria dei partecipanti all’accordo di protezione e hanno descritto l’assenza di qualsiasi costrizione nella condotta dell’imputato che, avvalendosi dei rapporti personali di cui già godeva a (OMISSIS) con taluni esponenti di ‘cosa nostra’ e dell’amicizia con C. che gli aveva permesso di caldeggiare la propria iniziativa con speciale efficacia presso di essi, rendeva possibile, con la sua mediazione, un accordo di reciproco interesse tra i vertici dell’associazione mafiosa, nella loro posizione rappresentativa, e l’imprenditore Be., suo amico. Nel sottolineare la decisività dell’opera di D. nel dare vita a questo accordo fonte di reciproci vantaggi per i contraenti, non è stata considerata determinante – in coerenza con le indicazioni offerte dalla sentenza rescindente (cfr. f. 113 e ss.) – l’illustrazione del vantaggio del concorrente esterno ai fini della configurabilità del reato previsto dagli artt. 110 e 416 bis c.p., essendo richiesta, in tale ottica, soltanto la prova della condotta che determina la conservazione o il rafforzamento dell’associazione e non anche il requisito del vantaggio, patrimoniale o meno, del soggetto agente. Non meritano accoglimento le censure concernenti la configurabilità del dolo del delitto di concorso esterno in associazione mafiosa. In proposito la Corte d’appello di Palermo ha, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, dimostrato, con i ragionamenti probatori in precedenza illustrati, che, anche nel periodo compreso tra il 1983 e il 1992, l’imputato, assicurando un costante canale di collegamento tra i partecipi del patto di protezione stipulato nel 1974, protrattosi da allora senza interruzioni, e garantendo la continuità dei pagamenti di Be.Si. in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore, ha consapevolmente e volontariamente fornito un contributo causale determinante, che senza il suo apporto non si sarebbe verificato, alla conservazione del sodalizio mafioso e alla realizzazione, almeno parziale, del suo programma criminoso, volto alla sistematica acquisizione di proventi economici ai fini della sua stessa operatività, del suo rafforzamento e della sua espansione.

I richiami difensivi non colgono, quindi, nel segno laddove denunciano, sia in relazione al periodo in esame che a quello precedente, violazione di legge ed erronea applicazione dei principi enunciati dalle Sezioni Unite di questa Corte. Le doglianze, infatti, pur muovendo da una condivisibile premessa in diritto, prescindono, nella concreta fattispecie, da una lettura organica della motivazione della sentenza di secondo grado in ordine all’elemento soggettivo del reato previsto dagli artt. 110 e 416 bis c.p. ed estrapolano dal contesto giustificativo della decisione singoli passaggi argomentativi della sentenza impugnata. Quest’ultima, invero, dopo un ampio ed articolato ragionamento fondato sul puntuale esame delle risultanze probatorie, si caratterizza per considerazioni conclusive pienamente rispondenti alla struttura del dolo e per il corretto richiamo ai due momenti della volizione e della rappresentazione che hanno investito, oltre agli elementi essenziali del delitto di concorso esterno in associazione mafiosa, il contributo causale fornito dall’imputato alla realizzazione del fatto tipico, nella consapevolezza e volontà di interagire sinergicamente con le condotte altrui nella produzione dell’evento lesivo del medesimo reato…

9. Ciò posto, la domanda rivolta dalla difesa del D. al giudice della esecuzione – nel caso in esame la Corte di Appello di Palermo – è ricollegata, come si è detto in premessa, alla prospettata applicabilità dell’art. 46 della Conv. Eur. nella parte in cui tale norma prevede l’impegno delle Alte Parti contraenti a conformarsi alle sentenze definitive della Corte per le controversie di cui sono parte.

9.1 La decisione cui si compie riferimento nell’istanza è quella emessa nel caso Contrada contro Italia dalla Quarta Sezione della Corte Europea dei Diritto dell’uomo (da ora in avanti CEDU) in data 14 aprile 2015 (divenuta definitiva il 14 settembre 2015 essendo stata respinta in via preliminare la richiesta di rinvio alla Grande Camera formulata dal governo italiano).

Con tale sentenza è stata accertata dalla CEDU, nel giudizio interno definito nei confronti di C.B. con sentenza emessa il 25 febbraio del 2006 dalla Corte di Appello di Palermo, divenuta irrevocabile in data 8 gennaio 2008, l’avvenuta violazione dell’art. 7 Conv.Eur. con il correlato obbligo per lo Stato italiano di versare al C. la somma di Euro 10.000,00 per il danno morale.

L’istanza proposta nell’interesse del D. si fonda sulla considerazione della assoluta identità di condizione tra i due soggetti (solo il primo, C., vittorioso in sede CEDU), fatto da cui deriverebbe – in tesi – l’obbligo dello Stato italiano, in tutte le sue articolazioni, di provvedere alla revoca della decisione affermativa di penale responsabilità. Le argomentazioni difensive verranno riprese in sede di illustrazione dei motivi di ricorso.

9.2. Va altresì ricordato che nella parte valutativa della consistenza degli argomenti portati dal ricorrente C.B., la CEDU nella decisione citata ha affermato quanto segue (si riporta stralcio per comodità di consultazione).

a) I principi derivanti dalla giurisprudenza della Corte 60. La Corte rammenta che i principi generali in materia del principio nulla poena sine lege, derivanti dall’articolo 7 della Convenzione, sono sintetizzati nella sentenza Del Rio Prada c. Spagna (GC) (n. 42750/09, p.p. 77-80, CEDU 2013), le cui parti pertinenti sono riportate qui di seguito. Tali principi sono richiamati anche nella sentenza Rohlena c. Repubblica ceca (GC) (n. 59552/08, p. 50, 27 gennaio 2015): ’77. La garanzia sancita all’art. 7, che è un elemento essenziale dello stato di diritto, occupa un posto preminente nel sistema di protezione della Convenzione, come sottolineato dal fatto che non è permessa alcuna deroga ad essa ai sensi dell’art. 15 neanche in tempo di guerra o in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione. Come deriva dal suo oggetto e dal suo scopo, essa dovrebbe essere interpretata e applicata in modo da assicurare una protezione effettiva contro le azioni penali, le condanne e le sanzioni arbitrarie (S. W. c. Regno Unito e C.R. c. Regno Unito, 22 novembre 1995, rispettivamente p. 34, serie A n. 335-B, e p. 32, serie A n. 335-C, e (Kafkaris c. Cipro (GC), n. 21906/04, p. 137, CEDU 2008).

78. L’art. 7 della Convenzione non si limita a proibire l’applicazione retroattiva del diritto penale a svantaggio dell’imputato (si vedano, per quanto riguarda l’applicazione retroattiva di una pena, Welch c. Regno Unito, 9 febbraio 1995, p. 36, serie A n. 307 A, Jamil c. Francia, 8 giugno 1995, p. 35, serie A n. 317 8, Ecer e Zeyrek c. Turchia, nn. 29295/95 e 29363/95, p. 36, CEDU 2001 2^, e Mihai Toma c. Romania, n. 1051/06, p.p. 26-31, 24 gennaio 2012). Esso sancisce anche, in maniera più generale, il principio della legalità dei delitti e delle pene – ‘nullum crimen, nulla poena sine lege’ – (Kokkinakis c. Grecia, 25 maggio 1993, p. 52, serie A n. 260 A). Se vieta in particolare di estendere il campo di applicazione dei reati esistenti a fatti che, in precedenza, non costituivano dei reati, esso impone anche di non applicare la legge penale in modo estensivo a svantaggio dell’imputato, ad esempio per analogia (Coeme e altri c. Belgio, nn. 32492/96, 32547/96, 32548/96, 33209/96 e 33210/96, p. 145, CEDU 2000-7; per un esempio di applicazione di una pena per analogia, si veda la sentenza Ba5kaya e OkguoOlu c. Turchia (GC), nn. 23536/94 e 24408/94, p.p. 42-43, CEDU 1999 4). 79. Di conseguenza la legge deve definire chiaramente i reati e le pene che li reprimono. Questo requisito è soddisfatto se la persona sottoposta a giudizio può sapere, a partire dal testo della disposizione pertinente, se necessario con l’assistenza dell’interpretazione che ne viene data dai tribunali e, se del caso, dopo aver avuto ricorso a consulenti illuminati, per quali atti e omissioni le viene attribuita una responsabilità penale e di quale pena è passibile per tali atti (Cantoni c. Francia, 15 novembre 1996, p. 29, Recueil des arrets et decisions 1996 5, e Kafkaris, sopra citata, p. 140).

Pertanto, il compito della Corte è, in particolare, quello di verificare che, nel momento in cui un imputato ha commesso l’atto che ha comportato l’esercizio dell’azione penale e la condanna, esistesse una disposizione di legge che rendeva l’atto punibile, e che la pena inflitta non eccedesse i limiti fissati da tale disposizione (Coeme e altri, sopra citata, p. 145, e Achour c. Francia (GC), n. 67335/01, p. 43, CEDU 2006 4)’.

61. La Corte rammenta anche che non ha il compito di sostituirsi ai giudici nazionali nella valutazione e nella qualificazione giuridica dei fatti, purchè queste si basino su un’analisi ragionevole degli elementi del fascicolo (si veda, mutatis mutandis, Florin Ionescu c. Romania, n. 24916/05, p. 59, 24 maggio 2011). Più in generale, la Corte rammenta che sono in primo luogo le autorità nazionali, in particolare le corti e i tribunali, a dover interpretare la legislazione interna. Il suo ruolo si limita dunque a verificare la compatibilità con la Convenzione degli effetti di tale interpretazione (Waite e Kennedy c. Germania (GC), n. 26083/94, p. 54, CEDU 1999-I, Korbely c. Ungheria, (GC), n. 9174/02, p.p. 72-73, CEDU 2008, e Kononov c. Lettonia (GC), n. 36376/04, p. 197, CEDU 2010).

62. Tuttavia, la Corte deve godere di un potere di controllo più ampio quando il diritto tutelato da una disposizione della Convenzione, in questo caso l’art. 7, richiede che vi sia una base legale per poter infliggere una condanna e una pena. L’art. 7 p. 1 esige che la Corte esamini se la condanna del ricorrente si fondasse all’epoca su una base legale. In particolare, essa deve assicurarsi che il risultato al quale sono giunti i giudici nazionali competenti fosse conforme con l’art. 7 della Convenzione. L’art. 7 diverrebbe privo di oggetto se si accordasse un potere di controllo meno ampio alla Corte (si veda Kononov, sopra citata, p. 198).

63. In definitiva, la Corte deve esaminare se la condanna del ricorrente si fondasse su una base sufficientemente chiara (si veda Kononov, sopra citata, p. 199; Rohlena, sopra citata, p. 5153).

Applicazione dei principi suddetti al caso di specie.

4. La Corte ritiene che la questione che si pone nella presente causa sia quella di stabilire se, all’epoca dei fatti ascritti al ricorrente, la legge applicabile definisse chiaramente il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso. Si deve dunque esaminare se, a partire dal testo delle disposizioni pertinenti e con l’aiuto dell’interpretazione della legge fornita dai tribunali interni, il ricorrente potesse conoscere le conseguenze dei suoi atti sul piano penale.

65. La Corte osserva anzitutto che, nel caso di specie, il ricorrente è stato condannato a una pena di dieci anni di reclusione per concorso in associazione di tipo mafioso con una sentenza emessa dal tribunale di Palermo 5 aprile 1996 riguardo a fatti compiuti tra il 1979 e il 1988. Nella parte in diritto della sentenza, tale concorso veniva definito ‘eventuale’ o ‘esterno’. La condanna del ricorrente, dapprima annullata da una sentenza della corte d’appello di Palermo, fu poi confermata da un’altra sezione di quest’ultima e, in via definitiva, da una sentenza della Corte di cassazione.

66. La Corte fa notare che non è oggetto di contestazione tra le parti il fatto che il concorso esterno in associazione di tipo mafioso costituisca un reato di origine giurisprudenziale. Ora, come ha giustamente ricordato il tribunale di Palermo nella sua sentenza del 5 aprile 1996 (si veda il paragrafo 7 supra), l’esistenza di questo reato è stata oggetto di approcci giurisprudenziali divergenti.

67. L’analisi della giurisprudenza citata dalle parti (si vedano i paragrafi 26-30 supra) dimostra che la Corte di cassazione ha menzionato per la prima volta il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso nella sua sentenza Cillari, n. 8092 del 14 luglio 1987. Nel caso di specie, la Corte di cassazione ha contestato l’esistenza di un tale reato e ribadito questa posizione in altre sentenze successive, in particolare Agostani, n. 8864 del 27 giugno 1989 e Abbate e Clementi, nn. 2342 e 2348 del 27 giugno 1994.

68. Nel frattempo, in altre cause, la Corte di cassazione ha riconosciuto l’esistenza del reato di concorso eventuale in associazione di tipo mafioso (si vedano la sentenza Altivalle, n. 3492, del 13 giugno 1987 e, successivamente, Altomonte, n. 4805 del 23 novembre (OMISSIS), Turiano, n. 2902 del 18 giugno 1993 e Di Corrado, del 31 agosto 1993).

69. Tuttavia, è solo nella sentenza Demitry, pronunciata dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione il 5 ottobre 1994, che quest’ultima ha fornito per la prima volta una elaborazione della materia controversa, esponendo gli orientamenti che negano e quelli che riconoscono l’esistenza del reato in questione e, nell’intento di porre fine ai conflitti giurisprudenziali in materia, ha finalmente ammesso in maniera esplicita l’esistenza del reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso nell’ordinamento giuridico interno.

70. In questo contesto, l’argomento del ricorrente secondo il quale, all’epoca della perpetrazione dei fatti (1979-1988), la giurisprudenza interna in materia non era in alcun modo contraddittoria, non può essere accolto.

71. Inoltre, la Corte considera che il riferimento del Governo alla giurisprudenza in materia di concorso esterno, che si è sviluppata a partire dalla fine degli anni sessanta del secolo scorso, ossia prima dei fatti ascritti al ricorrente (si veda il paragrafo 50 supra), non tolga nulla a questa constatazione. Le cause menzionate dal governo convenuto riguardano certamente lo sviluppo giurisprudenziale della nozione di ‘concorso esterno’. Tuttavia, i casi evidenziati non riguardano il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso, che è oggetto del presente ricorso, ma dei reati diversi, ossia la cospirazione politica attraverso la costituzione di una associazione e gli atti di terrorismo. Pertanto, non si può dedurre dallo sviluppo giurisprudenziale citato l’esistenza nel diritto interno del reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso, che si differenzia per la sua stessa sostanza dai casi menzionati dal Governo, e che, come sopra ricordato, (paragrafi 29 e 30 supra), è stato oggetto di uno sviluppo giurisprudenziale distinto e posteriore rispetto a questi ultimi.

72. La Corte osserva anche che, nella sua sentenza del 25 febbraio 2006, la corte d’appello di Palermo, pronunciandosi sull’applicabilità della legge penale in materia di concorso esterno in associazione di tipo mafioso, si è basata sulle sentenze Demitry, n. 16 del 5 ottobre 1994, Mannino n. 30 del 27 settembre 1995, Carnevale, n. 22327 del 30 ottobre 2002 e Mannino, n. 33748 del 17 luglio 2005 (si veda il paragrafo 18 supra), tutte posteriori ai fatti ascritti al ricorrente.

73. La Corte osserva per di più che la doglianza del ricorrente relativa alla violazione del principio della irretroattività e della prevedibilità della legge penale, sollevata dinanzi a tutti i gradi di giudizio (si vedano i paragrafi 10 e 20 supra), non è stata oggetto di un esame approfondito da parte dei giudici nazionali, essendosi questi ultimi limitati ad analizzare in dettaglio l’esistenza stessa del reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso nell’ordinamento giuridico interno senza tuttavia stabilire se un tale reato potesse essere conosciuto dal ricorrente all’epoca dei fatti a lui ascritti (si vedano i paragrafi 15, 17 e 18 supra).

74. In queste circostanze, la Corte constata che il reato in questione è stato il risultato di una evoluzione giurisprudenziale iniziata verso la fine degli anni ottanta del secolo scorso e consolidatasi nel 1994 con la sentenza Demitry.

75. Perciò, all’epoca in cui sono stati commessi i fatti ascritti al ricorrente (1979-1988), il reato in questione non era sufficientemente chiaro e prevedibile per quest’ultimo. Il ricorrente non poteva dunque conoscere nella fattispecie la pena in cui incorreva per la responsabilità penale derivante dagli atti da lui compiuti (Del Rio Prada (GC), sopra citata, p.p. 79 e 111-118, a contrario, Ashlarba c. Georgia, n. 45554/08, p.p. 35-41, 15 luglio 2014, a contrario, Rohlena, p. 50, sopra citata e, mutatis mutandis, Alimugaj c. Albania, n. 20134/05, p.p. 154-162, 7 febbraio 2012).

76. La Corte ritiene che questi elementi siano sufficienti per concludere che vi è stata violazione dell’art. 7 della Convenzione.

10. La Corte di Appello di Palermo nel dichiarare inammissibile la domanda, all’esito di udienza camerale e con provvedimento collegiale, afferma, in sintesi, che:

a) i due giudizi definitivi hanno evidenti analogìe sotto il profilo temporale, dal momento che le condotte ritenute punibili a titolo di concorso esterno nei distinti giudizi sono ‘terminate’ prima della pronuncia delle Sezioni Unite di questa Corte relativa al caso Demitry dell’ottobre 1994;

b) l’art. 673 c.p.p. non prevede, tuttavia, la possibilità di revocare una decisione definitiva lì dove venga in rilievo una analogia con posizione processuale relativa ad un diverso giudizio interno nel cui ambito sia stata riconosciuta esistente una violazione della Conv. Eur.. Tale possibilità è prevista dal testo della norma nei soli casi di abrogazione o declaratoria di illegittimità della norma incriminatrice e la norma non può essere interpretata in modo estensivo o analogico;

c) non può ipotizzarsi, peraltro, la rilevanza di una ipotetica questione di legittimità costituzionale, nè in riferimento alle norme incriminatrici applicate (artt. 110 e 416 bis c.p.), nè in riferimento allo stesso art. 673 c.p.p..

In particolare, circa tale ultima considerazione, il giudice del merito osserva che da un lato la questione di legittimità costituzionale delle norme incriminatrici sarebbe da ritenersi manifestamente infondata, posto che a venire in rilievo è esclusivamente una frazione temporale pregressa della loro applicazione (fino al 1994), dall’altro non può attribuirsi alla decisione C. contro Italia la natura di sentenza pilota (tale da determinare la cogente necessità di risolvere un denunziato problema di carattere strutturale dell’ordinamento interno). Sul punto, si evidenzia che la stessa decisione invocata non individua un problema di carattere strutturale dell’ordinamento interno ma pone l’accento su un effetto – contrario alla Convenzione – di una vicenda interpretativa relativa al succedersi di decisioni contrastanti in sede di legittimità, senza fornire alcuna indicazione circa i rimedi da adottare per riconoscere l’effettività dei diritti convenzionali a chiunque versi nella condizione di C.. La valutazione della CEDU è correlata essenzialmente al caso esaminato, come emerge dal fatto che in detta sentenza si evidenzia come il tema del divieto di retroattività e della prevedibilità della legge penale era stato posto dal C. in tutti i gradi di giudizio e non era stato oggetto di un esame approfondito da parte dei giudici nazionali.

Si evidenzia, infine, che la sentenza non può ritenersi espressiva di un ‘diritto consolidato’, avendo carattere innovativo ed essendo stata deliberata da una sezione semplice.

11. Avverso detta ordinanza ha proposto tempestivo ricorso per cassazione D.M., a mezzo dei difensori.

Il ricorso, preceduto da una sintesi degli accadimenti rilevanti e da un’ampia esposizione di temi generali in diritto, articola tre motivi.

11.1 In premessa, si afferma, in sintesi, che:

a) la decisione emessa dalla CEDU nel caso C. ha accertato un deficit di prevedibilità delle conseguenze penali delle condotte poste in essere dal C. tra il 1979 ed il 1988 – rilevante ai sensi dell’art. 7 Conv. Eur. – per scarsa chiarezza delle norme applicate, posto che solo con la decisione del caso Demitry (ottobre 1994) le Sezioni Unite di questa Corte hanno elaborato in senso compiuto la tesi della applicabilità delle norme sul concorso eventuale (art. 110) al reato associativo di stampo mafioso (art. 416 bis) risolvendo in tal senso il conflitto interpretativo sorto in precedenza;

b) la condanna definitiva emessa a carico del D. concerne fatti di concorso esterno avvenuti sino al 1992 (e, come si è detto collocati nel tempo a far data dal 1974, nde), dunque pacificamente antecedenti all’ottobre del 1994. Il caso è pertanto identico a quello già esaminato dalla CEDU in una decisione cui va attribuita portata generale, posto che viene evidenziato un problema dell’ordinamento interno di natura ‘strutturale’ con effetti generali. L’estensione degli effetti favorevoli della decisione C. al D. risulterebbe – in tale prospettiva – atto dovuto in virtù di quanto previsto dall’art. 46 Conv. Eur., come stabilito in situazione analoga (a proposito dei cd. fratelli minori di Scoppola) da questa Corte di legittimità (Sez. U. 2012 caso Ercolano) e dalla Corte Costituzionale (sent. n.210 del 2013) in rapporto ai contenuti della nota decisione Scoppola contro Italia del settembre 2009;

c) non può negarsi tale natura ‘di principio’ della sentenza C., data la tipologia di violazione riscontrata (relativa al principio di legalità penale di cui all’art. 7 Con.Eur.) sia pure limitatamente al periodo 1982-1994 (durante il quale si è registrato il conflitto interpretativo circa l’applicabilità dell’art. 110 alla fattispecie di parte speciale rappresentata dall’art. 416 bis c.p.).

Ciò comporta che l’obbligo di conformazione, nascente dall’art. 46 Conv. Eur. non può dirsi limitato alla misura individuale nei confronti della parte vittoriosa (nel caso in esame C.B.) ma include la necessità di adottare le ‘misure di carattere generale’ necessarie a rimuovere le cause strutturali della violazione riscontrata, secondo le linee tracciate dalla stessa giurisprudenza CEDU (Scozzari e Giunta contro Italia ed altre). Tale obbligo sussiste, in tesi, anche lì dove la Corte Europea non abbia indicato tali misure come necessarie e anche lì dove la decisione non sia stata assunta con le particolari modalità procedurali della sentenza pilota (art. 61 del Regolamento).

11.2 Al primo motivo di ricorso si deduce, pertanto, la violazione ed erronea applicazione dell’art. 673 c.p.p. e dell’art. 46 Conv. Eur. nonchè il vizio di motivazione del provvedimento emesso dal giudice della esecuzione.

La censura ha essenzialmente ad oggetto la ritenuta inapplicabilità della disposizione processuale di cui all’art. 673.

Ad avviso del ricorrente l’incidente di esecuzione, come in parte riconosciuto dalla stessa Corte di Appello di Palermo (lì dove si condivide la prospettata inapplicabilità dell’istituto della cd. revisione europea frutto della sentenza additiva num. 113 del 2011 Corte Cost.), è l’unico rimedio esperibile lì dove si tratti – come nel caso in esame – di dare ‘attuazionè ex art. 46 Conv. Eur. ai contenuti di una decisione CEDU che abbia rilevato l’esistenza di un problema ‘strutturale’ dell’ordinamento interno. Si cita, in proposito, Corte Cost. n.210 del 2013 e si precisa che il caso in esame tende a prescindere dalla previa declaratoria di illegittimità costituzionale della norma la cui applicazione abbia determinato la violazione convenzionale. Nel caso in esame non vi è alcuna norma da dichiarare incostituzionale posto che la violazione deriva da una vicenda interpretativa giurisprudenziale che – in un dato arco temporale – ha generato incertezza e ciò rende possibile – in tesi – l’intervento diretto in executivis.

L’effetto della accertata violazione, pertanto, non può che essere individuato – lì dove il caso sia sovrapponibile a quello deciso a Strasburgo – nella revoca della sentenza di condanna.

La tesi del giudice dell’esecuzione sarebbe pertanto frutto di un errore interpretativo e di un errore di ricostruzione degli stessi contenuti della domanda, posto che la medesima concerne(va) la ineseguibilità del titolo, in alternativa alla revoca della sentenza.

La decisione impugnata non avrebbe, pertanto, esplorato tale possibilità che si ritiene espressa da decisioni emesse, sul tema, da questa Corte di legittimità (Sez. U. caso Ercolano).

Proprio in tale arresto, si afferma, le Sezioni Unite hanno chiarito come la necessità di adeguare l’ordinamento interno alle indicazioni derivanti dalla CEDU (nel caso Scoppola) va realizzata tramite lo strumento dell’incidente di esecuzione.

Vi è inoltre denunzia di un profilo di contraddittorietà interna, atteso che la stessa Corte di Appello di Palermo evidenzia la sostanziale identità di posizione tra D. e C., il che avrebbe dovuto condurre quantomeno alla declaratoria di ineseguibilità del titolo.

Si ripropongono, sul tema, i contenuti già esposti nella premessa in diritto, contestandosi in particolare la ritenuta natura della decisione C., operata dalla Corte di merito, in termini sostanzialmente individuali e non generali. Si afferma, in particolare, che la mancata adozione della procedura prevista per le decisioni ‘pilota’ non è decisiva (posto che tale procedura è resa necessaria dalla necessità di congelamento della trattazione dei ricorsi pendenti presso la CEDU sul medesimo oggetto) e che ciò che rileva è il ‘contenuto dell’accertamento’ operato dalla CEDU, qui certamente con riflessi generali. Si precisa altresì che la decisione non può dirsi ‘innovativa’ (allo scopo di confutare l’efficacia dei riferimenti operati nel testo dell’ordinanza ai contenuti di Corte Cost. n.49 del 2015) posto che si inserisce in un tracciato ampio, nel cui ambito la Corte di Strasburgo ha più volte preso in considerazione – ai fini della possibile violazione dell’art. 7 Conv. Eur. sul tema della prevedibilità – le ricadute dei conflitti o delle pronunzie innovative delle Corti interne (decisione del caso Del Rio Prada contro Spagna del Grande Camera, 21 ottobre 2013 ed altre).

Non si nega che per la prima volta il tema della ‘prevedibilità’ degli esiti della condotta risulta applicato alla vicenda del concorso esterno nell’ordinamento italiano, ma – si precisa – ciò non rappresenta un limite all’applicazione del principio riconosciuto in sede sovranazionale (così come risulta avvenuto per lo stesso Caso Scoppola, con estensione degli effetti della decisione CEDU ai cosiddetti fratelli minori). Non vi erano, pertanto, ostacoli alla interpretazione ‘convenzionalmente conforme’ dell’art. 673 c.p.p..

11.3 Al secondo motivo di ricorso si introduce il dubbio di legittimità costituzionale degli artt. 673 e 670 – per contrasto con gli artt. 2, 3, 13, 25 e 117 Cost. nonchè, per tale ultima norma, con gli artt. 5, 7, 13 e 46 Conv. Eur. – nella parte in cui, secondo la interpretazione contenuta nel provvedimento impugnato, non consentono di provvedere alla revoca o alla dichiarazione di ineseguibilità di una sentenza di condanna in presenza di una sentenza della CEDU avente ad oggetto una violazione del principio di legalità di carattere oggettivo, ancorchè pronunciata nei confronti di un soggetto diverso e nell’ambito di altra procedura.

Il dubbio di legittimità costituzionale non era stato introdotto dal ricorrente ma il giudice dell’esecuzione ne ha apprezzato motu proprio la eventuale consistenza, giungendo ad una valutazione di irrilevanza. Ove questa Corte ritenesse non accoglibile, alla stregua della attuale conformazione normativa dell’incidente di esecuzione, la domanda principale si imporrebbe, pertanto, una rivalutazione del tema.

Sul punto, si ribadisce che la rilevanza deriva dalla natura oggettiva della violazione riscontrata dalla CEDU, trattandosi di difetto di prevedibilità correlato al deficit di tassatività della disciplina legale del concorso esterno, alimentato dalle oscillazioni giurisprudenziali intervenute quantomeno sino al 1994.

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