Edilizia E Urbanistica – Cassazione Penale 14/11/2016 N° 47970

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 14/11/2016

Numero: 47970

Testo completo della Sentenza Edilizia e urbanistica – Cassazione penale 14/11/2016 n° 47970:

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SENTENZA

sul ricorso proposto da:

M.A., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 16/10/2015 della Corte di Appello di Messina;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott.ssa DI STASI Antonella;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. CANEVELLI Paolo, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 16.10.2015, la Corte di Appello di Messina confermava la sentenza del 11.6.2014 del Tribunale di Patti che aveva dichiarato M.A. responsabile dei reati di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, comma 1, lett. b), il D.P.R. n. 380 del 2001 , (capo a) artt. 93, 94 e 95, (capo b) per aver realizzato opere in difformità rispetto alle previsioni progettuali – consistite in interventi di occupazione di un’area di superficie superiore a quella indicata, realizzazione dei muretti di divisione dei settori e di muretto di divisione esterno, omessa realizzazione di adeguato sistema di canalizzazione delle acque meteoriche – e con violazione della disposizioni in materia antisismica e lo aveva condannato alla pena di giorni venti di arresto ed Euro 6.000,00 di ammenda con pena sospesa ed ordine di demolizione.

2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione M.A., per il tramite del difensore di fiducia, articolando due motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 disp. att. c.p.p. , comma 1.

Con il primo motivo deduce vizio di motivazione, per difetto ed illogicità, con riferimento al primo motivo di appello e violazione di legge in relazione agli artt. 521 e 522 c.p.p..

Il ricorrente argomenta, con riferimento al reato di cui all’art. 44, comma 1, lett. b), che, all’esito dell’istruttoria, era emerso che le divergenze tra la DIA e lo stato di fatto accertato in data (OMISSIS) non presentavano quelle caratteristiche di “integrale diversità” atte ad integrare la fattispecie criminosa, limitandosi, invece, a correzioni di poco conto che il tecnico incaricato della direzione dei lavori aveva ritenuto necessario effettuare in corso d’opera al fine di garantire la funzionalità della struttura; il Tribunale aveva, però, ritenuto configurabile la fattispecie criminosa di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. a), con violazione dei diritti di difesa per violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza, mentre la Corte di Appello aveva ritenuto integrata la fattispecie criminosa di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b).

Con il secondo motivo deduce violazione di legge in relazione all’art. 1 c.p. e D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. a) e artt. 93, 94 e 95.

Il ricorrente argomenta che la Corte territoriale confermava il trattamento sanzionatorio- giorni venti di arresto ed Euro 6.000,00 di ammenda, diverso da quello previsto dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. a) e dal D.P.R. n. 380 del 2001 , artt 93, 94 e 95, i quali prevedono la sola pena dell’ammenda, così violando il principio di legalità della pena.

Chiede, pertanto, l’annullamento della sentenza impugnata.

Motivi della decisione

1. Il primo motivo di ricorso è fondato ed assorbente dell’ulteriore motivo proposto.

2. Va premesso che è pacifico che, nell’ipotesi di conferma della sentenza di primo grado, le due motivazioni si integrino a vicenda, confluendo in un risultato organico ed inscindibile al quale occorre far riferimento per giudicare della congruità della motivazione. Allorchè, quindi, le due sentenze concordino nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, la struttura motivazionale della sentenza di appello si salda con quella precedente per formare un unico complesso corpo argomentativo (ex multis Sez. 1 n. 8868 del 26.6.2000 – Sangiorgi; cfr. anche Cass. sez. un. n. 6682 del 4.2.1992; Cass. sez. 2 n. 11220 del 13.1.1997; Cass. sez. 6 n. 23248 del 7.2.2003; Cass. sez. 6 n. 11878 del 20.1.2003).

Ed è altrettanto pacifico che se l’appellante “si limita alla mera riproposizione di questioni di fatto già adeguatamente esaminate e risolte dal primo giudice oppure di questioni generiche, superflue o palesemente inconsistenti, il giudice dell’impugnazione ben può motivare per relationem e trascurare di esaminare argomenti superflui, non pertinenti, generici o manifestamente infondati.

Quando, invece, le soluzioni adottate dal giudice di primo grado siano state specificamente censurate dall’appellante sussiste il vizio di motivazione, sindacabile ex art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. e), se il giudice del gravame si limita a respingere tali censure e a richiamare la contestata motivazione in termini apodittici o meramente ripetitivi senza farsi carico di argomentare sulla fallacia o inadeguatezza o non consistenza dei motivi di impugnazione”, (cfr. ex multis Sez. 3, n. 27416 del 01/04/2014, Rv.259666; Sez. 4, n. 6779 del 18/12/2013, dep. 12/02/2014) Rv. 259316; Sez. 6, n. 35346 del 12/06/2008, Rv. 241188).

Il Giudice di appello, quindi, nella ipotesi in cui l’imputato, con precise considerazioni, svolga specifiche censure su uno o più punti della pronuncia di primo grado, non può limitarsi a richiamarla, ma deve rispondere alle singole doglianze prospettate. In caso contrario, viene meno la funzione del doppio grado di giurisdizione ed è privo di ogni concreto contenuto il secondo controllo giurisdizionale (cfr. Sez. 3, n. 24252 del 13/05/2010, Rv. 247287).

2.1. Nella specie, la Corte territoriale non si è uniformata a tali principi, rinviando, da un lato, alla sentenza di primo grado ed agli elementi probatori acquisiti, ma non esaminando, dall’altro, le specifiche censure rivolte con l’appello a quella pronuncia.

Al ricorrente è stato contestato il reato previsto dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b), per aver realizzato lavori di esecuzione di un deposito temporaneo di rifiuti non pericolosi provenienti da demolizioni edili, con difformità rispetto alle previsioni progettuali.

E’ stato accertato che, in sede di accesso, venivano riscontrate le difformità rispetto alle previsioni progettuali di cui alla denuncia di inizio lavori presentata dall’imputato al Comune di San Marco d’Alunzio in data (OMISSIS) e, cioè, occupazione di un’area della superficie pari a mq 92,82 anzichè mq 79,56, realizzazione di muretti dell’altezza di m 3,20 anzichè m. 2,00, aumento dell’altezza del muretto di divisione esterno lato ovest, omessa realizzazione di un adeguato sistema di canalizzazione delle acque meteoriche.

Va ricordato, in proposito, che la DIA prevista dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, comma 3 (cd DIA alternativa o SuperDIA), non è istituto ontologicamente diverso da quello disciplinato dai due commi precedenti (cd DIA semplice, ora SCIA) dal quale non si distingue certo per il carattere dell’onerosità, che ben può essere comune e differisce da esso soltanto in relazione agli interventi assoggettabili (alternativamente) alla procedura.

Diverso, invece, è il connesso regime sanzionatorio.

Nei casi previsti dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, commi 1 e 2, – in cui la DIA (ora S.C.I.A.), si pone come titolo abilitativo esclusivo (non alternativo, cioè, al permesso di costruire) – la mancanza della denunzia di inizio dell’attività o la difformità delle opere eseguite rispetto alla DIA effettivamente presentata non comportano l’applicazione di sanzioni penali ma sono sanzionate soltanto in via amministrativa ( D.P.R. n. 380 del 2001, art. 37, comma 6). Dovendo ritenersi, però, che sia comunque punibile ai sensi del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. a), – pure se preceduta da rituale denuncia d’inizio – l’esecuzione di interventi sostanzialmente difformi da quanto stabilito da strumenti urbanistici e regolamenti edilizi.

Questa Corte ha, infatti, affermato che l’esecuzione in assenza o in difformità degli interventi subordinati a denuncia di inizio attività (DIA) D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 , ex art. 22, commi 1 e 2, (ora S.C.I.A.), allorchè non conformi alle previsioni degli strumenti urbanistici, dei regolamenti edilizi e della disciplina urbanistico – edilizia in vigore, comporta l’applicazione della sanzione penale prevista dal citato D.P.R. n. 380, art. 44, lett. a), atteso che soltanto in caso di interventi eseguiti in assenza o difformità dalla DIA (ora S.C.I.A.), ma conformi alla citata disciplina, è applicabile la sanzione amministrativa prevista dallo stesso D.P.R. n. 380 del 2001, art. 37, (Sez. 3, n. 41619 del 22/11/2006, Cariello, Rv. 235413; Sez. 3, n. 9894 del 20/01/2009, Tarallo, Rv. 243099).

Nei casi previsti dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, comma 3, invece – in cui la DIA (DIA alternativa o superDIA), ai sensi del successivo art. 44, comma 2 bis, si pone come alternativa al permesso di costruire, l’assenza sia del permesso di costruire sia della denunzia di inizio dell’attività ovvero la totale difformità delle opere eseguite rispetto alla DIA effettivamente presentata integrano il reato di cui al successivo art. 44, lett. b) (Sez. 5, 26.4.2005, Giordano; Sez. 3, 9 marzo 2006, n. 8303; 26 gennaio 2004, n. 2579, Tollon).

La disciplina sanzionatoria penale non è correlata alla tipologia del titolo abilitativo, bensì alla consistenza concreta dell’intervento. Ciò che conta non è la qualificazione dell’intervento data dal privato nella DIA presentata ma la esatta indicazione e descrizione, in tale denuncia, delle opere, poi, effettivamente eseguite (Sez. 3, n. 47046 del 26/10/2007, Rv. 238463).

Non trova, comunque, sanzione penale la difformità parziale: le sanzioni di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, sono applicabili soltanto in caso di assenza o totale difformità dalla DIA, atteso che la esclusione dell’ipotesi di parziale difformità dal regime sanzionatorio opera sia in caso di edificazione con permesso di costruire che nella diversa ipotesi di opzione per la DIA. (Sez. 3, n. 44248 del (Ndr: testo originale non comprensibile) 23/09/2004, Rv. 230147).

E’ stato osservato, a tal proposito, che le opere per le quali la L. 21 dicembre 2001, n. 443, art. 1, comma 6, ha previsto la possibilità, a scelta dell’interessato, di procedere in base a DIA in alternativa al premesso di costruire (previsioni trasfuse, poi, con modificazioni nel T.U. n. 380 del 2001, art. 22, comma 3) sono rimaste soggette, rientrando in origine esclusivamente nel regime concessorio, alla sanzione di cui al T.U. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b), con la conseguenza che integrano il reato previsto da tale norma le opere suddette, quando siano state realizzate in assenza sia del permesso di costruire sia della DIA, ovvero in totale difformità rispetto alla DIA inoltrata (Sez. 5, n. 23668 del 26/04/2005, Rv. 231905).

2.2. In definitiva, in tema di reati edilizi, nel caso in cui la denuncia di inizio attività (DIA ora SCIA) si ponga quale titolo abilitativo esclusivo ( D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 22, commi 1 e 2), solo l’esecuzione di interventi edilizi in difformità sostanziale da quanto stabilito dagli strumenti urbanistici e dai regolamenti edilizi integra il reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. a); diversamente, nel caso in cui la DIA si ponga quale titolo abilitativo alternativo al permesso di costruire (cosiddetta superDIA: D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, comma 3) è configurabile il reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b), sia nel caso di assenza del permesso di costruire o della DIA, sia nel caso di difformità totale delle opere eseguite rispetto alla DIA presentata, restando priva di sanzione penale la sola difformità parziale (Sez. 3, n. 9894 del 20/01/2009, Rv. 243099,cit.).

3. Le specifiche censure mosse con l’appello attenevano alla configurabilità del reato contestato e, quindi, involgevano la valutazione dei temi esposti, in relazione alla individuazione e valutazione delle opere indicate nella DIA presentata in data (OMISSIS) ed il raffronto, e la conseguente valutazione, con quelle effettivamente eseguite al fine di accertare la rilevanza penale della condotta contestata.

Sul punto alcuna motivazione è stata offerta dalla Corte territoriale e tale omissione vizia il provvedimento impugnato.

4. La sentenza impugnata, conseguentemente, deve essere annullata con rinvio alla Corte di Appello di Reggio Calabria, per una nuova delibazione sui punti dianzi indicati, alla luce dei principi di diritto richiamati.

P.Q.M.

Annulla con rinvio la sentenza impugnata alla Corte di Appello di Reggio Calabria.

Così deciso in Roma, il 14 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 14 novembre 2016

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