Edilizia E Urbanistica – Cassazione Penale 01/09/2016 N° 36128

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 01/09/2016

Numero: 36128

Testo completo della Sentenza Edilizia e urbanistica – Cassazione penale 01/09/2016 n° 36128:

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SENTENZA sul ricorso proposto da Silvestri Maurizio, nato a Roccabascerana (Av) il 20/7/1961 avverso la sentenza del 19/1/2015 del Tribunale di Avellino; visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso; sentita la relazione svolta dal consigliere Enrico Mengoni; udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Ciro Angelillis, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso udite le conclusioni del difensore del ricorrente, Avv. Paola Forcione, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza del 19/1/2015, il Tribunale di Avellino dichiarava Maurizio Silvestri colpevole della contravvenzione di cui agli artt. 67-75, d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, e lo condannava alla pena di quattrocento euro di ammenda; allo stesso – quale proprietario di un terreno e di un capannone industriale – era contestato di aver consentito l’utilizzazione di quest’ultimo immobile prima del rilascio del certificato di collaudo. 2. Propone ricorso per cassazione il Silvestri, a mezzo del proprio difensore, deducendo – con unico motivo – l’inosservanza ed erronea applicazione degli articoli contestati. Il Giudice non avrebbe valutato che il ricorrente era diventato proprietario dell’immobile nel 1992, peraltro acquisendone la disponibilità soltanto nel 1994; non avendo, dunque, realizzato o concorso a realizzare il bene (attività pacificamente riconducibile all’ex coimputato Domenico Tamburro), non gli si potrebbe addebitare la violazione dell’art. 75 in esame, riferibile esclusivamente al committente od al costruttore. La sentenza, peraltro, non avrebbe accertato che il manufatto in oggetto non è in cemento armato, ma in muratura, sì che l’intera disciplina sottesa alla contestazione non potrebbe trovare applicazione. In ogni caso, da ultimo, l’istruttoria non avrebbe dimostrato che il ricorrente avesse mai utilizzato il capannone, avendovi al più depositato materiale di risulta proveniente dalla propria attività di vendita di ceramiche. CONSIDERATO IN DIRITTO 3. Il ricorso risulta infondato. L’art. 75, d.P.R. n. 380 del 2001 – in materia di opere in conglomerato cementizio armato, normale e procompresso ed a struttura metallica – stabilisce che “chiunque consente l’utilizzazione delle costruzioni prima del rilascio del certificato di collaudo è punito con l’arresto fino ad un mese o con l’ammenda da 103 euro a 1.032 euro”. Per consolidato indirizzo ermeneutico, la fattispecie costituisce un reato di natura permanente, nel quale la condotta e l’evento si presentano come un complesso unitario sostenuto dalla volontà di protrarre nel tempo la violazione, di tal ché le cause estintive del reato operano sullo stesso soltanto se la permanenza sia cessata (Sez. 3, n. 1411 del 3/11/2011, Iazzetta, Rv. 251880. In questa sentenza, peraltro, si è richiamata Sez. 3, n. 364 del 27 gennaio 1998, a mente della quale il reato di cui al R.D. 27 luglio 1934, n. 1265, art. 221 – in materia di leggi sanitarie e perfettamente assimilabile all’art. 75 in esame – costituisce un reato permanente a condotta mista: questa comprende un aspetto commissivo – utilizzazione dell’edificio – ed un aspetto omissivo – mancata richiesta dell’abitabilità -, con la conseguenza che il colpevole può far cessare l’offesa agli interessi igienici e urbanistici tutelati dalla norma penale con una condotta simmetricamente opposta a quella costitutiva del reato, e cioè dismettendo l’utilizzazione dell’immobile ovvero ottenendo il nulla osta di abita bilità). 4. La contravvenzione – come da lettera della norma – è addebitabile a “chiunque”, da intendersi come qualunque soggetto che abbia realizzato o 2 concorso a realizzare il bene, ne sia proprietario o, comunque, ne abbia la disponibilità; la natura permanente – e colposa – del reato, poi, comporta che qualora tale disponibilità muti indirizzo soggettivo, del pari la responsabilità sia riferibile anche al nuovo interessato, gravando sullo stesso l’onere di verificare se l’opera fosse stata mai sottoposta al doveroso collaudo e, in caso di accertamento negativo, di provvedere in senso conforme. In tale ottica, dunque, non assume rilievo decisivo il richiamo al precedente art. 67 (Collaudo statico), contenuto nel ricorso, poiché lo stesso si riferisce sì al committente ed al costruttore quali soggetti obbligati, ma attiene esclusivamente alla fase di esecuzione dell’opera, all’esito della quale si impone il collaudo medesimo; attiene, dunque, al momento in cui – per fisiologia procedurale – tale accertamento deve esser richiesto, poiché segmento conclusivo dell’opera edificatoria. Qualora, però, la fisiologia si trasformi in patologia, e dunque non si provveda ai sensi dell’art. 67 stesso, ecco che il carattere permanente del reato giustifica l’affermazione di responsabilità anche a carico di chi, successivamente, acquisisca la disponibilità del bene confermando la precedente condotta omissiva. Come ribadito, peraltro, dalla previgente I. 5 novembre 1971, n. 1086 (Norme per la disciplina delle opere in conglomerato cementizio armato, normale e precompresso ed a• struttura metallica), che il ricorso richiama in modo incompleto; ed invero, se l’art. 7, in tema di collaudo, menziona soltanto committente e costruttore (al pari dell’art. 67 cit.), l’art. 17 – in punto di responsabilità penale – si esprime in termini del tutto identici al vigente art. 75, d.P.R. n. 380 del 2001, addebitando la condotta a “chiunque”. 5. Manifestamente infondati, poi, risultano anche gli ulteriori profili della doglianza, relativi al carattere del manufatto, che non sarebbe in cemento armato ma in muratura, ed all’effettiva disponibilità dello stesso in capo al Silvestri; trattasi, invero, di elementi di mero fatto, come tali già verificati in sede di merito ed insuscettibili di ulteriore valutazione ad opera del Giudice di legittimità. Al riguardo, infatti, deve esser confermato il costante indirizzo ermeneutico in forza del quale il controllo del Giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene alla coerenza strutturale della decisione di cui si saggia l’oggettiva tenuta sotto il profilo logico-argomentativo, restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione delle vicende (tra le varie, Sez. 3, n. 46526 del 28/10/2015, Cargnello, Rv. 265402; Sez. 3, n. 26505 del 20/5/2015, Bruzzaniti ed altri, Rv. 264396). 6. Il ricorso, pertanto, deve essere rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali. 3 Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Così deciso in Roma, il 14 luglio 2016

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