Dolo D’impeto – Cassazione Penale 29/09/2016 N° 40516

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezioni Unite

Data: 29/09/2016

Numero: 40516

Testo completo della Sentenza Dolo d’impeto – Cassazione penale 29/09/2016 n° 40516:

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SENTENZA
sul ricorso proposto dal
Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Vasto
nei confronti di
Del Vecchio Marco, nato a Vasto il 18/06/1975
avverso la sentenza del 27/05/2014 del Tribunale di Vasto
visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;
udita la relazione svolta dal componente Rocco Marco Blaiotta;
udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Carmine Stabile,
che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso;
udito il difensore della parte civile Nicoletta Del Vecchio, avv. Pompeo Del Re,
che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso;
udito il difensore dell’imputato, avv. Raffaele Giacomucci, che ha concluso
chiedendo l’inammissibilità o il rigetto del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. A seguito di giudizio abbreviato, il Tribunale di Vasto ha affermato la
responsabilità dell’imputato in epigrafe in ordine all’omicidio dei genitori, nonché
ai reati di porto abusivo di coltello, resistenza e lesioni personali aggravate nei
confronti del personale di polizia giudiziaria intervenuto dopo i crimini.
Per ciò che riguarda i reati di omicidio, il Tribunale ha escluso le aggravanti
della crudeltà e dell’uso di mezzo insidioso ed ha invece ritenuto quella di aver
agito contro gli ascendenti, nonché quella inerente alla loro minorata difesa. In
relazione a tale ultima circostanza va tuttavia subito annotato che1 mentre il
dispositivo reca l’enunciazione dell’esistenza dell’aggravante in relazione ad
ambedue gli eventi mortali, la motivazione ritiene che essa si configuri solo in
relazione all’omicidio del padre.
Sono state concesse attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti residue
ed alla recidiva e, ritenuta la continuazione, è stata inflitta la pena di 20 anni di
reclusione, oltre al risarcimento del danno nei confronti delle parti civili, da
liquidare in separata sede.
2. Secondo quanto accertato dal Tribunale l’imputato, nella serata del 17
novembre 2012, mentre si trovava nell’abitazione familiare, colpì con 39
coltellate il padre che giaceva sul letto della stanza matrimoniale, attingendolo in
organi vitali; indi si recò in cucina e colpì la madre con 72 coltellate, pure esse
altamente lesive. Le condotte furono caratterizzate da un rapido e reiterato
susseguirsi di colpi. Subito dopo, il Del Vecchio trascinò i corpi sotto il suo letto
e, per quanto possibile, eliminò le copiose tracce di sangue.
L’imputato non ha ammesso gli addebiti e la responsabilità è stata ritenuta
anche a seguito di approfondimenti istruttori svolti nel corso del giudizio.
Il Tribunale ha ritenuto che gli illeciti siano maturati in un contesto familiare
molto degradato, caratterizzato, soprattutto in passato, da comportamenti
aggressivi e violenti del padre; e che essi costituiscano espressione di una rabbia
esplosiva a lungo accumulata.
3. Ricorre per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale
di Vasto deducendo quattro motivi.
3. 1. Con i l primo si censura la motivazione per quanto attiene all’esclusione
dell’aggravante della crudeltà. Sì considera che le innumerevoli lesioni inflitte
eccedono i limiti della normalità causale e costituiscono l’espressione di un
accanimento crudele, efferato, contro i genitori che dovevano essere dilaniati,
brutalizzati. Il Tribunale erra, poiché la condotta aggressiva viene dissociata dalle
modalità di esecuzione del reato e viene considerata solo con riguardo al dolo.
3.2. Con il secondo motivo si prospetta l’erronea esclusione dell’aggravante
della minorata difesa quanto all’omicidio della madre, basata anche sul
travisamento di alcune emergenze probatorie. Infatti, atteso lo stato dei luoghi,
la donna non aveva possibilità di chiedere utilmente aiuto; e non era neppure in
condizione di difendersi, posto che fu aggredita dal figlio alle spalle.
Il giudice ha pure erroneamente trascurato che la vittima era in età
avanzata e che l’art. 61 n. 5 cod. pen., nel testo novellato, ha approntato una
tutela rafforzata alle persone anziane.
3.3. Con ulteriore motivo si lamenta carenza di motivazione in ordine alla
concreta rilevanza attribuita alla riconosciuta recidiva specifica.
3.4. L’ultima censura attiene alla motivazione per ciò che riguarda la
concessione delle attenuanti generiche e l’equivalenza tra tutte le circostanze; i
reati sono estremamente gravi ed esprimono una lucida organizzazione,
concretizzatasi anche nella sistematica cancellazione delle tracce.
4. La Prima Sezione penale, cui il ricorso è stato assegnato, ha evidenziato
che vi sono incertezze nella giurisprudenza di legittimità in ordine
all’individuazione degli elementi costitutivi della circostanza aggravante di cui
all’art. 61, n. 4, cod. pen.
Si rammenta che in alcune risalenti pronunzie si delinea una netta
distinzione tra sevizie e crudeltà, mentre in altre più recenti si traccia una
diversità solo quantitativa.
Si aggiunge che la giurisprudenza attribuisce eminente rilievo soggettivo alla
circostanza, ma vi è diversità di vedute quanto alla necessità che la vittima
percepisca il tormento.
Si considera, ancora, che il Tribunale ha escluso l’aggravante avendone
ritenuta la incompatibilità con il dolo d’impeto. Tale enunciazione è consonante
con recente giurisprudenza ma non è condivisa; la matrice soggettiva della
circostanza, afferente all’indole malvagia, alla personalità perversa, costituisce
un dato preesistente ed indipendente rispetto all’elemento psicologico del reato.
Alla luce di tali incertezze e divergenze il ricorso è stata rimesso alle Sezioni
unite.
S. Il Primo Presidente, con decreto in data 9 maggio 2016, ha assegnato il
ricorso alle Sezioni Unite e ne ha disposto la trattazione nell’udienza odierna.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato.
Il primo motivo di ricorso chiama in causa la questione rimessa alle Sezioni
Unite: “se l’aggravante della crudeltà sia compatibile col dolo d’impeto”.
la giurisprudenza di legittimità esprime un orientamento consolidato sui più
rilevanti tratti dell’aggravante. Occorre preliminarmente darne sinteticamente
conto, sia per corrispondere alle istanze di chiarificazione espresse nell’ordinanza
di rimessione, sia per porre alcune premesse utili alla risoluzione della questione
prospettata.
Si enuncia insistentemente che la circostanza è caratterizzata da sofferenze
che esulano dal normale processo di causazione, costituiscono un quid pluris
caratterizzato dalla gratuità e superfluità dei patimenti, dalla efferatezza, dalla
assenza di pietà (da ultimo, Sez. l, n. 725 del 24/10/2013, Iania, Rv. 258358;
Sez. l, n. 27163 del 28/05/2013, Brangi, Rv. 256476; Sez. l, n. 33021 del
16/05/2012, Victorero Teran, Rv. 253527; Sez. 1, n. 25276 del 27/05/2008,
Potenza, Rv. 240908). L’eccedenza della condotta rispetto alla normalità causale
e la efferatezza costituiscono, in sintesi estrema, il nucleo della fattispecie
aggravante.
Pure concorde è la giurisprudenza in ordine al carattere soggettivo della
circostanza (da ultimo Sez. l, n. 2489 del 14/10/2014, Bruzzone, Rv. 262179);
alla necessaria volontà di infliggere sofferenze aggiuntive e, quindi, alla
consapevolezza che la vittima sia viva (Sez. 1, n. 19966, del 15/01/2013,
Amore, Rv. 256254).
Inoltre/ non si richiede che la vittima del reato abbia effettivamente
percepito la gratuita afflittività della condotta, essendo la circostanza
essenzialmente imperniata sulla considerazione del comportamento dell’autore
dell’illecito e sulla conseguente maggiore riprovevolezza di un modus agendi
connotato da particolare insensibilità, spietatezza, efferatezza (Sez. 1, n. 30285
del 27/05/2011, Alfonzetti, Rv. 250797; Sez. 1 n. 4678 del 29/10/1998, Ventra,
Rv. 213019).
Proprio il carattere eminentemente soggettivo della circostanza giustifica
l’affermazione che non occorre che la condotta crudele sia diretta contro la
vittima (Sez. 1, n. 35187 del 10/07/2002, Botticelli, Rv. 222520).
E’ tuttavia necessario che la stessa vittima sia ancora in vita, in quanto
l’aggravante è configurabile solo quando l’azione si diriga verso una persona e
tale è l’uomo soltanto finché vive. Ne consegue che, una volta intervenuta la
morte, gli atti di crudeltà compiuti contro le sue spoglie possono integrare
all’occorrenza un reato diverso, ma non la circostanza in questione (Sez. 1, n.
35187 del 10/07/2002, Botticelli, Rv. 222519; Sez. 1, n. 556 del 22/06/1971,
Cocchi, Rv. 119609).
L’aggravante è compatibile con il vizio parziale di mente, ma va esclusa
quando la condotta sia espressione della patologia: va al riguardo compiuta
un’indagine caso per caso (da ultimo Sez. 1, n. 20995 del 04/11/2011, Olivo,
Rv. 252844; Sez. 1, n. 3748 dellS/02/1998, Varallo, Rv. 210120). Sul tema si
tornerà nel prosieguo.
La crudeltà è pure compatibile con il dolo d’impeto. Anche su tale questione,
naturalmente, si tornerà diffusamente.
2. Gli indirizzi di cui si è dato conto sono condivisi, nelle loro linee generali,
dalle Sezioni Unite. La circostanza di cui si discute costituisce tipica espressione
dello stile della codificazione: la normazione ha un’impronta fortemente casistica,
attuata attraverso la previsione di innumerevoli tratti accessori, circostanziali,
delle fattispecie. Il fine è quello di dirigere e limitare la discrezionalità giudiziale
nell’individuazione della gravità del reato e della risposta sanzionatoria.
La disciplina dell’omicidio doloso costituisce un classico esempio di tale
metodo: i motivi abietti o futili, la crudeltà, l’uso di sostanze venefiche o di mezzi
insidiosi, l’azione nei confronti dei congiunti, la premeditazione ecc.
L’aggravante di cui all’art. 61 n. 4 cod. pen., richiamato dagli artt. 576 e
577 cod. pen., attiene all’adoperare sevizie o all’agire con crudeltà verso le
persone. La distinzione tra sevizie e crudeltà non è stata oggetto di speciali
approfondimenti in ambito teorico. In giurisprudenza si riscontrano le oscillazioni
cui fa cenno l’ordinanza di rimessione, ma non si riscontrano articolate
riflessioni: segno che la distinzione presenta scarsa utilità pratica.
Al riguardo queste Sezioni Unite non nutrono dubbi, alla luce della nitida
connotazione semantica dei termini. Le sevizie costituiscono azioni studiate,
specificamente indirizzate finalisticamente ad infliggere alla vittima sofferenze
fisiche aggiuntive, gratuite. Talvolta esse, pur afferendo senza dubbio al contesto
illecito, non attengono propriamente all’azione esecutiva, tipica, e sono
caratterizzate dall’adozione dì specifici gesti volti proprio ad infliggere patimenti
efferati. Dunque, la figura è caratterizzata dalla specificità della misura afflittiva
studiata, sadicamente indirizzata direttamente alla vittima, nonché
dall’intenzionalità dell’agire. Parafrasando le classiche categorie del dolo
d’evento, si può affermare che le sevizie richiedono dolo intenzionale: proprio la
architettata, finalistica volontà di infliggere sofferenze perverse.
Per contro, la condotta crudele è quella che, pur non mostrando una
studiata predisposizione finalizzata a cagionare, per qualche verso, un male
aggiuntivo, eccede rispetto alla “normalità causale” e mostra l’efferatezza che
costituisce il nucleo della fattispecie aggravante.
L’esperienza giuridica mostra illuminanti esempi delle fenomenologie di cui si
parla. In un caso l’autore cagionò lesioni ai glutei e al fianco alla vittima quando
era già agonizzante, per sadismo e sfregio. Nella sentenza di legittimità si parla
genericamente di crudeltà; ma è verosimilmente più appropriato ritenere
l’esistenza di sevizie, in considerazione del carattere sadico dell’azione di
tagliuzzare i glutei, all’evidente quanto deliberato e studiato scopo (come si
legge in sentenza) di infierire con patimenti umilianti e dolorosi (Sez. 1, n. 1894
del 18/01/1996, Fertas, Rv. 203808).
In altro caso altrettanto emblematico sono state ritenute con piena evidenza
le sevizie: la vittima venne legata, sottoposta ad una lenta, dolorosa e
spasmodica asfissia da strangolamento; fu brutalmente pestata con frattura di
alcune costole, sfregiata con una lunga ferita sulla guancia; venne pure stuprata
{Sez. 1, n. 5901 del 14/02/1980, Iaquinta, Rv. 145246).
3. Proprio l’efferatezza che contrassegna tutte le manifestazioni
dell’aggravante induce a condividere l’indirizzo giurisprudenziale che, alla luce
dell’art. 70 cod. pen., considera soggettiva la circostanza. Si tratta in effetti di
comportamenti che rilevano precipuamente nella sfera della colpevolezza,
dell’atteggiamento interiore, caratterizzato da particolare riprovevolezza per via
della sua perversità.
E’ ben vero che l’aggravante chiama in causa le particolari modalità
dell’azione. Tuttavia tali peculiarità rilevano più che per la concreta afflittività
della condotta tipica che conduce all’evento, per il contrassegno di spietatezza
che conferiscono, nel complesso, alla volontà illecita manifestatasi nel delitto.
Insomma, le eccedenti modalità dell’azione mostrano una riprovevolezza che
giustifica l’aggravamento della pena.
Coerente con tale lettura della norma è la costante, condivisa
giurisprudenza che ritiene l’aggravante anche quando la crudeltà si manifesta nei
confronti di una persona viva di cui non si sa se percepisca concretamente
l’afflizione gratuita, trovandosi in stato d’incoscienza. Parimenti per ciò che
riguarda l’esistenza della crudeltà quando essa è rivolta contro una persona
diversa dalla vittima. E’ il caso di scuola del figlio costretto ad assistere allo
scempio del genitore.
Insomma, è la perversità dell’intento che, al fondo, contrassegna la figura di
cui si parla. Tale atteggiamento di gratuita eccedenza, naturalmente, è
intrinsecamente volontario. Esso può essere definito doloso, ma con la
precisazione, già accennata ma da ribadire, che non si fa qui riferimento al dolo
d’evento ma se ne recuperano le categorie, i tipi, per più immediata ed agevole
esplicazione del pensiero e catalogazione dei moti interiori entro schemi noti al
lessico giuridico.
In breve, conclusivamente, è la stessa norma che configura l’aggravante
come una circostanza soggettiva a colpevolezza dolosa.
Tale colpevolezza circostanziale può ben manifestarsi nella forma del dolo
eventuale: l’agente è consapevole che vi è concreta, significativa possibilità che
dalla propria condotta derivi un pregiudizio eccedente e tuttavia si risolve ad
agire accettando tale eventualità. E’ il caso dell’autore che lascia la vittima
agonizzante e senza scampo in un luogo remoto, accettando la concreta
eventualità che la morte sopravvenga dopo strazianti patimenti a contatto con
avverse forze della natura.
Infine, l’aggravante può concretizzarsi anche nel caso in cui il dolo d’evento
sia eventuale: si tiene una condotta virulenta accettando la possibilità che da
essa discenda l’evento lesivo.
Le considerazioni svolte – si confida – rendono chiaro che la riprovevolezza
aggiuntiva riguarda l’azione e non l’autore. Si infligge una pena più severa
perché la condotta è efferata e non perché l’agente è una persona crudele. Il
contrario avviso espresso dall’ordinanza di rimessione non può essere condiviso.
L’attribuzione al diritto penale di un’impronta autoriale rischia di evocare scenari
del passato estranei al moderno diritto penale costituzionale. Inoltre, il dato
normativa è chiaro: il rimprovero riguarda la condotta posta in essere nel corso
dell’esecuzione del reato. Si può essere compassionevoli per un’intera vita ed
efferati in una speciale, magari drammatica contingenza esistenziale. Infine il
sistema. Il codice non è alieno dal considerare l’autore: la recidiva, l’abitualità, la
professionalità nel reato. Ma sempre lo fa considerando la storia personale e mai
un singolo atto.
4. Sulla base di tali premesse, è possibile affrontare le questioni
controverse: la compatibilità tra dolo d’impeto e dolo di crudeltà; nonché la
correttezza dell’esclusione dell’aggravante nel caso in esame.
Orbene, questa Corte ha in numerose occasioni enunciato la compatibilità di
cui si discute. Tale affermazione va ribadita e chiarita. Ed è bene prendere le
mosse dalla tipologia di condotta caratterizzata dalla forsennata ripetizione degli
atti lesivi, che qui interessa.
La giurisprudenza di legittimità si è ripetutamente occupata di vicende del
genere di quella in esame, caratterizzate dalla insistita ripetizione dei colpi inferti
alla vittima; ed ha costantemente affermato che l’accanimento violento può
costituire crudeltà quando gli atti non sono “funzionali” al delitto ma
costituiscono «espressione autonoma di ferocia belluina» che trascende la mera
volontà di arrecare la morte (da ultimo Sez. 1, n. 27163 del 28/05/2013, Brangi,
Rv. 256476). Il principio si riscontra in diverse altre pronunzie: in breve la
speciale aggressività, la veemenza, il furore aggravano il reato solo quando non
trovano giustificazione nella dinamica omicidiaria, non eccedono la normalità
causale ma costituiscono espressione della volontà di infliggere sofferenze
“eccentriche” cioè non direttamente finalizzate a determinare l’evento morte (ad
es. Sez. 1, n. 33021 del 16/05/2012, Victorero Teran, Rv. 253527).
Tale condiviso indirizzo trova agevole spiegazione nella natura e nella
conformazione della circostanza, di cui si è prima dato conto. La norma aggrava
il reato quando si manifesta un atteggiamento di colpevole, riprovevole
efferatezza documentata dalle modalità dell’azione. Nella maggior parte dei casi,
come si desume da alcuni degli esempi proposti, la crudeltà è espressa
dall’azione nel modo più chiaro. Esistono tuttavia contesti che non designano con
univoca immediatezza il tratto tipico dell’aggravante. E’ il caso della reiterazione
del colpi: l’aggressività talvolta platealmente insistita può essere una contingente
modalità omicidiaria oppure un modo per crudelmente infierire, per smembrare
la vittima, per farne scempio. L’alternativa teorica impone al giudice di analizzare
attentamente tutti i dettagli del contesto per sceverare l’un caso dall ‘altro: è ciò
che accade normalmente nella prassi.
5. La circostanza della crudeltà è a colpevolezza dolosa. Tale colpevolezza
non sempre si manifesta nella forma di un deliberato, lucido e conclamato
proposito, reso di immediata evidenza dalle modalità dell’aggressione.
Nelle situazioni non evidenti s’impone un’accurata indagine sulle scaturigini
dell’azione, sulla vicenda e sul suo autore. A tale proposito è di particolare
rilievo, anche per le implicazioni che se ne possono trarre quanto al caso in
esame, la già accennata (§ 1), copiosa ed uniforme giurisprudenza di questa
Corte relativa a reati efferati commessi da persone in condizioni
psicopatologiche. Di fronte a protagonisti di tale genere, si è affermato, occorre
intendere se la peculiare aggressività sia frutto di un chiaro intento crudele o se,
invece, costituisca espressione della patologia e sia quindi non colpevole, cioè
non mossa dal proposito d’infliggere sofferenze superflue.
Per esemplificare: da ultimo è stata esclusa l’aggravante in un caso di
omicidio commesso attingendo la vittima con innumerevoli colpi di coltello. Si è
posto in luce che si trattava di agente con tratti di tipo paranoideo e sfumati
sintomi psicotici; che, di fronte a stimoli di tipo costrittivo-punitivo produceva
reazioni spropositate sostenute da una forte componente di rabbia; che il
numero elevato dei fendenti ha espresso l’esplosione di rabbia tipica del rilevato
disturbo mentale e del connesso spunto paranoide, che impediva l’interruzione
dell’azione dopo i primi colpi (Sez. 1, n. 20995 del 04/11/2011, Olivo, Rv.
252844).
Insomma, esiste un problema di colpevolezza dell’aggravante rispetto al
quale può assumere rilievo la condizione alterata dell’agente, che in qualche caso
muove in guisa parossistica l’azione, senza che ciò implichi la volontà di
procurare sofferenze eccedenti.
6. La fenomenologia di cui ci si occupa, con il suo frequente carico di
incoercibile coazione a ripetere l’atto aggressivo, è spesso caratterizzata da
azioni impulsive. Si è conseguentemente posto il problema della compatibilità del
dolo d’impeto con l’aggravante della crudeltà.
In proposito la Corte si è espressa ripetutamente con enunciazioni
consonanti e recise: si è considerato che la finalità di arrecare inutili sofferenze
non è un tratto essenziale dell’aggravante ed è sufficiente la volontarietà degli
atti posti in essere, sicché la circostanza è compatibile sia con il dolo d’impeto
che con quello eventuale (Sez. 1, n. 12680 del 29/01/2008, G., Rv. 239365). Si
è pure argomentato che la norma non richiede che si tratti di reato premeditato
o preordinato; e che l’uso di crudeltà o di sevizie non assume una diversa
connotazione giuridica solo perché posto in essere a seguito di una
determinazione volitiva coeva o immediatamente precedente rispetto alla
condotta esecutiva del reato (Sez. 1, n. 435, del 02/07/1982, dep. 1983,
Leanza, Rv. 156977).
Tale visione delle cose va senz’altro condivisa. In effetti non si scorge alcuna
ragione logica, empirica o legale che consenta di escludere l’affermata
compatibilità: è ben possibile che un delitto maturato improvvisamente si
estrinsechi in forme che denotano efferatezza, brutalità; e l’art. 61 n.4 cod. pen.
non caratterizza per nulla la circostanza in una guisa che postuli una protratta
ponderazione in ordine alle modalità dell’aggressione.
7. La recente pronunzia (Sez. 1, n. 8163 del 17/02/2015, P., Rv. 262595)
richiamata dall’ordinanza di rimessione, dalla quale si desume un orientamento
difforme, reca in realtà una soluzione del dubbio sull’aggravante che non è
basata su ragioni dogmatiche legate alle caratteristiche normative delle figure
del dolo d’impeto e della crudeltà.
Si considera che non si è in presenza di preordinazione del delitto, anche se
esso è maturato in un contesto di profondo disagio personale nella relazione con
la vittima, che ha determinato una strettoia emotiva ed una condizione di
aggressività, slatentizzatasi nel momento del delitto. L’azione risulta commessa
con dolo d’impeto, come reazione immediata ad uno stimolo esterno:
un’aggressione commessa con estrema rapidità, frutto di rabbia ed aggressività,
con colpi portati in rapida sequenza e ravvicinati. Il loro numero è indicativo del
dolo d’impeto e del concreto finalismo omicidiario: nessuna delle lesioni è
mortale, tutte concorrendo alla determinazione dell’evento. La sede delle lesioni
non risulta indicativa di alcun ulteriore determinismo volitivo, posto che esse
sono tutte probabile frutto della stessa concitazione lesiva. Ciò esclude il
tentativo di “scannamento” che si era in un primo momento ipotizzato; e quindi
l’esistenza dell’aggravante.
Come si vede, l’esclusione della circostanza non è determinata, in realtà,
dall’esistenza di dolo d’impeto, cioè di una deliberazione criminosa improvvisa,
bensì dalla rabbiosa concitazione che determinò la furiosa e non mirata
ripetizione dei colpi che attinsero la vittima in organi non vitali, tanto che la
morte sopravvenne solo in un momento successivo al termine dell’azione
violenta.
Dunque, la pronunzia si rivela, al fondo, perfettamente aderente alle
caratteristiche dell’aggravante che si sono sopra tratteggiate: l’inflizione di
lesioni eccedenti rispetto alla normalità causale, sorretta dalla perversa volontà
di cagionare gratuite sofferenze fisiche o morali. La Corte di legittimità analizza il
caso alla ricerca della colpevolezza dell’aggravante alla stregua del metodo
indlzlario che costituisce l’unico possibile strumento per l’indagine sulla
colpevolezza, sull’atteggiamento interiore che contrassegna il processo
decisionale (Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014, Espenhahn, Rv. 261105). La
ragionata conclusione dell’indagine è che l’azione è mossa da parossistica
impulsività e non da dolo di crudeltà.
8. Traendo le fila di quanto sin qui considerato emerge che, al fondo, la
introduzione nell’argomentazione della figura del dolo d’impeto è frutto di
confusione e sovrapposizione tra tale forma dell’elemento soggettivo e le
componenti impulsive della condotta. Infatti, la deliberazione illecita può ben
essere fulminea, estemporanea ma al contempo fredda ed ordinata. Al contrario,
un crimine lungamente preordinato può essere eseguito in una condizione
psichica emotivamente perturbata dalla stessa drammaticità dell’atto.
L’affermazione richiede un breve chiarimento che riguarda per l’appunto il dolo
d’impeto.
La vasta letteratura sul dolo mostra alcune classificazioni prive di reale
interesse da punto di vista dogmatico. Esse, frutto di risalenti istanze descrittive,
classificatorie, non svolgono un ruolo significativo nel governo dell’imputazione
soggettiva, tanto che sono nel presente oggetto di scemata attenzione anche in
dottrina. In tale ambito si colloca la figura del dolo d’impeto.
Soprattutto la dottrina meno recente evidenzia la distinzione tra dolo
d’impeto e dolo di proposito, fondata sulla maggiore o minore repentinità della
decisione illecita e della sua esecuzione. Il primo è caratterizzato da una
risoluzione che insorge improvvisa e viene subito tradotta in azione. Tale specie
di dolo viene ritenuta meno grave, in quanto esprime una ponderazione
sommaria delle implicazioni del fatto. Essa non è incompatibile col dolo
eventuale, giacché l’analisi dei risultati che si prospettano può avvenire anche in
un breve lasso di tempo.
Il dolo di proposito è caratterizzato, invece, da un considerevole distacco
temporale tra il sorgere dell’idea criminosa e la sua esecuzione. Qui il coefficiente
psicologico è più forte, giacché più viva è la coscienza dell’atto e delle sue
conseguenze. A tale categoria, quale sottospecie, viene generalmente ricondotta
la premeditazione, prevista come circostanza aggravante dagli artt. 577 e 582
cod. pen., nella quale, secondo la visione più diffusa in dottrina ed in
giurisprudenza, al decorso di un significativo lasso di tempo tra la nascita e
l’esecuzione dell’idea criminosa si accompagna una riflessione che esprime il
consolidamento del proposito ed una sua persistenza tenace ed ininterrotta.
La distinzione in questione esprime un dato meramente cronologico di per sé
non dirimente da alcun punto di vista ed afferente più al piano della prova che a
quello categoriale.
Un accenno al dolo d’impeto compare nella Relazione al Re sul codice: esso
costituisce il primo gradino cui seguono quelli della riflessione normale e quello
della premeditazione. Ma non gli si attribuisce alcun rilievo, a parte quello
naturalmente afferente all’intensità del dolo.
L’assenza di specifico peso regolativo si desume del resto dalla stessa
giurisprudenza, che solitamente fa riferimento alla figura proprio per escluderne
la concreta autonoma incidenza negli ingranaggi del sistema. Ad esempio,
l’aggravante del nesso teleologico è compatibile con il dolo d’impeto, in quanto
l’ideazione e l’esecuzione del reato mezzo e del reato fine possono coincidere,
mantenendo il collegamento strumentale e funzionale tra di essi (da ultimo, Sez.
6, n. 34285 del 27/06/2012, Cutrera, Rv. 253158). Tale incompatibilità non
esiste in quanto la risposta immediata, o quasi immediata, in cui si concreta il
primo non collide con una connessa e coeva ulteriore e contestuale intenzionalità
(Sez. 1, n. 31583 del 13/07/2009, Cobianchi, Rv. 244306). E’ stata pure
ravvisata la compatibilità, in tema di omicidio volontario, dello stesso doto
d’impeto con la circostanza aggravante dei motivi abietti e futili (Sez. 5, n.
17686 del 26/01/2010, Matei, Rv. 247223; Sez. 1, n. 24894 del 28/05/2009, Rv.
243804).
In giurisprudenza si afferma altresì, condivisibilmente, che non vi è
incompatibilità neppure tra dolo d’impeto e dolo eventuale: non è ravvisabile
incompatibilità logico-concettuale di sorta tra tali figure per pretesa
inconciliabilità tra previsione ed assenza di riflessione, posto che anche al dolo
d’impeto inerisce naturalmente un profilo di consapevolezza e previsione degli
esiti della condotta voluta, in funzione del nesso causale che deve legare i due
termini del fatto (Sez. l, n. 23517 del 07/03/2013, Corba, Rv. 255472; Sez. 1,
n. 12680 del 29/01/2008, G., Rv. 239365 Sez. 1, n. 879 del 29/11/1994,
Dumlao, Rv. 200110).
Di particolare interesse ai fini che qui interessano è una pronunzia In cui si è
affermato che il dolo d’impeto, che connota la risposta immediata o quasi
immediata ad uno stimolo esterno, non esclude la lucidità, ma non richiede
neppure una immediatezza assoluta della risposta allo stimolo, essendo diversi,
in ogni soggetto, i tempi di reazione~ (Sez. 1, n. 39791 del 30/09/2005,
Masciovecchio, Rv. 232943).
Alla luce di tali riferimenti sistemici, dunque, risulta corroborato l’assunto sin
qui proposto:
“Il dolo d’impeto, designando un dato meramente cronologico, non è
incompatibile con la circostanza aggravante della crudeltà di cui all’art. 61, primo
comma, n. 4, cod. pen. “.
Del tutto distinto è il tema afferente ai tratti impulsivi della condotta, che
frequentemente caratterizzano vicende del genere di quella in esame; e più in
generale la condizione pslchlca dell’agente. La concitazione, la rabbia, possono in
qualche caso spiegare l’incalzante agire aggressivo, escludendo l’esistenza della
già evocata colpevolezza di crudeltà. Analogamente è a dirsi per ciò che riguarda
l’alterata condizione mentale che può costituire la spiegazione della virulenta
azione aggressiva. Come sempre, quando si tratta di cogliere i tratti interiori
dell’agire, la strenua ricerca dei dettagli e la loro serrata ed equilibrata analisi
costituiscono strumenti indispensabili ai fini del giudizio.
Da quanto sin qui esposto può trarsi la seguente ulteriore enunciazione:
“La circostanza aggravante dell’avere agito con crudeltà, di cui all’art. 61,
primo comma, n. 4, cod. pen., è di natura soggettiva ed è caratterizzata da una
condotta eccedente rispetto alla normalità causale, che determina sofferenze
aggiuntive ed esprime un atteggiamento interiore specialmente riprovevole, che
deve essere oggetto di accertamento alla stregua delle modalità della condotta e
di tutte le circostanze del caso concreto, comprese quelle afferenti alle note
impulsive del dolo”.
Alla luce di tali principi occorre esaminare il caso oggetto del giudizio.
9. La pronunzia pone difficoltà di lettura, presentando talune patologie
quanto all’esame delle questioni cruciali: la distonia tra motivazione e
dispositivo; l’elefantiasi che offusca le ragioni della decisione; la disorganica
esposizione delle prove e dei fatti, senza che ne sia chiaramente esplicitata la
rilevanza in ordine alla risoluzione delle questioni controverse.
L’atto consta di oltre duecento pagine, ma la parte di gran lunga
preponderante del testo è costituita dalla integrale, acritica trascrizione di
deposizioni assunte nel giudizio. Non solo il documento è macroscopicamente
sovrabbondante, ma neppure esplicita le ragioni di tanta profusione, né
soprattutto indica quali sono i passaggi degli atti acriticamente trascritti che
esercitano un ruolo nella logica della decisione.
SI tratta di uno stile che si rinviene spesso nella produzione
giurisprudenziale, alimentato anche dalla tecnologia di riproduzione dei testi.
Tale stile ostacola la comprensione del senso della decisione, tradisce la funzione
euristica della motivazione, disattende precise indicazioni di plurime norme
processuali.
Di fronte a tale preoccupante degenerazione, le Sezioni Unite ritengono di
dovere rimarcare il fenomeno dell’assenza di una chiara distinzione tra il
contenuto della prova ed i fatti che da essa si desumono. L’acritica trasposizione
nella sentenza del tenore delle prove, senza l’appropriata spiegazione in ordine ai
fatti che si ritengono accertati, costituisce una patologica rottura della sequenza
dei momenti dell’operazione decisoria, che rischia di vulnerarne la tenuta logica.
Per contro, la chiara visione della sequenza indicata consente di ricondurre l’atto
al virtuoso paradigma della chiarezza e concisione. Si segnano e si discutono,
ave occorra anche diffusamente, solo i fatti rilevanti e le questioni
problematiche, liberando la motivazione dalla congerie dì dettagli insignificanti
che spesso vi compaiono senza alcuna necessità.
Sebbene faticosamente ed in modo disorganico, la pronunzia espone
tuttavia alcuni dati rilevanti: l’imputato nutriva odio nei confronti dei genitori, più
volte manifestato con aggressioni verbali e minacce di morte, espresse anche il
giorno prima degli eventi; tale odio era alimentato da risalenti problematiche
familiari, come evidenziato anche dagli esperti.
Il Tribunale condivide le valutazioni dei periti quanto alla capacità di
intendere e di volere, pur dando atto dell’apprezzamento parzialmente
discordante dei consulenti della difesa, che hanno ritenuto l’esistenza di psicosì
paranoide con grave disturbo di personalità e quindi la parziale incapacità di
intendere e di volere.
Quanto alla storia personale dell’imputato, costui ha subito almeno tre
ricoveri in regime di trattamento sanitario obbligatorio, mostrando di volta in
volta sospettosità, agitazione psicomotoria, ideazione delirante a contenuto
persecutorio e di veneficio; ha fatto uso continuativo di droghe pesanti ed è stato
assistito in una comunità terapeutica; presenta disturbo di personalità che si
caratterizza per una struttura disarmonica con spiccate valenze paranoidi e
psicopatiche, pure se tale condizione non configura una infermità rilevante ai fini
medico-legali e psichiatrico-forensi.
La sentenza rammenta che i periti hanno letto gli illeciti come reati
d’impulso, caratterizzati da rabbia esplosiva, ferocia inusuale, accanimento
violento, espressione di ostilità a lungo accumulata.
Per quanto attiene particolarmente all’esistenza della discussa aggravante si
considera che il numero dei colpi non è bastevole. Le modalità dell’aggressione e
del nascondimento dei cadaveri trovano giustificazione nella natura del dolo. Si
rammenta che si tratta di reato d’impeto caratterizzato da rabbia esplosiva,
espressione di ostilità dovuta a degrado familiare a causa della figura paterna
violenta, del clima di violenza e sopraffazione domestica. La conclusione invero
non chiara è che si è in presenza di «motivi tutti evidentemente incidenti in
modo autonomo sul volere dell’imputato ma indipendenti da questi», sicché
l’aggravante va esclusa.
Per tali ragioni vengono riconosciute le attenuanti generiche. A tale riguardo
la sentenza reca un passaggio che merita di essere testualmente riprodotto:
«avuto riguardo alla situazione familiare dell’imputato, sopraffatto e picchiato dal
padre, alla violenza usata da questi nei suoi confronti e degli altri componenti il
nucleo familiare in modo sistematico, al clima intollerabile di vessazloni esistente
nell’ambito domestico ed inoltre al disturbo che, comunque, affligge l’imputato, il
quale, prescindendo dagli accertamenti tecnici eseguiti, è un soggetto che non si
scansa neppure quando incrocia veicoli in movimento, è da anni sottoposto a
trattamenti sanitari obbligatori, anche per aver camminato sul cornicione di un
palazzo, con diagnosi di psicosi, seguito dal centro di igiene mentale ed in cura
presso varie comunità per lungo tempo e, dunque, avuto riguardo alla
personalità dell’imputato, che perfettamente normale in senso metagiuridico non
pare, ritiene il decidente che vi siano elementi favorevolmente apprezzabili» per
la concessione delle attenuanti generiche.
La coordinata lettura degli sparsi, indicati frammenti consente di intendere il
nucleo del ragionamento decisorio: il reato è d’impeto, i colpi sono davvero
innumerevoli, ma le peculiarità aggressive dell’azione trovano la loro spiegazione
non in un proposito efferato, bensì nella perturbata condizione dell’agente.
Dunque, la sentenza, pur riproducendo la diffusa confusione tra dolo
d’impeto e componenti impulsive dell’azione, esclude l’aggravante non a causa
d’incompatibilità tra gli istituti discussi, ma per il ruolo determinante attribuito,
nella spiegazione degli accadimenti, alla rabbia esplosiva a sua volta generata
dalla morbosa condizione psichica.
La valutazione, sebbene disorganica ed a tratti implicita, è basata su plurime
e significative acquisizioni afferenti al vissuto del Del Vecchio e sui giudizi clinici
espressi dagli esperti; ed è inoltre conforme ai principi sin qui espressi.
Il motivo in questione deve essere conseguentemente rigettato.
10. Il secondo motivo è inammissibile per carenza d’interesse.
E’ ben vero che la parte motiva della sentenza ritiene l’esistenza
dell’aggravante della minorata difesa solo per l’uccisione del padre. Tuttavia il
dispositivo d’udienza e quello della sentenza documento statuiscono l’esistenza
della circostanza in riferimento ad ambedue gli illeciti. E la pena è stata
evidentemente determinata in riferimento a tale statuizione. E’ tale enunciato
che esprime il contenuto decisorio della sentenza. Esso, naturalmente, è
conforme al punto di vista dell’accusa pubblica che, conseguentemente, non ha
alcun interesse alla formale correzione della motivazione per adeguarla ad un
tratto decisorio che già è sacramentato in dispositivo.
Le Sezioni Unite hanno al riguardo enunciato principi condivisi che vanno qui
ribaditi.
Nel sistema processuale penale, la nozione di interesse ad impugnare va
individuata in una prospettiva utilitaristica, ossia nella finalità negativa,
perseguita dal soggetto legittimato, di rimuovere una situazione di svantaggio
processuale derivante da una decisione giudiziale, e in quella, positiva, del
conseguimento di un’utilità, ossia di una decisione più vantaggiosa rispetto a
quella oggetto del gravame, e che risulti logicamente coerente con il sistema
normativa (Sez. U, n. 6624 del 27/10/2011, Marinaj, Rv. 251693).
In particolare, il ricorso per cassazione del P.M. diretto a ottenere t’esatta
applicazione della legge processuale deve essere caratterizzato dalla concretezza
ed attualità dell’interesse, da verificare in relazione all’idoneità dell’impugnazione
a rimuovere gli effetti che si assumono pregiudizievoli (Sez. U, n. 29529 del
25/06/2009, De Marino, Rv. 244110).
Più in dettaglio, con riferimento al P.M., si è ritenuto, pure condivisibitmente,
che è inammissibile, per difetto dell’interesse richiesto dall’art. 568, comma 4,
cod. proc. pen., l’impugnazione proposta avverso la sola motivazione di un
provvedimento del cui dispositivo, invece, si chiede la conferma (Sez. 6, n.
20116 del 16/04/2013, Ceriani, Rv. 255672; nello stesso senso, quanto alla
parte civile, Sez. 5, n. 10366 del 08/10/2014, dep. 2015, Pascali, Rv. 262581).
Alla stregua di tali principi si configura l’assenza d’interesse al motivo di
ricorso.
11. Il terzo ed il quarto motivo sono privi di pregio. Sia pure in modo
disorganico e con l’errore motivazionale detto sopra, la sentenza dà conto dei
pregressi comportamenti violenti e quindi della recidiva, considera il difficile
contesto personale ed il quadro di personalità perturbato, pervenendo al
riconoscimento delle attenuanti generiche e ad un giudizio di equivalenza, cioè di
equilibrio tra i fattori di diverso segno da considerare, che non mostra vizi logici
e1 dunque, non può essere posto in discussione nella presente sede di legittimità.
12. Conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso.
Così deciso il 23/06/2016.

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