Dichiarazione Infedele – Cassazione Penale 15/07/2016 N° 30148

Dichiarazione infedele – Cassazione penale 15/07/2016 n° 30148 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine Pagina 1Pagina 2

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 15/07/2016

Numero: 30148

Testo completo della Sentenza Dichiarazione infedele – Cassazione penale 15/07/2016 n° 30148:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine  Pagina 1Pagina 2

SENTENZA Sul ricorso proposto da: – FERRARA MAURIZIO, n. 2/01/1966 a Gela avverso la sentenza della Corte d’appello di CALTANISSETTA in data 24/02/2015; visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso; udita la relazione svolta dal consigliere Alessio Scarcella; udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. F. Baldi, che ha chiesto l’annullamento senza rinvio della senten- za per prescrizione; RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza emessa in data 24/02/2015, depositata in data 3/03/2015, la Corte d’appello di Caltanissetta confermava la sentenza del tribunale di Gela del 23/10/2013, appellata dal Ferrara, che lo aveva riconosciuto colpevole dei reati di cui all’art. 2, comma terzo, D. Lgs. n. 74 del 2000 (dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, in particolare per essersi avvalso di 15 fatture per operazioni inesistenti, contabilizzando sul registro Iva le predette fatture passive riconducibili alle ditte Bianco Maurizio e Rudi Camtosin, elementi passivi che erano confluiti nella dichiarazione Iva 2006 per un importo di € 108.412), nonché del reato di cui all’art. 4, D. Lgs. n. 74 del 2000 (dichiarazione infedele, per aver omesso di contabilizzare e dichiarare ele- menti positivi di reddito per un ammontare complessivo di elementi attivi sot- tratti all’imposizione pari ad € 340.930,23, superiore al 10% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati nella dichiarazione pari ad € 239.930, con una evasione di imposta pari ad euro 112.506,98). 2. Ha proposto ricorso FERRARA MAURIZIO, a mezzo del difensore fiduciario cassazionista, impugnando la sentenza predetta con cui deduce sette motivi di ricorso, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. cod. proc. pen. 2.1. Deduce, con il primo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. b), cod. proc. pen., in relazione alla eccepita nullità del decreto di citazione a giudizio e relativi nullità di tutti gli atti successivi. In sintesi, la censura investe l’impugnata sentenza in quanto, sostiene il ricor- rente, i giudici avrebbero erroneamente confutato la doglianza difensiva espres- sa dell’atto di appello in cui si censurava la nullità della prima sentenza per inde- terminatezza dell’imputazione relativa al capo b), in quanto non si farebbe rife- rimento alcuno alle società che avrebbero detenuto le fatture oggetto di conte- stazione. 2.2. Deduce, con il secondo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. b), cod. proc. pen., sotto plurimi profili. In sintesi, la censura investe l’impugnata sentenza in quanto, sostiene il ricor- rente: a) anzitutto, vi sarebbe la violazione del combinato disposto di cui agli ar- ticoli 191 e 234 del codice di procedura penale e 220 disposizioni di attuazione allo stesso codice (i fatti sarebbero stati ritenuti provati sulla base del processo 2 verbale di constatazione redatto dalla Guardia di Finanza e sulla base delle di- chiarazioni del verbalizzante, rese in udienza; si sostiene che il PVC non poteva essere utilizzato in quanto non era stata seguita la procedura garantita prevista dal citato articolo 220; nella specie, gli indizi di reato sarebbero emersi sin dalle fasi iniziali dell’indagine amministrativa – per come risulterebbe dal PVC in data 22/11/2008 -, sulla base della segnalazione della polizia tributaria di La Spezia che riferiva di fatture attive emesse dalla società del ricorrente nei confronti della società Works di La Spezia, le quali venivano considerate come soprafatturate negli importi; il PVC non poteva nemmeno essere utilizzato quale documento, a norma dell’articolo 234 codice procedura penale, in quanto dallo stesso risulta- vano compiuti degli atti di indagine eseguiti da altri reparti della Guardia di Fi- nanza e non da quello cui appartenevano i verbalizzanti; inoltre, la inutilizzabilità discenderebbe dal fatto che nello stesso PVC erano contenute valutazioni, dichia- razioni dell’imputato e di altri soggetti coinvolti che avrebbero reso a loro volta dichiarazioni ad altri reparti della Guardia di Finanza); b) si censura poi la sen- tenza osservando come dal predetto PVC non sarebbe emersa la prova dei fatti contestati (sul punto, limitando l’illustrazione al solo motivo che investe il capo a) – atteso che, con riferimento al capo b), come si dirà oltre, il fatto non è più penalmente perseguibile attesa la novella legislativa attuata con il decreto legi- slativo n. 158 del 2015 – il ricorrente censura il ragionamento logico-giuridico svolto dalla Corte d’appello che ha ritenuto configurabile il reato in esame per il solo rinvenimento delle 15 fatture presso la società del ricorrente e sulla scorta della non provata esistenza delle stesse presso le ditte emittenti; si duole il ricor- rente perché, per poterne sostenere la falsità, sarebbe stato necessario accertare la loro avvenuta contabilizzazione nelle scritture contabili obbligatorie delle emit- tenti – ciò attraverso una personale interpretazione offerta dal ricorrente del di- sposto dell’articolo 2, comma secondo, del decreto legislativo n. 74 del 2000 – nonchè accertare se esistesse o meno un rapporto commerciale, sotteso alle fat- ture, intercorrente tra la società di quest’ultimo e le due ditte emittenti; censu- rabile sarebbe la motivazione della Corte d’appello laddove sostiene che, a segui- to della rinnovazione istruttoria mediante l’audizione del teste del Vedda, sareb- be stato chiarito che il ricorrente avrebbe annotato le fatture in contabilità e poi le avrebbe trasfuse, utilizzandole, nella dichiarazione dei redditi presentata nell’ottobre del 2007; sostiene il ricorrente che detta rinnovazione nulla avrebbe aggiunto in quanto il teste avrebbe confermato soltanto di non aver fatto alcun calcolo nè indagini tese ad accertare se sussistessero o meno rapporti commer- ciali tra le due ditte emittenti e la società del ricorrente; detti accertamenti non erano stati svolti né dal teste Vedda – dalle cui dichiarazioni tutt’al più poteva 3 emergere che le fatture emesse dalla Bianco erano state ritenute false solo per- ché diverse da quelle normalmente emesse da tale ditta, diversità che secondo il ricorrente proverebbe unicamente che le stesse non vennero rinvenute presso le ditte emittenti in quanto queste ultime avevano premeditato di non contabilizzar- le – né da altri verbalizzanti, richiamando il ricorso specificamente quanto dichia- rato dal teste Sorrentino il quale aveva confermato di non aver svolto alcun ac- certamento circa l’esistenza del rapporto commerciale tra le due ditte emittenti e quella della società del ricorrente. 2.3. Deduce, con il terzo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. c), cod. proc. pen., in relazione all’art. 191, cod. proc. pen., per l’asserita inutilizzabilità delle dichiarazioni spontanee rese dall’allora indagato e dai due titolari delle ditte e- mittenti, oltre che delle dichiarazioni riportate dai vari reparti della polizia tribu- taría alla Guardia di Finanza di Gela. In sintesi, la censura investe l’impugnata sentenza in quanto, sostiene il ricor- rente, che, tanto le dichiarazioni dell’indagato quanto quelle dei due titolari delle ditte emittenti, sarebbero state inserite nel PVC 22/11/2008, nel verbale di se- questro e nel verbale di descrizione dei fatti, i quali sarebbero stati acquisiti, senza il consenso del ricorrente, al fascicolo per il dibattimento e riportate nella prima sentenza; il ricorrente, pur riconoscendo che la sentenza di primo grado non conteneva alcun riferimento alle predette dichiarazioni, sostiene però che le stesse rappresenterebbero pur sempre l’unica fonte di prova utilizzata per per- venire al giudizio di condanna; in secondo luogo non sarebbe stato possibile uti- lizzare le dichiarazioni trasfuse nel PVC e riferibili a quanto accertato da comandi della Guardia di Finanza diversi da quello di appartenenza del teste Vedda; né questi né il teste Sorrentino avrebbero infatti personalmente svolto tali controlli, sicché la decisione sarebbe viziata per aver utilizzato elementi acquisiti da terzi e riportati dal teste senza che fosse nemmeno chiaro per quale via dette dichiara- zioni fossero pervenute; la Corte di appello avrebbe quantomeno dovuto, ai sensi dell’articolo 192 del codice procedura penale, escutere in dibattimento il teste di- retto che aveva riferito le circostanze poi oggetto delle dichiarazioni del teste Vedda. 2.4. Deduce, con il quarto motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. d), cod. proc. pen., per la mancata assunzione di prova decisiva e per la mancanza di prova e/o di indizi gravi, precisi e concordanti. In sintesi, la censura investe l’impugnata sentenza in quanto, sostiene il ricor- rente, censurabile sarebbe la decisione della Corte di appello di non ammettere 4 la rinnovazione istruttoria al fine – per quanto in questa sede rileva, esclusiva- mente con riferimento al solo capo a) -, di esaminare alcuni testi (Eiman, Rezzi, Falci, Mashl e Barakat), i dipendenti del ricorrente risultanti dal libro giornale 2006 oltre che le testimonianze dei due titolari delle ditte emittenti circa l’esistenza di rapporti commerciali con la società del ricorrente, oltre che per e- sperire perizia contabile in ordine alla correttezza o meno della dichiarazione dei redditi presentata dalla Build s.r.l. per l’anno di imposta 2006; i giudici avrebbe- ro fondato il giudizio di condanna sulla base di un’errata valutazione dei fatti di causa incorrendo in una ipotesi di error in iudicando; in particolare, il ricorrente ribadisce la mancanza in atti della prova che le scritture contabili obbligatorie delle fatture emesse e ricevute dalla Build s.r.l. per l’anno 2006 fossero confluite nella dichiarazione dei redditi; sul punto, nel ribadire la inutilizzabilità di quanto dichiarato dal teste Vedda, sostiene il ricorrente che le fatture emesse dalle due ditte in favore della Build s.r.l. sarebbero reali in quanto relative a rapporti commerciali effettivamente esistiti, avendo svolto ambedue le ditte lavori e/o forniture presso i cantieri che la società Build s.r.l. aveva nella zona industriale di San Donà di Piave; la prova della inesistenza delle fatture, basata sul mancato reperimento delle fatture attive presso le due ditte emittenti, sarebbe emersa solo sulla base di quanto dichiarato dal teste che aveva riferito di accertamenti svolti da altri comandi territoriali della Guardia di Finanza; ciò tuttavia, sostiene il ricorrente, non sarebbe sufficiente a provare l’inesistenza delle fatture; il me- desimo ricorrente, infine, insiste nell’affermare – come già esposto nel terzo mo- tivo – che la mancata contabilizzazione delle fatture nelle scritture delle due ditte emittenti poteva essere giustificata dall’interesse di queste ultime ad evadere l’imposta sui redditi ed a sottrarre i relativi importi all’imposizione; inoltre, si af- ferma, mancherebbe la prova che le predette fatture siano state effettivamente contabilizzate delle scritture, mai acquisite al dibattimento, e che quindi le stesse siano effettivamente confluite nella dichiarazione dei redditi della Build s.r.I., di- fettando altresì la prova che effettivamente la dichiarazione dei redditi relativa al predetto periodo d’imposta sia stata elaborata tenendo conto e computando gli importi delle predette fatture. 2.5. Deduce, con il quinto motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. c) ed e), cod. proc. pen., in relazione agli artt. 125 e 544 cod. proc. pen. e 111 Cost., e corre- lato vizio di motivazione mancante, contradditoria e manifestamente illogica. In sintesi, la censura investe l’impugnata sentenza in quanto, sostiene il ricor- rente, la Corte di appello avrebbe omesso di motivare: a) anzitutto sul perché fosse stata ritenuta inesistente l’operazione commerciale tra le due ditte emit- 5 tenti e la Build s.r.l. sottesa alle 15 fatture; b) in secondo luogo, su quale fosse l’iter logico-matematico seguito per affermare che le fatture emesse dalle due ditte emittenti siano confluite nella dichiarazione 2006 al fine di accertare l’evasione di imposta; c) in terzo luogo, sul perché il reato sia stato ritenuto sus- sistente nonostante la mancanza in atti delle scritture contabili. Ancora, illogica e contraddittoria sarebbe la motivazione della sentenza la dove fonda la prova dell’inesistenza delle fatture sul mancato rinvenimento delle stesse nella contabi- lità delle due ditte emittenti, ritenendo che le stesse siano state utilizzate da par- te della Build s.r.I., facendone derivare l’inesistenza del rapporto commerciale ad esse sotteso, laddove, diversamente, quando valuta la sussistenza del reato di cui al capo b), la Corte giungerebbe ad utilizzare il ragionamento opposto. Infine la Corte d’appello non avrebbe spiegato perché non abbia ritenuto opportuno sentire il teste Candosin e gli altri testi indicati dalla difesa. 2.6. Deduce, con il sesto motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. d), cod. proc. pen., in relazione alla mancata assunzione di prova decisiva. In sintesi, la censura investe l’impugnata sentenza in quanto, sostiene il ricor- rente, nell’atto di appello l’imputato si era doluto della mancata escussione del teste Candosin, ammesso all’udienza del 29/6/2011 ed inspiegabilmente revoca- to all’udienza del 27/3/2012; detto teste era stato richiesto ai sensi dell’articolo 507 del codice di procedura penale all’udienza del 23/10/2013, ma non era stato ammesso dal tribunale; si sarebbe trattato di una deposizione fondamentale che avrebbe chiarito la infondatezza dell’accusa; la Corte d’appello, sebbene investita della doglianza sul punto, non si sarebbe pronunciata. 2.7. Deduce, con il settimo ed ultimo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. b) ed e), cod. proc. pen., in relazione agli artt. 62 nn.ri 1, 2 e 5 cod. pen., in riferi- mento all’art. 60 cod. pen., ed in relazione all’art. 62 bis cod. pen., nonché per eccessività della pena ed omessa motivazione sulla prescrizione del reato di cui alla richiesta dell’atto di appello. In sintesi, la censura investe l’impugnata sentenza in quanto, sostiene il ricor- rente, quanto alle invocate attenuanti comuni, la Corte di appello non avrebbe accolto l’impugnazione ritenendo il motivo generico, ma si sarebbe trattato di un’errata valutazione in quanto il motivo era stato adeguatamente dettagliato e formulato; analogamente si censura la pronuncia con riferimento alla richiesta declaratoria di prescrizione sollecitata con l’atto di appello, posto che l’evasione di imposta sarebbe stata commessa nell’anno 2006 e dunque sarebbero trascorsi i termini previsti dall’articolo 157 del codice penale. 6 CONSIDERATO IN DIRITTO 3. Il ricorso è parzialmente fondato, dovendosi rilevare l’intervenuta depenaliz- zazione del delitto sub b) per le ragioni di cui si dirà oltre, dovendosi, diversa- mente, nel resto, dichiarare inammissibile il ricorso medesimo. 4. Ed invero, la condotta contestata al capo b), a seguito dell’intervento legisla- tivo operato con il recente D. Lgs. n. 158 del 2015 con riferimento al reato di di- chiarazione infedele di cui all’art. 4 del DLgs. 74/2000, non riveste più rilevanza penale. Come è noto, con la novella del 2015 il legislatore delegato ha optato per un “al- leggerimento” ed una più puntuale definizione della fattispecie. L’illecito è oggi così articolato: “Fuori dei casi previsti dagli articoli 2 e 3, è punito con la reclu- sione da uno a tre anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, indica in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi inesistenti, quando, congiuntamente: a) l’imposta evasa è superiore, con riferi- mento a taluna delle singole imposte, a euro cento-cinquantamila; b) l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione, anche mediante indicazione di elementi passivi inesistenti, è superiore al dieci per cen- to dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque, è superiore a euro tre milioni”. Si evidenziano, per quanto qui di interesse, gli interventi sulle soglie di punibilità. In particolare: a) da un lato, la soglia di punibilità correlata all’imposta evasa viene elevata da 50.000,00 a 150.000,00 euro; b) dall’altro, la soglia del valore degli elementi attivi sottratti all’imposizione, anche mediante indicazione di ele- menti passivi inesistenti, viene innalzata da due a tre milioni di euro. Nel caso sottoposto all’esame di questa Corte l’evasione d’imposta è pari ad C 112.506,98, inferiore alla soglia sub a). Poiché, ai fini della sussistenza del reato, la fattispecie subordina la perseguibilità penale alla sussistenza “congiunta” di entrambe le condizioni indicate dalla legge (ossia evasione d’imposta superiore ad euro centocinquantamila; l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione, superiore al dieci per cento dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque superiore a euro tre milioni), ne discende che, non superando l’evasione d’imposta la nuova soglia di C 150.000,00, il fatto non è più penal- mente perseguibile, essendo il medesimo solo sanzionatile amministrativamente. 7 5. Ne discende che anche nel reato di dichiarazione infedele – al pari di quanto già affermato da questa Corte con riferimento a fattispecie penali tributarie la cui sanzionabilità in sede penale è subordinata al raggiungimento della soglia di pu- nibilità prevista dalla legge (v., ad es., il reato di omesso versamento di IVA, previsto dall’art. 10-ter del D.Lgs. n. 74 del 2000, o il reato di omesso versa- mento di ritenute certificate ex art. 10-bis, d. Igs. n. 74 del 2000: Sez. 3, n. 3098 del 05/11/2015 – dep. 25/01/2016, Vanni, Rv. 265938; Sez. 3, n. 6105 del 18/11/2015 – dep. 15/02/2016, Marchese, Rv. 266273) – il superamento della soglia di punibilità – fissata attualmente in 150.000 euro, in seguito alle modifi- che apportate dal D.Lgs. n. 158 del 2015 – non configura una condizione ogget- tiva di punibilità, bensì un elemento costitutivo del reato, con la conseguenza che la sua mancata integrazione comporta l’assoluzione con la formula “il fatto non sussiste”, poiché l’integrazione della soglia non dipende da un evento futuro ed incerto ma dallo stesso comportamento dell’agente che, con una condotta o- missiva, contribuisce alla realizzazione del fatto tipico. 6. Resta soltanto da chiarire, come del resto già ribadito dalle richiamate deci- sioni, che l’insussistenza del fatto dichiarata per la mancata integrazione della soglia di punibilità attiene all’inconfigurabilità della fattispecie incriminatrice quanto all’accertamento che non sussiste il fatto che sia stata raggiunta una so- glia pari o superiore a quella prevista per la realizzazione del reato, con la con- seguenza che è esclusivamente rispetto a tale fatto che, ai sensi dell’art. 652 cod. proc. pen., la sentenza penale irrevocabile di assoluzione pronunciata a se- guito di dibattimento ha efficacia di giudicato. Resta impregiudicato che l’eventuale mancato versamento dell’Iva in misura in- feriore alla soglia di punibilità (che integra un fatto diverso, penalmente irrile- vante e sanzionabile in via amministrativa) legittima l’Amministrazione Finanzia- ria a procedere in via amministrativa all’accertamento della violazione e all’irro- gazione delle relative sanzioni in relazione all’imposta dovuta e non versata, pur- ché sotto soglia. 7. Il ricorso dev’essere, pertanto, esaminato con riferimento alle doglianze che investono il capo a), non inciso dall’intervento riformatore. 8. Proprio in relazione a quanto sopra, osserva il Collegio, è superfluo l’esame del primo motivo, in quanto lo stesso investe la presunta indeterminatezza dell’imputazione sub b), in relazione alla quale il fatto deve intendersi depenaliz- 8 zato, donde la doglianza difensiva è da ritenersi assorbita dall’annullamento sen- za rinvio della sentenza per tale capo. 9. Può quindi procedersi all’esame del secondo motivo che il Collegio ritiene in- fondato. Ed invero, con riferimento alla presunta violazione del combinato disposto di quegli articoli 191 e 234 del codice di procedura penale e dell’articolo 220 delle disposizioni di attuazione al cod. proc. pen., la Corte d’appello motiva a pagina 6 della sentenza impugnata, richiamando la giurisprudenza di questa Corte sulla natura di atto amministrativo extraprocessuale del PVC, in quanto tale utilizzabi- le quale prova documentale, attesa la natura di atto irripetibile del medesimo. Infatti, come affermato più volte da questa Corte, costituisce atto irripetibile, e può quindi essere inserito nel fascicolo per il dibattimento, il processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di Finanza per accertare o riferire violazioni a norme di leggi finanziarie o tributarie (Sez. 3, n. 36399 del 18/05/2011 – dep. 07/10/2011, Aportone, Rv. 251235). E’ ben vero che nella giurisprudenza di questa Corte si registrano posizioni che, pur ritenendo il processo verbale di con- statazione redatto dalla Guardia di finanza, in quanto atto amministrativo extra- processuale, prova documentale anche nei confronti di soggetti non destinatari della verifica fiscale, precisano tuttavia che, qualora emergano indizi di reato, occorre procedere secondo le modalità previste dall’art. 220 disp. att., giacchè altrimenti la parte del documento redatta successivamente a detta emersione non può assumere efficacia probatoria e, quindi, non è utilizzabile (Sez. 3, n. 6881 del 18/11/2008 – dep. 18/02/2009, Ceragioli e altri, Rv. 242523), ma è al- trettanto vero che, nel caso in esame, è lo stesso ricorrente ad affermare nel ri- corso (v. in particolare pagina 4) che la Guardia di Finanza di La Spezia aveva segnalato fatture presuntivamente emesse dalla società del ricorrente nei con- fronti della Works di La Spezia i cui importi venivano considerati sovraffatturati; è quindi evidente che il fatto in relazione al quale erano emersi indizi di reato era diverso rispetto a quello sub a), in cui, invece, era la società amministrata dal ri- corrente ad utilizzare fatture emesse da altri soggetti; dunque non ricorrevano alla data del PVC elementi indiziari a carico del ricorrente in relazione al delitto di cui all’articolo 2 ma, tutt’al più, solo in relazione al reato di quell’articolo 4, D. Lgs. n. 74 del 2000. Circa, poi, la utilizzabilità del predetto PVC quale documento ex art. 234 cod. proc. pen., è sufficiente richiamare la copiosa e consolidata giurisprudenza di questa Corte (Sez. 3, n. 7820 del 01/04/1998 – dep. 03/07/1998, Molayem M, Rv. 211225; Sez. 3, n. 4432 del 10/04/1997 – dep. 13/05/1997, Cosentini, Rv. 9 208030). Peraltro, si osserva, la difesa del ricorrente non assolve nemmeno all’onere probatorio richiesto dalle Sezioni Unite De brio, in quanto avrebbe do- vuto produrre le risultanze documentali, ossia della specie il PVC, addotte a fon- damento del vizio processuale. Nel caso in cui una parte deduca il verificarsi di cause di nullità o inutilizzabilità collegate ad atti non rinvenibili nel fascicolo pro- cessuale (perché appartenenti ad altro procedimento o anche – qualora si proce- da con le forme del dibattimento – al fascicolo del pubblico ministero), al genera- le onere di precisa indicazione che incombe su chi solleva l’eccezione si accom- pagna l’ulteriore onere di formale produzione delle risultanze documentali – posi- tive o negative – addotte a fondamento del vizio processuale (Sez. U, n. 39061 del 16/07/2009 – dep. 08/10/2009, De brio, Rv. 244329). 10. Quanto alla necessità di accertare l’avvenuta contabilizzazione nelle scritture delle due emittenti delle 15 fatture in contestazione, l’affermazione è giuridica- mente errata, in quanto il riferimento contenuto nell’articolo 2, secondo comma, del decreto legislativo n. 74 del 2000 (a tenore del quale “Il fatto si considera commesso avvalendosi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti quando tali fatture o documenti sono registrati nelle scritture contabili obbligato- rie, o sono detenuti a fine di prova nei confronti dell’amministrazione finanzia- ria”), va inteso e riguarda ovviamente le scritture contabili dell’utilizzatore; che, poi, sussista la prova dell’annotazione in contabilità del ricorrente discende dalle dichiarazioni del teste Vedda, sentito nel corso del giudizio di appello, il quale ha anche confermato l’inserimento delle predette fatture nella dichiarazione, non ri- levando la circostanza per la quale questi abbia riferito l’esito di indagini svolte da altri soggetti. Su tale ultima questione, infatti, il ricorrente dimentica il co- stante orientamento di questa Corte secondo cui non viola il divieto di testimo- nianza indiretta previsto dall’art. 195, comma quarto, cod. proc. pen. la deposi- zione di ufficiale o agente di polizia giudiziaria che riferisca non in merito a di- chiarazioni di terzi, ma sulle attività di indagine svolte da altri ufficiali o agenti nello stesso contesto investigativo (Sez. 3, n. 6116 del 14/01/2016 – dep. 15/02/2016, Tartarelli, Rv. 266284; Sez. 2, n. 36286 del 21/09/2010 – dep. 11/10/2010, Miele, Rv. 248536; Sez. 2, n. 23005 del 16/01/2015 – dep. 29/05/2015, Cercaci e altro, Rv. 264220; Sez. F, n. 34180 del 18/08/2009 – dep. 04/09/2009, Er, Rv. 245375, che giunge ad affermare che il divieto e le li- mitazioni all’utilizzazione della testimonianza indiretta previsti dal quarto comma dell’art. 195 cod. proc. pen. non si applicano nei confronti degli ufficiali o agenti della polizia giudiziaria sentiti a proposito degli esiti di indagini condotte in un 10 paese straniero da forze locali o internazionali di polizia, sempre che l’informa- zione sia riferita ad organismi di polizia qualificati e ben individuati). Nessuna conseguente inutilizzabilità delle informazioni riferite dal teste Vedda e riportate nel PVC, dunque, ha interessato il compendio probatorio.

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine  Pagina 1Pagina 2