Depenalizzazioni – Cassazione Penale 7/11/2016 N° 46688

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezioni Unite

Data: 7/11/2016

Numero: 46688

Testo completo della Sentenza Depenalizzazioni – Cassazione penale 7/11/2016 n° 46688:

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SENTENZA
sui ricorsi proposti da
1. Schirru Giovanni, nato a San Sperate il 24/11/1932
2. Simbula Stefania, nata a Domusnovas il 26/12/1938
avverso la sentenza del 03/11/2014 del Tribunale di Cagliari
visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal componente Maria Vessichelli;
udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Carmine Stabile,
che ha concluso chiedendo l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata
perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato e la revoca delle
statuizioni civili;
udito per gli imputati l’avv. Giovanni Gallus, che ha concluso per l’accoglimento
dei ricorsi.
RITENUTO IN FATTO
1. Hanno proposto ricorso per cassazione Giovanni Schirru e Stefania
Simbula avverso la sentenza in data 3 novembre 2014 con la quale il Tribunale
di Cagliari ha rigettato l’appello contro la sentenza del Giudice di pace di Iglesias
che li aveva dichiarati responsabili del reato di danneggiamento continuato.
Gli imputati sono stati condannati al pagamento della multa e, in solido, al
risarcimento dei danni da liquidare in separato giudizio, al pagamento della
provvisionale provvisoriamente esecutiva di 100 euro e alla rifusione delle spese
della parte civile.
2. Il difensore ha dedotto i seguenti motivi.
2.1. Manifesta illogicità della valutazione di attendibilità delle dichiarazioni
accusatorie della persona offesa e degli altri testi dell’accusa.
2.2. Vizio di motivazione concernente le dichiarazioni dei testi a difesa, i
quali avevano concordemente affermato che gli imputati erano assenti nel tempo
al quale si fanno risalire i fatti.
2.3. Vizio della motivazione con riferimento al dolo del reato.
2.4. Inutilizzabilità di un filmato e di una consulenza stragiudiziale prodotti
in giudizio, deduzione formulata in primo grado ma del tutto ignorata in appello.
2.5. Travisamento della prova, con riferimento al contenuto delle deposizioni
della persona offesa e del teste Massa i quali avevano attribuito al solo Schirru la
denuncia agli uffici comunali.
2.6. Assenza di motivazione riguardo alle statuizioni civili, e in special modo
riguardo alla provvisionale, nonostante articolati motivi di appello con i quali era
stata contestata la sussistenza del danno.
3. Il difensore, con motivi nuovi, ha dedotto – in via gradata rispetto alla
richiesta principale di assoluzione perché il fatto non sussiste o perché il fatto
non costituisce reato – la sopravvenuta abolitio criminis del reato in
contestazione, per effetto del d.lgs. n. 7 del 15 gennaio 2016, il quale ha anche
previsto, per la fattispecie dell’art. 635, primo comma, cod. pen., la sola
sanzione pecuniaria civile: disciplina che, in base alla norma transitoria, si
applica anche ai fatti commessi anteriormente alla sua entrata in vigore, salvo
che il procedimento sia stato definito con sentenza o con decreto divenuti
irrevocabili. L’abrogazione del reato è destinata altresì a porre nel nulla le
statuizioni civili, non rilevando le pronunce di condanna del giudice di merito già
intervenute.
Non ha mancato, tuttavia, lo stesso difensore di evidenziare il contrasto
giurisprudenziale venutosi a determinare sull’argomento, richiedendo, in via
subordinata, la rimessione del ricorso alle Sezioni Unite.
4. Con ordinanza del 15 giugno 2016 la Seconda sezione penale ha preso
atto del contrasto giurisprudenziale e ha disposto la rinnessione del ricorso alle
Sezioni Unite.
5. Con decreto del 5 luglio 2016 il Primo Presidente ha assegnato il ricorso
alle Sezioni Unite, fissandone la trattazione per la odierna udienza pubblica.
6. Il 14 settembre 2016 è stata depositata una nuova memoria da parte del
difensore degli imputati, il quale ha insistito sulla domanda di revoca delle
statuizioni civili.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è fondato.
1.1. Novità rilevante e decisiva ai fini della trattazione del ricorso in esame
è costituita dall’essere sopravvenuto, nelle more, il d.lgs. n. 7 del 15 gennaio
2016, entrato in vigore il 6 febbraio successivo, recante “Disposizioni in materia
di abrogazione di reati e introduzione di illeciti con sanzioni pecuniarie civili, a
norma dell’art. 2, comma 3, della legge 28 aprile 2014, n. 67”.
Nell’art. 1 di tale decreto sono elencati gli articoli del codice penale relativi ai
reati abrogati, mentre nell’art. 2 sono precisate le rimodulazioni degli articoli del
codice dipendenti dalle suddette abrogazioni e al comma 1, lett. I), dello stesso
art. 2, è disposta la modifica dell’art. 635 cod. pen. con una “sostituzione” della
relativa disciplina, dalla quale scaturisce, di fatto, l’abrogazione del previgente
primo comma dell’art. 635, con evidenti ricadute sul presente processo.
1.2. Occorre osservare in via preliminare che la richiesta difensiva di
valutare con priorità le questioni riguardanti i difetti di motivazione non può
trovare accoglimento.
Se è indubbio che, tra le diverse cause di non punibilità di cui all’art. 129
cod. proc. pen., la formula “perché il fatto non sussiste” deve prevalere su
qualsiasi altra formula, il principio così enunciato riguarda il caso della abolitio
criminis intervenuta dopo la sentenza assolutoria di primo grado per
insussistenza del fatto, gravata da impugnazione di cui non si motivi la astratta
fondatezza (Sez. 4, n. 22334 del 16/05/2002, dep. 2003, Giannangeli, Rv.
224836): caso nel quale la presunzione di non colpevolezza, rafforzata dalla
sentenza assolutoria con la formula detta, viene giudicata meritevole di tutela
anche ai fini extra-penali e destinata a mantenere la posizione preferenziale
accordatagli dalla formulazione dell’art. 129 cod. proc. pen.
Diverso è il caso di specie, nel quale la abrogazione è sopravvenuta ad una
“doppia conforme” di condanna e anche l’astratta non infondatezza dei motivi di
ricorso starebbe a configurare un vizio di motivazione senza possibilità di seguito
processuale, che presupporrebbe la permanenza di una res judicanda, mentre, in
assenza, resta paralizzato dal dovere di immediata rilevazione della causa di non
punibilità di cui all’art. 129, comma 1, cod. proc. pen.
Nel caso appena descritto, come già sottolineato reiteratamente dalla
giurisprudenza di legittimità, l’abolitio criminis fa venire meno l’esistenza stessa
della norma penale incriminatrice nell’ordinamento, come stabilito dal legislatore
nell’art. 2, secondo comma, cod. pen., per il quale nessuno può essere punito
per un fatto che, secondo la legge posteriore, non costituisce reato, e tale
circostanza processuale deve essere immediatamente dichiarata dal giudice.
1.3. Il danneggiato dal reato ha, piuttosto, libertà di adire il giudice civile,
dal momento che, come sottolineato da Corte cost., ord. n. 273 del 2002, la
formula assolutoria per l’ipotesi di sopravvenuta abrogazione della norma
incriminatrice (“il fatto non è previsto dalla legge come reato”) non è fra quelle
alle quali l’art. 652 cod. proc. pen. attribuisce efficacia nel giudizio civile.
2. Ciò premesso, se non è dunque in discussione, salvo il caso sopra
descritto, il dovere del giudice penale, in qualsiasi fase o grado del giudizio, di
concludere il processo pendente per uno dei reati sopra citati, dichiarando che il
fatto non è più previsto dalla legge come reato (con la formula appropriata del
non luogo a procedere, della assoluzione o dell’annullamento senza rinvio), dubbi
e contrapposizioni si sono venuti a determinare, nella giurisprudenza di
legittimità, non meno che nella dottrina, sulla sorte dei capi della sentenza di
condanna, già eventualmente pronunciata, contenenti statuizioni civili.
La questione, che è destinata a trovare soluzione nei principi generali in
tema di attivazione dell’azione civile nel processo penale, trae origine dalla
peculiare conformazione del d.lgs. n. 7 del 2016, che, nel disporre l’abrogazione
di taluni reati, ha contestualmente riformulato i fatti in essi descritti quali fonte,
nella sola forma dolosa, di sanzioni pecuniarie civili espressamente determinate,
ulteriori rispetto all’eventuale condanna alle restituzioni o al risarcimento del
danno.
Essa viene così posta:
“Se, in caso di sentenza di condanna relativa ad un reato successivamente
abrogato e qualificato come illecito civile, sottoposto a sanzione pecuniaria civile,
ai sensi del d.lgs. 15 gennaio 2016, n. 7, il giudice della impugnazione, nel
dichiarare che il fatto non è più previsto dalla legge come reato, debba revocare
anche i capi della sentenza che concernono gli interessi civili”.
3. Nella giurisprudenza di legittimità si è formato un primo indirizzo
interpretativo, favorevole al mantenimento, in capo al giudice penale della
impugnazione contro sentenza di condanna, del potere di decidere il ricorso agli
effetti civili.
3.1. Esso è stato prospettato per la prima volta da Sez. 5, n. 7124 del
09/02/2016, Portera, non mass., seguita da altre sentenze della stessa Sez. 5
(la n. 14041 del 15/02/2016, Carbone, Rv. 266317-8, e altre non massimate,
emesse il 03/03/2016, n. 28643, Gianfreda, n. 25062, Arona e n. 24029,
Mancuso), le quali fanno leva, in primo luogo, sul testo dell’art. 2, secondo
comma, ultima parte, cod. pen.: norma diretta a disciplinare il fenomeno della
abrogazione sopravvenuta a sentenza definitiva di condanna e ritenuta
principio-guida laddove statuisce, in caso di aboliti° criminis intervenuta dopo la
sentenza di condanna, la cessazione dell’esecuzione di questa e dei relativi effetti
penali, desumendosi da tale formulazione, a contrario, che gli eventuali effetti
civili non vengono travolti dall’abrogazione.
Una parte minoritaria della giurisprudenza in questione (in particolare la
sentenza Arona), nel citare le sentenze Sez. 5, n. 4266 del 20/12/2005, Colacito,
Rv. 233598 e Sez. 5, n. 28701 del 24/05/2005, Romiti, Rv. 231866, attribuisce
valenza precettiva generale al citato disposto dell’art. 2, secondo comma, cod.
pen., riferendolo anche alla ipotesi di abolitio criminis sopravvenuta a sentenza
non definitiva di condanna.
Un secondo argomento è dato dalla evocazione dell’art. 11 delle preleggi,
che, nello statuire che «la legge non dispone che per l’avvenire», farebbe salvo
il diritto acquisito dalla parte civile a vedere esaminata la propria azione già
incardinata nel processo penale, fatta eccezione per il caso, non messo in
discussione, in cui l’abrogazione sopravvenga alla instaurazione del giudizio di
primo grado ma sia antecedente alla pronuncia conclusiva del grado stesso: in
tal caso la pronuncia della abrogazione travolgerebbe il diritto pure già esercitato
dalla parte civile costituita.
Alle suddette conclusioni la giurisprudenza in questione perviene sia
richiamando l’analogo “meccanismo” procedurale creato dal coevo d.lgs. n. 8 del
2016, in tema di depenalizzazione, sia proponendo un’applicazione analogica, a
tali limitati fini, dell’art. 578 cod. proc. pen. che, in tema di cause di estinzione
del reato sopravvenute a sentenza di condanna, attribuisce al giudice della “sola”
impugnazione il potere di decidere agli effetti delle disposizioni e dei capi della
sentenza che concernono gli interessi civili.
Lo stesso orientamento afferma che, nel caso descritto, la sanzione
pecuniaria civile è destinata a non essere applicata perché l’esercizio dell’azione
civile nella sede propria, che ne costituirebbe il presupposto, sarebbe stato
“consumato”.
3.2. Allo stesso filone si ascrivono le sentenze della Sezione 2, n. 14529 del
23/03/2016, Bosco, Rv. 266467 e n. 29603 del 27/04/2016, De Mauri, Rv.
267166; inoltre le sentenze, non massimate, rispettivamente del 03/05/2016, n.
33058, Competiello e n. 33544, Rizzuti, nonché quella n. 21598, del
24/05/2016, Panizzo e n. 24299 del 27/05/2016, Cascarano.
Si tratta di un compendio giurisprudenziale organizzato attorno alla comune
elaborazione del rilievo secondo cui tra i reati oggetto del decreto di abrogazione
e quelli oggetto del decreto di depenalizzazione non vi è alcuna differenza
ontologica, tale da giustificare la diversità della disciplina sulla sorte dei capi
concernenti le statuizioni civili.
Il principale argomento logico-sistematico è quello secondo cui la
legge-delega n. 67 del 2014 ha dato luogo, con i decreti legislativi nn. 7 e 8, a
provvedimenti, in entrambi i casi, di depenalizzazione, sicché la disciplina dettata
dal decreto legislativo n. 8 ha “valenza generale” e il relativo art. 9, comma 3,
facendo riferimento generico a tutte le ipotesi in cui il giudice dell’impugnazione
dà atto dell’intervenuta depenalizzazione con il dovere aggiunto di decidere sulla
domanda civile proposta nello stesso procedimento, si applica anche alla materia
regolata dal d.lgs. n. 7.
A sostegno di tale ricostruzione ermeneutica, si rappresenta che le nuove
forme di illecito civile, con sanzioni non parametrate all’entità del pregiudizio
subito dall’attore, si porrebbero in “continuità normativa” con i reati abrogati;
sicché la formale abrogazione nasconderebbe una sostanziale “depenalizzazione
diversa” dalla quale discenderebbe la necessità di far operare allo stesso modo,
in relazione ad entrambe le normative delegate, la disciplina sui poteri del
giudice dell’impugnazione in tema di risarcimento del danno.
Oltre all’argomento dato dalla ricognizione del principio posto dall’art. 2,
secondo comma, ultima parte, cod. pen., il terzo pilastro del ragionamento delle
dette sentenze è costituito dalla necessità di una interpretazione
costituzionalmente conforme, posto che una diversa lettura darebbe luogo alla
violazione del principio di ragionevole durata del processo (art. 111 Cost.),
obbligando la parte civile ad adire il giudice civile nonostante che il fatto sia già
stato acclarato, con problemi di diseconomia processuale e di pericolo di
contrasto di giudicati, poichè il giudice civile sarebbe chiamato ad una completa
rivalutazione del medesimo fatto.
Secondo tali sentenze, argomenti utili possono trarsi dalla disposizione
transitoria del d.lgs. n. 7 del 2016, ossia dall’art. 12, comma 1, che, nello
stabilire, per i procedimenti in corso, la soggezione alle disposizioni relative alle
sanzioni pecuniarie civili, letto in combinato disposto con l’art. 3 dello stesso
decreto – che configura la soggezione al pagamento della sanzione pecuniaria
civile, per i fatti dolosi descritti nell’art. 4, come aggiuntiva alla capacità dei fatti
stessi di dare luogo alle restituzioni e al risarcimento del danno -, starebbe a
dimostrare che anche nel d.lgs. n. 7 è contemplato in via transitoria il potere del
giudice dell’impugnazione di decidere sui capi concernenti le disposizioni civili.
4. Il contrasto giurisprudenziale si è prodotto per effetto di sentenze, di
tenore opposto, emesse dalla Sezione Seconda e dalla Sezione Quinta.
Invero, dopo la sentenza capofila dell’indirizzo interpretativo in questione –
Sez. 5, n. 15634 del 19/02/2016, Guerzoni, Rv. 266502 – si registra, accanto ad
altre decisioni allineate alla prima (n. 14044 del 09/03/2016, Di Bonaventura,
Rv. 266297, n. 16147 del 01/04/2016, Favaloro, Rv. 266503 e n. 32198, del
10/05/2016, Marini, Rv. 267002), un nutrito gruppo di pronunce della stessa
Sez. 5 non mass. (Sez. 5, n. 26862, del 01/06/2016, Raiti; Sez. 5, n. 31643, del
01/06/2016, Lombardo; Sez. 5, n. 31646, del 01/06/2016, Lana; Sez. 5, n.
26840, del 20/05/2016, De Mercato; Sez. 5, n. 19516, del 15/04/2016, Pianta;
Sez. 5, n. 31617 del 01/04/2016, Bonzano) e quelle massimate della Sez. 2, n.
26091, del 10/06/2016, Tesi, Rv. 267004 e n. 26071, del 09/06/2016, Rossi, Rv.
267003.
4.1. Tale filone interpretativo ha preso le mosse dal recente intervento della
Corte costituzionale (sent. n. 12 del 2016), volto ad affrontare i dubbi di
legittimità costituzionale dell’art. 538 cod. proc. pen. nella parte in cui, al comma
1, collega in via esclusiva la decisione sulla domanda della parte civile alla
condanna dell’imputato.
Il Giudice delle leggi ha ritenuto tale impostazione codicistica in linea con la
scelta di rendere tendenzialmente autonomo il giudizio penale da quello civile
sullo stesso fatto, sìcché la evenienza della costituzione di parte civile nel
processo penale ha natura accessoria e subordinata alla finalità del processo, che
è quella dell’accertamento della responsabilità penale dell’imputato. Eccezioni a
tale regola possono essere poste ed esse sono ravvisabili negli artt. 578 e 576
cod. proc. pen.
4.2. L’orientamento in questione sottolinea la non conferenza dell’art. 2,
secondo comma, ultima parte, cod. pen. – e della giurisprudenza che su tale
norma si è espressa -, riferibile al caso, diverso da quello in oggetto, della
cessazione dei soli effetti penali in caso di abrogazione sopravvenuta ad una
sentenza di condanna definitiva.
4.3. Rileva, altresì, che l’art. 9, comma 3, d.lgs. n. 8 del 2016, che prevede,
in materia di depenalizzazione, il potere del giudice dell’impugnazione di
pronunciarsi sui capi relativi alle statuizioni civili, non trova applicazione nella
materia del d.lgs. n. 7 – caratterizzata da una diversa ratio -, poiché si
tratterebbe di applicazione analogica di norma eccezionale, come tale vietata in
base agli stessi principi già enunciati in relazione all’art. 578 cod. proc. pen. dalla
giurisprudenza di legittimità.
L’assenza di eadem ratio con riferimento ai due decreti impone di valorizzare
come differenziale, e non come frutto di una “svista”, la circostanza che solo nel
d.lgs. n. 8, a differenza che in quello n. 7, il legislatore delegato ha
positivamente disciplinato, in via transitoria, la sorte dei capi concernenti le
statuizioni civili.
4.4. In quarto luogo, si è osservato che il meccanismo processuale delineato
nel d.lgs. n.7 prevede che il giudice del risarcimento del danno sia lo stesso che
irroga la sanzione pecuniaria civile, e ciò anche con riferimento ai fatti commessi
anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto, salvo il caso che la
sentenza sia divenuta irrevocabile. Sottrarre al giudice civile il giudizio sul
risarcimento del danno significherebbe mandare esente il responsabile del fatto
doloso, configurato come reato abrogato, dalla sanzione civile prevista anche in
via transitoria. L’ipotesi alternativa, dell’attribuire al giudice della impugnazione
penale il potere di decidere, assieme alla domanda relativa alle statuizioni civili,
anche sulla sanzione pecuniaria civile, eventualmente disponendola,
significherebbe consentire un procedimento che, quando l’impugnazione è il
giudizio di legittimità, finirebbe per attribuire alla Corte di cassazione valutazioni
di merito, peraltro in assenza di un contraddittorio sulla formazione delle prove
rilevanti.
4.5. Si aggiungono considerazioni sulla impossibilità di applicare
analogicamente il disposto dell’art. 578 cod. proc. pen., dato il carattere
eccezionale della norma, e si richiama il principio, dettato nel codice penale (art.
198 cod. pen.) per cui la estinzione del reato o della pena non importa la
estinzione delle obbligazioni civili derivanti dal reato.
5. Quest’ultimo è l’orientamento che le Sezioni Unite ritengono corretto, alla
luce, in primo luogo, della lettera della normativa che ha dato luogo al contrasto.
L’interpretazione letterale della legge, infatti, è il canone ermeneutico
prioritario per l’interprete, pur ricavandosi dall’art. 12 delle preleggi che
l’ulteriore canone dato dall’interpretazione logica e sistematica soccorre e integra
il significato proprio delle parole, arricchendole della ratio della norma e del suo
coordinamento nel sistema nel quale va ad inserirsi.
Ma tale criterio non può servire ad andare oltre quello letterale quando la
disposizione idonea a decidere la controversia è chiara e precisa.
Viceversa, solo se si riscontri un ingiustificato vuoto di disciplina capace di
menomare la precisione della disposizione, l’interprete ha agio di ricorrere
all’interpretazione analogica, tranne che nel caso (art. 14 preleggi) in cui siffatta
operazione ermeneutica miri alla “attrazione” di disposizioni di leggi che fanno
eccezione a regole generali o ad altre leggi.
5.1. Ebbene, il primo dato letterale nel quale ci si imbatte esaminando il
d.lgs. n. 7 del 2016 è quello della presenza di una disciplina transitoria (art. 12)
ma, anche, della mancanza, in questa, di qualsiasi cenno all’eventuale potere del
giudice dell’impugnazione di decidere l’appello o il ricorso con riferimento ai capi
concernenti le statuizioni civili.
Il secondo dato letterale è che con la novella sono state introdotte inedite
sanzioni pecuniarie civili (art. 3 e segg.) con riferimento ai fatti che hanno preso
il posto dei reati abrogati, prevedendosene l’applicazione retroattiva anche a
quelli già commessi (art. 12), per i quali il giudice penale deve dichiarare la
intervenuta abrogazione, e stabilendo, con norma che riguarda il procedimento
in generale (art. 8), che il potere di irrogarle spetta al giudice competente a
conoscere della azione di risarcimento del danno che, di regola, è il giudice civile.
Quest’ultima disposizione, in particolare, si pone in linea di stretta
correlazione col silenzio normativo precedentemente evidenziato, potenziandone
la eloquenza nella direzione del brocardo ubi noluit non dixit, atteso che se si
riconoscesse in capo al giudice della impugnazione penale – in sede di
declaratoria di abrogazione – il potere di pronunciarsi anche sugli interessi civili,
si dovrebbe ammettere che gli è conferito anche il potere-dovere di irrogare, al
responsabile del danno, la sanzione pecuniaria civile, la quale soggiace a criteri
di commisurazione (art. 5) involgenti accertamenti e giudizi di fatto che sono
assolutamente impropri nella sede della legittimità.
6. Ciò posto, appare utile effettuare una verifica controfattuale del silenzio
del legislatore e del modo col quale viene qui inteso, accertando se possano
essere individuati dati normativi o indicatori di altro genere capaci di “falsificare”
la tesi qui accreditata.
Giova cioè procedere alla analisi sistematica che deve tenere in conto, tra
l’altro, il fatto che, nel coevo d.lgs. n. 8 – originato al pari del d.lgs. n. 7 del
2016 da una comune finalità di deflazione del sistema penale, sostanziale e
processale, espressa nella comune legge-delega di riferimento – esiste la
disposizione (pur non qualificata formalmente come transitoria) che mantiene, in
capo al giudice che dichiara la depenalizzazione, il potere di decidere sulla
impugnazione penale ai soli effetti civili (art. 9, comma 3).
In tale prospettiva, la differenza delle discipline transitorie rispecchia la più
generale scelta di congegnare due sistemi con opzioni tecnico-normative
differenziate ed autonome, l’uno per realizzare le abrogazioni con introduzione
delle sanzioni civili e l’altro per le depenalizzazioni, con seguito nella sede di
applicazione delle sanzioni amministrative: scelta resa palese dal fatto di avere,
il Governo, fatto ricorso a due strumenti legislativi diversi anche per estremi
formali di identificazione.
6.1. Si nota che, come evidenziato nella Relazione illustrativa del relativo
Schema, con le norme confluite nel d.lgs. n. 7 il legislatore delegante ha inteso
eliminare dall’ambito della rilevanza penale alcune ipotesi delittuose che hanno la
caratteristica di incidere su interessi di natura privata e di essere procedibili a
querela, ricollocandone il disvalore sul piano delle relazioni private; al contempo,
ha voluto riconsiderare il ruolo tradizionalmente compensativo attribuito alla
responsabilità civile, affiancando alle sanzioni punitive dì natura amministrativa
un ulteriore e innovativo strumento di prevenzione dell’illecito, nella prospettiva
del rafforzamento dei principi di proporzionalità, sussidiarietà ed effettività
dell’intervento penale.
6.2. Per proseguire nella trattazione del tema della autonoma fisionomia del
d.lgs. n. 7, va notato che il legislatore delegato ha provveduto ad indicare i
criteri di commisurazione delle sanzioni pecuniarie e ha indicato la competenza a
provvedere su di esse, a regime, in capo al giudice civile adìto per la domanda di
risarcimento del danno e titolato a decidere in base alle norme del codice di
procedura civile (art. 8).
6.3. L’art. 12, nel silenzio della legge-delega, ha poi dettato disposizioni
transitorie con le quali, in deroga alla regola generale sull’efficacia della legge nel
tempo indicata dall’art.11 preleggi, è stata assunta la determinazione di disporre
la retroattività delle norme in tema di sanzioni civili, anche rispetto ai fatti
commessi antecedentemente alla entrata in vigore del decreto, salvo che si sia
formato il giudicato.
Per questa ultima ipotesi si è previsto, a cura del giudice della esecuzione,
«la revoca della sentenza o del decreto» col procedimento semplificato di cui
all’art. 667, comma 4 , cod. proc. pen.
In tema di competenza a provvedere in via transitoria, la Relazione
illustrativa dello Schema di decreto legislativo, valorizzando la disposizione
dell’art. 8, comma 1, ribadisce che la disciplina per i fatti commessi in epoca
anteriore alla data di entrata in vigore del presente decreto, per i quali non sia
già intervenuta una pronuncia irrevocabile, «prevede l’applicazione della
sanzione pecuniaria civile quando la parte danneggiata decida di agire in sede
civile per ottenere il risarcimento del danno».
Nella stessa Relazione, per quanto concerne i poteri del giudice della
esecuzione, è anche evidenziato che «all’art. 12, si è inserito un comma
aggiuntivo al fine di evitare dubbi ermeneutici e per esigenze di coerenza
sistematica, tenuto conto di quanto previsto dall’articolo 2, comma 2, del codice
penale, dall’articolo 673 del codice di procedura penale e da un orientamento
ormai consolidato della giurisprudenza costituzionale e di legittimità, nonché
avendo rilevato l’assenza di una diversa indicazione sul punto da parte della
legge di delega. Il suddetto comma presenta una formulazione analoga a quanto
previsto dall’articolo 9, comma 2, del decreto legislativo in materia di
depenalizzazione, nonché dall’articolo 101, comma 1, del decreto legislativo n.
507 del 1999, in materia di depenalizzazione dei reati minori».
6.4. Il complesso normativo può dunque dirsi frutto di una coerente
valutazione degli effetti della novella sui fatti commessi antecedentemente alla
sua entrata in vigore, destinati ad un esito processuale certo ed immediato, nella
sede penale, per quanto riguarda la rilevazione della abrogazione, ai sensi
dell’art. 129, comma 1, cod. proc. pen., nonché ai sensi dell’art. 667, comma 4,
stesso codice, per quanto concerne le condanne passate in giudicato, e ad un
futuro solo eventuale per quanto riguarda l’accertamento del diritto al
risarcimento e l’applicazione della sanzione pecuniaria civile, strettamente
correlati sul piano della competenza ed entrambi subordinati alla investitura del
giudice civile ad opera della parte interessata alla riassunzione.
Può confermarsi, in altri termini, che la mancata previsione del potere del
giudice della impugnazione, avverso sentenza di condanna del’imputato, di
pronunciarsi sulla impugnazione di questo agli effetti civili, dopo avere dichiarato
la abrogazione, sia l’ordinario sviluppo dello scenario processuale delineato.
7. E’ incontestato, d’altra parte, che il sopravvenire della abrogazione del
reato prima della sentenza di primo grado comporti automaticamente la
impossibilità, per il giudice, di pronunciarsi sulla domanda della parte civile
costituita, perché vi osta il disposto dell’art. 538 cod. proc. pen.: e cioè la norma
del codice di rito che, in via generale, pone la regola della subordinazione del
potere del giudice penale di decidere sulle restituzioni e il risarcimento alla
pronuncia di sentenza di condanna.
Il principio ha trovato plastica esemplificazione nelle sentenze di questa
Corte che hanno posto in evidenza il dovere del giudice dell’appello, laddove, nel
pronunciare declaratoria di estinzione del reato per prescrizione, accerti che la
causa estintiva è maturata prima della sentenza di primo grado, di revocare
contestualmente le statuizioni civili in essa contenute (Sez. 3, n. 15245 del
10/03/2015, C., Rv. 263018; conformi, Sez. 6, n. 33398 del 19/09/2002,
Rusciano, Rv. 222426; Sez. 2, n. 5705 del 29/01/2009, Somma, Rv. 243290;
Sez. 6, n. 9081 del 21/02/2013, Colucci, Rv. 255054; Sez. 5, n. 44826 del
28/05/2014, Regoli, Rv. 261815).
Si tratta di un precetto che, come posto in evidenza nella sentenza della
Corte costituzionale n.12 del 2016 – emessa sul sospetto di illegittimità
dell’articolo 538 – è strutturalmente e volutamente diverso anche dalla norma
(art. 510) del Progetto preliminare del codice di procedura penale del 1978 (sulla
base di delega conferita con la legge n. 108 del 1974, rimasta inattuata), norma
che proponeva di sperimentare una maggiore tutela della azione civile
incardinata nel processo penale.
Sicché la regola generale oggi configurata è quella del collegamento in via
esclusiva della decisione sulla domanda della parte civile alla formale condanna
dell’imputato, espressamente richiesta dall’art. 538 cod. proc. pen.
Si tratta di una soluzione che dà attuazione al combinato disposto
dell’articolo 538 con l’articolo 74 dello stesso codice di rito e con l’articolo 185
del codice penale – imposta, oltre che dalla sistematica, anche dal testuale
rimando della prima alla seconda e della seconda alla terza -, norme dalle quali
si desume che la domanda della parte civile nel processo penale è legittimata
con riferimento ai danni e alle restituzioni cagionati da un fatto integrante reato,
e che la risposta ad essa viene fatta dipendere da una sentenza che formalmente
dichiari la responsabilità, non essendo sufficiente, di regola, una sentenza di
proscioglimento, pur se includente l’accertamento del fatto reato.
Diversamente ragionando, come ribadito anche nella sentenza n. 12 della
Corte costituzionale citata, il risarcimento del danno verrebbe ancorato non già
alla fattispecie prevista dall’art. 185 cod. pen., ma a quella prevista dall’art.
2043 cod. civ., in ordine alla quale manca la competenza del giudice penale.
Ciò ovviamente non significa mancanza di tutela del diritto della parte civile
nel processo penale ma soltanto, nel caso di assoluzione perché il fatto non è
previsto dalla legge come reato ai sensi dell’art. 530, comma 1, cod. proc. pen.
(formula diversa da quelle indicate dall’art. 652 cod. proc. pen.), la
individuazione, per la parte civile costituita, della successiva competenza del
giudice civile e, nel caso di instaurazione della domanda direttamente in sede
civile, la mancanza di efficacia del giudicato penale di assoluzione.
8. Tanto rilevato, non vi è ragione per negare che il principio posto
dall’articolo 538 cod. proc. pen., debba valere anche per il giudizio
dell’impugnazione, considerato che per il giudizio di appello l’articolo 598 cod.
proc. pen. pone un principio generale di estensione delle regole del grado
precedente.
Certamente, si tratta di un’impostazione di carattere generale derogabile dal
legislatore ordinario (in tal senso v. anche sent. Corte cost. n. 12 del 2016), con
norma della quale, però, non potrebbe non riconoscersi il carattere eccezionale
per il fatto di costituire una deroga.
8.1. In tale ottica si è assistito alla creazione di una eccezione al sistema
con la formulazione dell’art. 578 cod. proc. pen. riguardante il giudizio di
impugnazione: norma che, riproduttiva ed estensiva della disposizione introdotta
dall’art. 12, primo comma, legge 3 agosto 1978, n. 405 (“Delega al Presidente
della Repubblica per la concessione di amnistia e di indulto, e disposizioni
sull’azione civile in seguito ad amnistia”) e attuativa del criterio direttivo di cui
all’art. 2, n. 28 della legge-delega per l’emanazione del codice di procedura
penale (legge 16 febbraio 1987, n. 81), prevede in capo al giudice
dell’impugnazione il potere di pronunciarsi, a margine della declaratoria della
causa di estinzione del reato per amnistia e per prescrizione, anche agli effetti
civili.
Il carattere del precetto, che «fa eccezione a regole generali o ad altra
legge», rende evidente, nel rispetto dell’articolo 14 delle preleggi, che non si
applica oltre i casi e i tempi in esso considerati. Senza considerare che,
comunque, la norma dell’art. 578 cod. proc. pen. abilita il giudice a tanto, sul
presupposto non di una pronuncia di assoluzione dal reato (come nel caso della
abrogazione) ma di riconoscimento di causa di estinzione di un fatto reato dopo
condanna.
In linea con quanto sopra rilevato intorno all’art. 538, il precetto dell’art.
578 non viene, viceversa, ritenuto idoneo a legittimare la condanna dell’imputato
al risarcimento dei danni in favore della parte civile se quella fosse pronunciata
come effetto della declaratoria di sopravvenuta estinzione del reato per
prescrizione, a sua volta derivante dalla riforma, ad opera del giudice di secondo
grado, su impugnazione del p.m., della sentenza di assoluzione di primo grado. E
ciò, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, in quanto, nel caso
descritto, la decisione sulle restituzioni e sul risarcimento del danno verrebbe
adottata senza che, nel precedente grado di giudizio, sia stata affermata, con
sentenza di condanna, la responsabilità dell’imputato (Sez. 4, n. 14014 del
04/03/2015, Bellucci, Rv. 263015; Sez. 5, n. 27652 del 17/06/2010, Giacchè,
Rv. 248389), fatto salvo il caso specificamente regolato dall’art. 576 cod. proc.
pen. (Sez. U, n. 25083 del 11/07/2006, Negri, Rv. 233918).
E, sul detto connotato dell’eccezionalità, può essere utile sottolineare che
l’art. 578 non è stato ritenuto applicabile neppure al caso di estinzione del reato
per oblazione o per morte dell’imputato (Sez. 6, n. 12537 del 05/10/1999,
Nicolosi, Rv. 216394; Sez. 4, n. 31314 del 23/06/2005, Zelli, Rv. 231745) e
comunque non suscettibile di essere esteso analogicamente ad altre cause
estintive (Sez. 3, n. 22038 del 12/02/2003, Pludwinski, Rv. 225321), come la
remissione di querela (Sez. 2, n. 37688 del 08/07/2014, Gustinetti, Rv. 259989)
o la sanatoria edilizia (Sez. 3, n. 3593 del 25/11/2008, dep. 2009, Orrù, Rv.
242739).
8.2. Altra norma, di carattere eccezionale, che ammette il meccanismo
decisorio plasmato dall’art. 578 cod. proc. pen, è quella posta dall’art. 448,
comma 3, che abilita alla pronuncia sulle statuizioni civili il giudice della
impugnazione avverso sentenza di condanna, quando ritenga ingiustamente non
riconosciute, dal giudice di primo grado, le condizioni per accogliere la richiesta
di patteggiannento cui il p.m. non aveva prestato il consenso.
9. Il divieto di applicazione analogica posto dalle preleggi, nel limite sopra
indicato, è destinato ad operare anche con riferimento alla proposta
(dall’indirizzo giurisprudenziale che qui si disattende) applicazione del disposto
dell’art. 9, comma 3, d.lgs. n. 8 del 15 gennaio 2016, al sistema delineato dal
d.lgs. n. 7.
9.1. Si tratta della disposizione di natura transitoria per effetto della quale il
giudice che dichiara la intervenuta depenalizzazione, in sede di appello dopo
sentenza di condanna, è onerato del dovere di decidere sulla impugnazione ai
soli effetti civili.
Tale norma è inserita nel decreto che può definirsi “gemello diverso” di
quello, in pari data, n. 7 fin qui esaminato, e che ha costituito l’ulteriore modalità
con la quale è stata esercitata la delega conferita con la legge n. 67 del 2014,
con lo strumento, però, della degradazione di una lunga lista di reati in
altrettanti illeciti amministrativi.
Nonostante la strumentalità di entrambi i decreti rispetto al fine unico della
legge-delega, che si riconosce in quello di riforma della disciplina sanzionatoria in
ossequio ai principi di frammentarietà, offensività e sussidiarietà della sanzione
criminale, i mezzi tecnico-normativi utilizzati in ciascuno dei decreti sono
profondamente diversi e rendono ognuno di quelli un sistema compiuto di
precetti che mira a soluzioni ed effetti giuridici autonomi. A partire dal rilievo che
la diversità di intervento è in relazione alla diversità dell’oggetto, atteso che, nel
caso della depenalizzazione, sono stati considerati reati generalmente procedibili
d’ufficio, che tutelano interessi pubblici, rispetto ai quali è interesse dello Stato
irrogare d’ufficio una sanzione amministrativa, senza (necessità di) alcun
impulso di parte.
9.2. Invero, non può distogliere da tale conclusione il rilievo che lo
strumento della depenalizzazione riconduce, al pari dell’abrogazione, al concetto
di aboliti° criminis, pur comportando la contestuale previsione di una figura di
illecito amministrativo; e che per la detta ragione viene inquadrato anche dalla
costante giurisprudenza nell’ipotesi del secondo comma dell’art. 2 cod. pen.
Il fatto è che la sequenza procedinnentale delineata nel decreto legislativo n.
8 è differente da quella del d.lgs. n. 7 avendo dato vita ad un sistema che
prevede l’articolazione del potere del giudice penale come esaurimento, dinanzi
ad esso, tanto del procedimento penale con la dichiarazione che il fatto non è più
previsto come reato, quanto della accessoria domanda della parte civile quando
il fatto-reato sia stato accertato con condanna in primo grado (e salva la
declaratoria della sopravvenuta prescrizione o estinzione per altra causa alla
medesima data: così art. 9, comma 1): un potere aggiuntivo che ben può
ritenersi mantenuto riproponendo — con disposizione normativa ad hoc — il
sistema già collaudato con l’art. 578 cod. proc. pen. per ragioni di economia
processuale, ma che proprio con questo condivide la natura di norma che pone
una eccezione alla regola dell’art. 538 cod. proc. pen. e che dunque non è
suscettibile di applicazione analogica.
Inoltre, l’autonomia del sistema normativo posto dal decreto n. 8 sta nel
doveroso proseguimento della procedura mediante investitura, ex officio, della
autorità competente per la applicazione delle nuove sanzioni.
9.3. Di queste è stata prevista — al fine di evitare disparità di trattamento —
la retroattività rispetto ai fatti commessi antecedentemente la data di entrata in
vigore della depenalizzazione e il dato è, invero, speculare alla omologa
disposizione di retroattività posta nel d.lgs. n. 7 quanto alle sanzioni pecuniarie
civili.
Ma si tratta di discipline rispondenti a criteri strutturali non sovrapponibili.
Il d.lgs. n. 8 ha così statuito superando il principio generale della
irretroattività posto dall’art. 1 legge 24 novembre 1981, n. 689, che è la
normativa richiamata, in via generale, dall’art. 6 del decreto stesso, quanto al
procedimento per la applicazione delle sanzioni amministrative. E la ragione della
scelta di derogare al principio di irretroattività è stata indicata, nella Relazione
governativa allo Schema di decreto, non solo nella necessità, derivante da
considerazioni di politica criminale, di evitare una vistosa sperequazione tra
chi ha commesso il fatto essendo vigente la legge penale e chi, invece,
commette lo stesso fatto dopo la depenalizzazione. Il secondo punto della
Relazione si fa carico della concreta possibilità che alle sanzioni amministrative
oggetto della novella venga riconosciuto, in via interpretativa, carattere punitivoafflittivo, tale da renderle omogenee, al pari dei fatti già dotati di rilievo penale,
alla “materia penale” cui, secondo gli insegnamenti della Corte costituzionale
(sent. n. 104 del 2014 e n. 196 del 2010) dovrebbe applicarsi il principio di
irretroattività, nel rispetto sia della ampia portata dell’art. 25, secondo comma,
Cost., sia della giurisprudenza della Corte di Strasburgo formatasi
sull’interpretazione degli artt. 6 e 7 della CEDU.
Ebbene, tale prospettazione comporterebbe, comunque l’inverarsi di una
vicenda sostanzialmente di successione di leggi in continuità normativa, nella
quale dovrebbe trovare attuazione il principio di retroattività in mitius, realizzata
anche formalmente con la novella.
Al contrario, il principio di continuità normativa non sembra in alcun modo
riguardare il d.lgs. n. 7, pur connotato dal succedere della sanzione civile a
quella penale riguardo a fatti sostanzialmente sovrapponibili, posto che la
sanzione irrogata dal giudice civile, oltre che subordinata ad una iniziativa della
parte privata, è connotata anche da requisiti di tipo compensativo, sicché rimane
ontologicamente fuori del perimetro della “accusa in materia penale”.
Giova perciò sottolineare che il principio della continuità normativa, che ha
la valenza sopra indicata, risulta evocato in modo improprio dall’orientamento
giurisprudenziale che qui si disattende, con riferimento alla disciplina transitoria
del d.lgs. n. 7 del 2016. Ed anche in termini improduttivi, posto che il suo effetto
è quello della applicazione retroattiva della legge più favorevole sopravvenuta,
secondo lo schema dell’art. 2, quarto comma, cod. pen., mentre non potrebbe
essere richiamato, al contrario, per far valere la disciplina antecedente e meno
favorevole, considerata anche soltanto in una sua articolazione (quella della
tutela della azione civile nel processo penale).
10. Resta da esaminare se l’interpretazione qui accreditata possa reputarsi
sospettabile di contrasto con principi costituzionali, con particolare riferimento a
quelli di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost. e di ragionevole durata del processo di
cui all’art. 111 Cost.
La questione è stata ipotizzata dall’indirizzo giurisprudenziale che qui non si
avalla il quale ha optato per l’assunto poi propugnato al fine di evitare una
interpretazione del d.lgs. n. 7 sfavorevole all’esame dei diritti della parte civile,
che si riveli perciò incostituzionale nella parte in cui finisce per obbligare la
stessa ad adire il giudice civile nonostante che il fatto sia già stato acclarato:
generando, così, problemi di diseconomia processuale oltre che di pericolo di
contrasto di giudicati, derivante dal fatto che il giudice civile sarebbe chiamato
ad una completa rivalutazione del medesimo fatto, ed inoltre violazione del
principio di uguaglianza perché si verrebbe a determinare una ingiustificata
disparità di trattamento tra il danneggiato costituitosi parte civile in un processo
che si concluda con l’assoluzione per abrogazione e quello costituitosi in un
processo che si concluda con la stessa formula ma per depenalizzazione o,
ancora, con quello che si costituisca in un processo che si concluda con
condanna.
10.1. La Corte costituzionale ha dato già risposta sotto molteplici profili al
tema della compatibilità costituzionale di precetti in rito che determinino
limitazioni o pesi per la parte civile costituita nel processo penale.
I principi declinati dal Giudice delle leggi nella più recente pronuncia n. 12
del 2016 valgono anche per il caso che direttamente ci occupa, poiché
abbracciano in radice la questione dei rapporti fra l’azione civile incardinata nel
processo penale e quest’ultimo e ne indicano le ragioni ispiratrici.
L’impostazione generale del nuovo processo penale si basa sul concetto di
separazione dei giudizi, penale e civile, essendo prevalente nel disegno del
codice l’esigenza di speditezza e di sollecita definizione del processo, rispetto
all’interesse del danneggiato di esperire la propria azione nel processo medesimo
(sentt. n. 168 del 2006 e n. 23 del 2015).
La Corte costituzionale ha osservato, richiamando le numerose decisioni già
emesse sullo stesso tema (sentenze n. 217 del 2009, n. 353 del 1994, n. 443 del
1990; ordinanze n. 424 del 1998 e n. 185 del 1994, quest’ultima riguardante la
preclusione alla pronuncia sul capo civile, posta nel caso di sentenza di
applicazione della pena emessa, ricorrendone i presupposti, dopo la chiusura del
dibattimento di primo grado) che nel sistema vigente l’inserimento dell’azione
civile nel processo penale dà vita ad una situazione processuale sostanzialmente
diversa da quella determinata dall’esercizio dell’azione civile nella sede civile. E
ciò in quanto quella azione assume carattere accessorio e subordinato rispetto
all’azione penale ed è perciò destinata a subire «tutte le conseguenze e gli
adattamenti derivanti dalla funzione e dalla struttura del processo penale, cioè
dalle esigenze, di interesse pubblico, connesse all’accertamento dei reati e alla
rapida definizione dei processi».

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