Delitto Di Peculato – Cassazione Penale 27/06/2017 N° 31606

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 27/06/2017

Numero: 31606

Testo completo della Sentenza Delitto di peculato – Cassazione penale 27/06/2017 n° 31606:

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Penale Sent. Sez. 6 Num. 31606 Anno 2017
Presidente: ROTUNDO VINCENZO
Relatore: CRISCUOLO ANNA
Data Udienza: 16/05/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Venezia Giacinto Mario, nato a Matera il 14/08/1946
avverso la sentenza del 29/10/2015 della Corte di appello di Potenza
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Anna Criscuolo;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Maria Francesca Loy, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito il difensore della parte civile costituita C.O.N.I., avv. Guido Valori, che ha
concluso per l’inammissibilità o in subordine per il rigetto del ricorso;
udito il difensore, avv. Ernesto Barberio, che ha concluso per l’accoglimento del
ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. In riforma della sentenza di assoluzione, emessa dal Tribunale di Matera il
29 gennaio 2014 nei confronti di Venezia Giacinto Marco per non aver commesso
i reati di peculato e falso ascrittigli, appellata dalla parte civile C.O.N.I., la Corte
di appello di Potenza ha condannato l’imputato al risarcimento dei danni in
favore della parte civile da liquidarsi in separata sede nonché al pagamento di
una provvisionale di 300 mila euro.
La Corte di appello ha ritenuto fondata la richiesta risarcitoria della parte
civile, essendo stato accertato all’esito di complesse indagini che il dissesto
verificatosi tra il 2003-2006 per il Comitato Provinciale del CONI di Matera,
presieduto dal Santeramo e del quale l’imputato era segretario, derivò dalla
gestione personalistica e privatistica del Santeramo e da una serie clamorosa di
irregolarità amministrative, in parte ascritte anche al Venezia, che portarono al
commissariamento del Comitato nel 2007.
Precisato che al Venezia, in qualità di segretario e responsabile
amministrativo e finanziario, spettava il controllo della corretta gestione
amministrativa, sono stati illustrati i sistemi di appropriazione indebita con il
metodo della duplicazione di pagamento e della piccola cassa, dai quali il Venezia
aveva lucrato dal 2003 al 2007 somme per oltre 70 mila euro, ed è stata
disattesa la tesi della buona fede dell’imputato, non essendo stata ritenuta
provata l’incidenza sul lavoro dello stato di malattia dell’imputato né ritenute
sorrette da plausibili giustificazioni le anticipazioni richieste dal presidente, delle
quali l’imputato non avrebbe ancora ottenuto il rimborso di 6 mila euro, a fronte
delle documentate sottoscrizioni di falsi mandati di pagamento, dell’assenza di
ogni controllo sulla correttezza della gestione e dell’esito degli accertamenti
bancari.
2. Avverso la sentenza propone ricorso il difensore del Venezia, che ne
chiede l’annullamento per inosservanza ed erronea applicazione di norme penali
e processuali nonché per manifesta illogicità della motivazione.
Deduce che la sentenza non ha dimostrato la responsabilità dell’imputato né
la stessa è stata correttamente desunta dalla deposizione del m.11o Spagnoletti, il
quale ha precisato che erano state rilevate solo delle irregolarità nella tenuta
della contabilità e che il Santeramo effettuava direttamente il cambio di assegni
per cassa, essendo dipendente della B.P. del Materano. Non si è tenuto conto
che per i prelievi per piccola cassa erano state documentate le spese ed
accertato che le sovvenzioni comunali erano sempre decrescenti con
conseguente riduzione della disponibilità di cassa; che per i mandati emessi è
documentato il pagamento, come confermato dal nuovo segretario, ed accertato
che in alcuni casi il Venezia aveva anticipato somme, versandole sul conto del
Coni. Quanto alla versione dell’imputato deduce che sono state trascurate le
dichiarazioni dei testi Camarda e Pierri, i quali hanno riferito di essersi recati nel
pomeriggio o in serata presso l’abitazione del Venezia per fargli firmare assegni;
non considerata la certificazione medica prodotta, attestante il disturbo psicotico
di tipo depressivo, da cui era affetto l’imputato sin dal 97, né le dichiarazioni del
Santeramo, che ha confermato di essere stato coadiuvato dalla collaboratrice
Morcinelli, mentre il Venezia si limitava ad apporre la doppia firma senza
controllare nulla.
Sostiene che la Corte di appello avrebbe dovuto rigettare l’appello sia perché
la parte civile chiedeva la condanna dell’imputato alla pena ritenuta di giustizia
sia perché l’azione civile era preclusa dalla condanna della Corte dei Conti nei
confronti dell’imputato in solido con il Santeramo al risarcimento del danno nella
misura di 323.767,05 euro, già eseguita dal Coni, con conseguente duplicazione
dell’azione risarcitoria.
Censura, infine, il vizio di motivazione, in quanto, trattandosi di riforma della
sentenza di primo grado, la sentenza impugnata non è sorretta da una
motivazione completa, dotata di forza persuasiva superiore, tale da far venir
meno ogni ragionevole dubbio.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è inammissibile, in quanto il ricorrente sollecita una diversa
valutazione del materiale probatorio, conducente all’esito assolutorio, ribaltato
dai giudici di appello con motivazione lineare e non manifestamente illogica.
Contrariamente all’assunto difensivo, i giudici di appello non si sono limitati
a dissentire dalla valutazione del giudice di primo grado, che aveva assolto
l’imputato ai sensi dell’art. 530, comma secondo, cod. proc. pen., ma hanno
spiegato le ragioni per le quali hanno disatteso la tesi della buona fede
dell’imputato, ritenuta non sottoposta ad adeguato vaglio critico; hanno, inoltre,
espressamente criticato il metodo di valutazione parcellizzata della prova per
pervenire, all’esito di una valutazione unitaria delle prove, di natura dichiarativa,
ma principalmente documentale, ad una ricostruzione logica e armonica di tutti
gli elementi processualmente emersi, convergenti a carico dell’imputato e tali da
rendere evidente l’insostenibilità della decisione riformata.
I giudici di merito hanno, in primo luogo, valorizzato il ruolo dell’imputato,
che, in qualità di responsabile amministrativo e finanziario del comitato
provinciale del CONI di Matera, aveva il compito di controllare la correttezza
della gestione e la tenuta della contabilità; hanno inoltre, ritenuto che, essendo
tenuto a firmare i mandati di pagamento, che obbligatoriamente dovevano
recare la firma del presidente e del segretario, fosse consapevole degli esborsi
autorizzati.
E’ stato evidenziato che dall’analisi dei verificatori erano emerse numerose
irregolarità nella tenuta della contabilità ed accertate ben cinque modalità illecite
di appropriazione del danaro, che avevano portato al dissesto del comitato
provinciale per un debito di oltre 800 mila euro, accumulato nell’arco del
quadriennio indicato nell’imputazione, e che l’imputato risultava coinvolto in due
tipologie illecite, riscontrate dalle somme incamerate dal 2003 al 2007.
Con motivazione congrua e logica la Corte di appello ha disatteso la tesi
difensiva, accolta dal Tribunale, evidenziando che lo stesso imputato nel corso
dell’esame non aveva saputo spiegare o almeno chiarire la natura della patologia
da cui era affetto né l’incidenza della stessa sull’attività di lavoro, che non
risultava aver subito soluzioni di continuità per motivi di salute.
A fronte di tale argomentazione la produzione della certificazione medica non
incide sulla valutazione, non risultando che tale problema avesse determinato
periodi di assenza dal lavoro o costituisse una condizione invalidante, tale da
comprometterne l’abilità al lavoro. Infatti, di assenze dal lavoro per motivi di
salute aveva genericamente riferito il solo Santeramo, in ciò smentito dalla
Morcinelli, la quale aveva riferito che nel periodo 2005-2006 il Venezia aveva
avuto problemi di salute, ma era rimasto in servizio – v. sentenza di primo grado
pag. 8-.
Anche la circostanza che spesso il Venezia si limitasse a firmare gli assegni,
che il Santeramo gli faceva recapitare presso l’abitazione, non è stata ritenuta
circostanza idonea ad esentarlo da responsabilità, in quanto in tal modo
legittimava esborsi senza alcun controllo ed avallava prassi irregolari, risultate
strumentali alle indebite appropriazioni. Peraltro, la frequenza di tale
consuetudine risultava indicata in modo del tutto generico dai testimoni a
discarico (“abbastanza di frequente”, il teste Camarda, “quattro o cinque volte
nel corso del 2006” il Pierri, “qualche volta” il Cuscianna e “qualche volta” anche
il Santeramo).
Con riferimento ai prelievi di piccola cassa, risultati pari a 12.022, euro sono
state ritenute ingiustificate, perché abnormi, le spese per francobolli, trattandosi
di consumi massicci, tali da richiedere continue integrazioni di fondi senza
obbligo di rendicontazione e, quanto ai 3 assegni versati sul suo conto corrente
personale a titolo di rimborso di anticipazioni, richiestegli dal Santeramo per
temporanee indisponibilità di cassa, logicamente è stata ritenuta inverosimile la
tesi dei ripetuti prestiti al comitato per somme consistenti in assenza di un
obbligo ed ancor più inverosimile la tesi di un credito di 6 mila euro, non ancora
ripianato, ma, soprattutto, mai richiesto, specie se rapportata alla dichiarazione
del Santeramo, il quale aveva dichiarato che ciò era accaduto una sola volta con
restituzione della somma anticipata – v. pag. 9 sentenza di primo grado-.
Del tutto trascurato nel ricorso è l’esito degli accertamenti bancari effettuati
a carico del ricorrente al pari delle motivazioni della sentenza della Corte dei
Conti, nella quale si precisa che in qualità di segretario provinciale del Coni
l’imputato poteva liberamente operare sui conti dell’ente senza alcun controllo e
vincolo, invece, valutati nella sentenza impugnata per pervenire ad un giudizio
fondato sulla disamina completa degli elementi acquisiti.
Si reputa, pertanto, giustificata la decisione con percorso argomentativo
immune da censure.
2. Infondata è la dedotta duplicazione dell’azione civile nel giudizio penale,
stante la condanna al risarcimento dei danni intervenuta nel giudizio erariale già
posta in esecuzione, in quanto è pacifica l’indipendenza dei relativi giudizi (Sez.
6, n. 3907 del 3/11/2015, dep. 2016, Rv. 266110) e la legittimità del
risarcimento al danno morale, cagionato all’ente dal dipendente infedele.
E stato, infatti, chiarito che non sussiste violazione del principio del ne bis
in idem tra il giudizio civile introdotto dalla RA. ed il giudizio promosso per i
medesimi fatti innanzi alla Corte dei conti dal Procuratore contabile, nell’esercizio
dell’azione obbligatoria che gli compete, poiché la prima causa è finalizzata al
pieno ristoro del danno, con funzione riparatoria ed integralmente compensativa,
a protezione dell’interesse particolare della singola Amministrazione attrice,
mentre l’altra è volta alla tutela dell’interesse pubblico generale, al buon
andamento della RA. ed al corretto impiego delle risorse, con funzione
essenzialmente o prevalentemente sanzionatoria (Sez. civ. 3, n. 14632 del
14/07/2015, Rv. 636278).
All’inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali ed al versamento di una somma in favore
della cassa delle ammende, equitativamente determinata in euro 1.500,00,
nonché alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile costituita,
che si liquidano in euro 2.800,00 oltre spese generali nella misura del 15%, IVA
e CPA.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro millecinquecento in favore della cassa
delle ammende nonché alla rifusione delle spese sostenute dalla parte
CONI, che liquida in euro 2.800,00, oltre spese generali, IVA e CPA.
Così deciso, il 16/05/2017.

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