Delitti Contro La Libertà Individuale – Cassazione Penale 20/02/2017 N° 8031

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 20/02/2017

Numero: 8031

Testo completo della Sentenza Delitti contro la libertà individuale – Cassazione penale 20/02/2017 n° 8031:

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SENTENZA
CHERCHI PIETRO nato il 10/04/1973 a ORUNE
CHERCHI ABELE nato il 09/05/1978 a NUORO
nei confronti di:
CALLIGARIS ELISA nato il 02/12/1975 a MONFALCONE
avverso la sentenza del 06/03/2015 della CORTE APPELLO di ROMA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 15/12/2016, la relazione svolta dal Consigliere
ANDREA FIDANZIA
Udito il Procuratore Generale in persona del LUIGI BIRRITTERI
che ha concluso per
l Procuratore Generale della Corte di Cassazione, dott. Luigi Birritteri, ha concluso per il
rigetto del ricorso. L’avv. Vincenzo Arrigo, in sostituzione dell’avv. Graziella Loiacono per Elisa
Calligaris, ha chiesto il rigetto del ricorso. L’avv. Francesco Petrelli e l’avv. Franco Nicola Sechi,
difensori rispettivamente di Abele Cherchi e Pietro Cherchi, hanno chiesto l’accoglimento del
ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza emessa in data 6 marzo 2015 la Corte d’Appello di Roma, su
impugnazione ex art. 576 c.p.p. proposta dalle parti civili avvocati Cherchi Abele e Cherchi
Pietro, ha confermato la sentenza del G.U.P. presso il Tribunale di Roma con cui Calligaris Elisa
è stata assolta dal reato di perquisizione arbitraria di cui all’art. 609 c.p. perché il fatto non
sussiste. In particolare, all’imputata era stato contestato di aver con l’ausilio di ufficiali di
polizia giudiziaria, abusando dei poteri inerenti alle proprie funzioni di Pubblico Ministero
presso la Procura della Repubblica di Tempo Pausania, eseguito una perquisizione personale
ed una perquisizione della borsa e del fascicolo processuale delle parti civili in assenza della
previa emissione di un decreto di perquisizione e senza l’autorizzazione del giudice, a norma
dell’art. 103 c.p.p., procedendo altresì all’interno di un’aula di Corte d’Assise subito dopo la
fine di un’udienza.
Il presente procedimento prende le mosse dalla pendenza di un processo davanti alla
Corte d’Assise di Sassari in cui era imputato di omicidio volontario tale Martino Vargiu, difeso
dall’avv. Cristina Cherchi.
Nell’ambito di tale procedimento era stata effettuata una perizia per valutare la capacità
dell’imputato di partecipare consapevolmente al processo, le cui conclusioni erano state nel
senso della piena capacità dell’imputato dopo essere state assunte informazioni anche dalla
dott.ssa Palitta, direttore sanitario della struttura presso cui l’imputato all’epoca si trovava
ristretto in regime di arresti domiciliari.
Proprio la dottoressa Palitta aveva informato il perito di aver ricevuto in quel periodo la
visita di tre persone, tra cui l’avv. Cristina Cherchi, che dopo averla messa in soggezione e
“minacciata” riguardo alle informazioni fornite al perito in ordine alle capacità psichiche del
Vargiu, la avrebbero obbligata a firmare un verbale prestampato in cui, nella sostanza, la
professionista era stata indotta a confutare le conclusioni del perito.
La dott.ssa Calligaris, dopo aver condotto le prime indagini, aveva predisposto un decreto
di sequestro del 6.3.2010 diretto all’acquisizione del documento datato 3 marzo 2010
sottoscritto da Ilaria Palitta, presumibilmente verbale di dichiarazioni assunte dal difensore
Cristina Cherchi ex art. 391 c.p.p.
Nel corso dell’udienza del 8.3.2010, la dott.ssa Calligaris sollecitata dal Presidente del
Collegio di Corte d’assise ad adottare idonee iniziative in ordine a quanto accaduto , chiedeva
che fosse invitato il rappresentante della difesa ad esibire il documento in relazione al quale
aveva predisposto il decreto di sequestro.
Di fronte alla dichiarazione degli avvocati Pietro Cherchi ed Abele Cherchi (quest’ultimo
allora praticante), che erano sostituti processuali dell’avv. Cristina Cherchi, di non essere in
possesso del documento, il Presidente disponeva la trasmissione degli atti al competente
Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, rinviando il processo ad altra data.
A quel punto, la dott.ssa Calligaris, sospettando che il documento richiesto si trovasse
effettivamente nel fascicolo difensivo, di fronte all’ulteriore diniego dei difensori, redigeva di
suo pugno “un verbale delle operazioni compiute” in cui indicava il procedimento penale a
carico dell’avv. Cristina Cherchi in cui si inseriva l’atto di indagine, indicava la necessità di
dare esecuzione al decreto di sequestro del 6 marzo 2010, usando le testuali parole ” da
considerarsi parte integrante del presente verbale” (tale decreto era effettivamente allegato
al verbale). Quindi, dopo aver atteso, previo invito ai legali, che intervenissero i Presidenti dei
Consigli degli Ordini degli Avvocati di Sassari e di Tempio Pausania, procedeva con l’ausilio di
due ufficiali di polizia giudiziaria alle perquisizioni descritte nel capo d’imputazione.
La Corte territoriale, nel confermare il giudizio di assoluzione pronunciato dal G.U.P. del
Tribunale di Roma, assumeva di condividere l’impostazione del primo giudice secondo cui il
verbale delle operazioni di perquisizione, pur non preceduto da un separato ed autonomo
decreto di perquisizione, ne conteneva comunque i requisiti. Tuttavia, evidenziava che quel
verbale non era idoneo a soddisfare il disposto di cui all’art. 247 comma 3 0 c.p.p. in quanto
privo di motivazione, non potendosi ricavare dal contesto del provvedimento i “fondati motivi ”
per cui la cosa da ricercare fosse reperibile sulle persone e nei luoghi ove la perquisizione è
stata disposta.
In ogni caso, escludeva che la perquisizione contestata potesse definirsi arbitraria a ciò
ostando l’assenza di qualsivoglia pretestuosità, di alcun indice di malevolo uso dei poteri o di
sviamento dalla finalità proprie nell’esplicazione di determinate funzioni.
2. Con atto sottoscritto dal loro difensore (apparentemente separato ma assolutamente
identico nel contenuto) hanno proposto ricorso per cassazione le parti civili affidandolo ai
seguenti motivi.
2.1. Con il primo motivo è stata dedotta violazione di legge e vizio di motivazione con
riferimento agli art. 103 e 247 comma 3 0 c.p.p. in relazione agli artt. 13 e 24 Cost. , anche
in ordine alla sussistenza dell’elemento psicologico.
Lamentano i ricorrenti che pacificamente le perquisizioni incriminate non furono precedute
dalla emissione di un formale decreto di perquisizione, rendendo così di per sé illegittima la
perquisizione. Né un “verbale di operazioni compiute” può surrogare la mancanza di un
decreto motivato tenuto conto che il decreto di sequestro non è neppure stato notificato e
letto alle persone offese.
Censurano i ricorrenti la sentenza impugnata nella parte in cui avrebbe ritenuto sussistere
le condizioni contingenti di emergenza che consentivano al Pubblico Ministero di provvedere
alla perquisizione anche in assenza di un decreto motivato.
Il giudice di secondo grado, ritenendo l’esistenza di una tale situazione di emergenza –
ritenuta anche sulla base di una erronea interpretazione dell’art. 430 c.p.p. in tema di
deposito del verbale delle indagini difensive – aveva erroneamente degradato a trascurabile
irregolarità la mancanza dei presupposti giuridici che hanno, invece, ricondotto la condotta del
P.M. nell’ambito di un gravissimo ed ingiustificabile abuso.
I ricorrenti hanno censurato l’affermazione del giudice di secondo grado anche nella parte
in cui ha ritenuto la non operatività dell’art. 103 c.p.p. -che richiede l’autorizzazione del
Giudice all’atto perquisito – laddove l’attività non venga svolta negli uffici del difensore,
essendo comunque tale garanzia indeclinabile.
In proposito, deducono che la “borsa professionale” rappresenta una parte
funzionalmente identica allo spazio dove sono conservati gli atti difensivi e come tale deve
essere soggetta alle medesime tutele e garanzie.
In sostanza, la garanzia dell’intervento autorizzativo del giudice prevista per le
perquisizioni locali eseguite all’interno degli studi professionali, deve essere estesa, sulla base
di un’interpretazione costituzionalmente orientata, anche alle perquisizioni personali effettuate
sui difensori se le stesse vengono eseguite in un ambito tipicamente professionale.
Con riferimento alla mancanza di motivazione sotto il profilo dell’elemento psicologico,
lamentano i ricorrenti che alcuni passaggi dell’interrogatorio reso dall’imputata al Pubblico
Ministero, riportati nell’atto di appello, consentissero di evidenziare la sussistenza di elementi
di prova a carico della stessa. Da tali passaggi – da cui emergeva che la decisione del P.M. di
effettuare la perquisizione sarebbe scaturita dalle risposte asseritamente provocatorie dell’avv.
Pietro di fronte alla richiesta di esibizione del documento oggetto di ricerca – risultava la
volontà del P.M. di perquisire indebitamente le parti civili con la consapevolezza che tale
condotta era contraria alla legge.
2.2. Con il secondo motivo è stata dedotta violazione di legge con riferimento
all’interpretazione dei giudici di merito che hanno ritenuto la necessità , ai fini dell’integrazione
del reato di cui all’art. 609 c.p., di una condotta “arbitraria”, intesa come abnorme, e non
semplicemente “abusiva”.
E’ stato erroneamente richiamato dalla Corte territoriale il concetto di “arbitrarietà”
elaborato con riferimento all’applicazione dell’art. 4 d1.1gt. n. 288/1944 (che disciplina la
reazione agli atti arbitrari compiuti dai pubblici ufficiali).
Ad avviso dei ricorrenti, vi è un abuso dei poteri inerenti alle funzioni richiesto dall’art.
609 c.p. sia in caso di incompetenza assoluta del pubblico ufficiale, che in quello di
inosservanza delle formalità prescritte dalla legge o in caso anomalo uso dei poteri inerenti
alle funzioni.
E’ quindi sufficiente che il pubblico ufficiale abbia agito senza osservare i casi e le modalità
previste dalla legge o non abbia osservato le formalità prescritte dalla legge, senza che sia
necessario che il pubblico ufficiale usurpi una facoltà o una competenza che non gli spetta
In conclusione, è erroneo il riferimento ad una nozione di atti arbitrari che debbano essere
necessariamente connotati da un’assoluta estraneità rispetto al fine pubblico perseguito dalla
legge.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il primo motivo non è fondato e va pertanto rigettato.
Va, in primo luogo, osservato che, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, la
Corte territoriale non ha affatto affermato che il Pubblico Ministero potesse effettuare la
perquisizione anche in assenza di un decreto motivato in relazione alla condizione di
emergenza.
Va premesso che il giudice di secondo grado ha condiviso il ragionamento di quello di
primo grado nel valutare che il “il verbale delle operazioni compiute”, pur non potendo
essere assimilato ad un decreto di perquisizione, ne conteneva comunque i requisiti.
Sul punto, con argomentazioni coerenti è stato evidenziato che a quel verbale, in ragione
degli avvisi ed inviti ivi formulati, del richiamo per relationem alla motivazione del decreto
di sequestro nonché per le espressioni adoperate (ritenuto di dover procedere a
perquisizione… dispone che si dia corso alle operazioni di ricerca del documento …in
quanto corpo del reato….) può attribuirsi nella sostanza il contenuto di un decreto di
perquisizione, seppur privo della motivazione prescritta dall’art. 247 c.p.p., non essendo
stati esplicitati i motivi in relazione ai quali l’imputata avesse ritenuto che la cosa da
ricercare fosse reperibile sulle persone e nei luoghi dove la perquisizione è stata disposta.
La Corte territoriale, a quel punto, vista l’assenza di un motivazione che consentisse di
valutare, in presenza di una contestazione ex art. 609 c.p., la presenza in quel
provvedimento di indici di abuso, ha ritenuto di ricercare anche al di fuori di quel “verbale”
gli eventuali elementi sintomatici della condotta arbitraria, necessari per qualificare
abusiva la perquisizione disposta dal P.M..
Sul punto, con un motivazione articolata e puntuale che si sottrae ad ogni sindacato in
questa sede, la Corte di merito ha ritenuto che, posto che il P.M. aveva il potere di
emanare il decreto di perquisizione finalizzato alla ricerca di un corpo del reato in
relazione al quale era già stato emesso il decreto di sequestro, le circostanze di fatto
emergenti dagli atti processuali escludevano l’abuso, essendo sintomatiche di una
peculiare situazione di emergenza venutasi a creare all’udienza del 8 marzo 2010 dopo le
sollecitazioni del Presidente della Corte di Assise, che aveva ingenerato nella dott.ssa
Calligaris il convincimento che il documento oggetto del decreto di sequestro potesse
essere nella disponibilità del legale che in quel procedimento sostituiva l’avv. Cristina
Cherchi – soggetto indagato in quel decreto di perquisizione – e del suo praticante
(odierne parti civili).
Le doglianze svolte dai ricorrenti in ordine all’insussistenza delle esigenze di necessità ed
urgenza – cosi come quelle che censurano la mancanza di motivazione sotto il profilo
ell’elemento psicologico – hanno, in realtà, la natura di censure di merito, in quanto
finalizzate alla rivalutazione del materiale probatorio esaminato dai giudici di merito e ad
accreditare una diversa ricostruzione del fatto.
In ordine alla dedotta violazione dell’art. 103 c.p.p. , i ricorrenti reiterano la
doglianza di abuso dei poteri da parte del P.M. sul rilievo che lo stesso, per sottoporre a
perquisizione un soggetto esercente la professione legale, avrebbe dovuto munirsi
preventivamente della necessaria autorizzazione del giudice, e ciò sul rilievo che anche se
l’attività di perquisizione si è svolta in luogo diverso dall’ufficio del legale la “borsa
professionale” deve essere assimilata allo spazio in cui in uno studio o archivio sono
custoditi gli atti difensivi.
Sul punto, da un lato, questo Collegio condivide l’impostazione dei ricorrenti secondo cui
la borsa professionale costituisce una sorta di “proiezione spaziale” di un ufficio legale,
con la conseguenza che devono osservarsi, nel sottoporla a perquisizione, le guarentigie
previste dall’art. 103 c.p.p. per i locali degli uffici dei difensori (essenzialmente apprestate
in funzione di garanzia del diritto di difesa dell’imputato). Dall’altro, non può che
condividersi quanto affermato dai giudici di merito, ovvero che, nel caso di specie, la
norma predetta del codice di rito non è applicabile, essendo la perquisizione stata diretta
alla ricerca di un corpo del reato e neppure nell’ambito del procedimento nel quale il
legale esercitava la funzione difensiva, bensì in diverso procedimento in cui l’esercente la
professione legale era personalmente indagato (in questi termini Sez. 5, n. 12155 del
05/12/2011, Rv. 25214701).
Né può accogliersi, sul punto, la replica dei ricorrenti secondo cui tale ragionamento non
potrebbe valere nei loro confronti, non essendo gli stessi a loro volta indagati nel
procedimento per violenza privata iscritto a carico dell’avv. Cristina Cherchi: tenuto conto
che Pietro Cherchi ha svolto la funzione di sostituto processuale della sorella nel processo
per omicidio a carico di Martino Vargiu e la perquisizione è stata disposta nell’ambito non
di tale procedimento bensì di diverso a carico della sorella, in relazione al quale il
ricorrente non rivestiva neppure la funzione di difensore, come delle guarentigie ex art.
103 c.p.p. non avrebbe potuto giovarsi il legale indagato, altrettanto deve ritenersi per il
suo sostituto processuale di altro procedimento rispetto a quello per cui lo stesso legale
era sottoposto alle indagini.
In ogni caso, deve essere evidenziato che le garanzie previste dall’art. 103 c.p.p. , non
ritenute applicabili nel caso di specie per i motivi sopra illustrati, non avrebbero potuto
comunque essere mai riconosciute al ricorrente Abele Cherchi, all’epoca dei fatti semplice
praticante di studio e non rientrante quindi nella categoria dei “difensori”.
2. Il secondo motivo è infondato.
Ad avviso dei ricorrenti, ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 609 c.p., non
occorre una condotta “arbitraria”, intesa come abnorme, essendone suffice .ne una
semplicemente “abusiva”
Sostengono che la condotta illecita del pubblico ufficiale deve ritenersi integrata con il solo
“abuso”, intendendo per tale “l’uso anomalo dei poteri”, ovvero “l’assenza delle condizioni
richieste”, essendo comunque sufficiente la mera inosservanza delle formalità previste dalla
legge.
Ad avviso di questo Collegio, il titolo utilizzato dalla rubrica dell’art. 609 c.p., che contiene
il termine “arbitrarie”, se, da un lato, non è da solo sufficiente a qualificare la condotta illecita
prevista dalla norma, dall’altro, non può non orientare l’interprete nell’operazione ermeneutica
di individuare i casi nei quali la perquisizione o l’ispezione personale integri gli estremi di un
reato, tenuto conto che già i termini di “abuso”, di “uso anomalo dei poteri” non evocano
situazioni caratterizzate da una semplice inosservanza di leggi, regolamenti, istruzioni etc.,
richiamando, invece, concettualmente lo sviamento dei poteri, l’esercizio dell’autorità per
finalità diverse da quelle per le quali la stessa è stata conferita, l’estraneità dell’esercizio del
potere pubblico rispetto al fine perseguito dalla legge.
In tale prospettiva, a titolo di esempio, perchè la perquisizione effettuata dalla P.G. di
propria iniziativa a norma dell’art. 352 c.p.p. possa ritenersi arbitraria e raggiungere la soglia
della illiceità penale, occorre un quid pluris rispetto al mancato rispetto in concreto dei
requisiti fissati dal codice di rito – violazione peraltro già sanzionabile con la non convalida da
parte della Autorità giudiziaria – essendo quindi necessario accertare la totale mancanza
anche in astratto dei presupposti previsti dalla legge, ed una tale situazione ricorre
allorquando l’atto del pubblico ufficiale non sia semplicemente erroneo o connotato da
negligenza, imprudenza o imperizia ma caratterizzato dal deliberato proposito di eccedere le
proprie attribuzioni per finalità diverse da quelle per cui gli sono stati attribuiti i pubblici poteri.
In questo contesto, appare condivisibile l’impostazione della Corte territoriale di mutuare il
concetto di “arbitrarietà” dagli approdi cui è pervenuta questa Corte nell’occuparsi
dell’esimente prevista dall’art. 4 d1.1gt. n. 288/1944 (che disciplina la reazione agli atti
arbitrari compiuti dai pubblici ufficiali).
D’altra parte, questa Corte, nel ritenere sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 609 c.p.
l’ipotesi della perquisizione eseguita pur nel rispetto delle condizioni previste dalla legge ma
con modalità illegali – nella caso esaminato dalla sez. 3 nella sentenza n. 25709 del
14/02/2011 la perquisizione, pur legittimamente disposta ai sensi dell’art. 103 del d.P.R. n.
309 del 1990, era stata violentemente eseguita, provocando lesioni al soggetto perquisito — ha
punito proprio il pubblico ufficiale che aveva in concreto dimostrato, nel percuotere il soggetto
perquisito, la totale estraneità del suo concreto esercizio della pubblica funzione rispetto al
fine pubblico perseguito dalla legge, essendo la sua condotta stata improntata al sopruso, alla
prepotenza, alla prevaricazione nei confronti del privato, sfociati nel diverso reato di lesioni
personali (nell’ambito del quale la Corte ha ritenuto assorbito quello di perquisizione
arbitraria).
Quanto osservato con riferimento agli ufficiali di P.G. non può non valere anche per il
magistrato del P.M., la cui condotta, per integrare gli estremi della perquisizione arbitraria a
norma dell’art. 609 c.p., deve essere connotata dal deliberato proposito di eccedere le proprie
attribuzioni per finalità diverse da quelle per cui gli sono stati attribuiti i pubblici poteri, non
essendo sufficiente che in concreto non sia stata rispettosa di una norma processuale penale
in tema di perquisizioni.
Inquadrata nei termini sopra precisati la problematica relativa alla configurabilità del
delitto di cui all’art. 609 c.p., non vi è dubbio che, nel caso di specie, non sia in alcun modo
sufficiente ad integrare gli estremi del predetto reato la mancata motivazione da parte della
dott.ssa Calligaris, come invece impone l’art. 247 comma 2° c.p.p., del provvedimento – “il
verbale delle operazioni compiute”, al quale i giudici di merito hanno condivisibilmente
attribuito, nella sostanza, la natura di “decreto di perquisizione” – in virtù del quale le parti
civili sono state sottoposte a perquisizione.
Il giudice di secondo grado ha coerentemente evidenziato come il contesto nel quale
l’imputata ha agito, le modalità, le cautele che ha ritenuto di adottare (nei termini descritti
nella parte narrativa) sono tutti elementi che contrastano con l’ipotesi di una totale assenza
dei requisiti necessari al compimento dell’atto del pubblico ufficiale o di un’attività che sia
fuoriuscita totalmente dalle modalità ordinarie di esplicazione del pubblico potere o di un suo
esercizio per finalità estranee a quelle per le quali quel potere fu conferito.
Il rigetto del ricorso comporta la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese
processuali.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 15 dicembre 2016

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