Delitti – Cassazione Penale 22/02/2016 N° 6864

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione Penale

Sezione: Sezione VI

Data: 22/02/2016

Numero: 6864

Testo completo della Sentenza Delitti – Cassazione Penale 22/02/2016 n° 6864:

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Il fatto

Nell’ambito del procedimento penale a carico di Tizio per maltrattamenti in famiglia, atti persecutori e violazione degli obblighi di assistenza familiare nei confronti di Caia e Mevia, il Tribunale revocava la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalle persone offese di cui all’art. 282-ter c.p.p.

La difesa di queste ultime proponeva ricorso per Cassazione avverso l’ordinanza di revoca deducendo violazione di legge in relazione all’art. 299, commi 2-bis e 3, c.p.p. in quanto, trattandosi della revoca della misura di cui all’art. 282-ter c.p.p., l’istanza, ai sensi dell’art. 299 c.p.p., come novellato dalla Legge n. 119 del 2013 (c.d. Legge sul femminicidio), avrebbe dovuto essere previamente notificata alle persone offese, a pena di inammissibilità, mentre il Giudice, senza che l’istanza fosse stata notificata, aveva erroneamente provveduto nel merito, così precludendo il contraddittorio sul punto.

Il difensore dell’imputato depositava memoria con quale controdeduceva che nel caso di specie non si trattava di reati commessi con violenza alla persona.

La normativa

Codice di procedura penale

Art. 282-ter – Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

1. Con il provvedimento che dispone il divieto di avvicinamento il giudice prescrive all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa.

2. Qualora sussistano ulteriori esigenze di tutela, il giudice può prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati da prossimi congiunti della persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o da tali persone.

3. Il giudice può, inoltre, vietare all’imputato di comunicare, attraverso qualsiasi mezzo, con le persone di cui ai commi 1 e 2.

4. Quando la frequentazione dei luoghi di cui ai commi 1 e 2 sia necessaria per motivi di lavoro ovvero per esigenze abitative, il giudice prescrive le relative modalità e può imporre limitazioni.

Art. 299 – Revoca e sostituzione delle misure.

1. Le misure coercitive e interdittive sono immediatamente revocate quando risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità previste dall’art. 273 o dalle disposizioni relative alle singole misure ovvero le esigenze cautelari previste dall’articolo 274.

2. Salvo quanto previsto dall’art. 275, comma 3, quando le esigenze cautelari risultano attenuate ovvero la misura applicata non appare più proporzionata all’entità del fatto o alla sanzione che si ritiene possa essere irrogata, il giudice sostituisce la misura con un’altra meno grave ovvero ne dispone l’applicazione con modalità meno gravose.

2-bis. I provvedimenti di cui ai commi 1 e 2 relativi alle misure previste dagli articoli 282-bis , 282-ter, 283, 284, 285 e 286, applicate nei procedimenti aventi ad oggetto delitti commessi con violenza alla persona, devono essere immediatamente comunicati, a cura della polizia giudiziaria, ai servizi socio-assistenziali e al difensore della persona offesa o, in mancanza di questo, alla persona offesa.

3. Il pubblico ministero e l’imputato richiedono la revoca o la sostituzione delle misure al giudice, il quale provvede con ordinanza entro cinque giorni dal deposito della richiesta. La richiesta di revoca o di sostituzione delle misure previste dagli articoli 282-bis, 282-ter, 283, 284, 285 e 286, applicate nei procedimenti di cui al comma 2-bis del presente articolo, che non sia stata proposta in sede di interrogatorio di garanzia, deve essere contestualmente notificata, a cura della parte richiedente ed a pena di inammissibilità, presso il difensore della persona offesa o, in mancanza di questo, alla persona offesa, salvo che in quest’ultimo caso essa non abbia provveduto a dichiarare o eleggere domicilio. Il difensore e la persona offesa possono, nei due giorni successivi alla notifica, presentare memorie ai sensi dell’articolo 121. Decorso il predetto termine il giudice procede. Il giudice provvede anche di ufficio quando assume l’interrogatorio della persona in stato di custodia cautelare o quando è richiesto della proroga del termine per le indagini preliminari o dell’assunzione di incidente probatorio ovvero quando procede all’udienza preliminare o al giudizio.

3-bis. Il giudice, prima di provvedere in ordine alla revoca o alla sostituzione delle misure coercitive e interdittive, di ufficio o su richiesta dell’imputato, deve sentire il pubblico ministero. Se nei due giorni successivi il pubblico ministero non esprime il proprio parere, il giudice procede.

3-ter. Il giudice, valutati gli elementi addotti per la revoca o la sostituzione delle misure, prima di provvedere può assumere l’interrogatorio della persona sottoposta alle indagini. Se l’istanza di revoca o di sostituzione è basata su elementi nuovi o diversi rispetto a quelli già valutati, il giudice deve assumere l’interrogatorio dell’imputato che ne ha fatto richiesta.

4. Fermo quanto previsto dall’articolo 276, quando le esigenze cautelari risultano aggravate, il giudice, su richiesta del pubblico ministero, sostituisce la misura applicata con un’altra più grave ovvero ne dispone l’applicazione con modalità più gravose o applica congiuntamente altra misura coercitiva o interdittiva.

4-bis. Dopo la chiusura delle indagini preliminari, se l’imputato chiede la revoca o la sostituzione della misura con altra meno grave ovvero la sua applicazione con modalità meno gravose, il giudice, se la richiesta non è presentata in udienza, ne dà comunicazione al pubblico ministero, il quale, nei due giorni successivi, formula le proprie richieste. La richiesta di revoca o di sostituzione delle misure previste dagli articoli 282-bis, 282-ter, 283, 284, 285 e 286, applicate nei procedimenti di cui al comma 2-bis del presente articolo, deve essere contestualmente notificata, a cura della parte richiedente ed a pena di inammissibilità, presso il difensore della persona offesa o, in mancanza di questo, alla persona offesa, salvo che in quest’ultimo caso essa non abbia provveduto a dichiarare o eleggere domicilio.

4-ter. In ogni stato e grado del procedimento, quando non è in grado di decidere allo stato degli atti, il giudice dispone, anche di ufficio e senza formalità, accertamenti sulle condizioni di salute o su altre condizioni o qualità personali dell’imputato. Gli accertamenti sono eseguiti al più presto e comunque entro quindici giorni da quello in cui la richiesta è pervenuta al giudice. Se la richiesta di revoca o di sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere è basata sulle condizioni di salute di cui all’articolo 275, comma 4-bis, ovvero se tali condizioni di salute sono segnalate dal servizio sanitario penitenziario, o risultano in altro modo al giudice, questi, se non ritiene di accogliere la richiesta sulla base degli atti, dispone con immediatezza, e comunque non oltre il termine previsto nel comma 3, gli accertamenti medici del caso, nominando perito ai sensi dell’articolo 220 e seguenti, il quale deve tener conto del parere del medico penitenziario e riferire entro il termine di cinque giorni, ovvero, nel caso di rilevata urgenza, non oltre due giorni dall’accertamento. Durante il periodo compreso tra il provvedimento che dispone gli accertamenti e la scadenza del termine per gli accertamenti medesimi, è sospeso il termine previsto dal comma 3.

4-quater. Si applicano altresì le disposizioni di cui all’articolo 286-bis, comma 3.

Inquadramento della problematica

La questione posta all’attenzione della Corte di cassazione nel caso di specie concerne le forme di interlocuzione col soggetto offeso dal reato introdotte, fra l’altro nella materia cautelare, con la Legge n. 119 del 2013 di conversione, con modificazioni, del Decreto Legge n. 93 del 2013: nei procedimenti aventi ad oggetto delitti commessi con violenza alla persona, infatti, il soggetto offeso dal reato è individuato quale destinatario ex lege della notifica della richiesta di revoca o di sostituzione delle misure cautelari previste dagli articoli 282-bis, 282-ter, 283, 284, 285 e 286 c.p.p., a pena di inammissibilità dell’istanza de libertate.

In particolare, in armonia con la normativa europea e internazionale (direttiva 2012/29/UE, del 25/10/2012, del Parlamento Europeo; Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia con Legge n. 77 del 2013), che ha inteso estendere gli oneri informativi in favore della vittima di determinate fattispecie incriminatrici, il nuovo testo dell’art. 299 c.p.p., comma 3, introduce a carico della parte che richiede la modifica dello status cautelare l’onere di notificare la richiesta al difensore della persona offesa e, in mancanza di questo, alla stessa persona offesa.

La facoltà di interlocuzione nel merito delle istanze de libertate è riconosciuta sia nella fase delle indagini preliminari, che in quella successiva alla loro chiusura (art. 299, comma 4-bis, c.p.p.).

La ratio di tali disposizioni è quella di rendere partecipe la vittima di determinate tipologie di reato degli sviluppi della vicenda cautelare dell’indagato/imputato, consentendole di presentare, entro un breve lasso temporale, memorie ex art. 121 c.p.p., al fine di offrire alla autorità giudiziaria procedente la conoscenza di ulteriori elementi di valutazione pertinenti all’oggetto della richiesta (Corte di Cass. pen., Sez. III, 31 marzo 2015, n. 13610; conforme Cass. pen., Sez. I, 13 giugno 2014, n. 25402).

L’onere di notificare la richiesta alla persona offesa è previsto a pena di inammissibilità rilevabile d’ufficio fino al formarsi del giudicato, senza che possano verificarsi forme, non previste dalla legge, di sanatoria (Cass. pen., Sez. II, 4 luglio 2014, n. 29045; Cass. pen., Sez. VI, 19 febbraio 2015, n. 7636)

La tipologia di delitti in relazione ai quali trova applicazione la novità normativa in questione risulta individuata dalla legge non in termini astratti, con riguardo cioè al titolo dei reati, ma con riferimento alle modalità della condotta, che devono essere connotate da “violenza alla persona”, potendo perciò caratterizzare un genus indeterminato di delitti, a prescindere dal loro inquadramento sistematico.

Secondo la giurisprudenza (Cass. pen., Sez. I, 15 dicembre 2015, n. 49339) una corretta esegesi del testo normativo imporrebbe la valorizzazione, ai fini dell’applicazione del dato normativo in questione, non tanto della riconducibilità teorica del delitto contestato nel titolo cautelare, a una fattispecie legale astratta connotata dalla violenza alla persona, quanto invece l’effettiva manifestazione, nel singolo caso, di una condotta materiale caratterizzata dalla concreta esplicazione di atti di violenza in danno della persona offesa: ciò che risponderebbe non solo alla lettera della legge, ma anche alla ratio della novella normativa che è quella di assicurare nuovi ed efficaci strumenti di tutela ai soggetti deboli che siano vittime di condotte violente suscettibili di potenziale reiterazione in caso di modifica dello status cautelare del soggetto responsabile.

Sotto altro profilo, nell’intento di limitare la portata applicativa della norma, si è pure sostenuto che nel concetto di “procedimenti aventi ad oggetto delitti commessi con violenza alla persona”, dovrebbero ricomprendersi solo quei procedimenti nei quali la condotta violenta si caratterizza per l’esistenza di un pregresso rapporto relazionale tra l’indagato e la vittima e non anche quelli nei quali l’azione violenta è del tutto occasionale (come nel caso di rapina in banca) nei quali mancherebbe un interesse diretto della vittima a vedere applicata all’indagato l’una o l’altra misura cautelare; si è soggiunto inoltre che la previsione contenuta nell’art. 299 c.p.p., comma 2-bis relativa al fatto che i provvedimenti de libertate indicati nella norma debbano essere comunicati anche ai “servizi socio-assistenziali” farebbe propendere per un lettura che tenda a limitare l’applicazione della disposizione de qua non a tutti i casi di reati nei quali si è verificata una violenza alla persona ma solo ai delitti contro la persona che si iscrivano in un contesto di violenza di genere ovvero di violenza domestica e, comunque, di violenza non episodica. In applicazione di tali principi la sanzione processuale di inammissibilità dell’istanza per omessa notifica alle persone offese non sarebbe quindi applicabile nel caso in cui la vittima del reato sia un estraneo, solo occasionalmente coinvolto nella vicenda delittuosa (cfr Tribunale di Torino, 4 novembre 2013).

L’ampiezza del riferimento testuale alla “violenza alla persona”, che deve connotare le modalità commissive dell’azione delittuosa, ha posto comunque, sul piano ermeneutico, il problema della distinzione tra le diverse forme di violenza in cui la stessa può concretizzarsi.

In particolare, la questione è stata di recente rimessa alle Sezioni Unite con riferimento all’art. 408 c.p.p., pure modificato dalla legge sul femminicidio con la previsione che nei casi in cui la richiesta di archiviazione riguardi “reati commessi con violenza alla persona”: l’avviso della richiesta di archiviazione è in ogni caso notificato, a cura del pubblico ministero, alla persona offesa indipendentemente dalla richiesta che, di norma, deve invece essere fatta nella notizia di reato o successivamente alla sua presentazione; il termine entro il quale la persona offesa può presentare opposizione è di venti giorni, pari cioè al doppio di quello ordinariamente previsto.

Il quesito posto alle Sezioni Unite da Cass. pen., Ord. 9 luglio 2015 (dep. 20 ottobre 2015), n. 42220, Est. Zaza ha riguardato proprio la possibilità di includere la violenza morale nell’espressione violenza alla persona, e quindi, nel caso all’esame della Sezione remittente, il delitto di atti persecutori connotato dalla reiterazione di condotte minacciose e/o moleste.

Nell’ordinanza di rimessione si è dato conto degli argomenti posti a sostegno dell’interpretazione estensiva: vale a dire l’argomento di carattere sistematico, costituito dall’espressa menzione nell’alveo dell’art. 415-bis, anch’esso modificato dalla legge contro il femminicidio, dell’art. 612-bis e la conseguente applicazione analogica all’obbligo di notificare l’avviso di deposito della richiesta di archiviazione; l’argomento testuale costituito dall’esplicita intitolazione della Legge n. 119 del 2013 al contrasto della violenza di genere.

Si è dato altresì conto della possibilità di utilizzare gli stessi argomenti a sostegno della tesi contraria ricorrendo al canone ubi lex voluit dixit ubi noluit tacuit. Infine, senza prendere posizione a sostegno dell’una o dell’altra interpretazione, si è da parte della Sezione rimettente individuato quale possibile argomento sistematico a sostegno della riconducibilità della violenza morale al genere della violenza alle persone la circostanza che nella rubrica dell’art. 393 c.p. si inquadri nell’“esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone” una condotta realizzabile, alternativamente, con violenza o minaccia.

La soluzione più ragionevole e conforme al sistema è quella di concepire la nozione di violenza alla persona come comprensiva della violenza tanto fisica quanto morale.

Intanto, perché, ad opinare diversamente, contrariamente allo spirito della riforma non si opererebbe una tutela piena della vittima atteso che le forme di violenza morale sono a volte più insidiose di quelle di violenza fisica. In secondo luogo, perché, in linea con la tradizione giuridica che vede la violenza morale nascere proprio dall’alveo della violenza per diramarsi autonomamente sul piano psicologico, nel codice penale diverse norme incriminatrici fanno riferimento a condotte realizzabili alternativamente con violenza e minaccia (si pensi alla violenza privata ex art. 610 c.p., alla violenza sessuale ex art. 609-bis c.p. ecc.).

E’ comunque nota l’informazione provvisoria, di cui dà conto la sentenza in esame, che le Sezioni Unite abbiano risolto la questione ricomprendendo il delitto di atti persecutori e quello di maltrattamenti fra i delitti commessi con violenza alla persona (cfr. Cass. Sez. Un., 29 gennaio 2016, Fossati).

La sentenza

– La Corte ha accolto il ricorso ricordando come, a seguito delle modifiche operate dalla Legge 119 del 2013, nel caso in cui la misura cautelare rientri fra quelle previste dagli artt. 282-bis, 282-ter, 283, 284, 285 e 286 c.p.p. e si tratti di procedimenti aventi ad oggetto delitti commessi con violenza alla persona, l’istanza di revoca o sostituzione della misura, che non sia stata presentata in sede di interrogatorio di garanzia o nel corso dell’udienza, deve essere contestualmente notificata, a pena di inammissibilità, presso il difensore della persona offesa o, in mancanza di questo, alla persona offesa, salvo che in quest’ultimo caso essa non abbia provveduto a dichiarare o eleggere domicilio.

– Tanto, al fine di assicurare alla persona offesa, nel quadro di una più ampia e pregnante considerazione dei diritti delle vittime dei reati, la concreta facoltà di interlocuzione, mediante presentazione di memorie nei due giorni successivi.

– Nel caso di specie la Corte, esaminando gli atti in ragione della natura processuale della censura, ha riscontrato che effettivamente l’istanza di revoca del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalle persone offese era stata presentata fuori udienza, non era stata previamente notificata alle stesse e, diversamente da quanto sostenuto dal difensore dell’imputato, atteneva a reati, di fatto commessi con violenza alla persona – quello di maltrattamenti, contestato con riferimento ad atti di violenza fisica e verbale in danno di Mevia, quello di atti persecutori, contestato con riferimento a condotte minacciose, ingiuriose e violente – oltre che giuridicamente connotati in tal guisa in quanto implicanti l’assoggettamento a condotte in vario modo vessatorie e minacciose.

– Da ultimo la Corte ha riconosciuto l’idoneità del ricorso per Cassazione quale strumento per far valere il pregiudizio subito dalla persona offesa in conseguenza della mancata notifica dell’istanza di revoca, venendo in considerazione un vulnus alle prerogative specificamente riconosciute alla stessa a propria tutela.

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