Datore Di Lavoro – Cassazione Penale 20/02/2017 N° 8119

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 20/02/2017

Numero: 8119

Testo completo della Sentenza datore di lavoro – Cassazione penale 20/02/2017 n° 8119:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
BONITO MICHELE N. IL 30/08/1960
avverso la sentenza n. 3547/2014 CORTE APPELLO di BOLOGNA,
del 10/05/2016
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 09/02/2017 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. GIUSEPPE PAVICH

RITENUTO IN FATTO
1. La Corte d’appello di Bologna, in data 10 maggio 2016, ha confermato la
sentenza emessa il 21 maggio 2013 dal Tribunale di Bologna – Sezione
distaccata di Imola – con la quale Michele Bonito era stato condannato alla pena
di giustizia in relazione al reato di lesioni colpose con violazione delle norme in
materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, contestato come commesso in
Molinella il 4 aprile 2009.
1.1. L’addebito mosso al Bonito si riferisce a un infortunio nel quale
riportava lesioni, guaribili in oltre 40 giorni, William Tugnoli, dipendente del
Comune di Molinella ed occupato presso l’area ecologica comunale: costui
accedeva in una zona di detta area ove erano in corso operazioni di smaltimento
di materiali ferrosi a cura di una ditta che ne aveva assunto l’appalto; in tale
occasione, veniva investito dalla caduta di una lavatrice che stava per essere
caricata su un rimorchio, riportando così le lesioni meglio descritte in rubrica.
Al Bonito é contestato il reato di cui trattasi nella sua qualità di responsabile,
nell’ambito del Comune di Molinella, del Servizio Lavori Pubblici Manutenzione
Patrimonio e Servizi ambientali, per non avere egli curato in tale veste la
compilazione del documento di valutazione dei rischi da interferenze (DUVRI),
omettendo così di prevedere cautele e misure volte a evitare l’accesso di persone
all’area ecologica durante le operazioni di carico di materiali da smaltire.
L’assunto accusatorio é stato ritenuto confermato dalla Corte territoriale, la quale
ha sostanzialmente assimilato la posizione dell’imputato a quella del datore di
lavoro, sulla base di una determina dirigenziale del 2008 in cui gli venivano
attribuite funzioni comportanti impegni di spesa e gestione del personale; ciò
risulta fra l’altro riscontrato dal fatto che il DUVRI consegnato all’ASL cinque
mesi dopo l’infortunio (documento che, essendo tardivamente pervenuto nonché
sprovvisto di data, é stato ritenuto inesistente all’epoca del fatto) era sottoscritto
dal Bonito quale datore di lavoro, in ottemperanza all’art. 26 del D.Lgs. 81/2008.
2. Avverso la prefata sentenza d’appello ricorre il Bonito, per il tramite del
suo difensore di fiducia, con atto che consta di un unico motivo, nel quale si
denunciano violazione di legge e vizio di motivazione proprio sul punto del
riconoscimento della posizione datoriale in capo al Bonito: posizione che egli non
poteva ricoprire, nella sua qualità di funzionario comunale, e che nell’ambito
della sua amministrazione di competenza spetta al sindaco; oltre a ciò, egli non
ha mai ricevuto una delega avente i requisiti di cui al D.Lgs. 81/2008.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso é inammissibile, perché manifestamente infondato.
E’, infatti, esplicita la testuale previsione dell’art. 2, comma 1, lettera b),
D.Lgs. n. 81/2008 nell’affermare che nelle pubbliche amministrazioni di cui
all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (fra cui
rientrano le Amministrazioni comunali), per datore di lavoro si intende il
dirigente al quale spettano i poteri di gestione, ovvero il funzionario non avente
qualifica dirigenziale, nei soli casi in cui quest’ultimo sia preposto ad un ufficio
avente autonomia gestionale, individuato dall’organo di vertice delle singole
amministrazioni tenendo conto dell’ubicazione e dell’ambito funzionale degli uffici
nei quali viene svolta l’attività, e dotato di autonomi poteri decisionali e di spesa.
1.1. Ciò appare, del resto, perfettamente coerente con il principio di
separazione fra funzioni di indirizzo politico e di gestione negli enti locali, ormai
invalso da tempo nel nostro sistema e recepito, oltre che dal già citato D.Lgs.
165/2001, anche dall’art. 107 del Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli
Enti locali, approvato con D.Lgs. n. 267/2000.
In tale sistema di separazione fra le due distinte forme di responsabilità –
politica e gestionale – non può farsi questione circa la sussistenza o meno, in
capo al dirigente o al funzionario comunale titolare di poteri di gestione e
d’impegno di spesa, di una delega di funzioni sul modello e per le finalità di cui
all’art. 16, D.Lgs. n. 81/2008.
Siffatta delega ha rilievo laddove il soggetto destinatario di compiti e
funzioni propri del datore di lavoro sia, per ciò stesso, soggetto distinto dal
datore di lavoro medesimo: ciò che accade nelle ordinarie realtà aziendali e
nell’ambito dei modelli organizzativi di natura privatistica.
1.2. Viceversa, nella specie (ossia nell’ambito del modello organizzativo
tipizzato dalla legge con riguardo all’amministrazione comunale), il Bonito era
stato individuato, con uno specifico atto, quale soggetto cui erano state conferite
funzioni specifiche comprensive dell’esercizio di poteri decisionali e di spesa (nei
termini esplicitamente previsti dal citato art. 2, comma 1, lettera b), D.Lgs. n.
81/2008) e assumeva perciò, ope legis, la corrispondente posizione datoriale.
1.3. In proposito giova ricordare che, come recentemente chiarito dalla
giurisprudenza di legittimità, con l’atto di individuazione, emanato ai sensi
dell’art. 2, comma primo, lett. b) D.Lgs. 9 aprile 2008 n. 81, vengono trasferite
al dirigente pubblico tutte le funzioni datoriali, ivi comprese quelle non delegabili,
il che rende non assimilabile detto atto alla delega di funzioni disciplinata dall’art.
16 del medesimo decreto legislativo (Sez. 4, n. 22415 del 12/05/2015, Borghi,
Rv. 263873). Ciò in quanto, con il suddetto atto d’individuazione, il soggetto
depositario di poteri gestionali e di spesa assume ex lege la qualifica datoriale.
In tale veste, pertanto, incombeva al Bonito la compilazione del documento
di valutazione dei rischi interferenziali, compito assegnato al datore di lavoro
dall’art. 26, comma 3, del D.Lgs. n. 81/2008 e ricompreso fra gli obblighi
datoriali connessi ai contratti d’appalto o d’opera o di somministrazione.
Correttamente, quindi, la Corte territoriale (come già, in primo grado, il
Tribunale) ha individuato nel Bonito il soggetto responsabile della contestata
condotta omissiva.
2. L’inammissibilità del ricorso esclude che possa assumere rilievo il decorso
del tempo ai fini della prescrizione del reato.
3. Alla declaratoria d’inammissibilità consegue la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali; ed inoltre, alla luce della sentenza 13 giugno
2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non
sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il ricorso senza
versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità», il ricorrente
va condannato al pagamento di una somma che si stima equo determinare in C
2.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, il 9 febbraio 2017.

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