Daspo – Cassazione Penale 27/05/2016 N° 22266

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 27/05/2016

Numero: 22266

Testo completo della Sentenza Daspo – Cassazione penale 27/05/2016 n° 22266:

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Svolgimento del processo
1. Con distinte ordinanze depositate il 10 dicembre 2014 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catania convalidava i decreti di divieto di accesso alle manifestazioni sportive con prescrizione di comparizione personale in occasione degli incontri di calcio della squadra del Bologna emessi dal Questore di Catania, per la durata di anni cinque, nei confronti di ventuno persone, in epigrafe indicate.

2. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per cassazione l’Avv. Lorenzo Maria Corvucci per P.C., deducendo, con un primo motivo, la violazione di legge ed il vizio di motivazione; lamenta che il presupposto della misura applicata risiede nell’attribuibilità delle condotte contestate, e che il P. fosse semplice passeggero sul pullman oggetto dell’ispezione operata dalla Polizia; non è emerso alcun elemento dal quale desumere una codetenzione del materiale sequestrato, nè, tanto meno, una consapevolezza della presenza dello stesso a bordo del veicolo.

Con un secondo motivo viene lamentata l’eccessività e sproporzionalità della durata della misura rispetto alla gravità del fatto, e la mancanza di motivazione in ordine allo stesso profilo.

Con ricorso proposto nell’interesse degli altri venti ricorrenti indicati in epigrafe, l’Avv. Gabriele Bordoni ha articolato due motivi di censura, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. c.p.p..

Con un primo motivo viene censurata la violazione di legge in relazione all’art. 42 c.p., in quanto il DASPO c.d. “di gruppo” è stato disposto in seguito al rinvenimento, a bordo del pullman che trasportava i “tifosi”, di armi improprie ed altri oggetti illeciti, sulla base della presunzione che esse appartenessero a tutti gli occupanti del veicolo, fondata su una affermazione apodittica e non suffragata da alcun elemento concreto in merito alla “pertinenza” degli strumenti all’intero gruppo; in assenza di elementi concreti, anche la mera consapevolezza della presenza di tali strumenti, peraltro non pacifica, in quanto custoditi nel vano bagagli, integrerebbe al più una connivenza non punibile.

Con un secondo motivo viene lamentata l’eccessività e sproporzionalità della durata della misura rispetto alla gravità del fatto.

3. Il Sostituto Procuratore Generale, Vito D’Ambrosio, ha chiesto il rigetto del ricorso.

Motivi della decisione
1. I ricorsi sono fondati.

2. Al riguardo, giova premettere che la Corte costituzionale ha qualificato la misura prevista dalla L. n. 401 del 1989, art. 6, comma 2, come un provvedimento di tipo preventivo “idoneo ad incidere sulla libertà personale del soggetto tenuto a comparire”, facendola pertanto rientrare a pieno titolo nelle previsioni dell’art. 13 Cost. (Corte Cost., sentenza n. 193 del 1996).

Nel sottolineare (nella sentenza n. 143 del 1996) la sostanziale analogia fra la procedura prescelta dal legislatore per disciplinare le modalità della convalida della misura prevista dall’art. 6, comma 2, L. cit. e quella prevista dall’art. 390 c.p.p., per la convalida dell’arresto o del fermo, la stessa Corte costituzionale ha precisato che il giudizio di convalida effettuato dal giudice per le indagini preliminari deve svilupparsi in un controllo pieno, ovvero tale da coinvolgere la personalità del destinatario, le modalità di applicazione (sentenza n. 143 cit.), la ragionevolezza ed “esigibilità” della misura (sentenza n. 136 del 1998), e deve svolgersi nel rispetto delle garanzie della difesa (sentenza n. 144 del 1997).

Le Sezioni unite di questa Corte, con la sentenza 27/10/2004, n. 44273, Labbia, nel comporre il contrasto che si era profilato in giurisprudenza in ordine ai limiti del controllo devoluto al giudice della convalida del provvedimento adottato dal questore – essendo in particolare controverso se tale controllo dovesse estendersi o meno alla verifica della pericolosità del soggetto interessato -, hanno fatto proprie le indicazioni ermeneutiche del Giudice delle leggi (sent. n. 136 del 1998 cit. e sent. n. 512 del 2002), assegnando al controllo del giudice carattere “pieno”, ossia esteso alla verifica in concreto, anche sotto il profilo della sufficienza indiziaria, dell’esistenza dei presupposti richiesti dalla legge.

Invero, la prescrizione imposta dal Questore ai sensi della L. n. 401 del 1989, art. 6, comma 2, deve qualificarsi come “misura di prevenzione” (diretta in particolare ad evitare la consumazione di reati attinenti alla tutela dell’ordine pubblico in occasione di manifestazioni di carattere sportivo da parte di soggetti che, per precedenti condotte, siano ritenuti socialmente pericolosi), che – come tutti i provvedimenti provvisori restrittivi della libertà che l’autorità di polizia può adottare a norma dell’art. 13, terzo comma, Cost. – deve avere natura necessariamente “servente” rispetto all’intervento di competenza dell’autorità giudiziaria, da identificarsi nel controllo di legalità devoluto al giudice della convalida. In tale ricostruzione, solo l’atto motivato dell’autorità giudiziaria viene a costituire il provvedimento idoneo a incidere definitivamente sulla posizione soggettiva della persona, mentre quello dell’autorità di polizia, in quanto servente, non può che avere “effetti anticipatori e preparatori”.

La convalida, quindi, non può che rivestire la natura di “pieno controllo di legalità sull’esistenza dei presupposti legittimanti l’adozione del provvedimento da parte dell’autorità amministrativa, compresi quelli che la natura di misura di prevenzione richiede”, non differenziandosi, nella sostanza, da quello previsto per altri provvedimenti provvisori attribuiti alla competenza dell’autorità amministrativa (quale in particolare quello avente ad oggetto l’arresto operato dalla polizia).

I presupposti legittimanti l’adozione del provvedimento del questore, sulla cui sussistenza deve esplicarsi il controllo giudiziale sono stati individuati segnatamente: nel “fumus” di attribuibilità delle condotte alla persona sottoposta alla misura; nella riconducibilità di tali condotte alle ipotesi previste dalla norma; nelle ragioni di “necessità ed urgenza” che hanno indotto il questore ad adottare il provvedimento; nella valutazione di sussistenza della pericolosità del soggetto cui è applicata la misura (il giudice della convalida dovrà in particolare verificare se i fatti indicati dal questore possano costituire indice sicuro della pericolosità intesa nella particolare accezione che risulta dal testo della L. n. 401 del 1989, art. 6). Inoltre, il giudice della convalida deve procedere alla valutazione circa la “congruità” della durata della misura, potendo, ove la ritenga eccessiva, ridurla (Sez. U, n. 44273 del 27/10/2004, Labbia, Rv. 229110: “In sede di convalida del provvedimento del questore che, incidendo sulla libertà personale, imponga a taluno, ai sensi della L. 13 dicembre 1989, n. 401, art. 6, comma 2, e succ. modd., l’obbligo di presentarsi ad un ufficio o comando di polizia in coincidenza con lo svolgimento di manifestazioni sportive, il controllo di legalità del giudice deve riguardare l’esistenza di tutti i presupposti legittimanti l’adozione dell’atto da parte dell’autorità amministrativa, compresi quelli imposti dalla circostanza che con esso si dispone una misura di prevenzione (ragioni di necessità e urgenza, pericolosità concreta ed attuale del soggetto, attribuibilità al medesimo delle condotte addebitate e loro riconducibilità alle ipotesi previste dalla norma), ed investire altresì la durata della misura che, se ritenuta eccessiva, può essere congruamente ridotta dal giudice della convalida (V. Corte cost., 5 dicembre 2002 n. 512)”; in senso analogo, Sez. U, n. 4443 del 29/11/2005, dep. 2006, Spinelli, Rv. 232712).

La stessa Corte ha poi ribadito il principio secondo cui, anche in questa materia, il giudice della convalida può legittimamente avvalersi della motivazione per relationem, purchè dia conto del percorso giustificativo e delle ragioni di condivisione del provvedimento richiamato, non potendosi risolvere la motivazione in una acritica recezione del provvedimento amministrativo.

2.1. Tanto premesso, il decreto del Questore, convalidato dal Gip con l’ordinanza impugnata, è stato adottato in quanto, prima dell’incontro di calcio (OMISSIS), valevole per il campionato nazionale di serie B, a bordo del pullman proveniente da Bologna, che trasportava venti sostenitori della squadra felsinea, venivano rivenute, e sottoposte a sequestro, armi da punta e da taglio, materiale pirotecnico, ed altri oggetti atti ad offendere (manganelli, coltelli, razzi, ecc.).

Al riguardo, l’ordinanza impugnata ha disposto la convalida della misura prescrittiva imposta rilevando che “il numero delle armi e degli strumenti atti ad offendere, la loro collocazione a bordo del pullman e nell’immediata disponibilità degli occupanti, nonchè il ristretto numero degli stessi occupanti rende evidente come si trattasse di strumenti di pertinenza del “gruppo” di sostenitori e di strumenti appositamente trasportati per farne uso in occasione dell’incontro di calcio (OMISSIS)”.

Il fondamento della misura, dunque, si rinviene nella presenza dei destinatari del DASPO a bordo del veicolo ove sono state rinvenute le armi improprie e gli altri oggetti contundenti, non ricavandosi, neppure dal verbale di sequestro, altro elemento di collegamento “individualizzante”.

3. Al riguardo, va evidenziato che nel solco della legislazione “compulsiva” che ha caratterizzato la disciplina diretta a prevenire violenze in occasioni di manifestazioni sportive, è stato introdotto, dal D.L. 22 agosto 2014, n. 119, art. 2 (conv. in L. 17 ottobre 2014, n. 146), il c.d. “DASPO di gruppo”, che prevede una durata non inferiore a tre anni (L. n. 401 del 1989, art. 6, comma 5) per i casi di “condotta, sia singola che di gruppo, evidentemente finalizzata alla partecipazione attiva ad episodi di violenza, di minaccia o di intimidazione” (L. n. 401 del 1989, art. 6, comma 1).

Ebbene, pacifica la natura amministrativa del divieto di accesso, la natura giuridica ambigua della misura dell’obbligo di comparizione, attratta nell’area delle misure di prevenzione atipiche, implica comunque la necessità di un confronto con il principio costituzionale di personalità della responsabilità penale, sancito dall’art. 27 Cost.

Invero, sebbene l’art. 27, comma 1, delimiti l’operatività del principio espressamente alla sola responsabilità penale, e nonostante la giurisprudenza costituzionale escluda che esso possa assumere rango di parametro di costituzionalità con riferimento alle violazioni amministrative (di recente, Corte Cost., n. 286 del 28/07/2010), pur essendo principio “ordinario” riconosciuto in materia amministrativa dalla L. n. 689 del 1981, art. 3, nondimeno va escluso che l’applicazione di una misura di prevenzione atipica quale l’obbligo di comparizione in occasione di manifestazioni sportive, limitativa di primari beni di rilevanza costituzionale, possa essere fondata su una responsabilità “collettiva”, retaggio di trascorse, e non illuminate, epoche storiche e giuridiche.

Del resto, anche alla luce dei criteri “sostanzialistici” di individuazione della “materia penale”, costantemente affermati dalla Corte EDU di Strasburgo a proposito dell’art. 7 CEDU, non può negarsi che il DASPO, nella dimensione prescrittiva, si connoti in termini di misura “parapenale”, in ordine alla quale un’interpretazione “convenzionalmente” conforme impone il rispetto dei fondamentali principi costituzionali “penalistici”.

In tal senso, deve dunque affermarsi che l’applicazione del DASPO, nella dimensione prescrittiva dell’obbligo di comparizione, deve rispettare il principio di personalità sancito dall’art. 27 Cost., comma 1.

3.1. Tanto premesso, va altresì evidenziato che la giurisprudenza di questa Corte ha costantemente ribadito, anche a Sezioni Unite, che tra i presupposti di applicabilità della misura vi è il fumus di attribuibilità delle condotte alla persona sottoposta alla misura (Sez. U, n. 44273 del 27/10/2004, Labbia, Rv. 229110).

Del resto, anche i(tenore sintattico della norma che, introdotta successivamente alle pronunce delle Sezioni Unite, individua la fattispecie delle condotte violente “di gruppo” non fonda un’ascrizione di “responsabilità” in grado di prescindere dalla partecipazione individuale all’azione di gruppo; la L. n. 401 del 1989, art. 6, comma 1, infatti, descrive la “condotta, sia singola che di gruppo, evidentemente finalizzata alla partecipazione attiva ad episodi di violenza, di minaccia o di intimidazione”, individuando la latitudine ermeneutica ed applicativa della fattispecie in termini tali da escludere la mera connivenza o, addirittura, la semplice presenza fisica, anche casuale o occasionale, all’interno di un gruppo; in altri termini, la violenza (intesa in senso ampio, comprensiva della minaccia e dell’intimidazione, anche nella forma tentata) “di gruppo” legittimante l’adozione del DASPO, nella dimensione (anche) prescrittiva, richiede un quid pluris rispetto alla mera presenza nel gruppo, consistente nell’individuazione di un ruolo attivo – inteso come adesione e/o apporto del singolo ad azioni violente, minacciose o intimidatorie – di ciascun appartenente al gruppo.

Va, infatti, respinta un’interpretazione declinata nell’ottica del “diritto penale d’autore” (il Taterstrafrecht, nella terminologia della letteratura di lingua tedesca dove è stato elaborato il concetto), secondo la logica del “tipo normativo d’autore” (il Tatertyp elaborato dalla dottrina nazionalsocialista tedesca), capace di annidare i più insidiosi frutti ermeneutici proprio nell’applicazione del tentativo e del concorso di persone, e riaffermata, nell’ottica costituzionale del “diritto penale del fatto” (il Tatstrafrecht, secondo la terminologia richiamata), un’interpretazione che non prescinda dall’individuazione – e dunque, nella sua proiezione probatoria, dalla prova – di un fatto integrante la partecipazione attiva, anche nella dimensione psichica (intesa come determinazione, istigazione o, comunque, adesione e rafforzamento dell’altrui proposito), alle condotte violente, minacciose o intimidatorie.

Non è dunque la presenza nel gruppo a rilevare ai fini dell’applicazione del DASPO, bensì la partecipazione individuale all’azione del gruppo, che, nella medesima, sebbene inversa, prospettiva dell’attenuante della “folla in tumulto”, fonda l’aggravamento della misura sotto il profilo temporale, per la ritenuta maggior pericolosità insita nella compartecipazione.

3.2. Nel caso in esame, l’ordinanza impugnata ha convalidato la misura nei confronti di tutte le persone presenti a bordo del pullman ove sono state rinvenute le armi improprie e gli altri oggetti contundenti, per la sola “condizione” di essere presenti, ma prescindendo da qualsivoglia elemento concreto in grado di indiziare il fatto del collegamento tra i singoli e le armi.

Manca, dunque, la prova di una partecipazione attiva individuale alla detenzione del materiale destinato alle azioni violente verosimilmente programmate in occasione dell’incontro di calcio, non potendo, in tal senso, rilevare una “responsabilità” collettiva.

4. L’ordinanza impugnata va dunque annullata senza rinvio, dichiarando cessata l’efficacia dei provvedimenti del Questore di Catania in data 06/12/2014 limitatamente all’obbligo di presentazione.

P.Q.M.
Annulla senza rinvio le ordinanze impugnate e dichiara cessata l’efficacia dei provvedimenti del Questore di Catania in data 06/12/2014 limitatamente all’obbligo di presentazione.

Manda alla cancelleria di comunicare il presente dispositivo alla Questura di Catania.

Così deciso in Roma, il 3 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2016.

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