Corruzione Di Un Pubblico Ufficiale – Cassazione Penale 25/07/2017 N° 36874

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 25/07/2017

Numero: 36874

Testo completo della Sentenza corruzione di un pubblico ufficiale – Cassazione penale 25/07/2017 n° 36874:

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REPUBBLICA ITALIANA
In nome del Popolo Italiano
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA
Composta da
Giacomo Paoloni
Gaetano De Amicis
Laura Scalia
Fabrizio D’Arcangelo
Pietro Silvestri
– Presidente –
– Relatore –
Sent. n. sez. /12.03
CC – 13/06/2017
R.G.N. 16373/2017
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Romeo Alfredo, nato il 01/03/1953 a Cesa
avverso l’ordinanza del 22/03/2017 del Tribunale di Roma
udita la relazione svolta dal Consigliere Gaetano De Amicis;
udita la requisitoria del P.G., in persona del Sostituto Procuratore Generale Luigi
Birritteri, che ha concluso per la inammissibilità del ricorso e dei motivi nuovi ed
aggiunti, depositando requisitoria scritta con allegati;
uditi i difensori del ricorrente, Avv. Francesco Carotenuto e Avv. Giovan Battista
Vignola, che hanno insistito sui motivi concludendo per l’accoglimento del
ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza del 22 marzo 2017 il Tribunale del riesame di Roma ha
confermato l’ordinanza con la quale il G.i.p. presso il Tribunale di Roma
applicava, in data 28 febbraio 2017, la misura cautelare della custodia in carcere
nei confronti di Alfredo Romeo, indagato del reato di cui agli artt. 81 cpv., 110,
318, 319, 321 cod. pen. per avere corrotto Marco Gasparri, dirigente presso la
Consip s.p.a., che avrebbe ricevuto, secondo l’imputazione provvisoriamente
delineata nel tema d’accusa, somme di denaro con cadenze mensili di importo
variabile nel corso degli anni 2014-2016, per il complessivo importo di euro
100.000,00, fornendogli informazioni riservate e consigli per favorirlo
nell’assegnazione di appalti pubblici relativi al settore del cd. facility
management e, successivamente, al fine di evitargli l’irrogazione di penali o la
risoluzione di rapporti contrattuali.
2. Nell’interesse di Alfredo Romeo hanno proposto ricorso per cassazione i
suoi difensori di fiducia, che hanno dedotto sei motivi di doglianza il cui
contenuto viene qui di seguito sinteticamente illustrato.
2.1. Con il primo motivo si deducono l’inosservanza degli artt. 12, 16, 27 e
51, comma 3-bis, cod. proc. peri., unitamente a vizi di mancanza e manifesta
illogicità della motivazione in ordine al rigetto della eccezione di incompetenza
per territorio del G.i.p. presso il Tribunale di Roma.
Si censura, in particolare, il fatto che il Tribunale del riesame non ha
considerato le obiezioni mosse dalla difesa circa la stretta connessione rilevabile,
sul piano soggettivo, oggettivo e teleologico, fra la condotta di corruzione
contestata nel procedimento in esame e le numerose condotte di corruzione e
turbata libertà degli incanti aggravate ex art. 7 della legge n. 203/1991 e
contestate all’indagato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di
Napoli nell’ambito di un’indagine relativa ad un’associazione per delinquere di cui
egli sarebbe il promotore, in quanto finalizzata alla commissione di plurimi delitti
contro la pubblica amministrazione.
Il delitto in esame, dunque, rientra, al pari degli altri, nel programma
criminoso della contestata associazione per delinquere ed appartiene, pur
essendo stato commesso in Roma, alla competenza dell’Autorità giudiziaria di
Napoli ai sensi degli artt. 16, comma 1 e 51, comma 3-bis, cod. proc. pen.,
tenuto conto del fatto che il più grave dei reati ivi contestati è quello di
corruzione propria aggravata ex art. 7 legge cit. – relativamente ad una vicenda
concernente l’appalto delle pulizie presso l’Ospedale Cardarelli di Napoli — e che
la condotta corruttiva in esame (a sua volta diretta a favorire le società
riconducibili al Romeo per l’assegnazione di appalti pubblici nel settore del cd.
facility management) risulta, al pari delle altre, strumentale al perseguimento
delle finalità dell’associazione per delinquere napoletana (che lo stesso
provvedimento impugnato, del resto, inquadra nell’ambito del cd. “sistema
Romeo”).
2.2. Con il secondo motivo si deducono l’inosservanza degli artt. 191, 291,
292 e 358 cod. proc. pen., unitamente a vizi di mancanza e manifesta illogicità
della motivazione in ordine alla eccepita nullità dell’ordinanza di custodia
cautelare emessa dal G.i.p. per l’omessa valutazione di elementi a favore
dell’indagato, sul rilievo che la trasmissione degli atti da parte dell’Autorità
giudiziaria di Napoli è avvenuta in più riprese e che, nel momento in cui si è
svolto l’interrogatorio di garanzia del 6 marzo 2017, la difesa non ha avuto
contezza di tutti gli atti processuali.
Il P.M. ed il G.i.p., dunque, non avrebbero potuto richiedere ed applicare la
misura cautelare, non trovandosi nella condizione di poter valutare se gli atti
d’indagine svolti da un’altra Autorità giudiziaria fossero o meno dotati dei
requisiti formali e sostanziali di validità e di utilizzabilità previsti dal codice di
rito, né di valutare tutti gli elementi favorevoli all’indagato che già emergevano
dagli atti, in quanto prodotti dalla difesa con una memoria presentata all’A.G.
partenopea in data 23 dicembre 2016. Nella produzione documentale ad essa
allegata la difesa eccepiva, in particolare, l’insussistenza dei presupposti delle
intercettazioni telefoniche ed ambientali con riferimento ad una serie di esposti e
denunce presentati dalla società “Romeo Gestioni” riguardo al servizio svolto da
alcuni operatori delle pulizie all’interno dell’Ospedale Cardarelli di Napoli,
contestando la stessa legittimità degli atti di iscrizione nel registro delle notizie di
reato e dei relativi atti di proroga delle indagini.
2.3. Con il terzo motivo, inoltre, si deducono violazioni di legge e vizi della
motivazione in relazione agli artt. 266, 266-bis, 267, 271 e 273 cod. proc. pen.,
per la inutilizzabilità di tutte le intercettazioni telefoniche ed ambientali in atti,
avuto riguardo alla originaria mancanza di sufficienti indizi dei reati contestati e
al difetto di adeguata motivazione dei decreti autorizzativi emessi dall’Autorità
giudiziaria di Napoli. Si deducono, altresì, vizi di nullità e inutilizzabilità delle
intercettazioni ambientali effettuate con microspie tradizionali negli uffici della
Romeo Gestioni s.p.a. in Roma, via della Pallacorda n. 7, perché eseguite in
assenza di autorizzazione del G.i.p, o, quanto meno, al di fuori dell’ambito
autorizzato dai decreti esistenti in atti.
A tal proposito si evidenzia, in particolare, che i più importanti riscontri alle
dichiarazioni rese dal Gasparri nei due verbali di interrogatorio del 16 dicembre
2016 e del 28 gennaio 2017 emergono proprio dalle intercettazioni richieste dalla
Procura di Napoli sin dal 2013-2014, sulla base di provvedimenti – di
autorizzazione, proroga o convalida – spesso approssimativi e basati su ipotesi
incerte di reati associativi ovvero su contestazioni aggravate dall’art. 7 della
legge n. 2013/1991, senza una specifica individuazione dei delitti scopo
dell’associazione ipotizzata. La maggior parte delle operazioni di intercettazione,
peraltro, è stata eseguita attraverso l’utilizzo di captatori informatici (cd.
“software spia”) all’interno di luoghi di privata dimora e al di là dell’effettivo
svolgimento in essi di un’attività delittuosa, ricorrendo alla contestazione della su
richiamata aggravante senza che vi fossero concreti elementi di collegamento fra
le aziende del Romeo ed organizzazioni criminali di stampo camorristico.
Nel caso in esame la contestazione cautelare è stata formulata con
riferimento ad un’ipotesi di corruzione semplice ed il P.M., come già dedotto in
sede di riesame, ha avanzato in data 20 novembre 2015 una richiesta di
intercettazioni, poi autorizzata dal G.i.p. presso il Tribunale di Napoli il 24
novembre 2015 limitatamente agli uffici personali in uso al Romeo presso la
“Romeo Gestioni” a Napoli e Roma e all’interno dell’Hotel Romeo a Napoli, senza
che fossero emersi elementi indiziari circa l’esistenza di eventuali rapporti
dell’indagato con la criminalità organizzata, in quanto tali propedeutici alla
captazione delle conversazioni a mezzo dei cd. “virus spia”. L’operazione di
intercettazione è poi avvenuta senza che il P.M. specificasse, nel suo decreto
esecutivo, il riferimento agli uffici personali del Romeo all’interno di quegli edifici.
Atti processuali, questi, sui quali si è basato il provvedimento cautelare de quo, e
che la difesa ha contestato in sede di riesame senza che i presupposti di
legittimità delle operazioni di intercettazione all’interno di private dimore siano
stati verificati dal G.i.p. e dallo stesso Tribunale del riesame.
2.3.1. Deduce, altresì, la difesa un vizio già devoluto all’attenzione del
Tribunale del riesame, evidenziando come nel decreto esecutivo del 27 giugno
2016 il P.M., nel richiamare le precedenti autorizzazioni, abbia, da un lato,
ordinato di continuare l’intercettazione a mezzo del software spia, dall’altro lato
abbia ordinato l’inizio di una nuova intercettazione per mezzo delle tradizionali
microspie ambientali negli uffici della “Romeo Gestioni” siti in via Pallacorda a
Roma. A tale vizio si aggiunge poi il fatto che la successiva richiesta di proroga
del 15 luglio 2016 è stata avanzata dal P.M. di Napoli, e dal G.i.p. autorizzata il
19 luglio 2016, con riferimento alla prosecuzione delle operazioni in edifici privati
della società “Romeo Gestioni” in Napoli e Roma, nonché presso l’Hotel Romeo di
Napoli, a mezzo di un captatore informatico (cd. “virus spia”) già inserito
all’interno di altro telefono cellulare in uso a tale Giovanni Annunziata, senza
alcuna motivazione idonea a collocare i rapporti fra quest’ultimo ed il Romeo
all’interno di un quadro di criminalità organizzata. Sebbene il susseguente
decreto esecutivo del P.M., in data 19 luglio 2016, abbia disposto
l’intercettazione ambientale nei luoghi autorizzati dal G.i.p. con quelle modalità,
un nuovo decreto esecutivo del P.M. in data 2 agosto 2016 ha tuttavia disposto –
senza che sia mai stata richiesta alcuna autorizzazione al G.i.p., e senza
modificare le già autorizzate modalità per mezzo del software spia inserito sul
telefono dell’Annunziata – l’installazione di microspie ambientali di tipo
tradizionale all’interno degli uffici del Romeo nella su citata via Pallacorda in
Roma.
2.3.2. Alla stregua di tali rilievi, dunque, il ricorrente aveva chiesto al
Tribunale del riesame, con una memoria depositata il 22 marzo 2017 – rimasta
tuttavia senza risposta -, di verificare i presupposti di utilizzabilità degli esiti delle
operazioni di intercettazione ambientale effettuate a Roma con riferimento sia
alle modalità di autorizzazione e proroga dei decreti, sia all’effettiva esistenza
della correlativa base indiziaria, unitamente al rilevante profilo della
equiparabilità degli uffici del Romeo alla nozione di luoghi di privata dimora.
2.4. Con il quarto motivo si deducono violazioni di legge e vizi della
motivazione sia in punto di gravità indiziaria del reato contestato in sede
cautelare, sia sotto i profili della inesistenza della qualifica soggettiva di pubblico
ufficiale o incaricato di pubblico servizio in capo al Gasparri e della inattendibilità,
intrinseca ed estrinseca, della chiamata in correità da questi formulata a carico
del Romeo.
L’ordinanza genetica ha ritenuto di attribuire al Gasparri la qualifica di
pubblico ufficiale, quale funzionario della Consip s.p.a., esclusivamente sulla
base delle dichiarazioni da lui stesso rese circa la posizione assunta nell’ambito
dei bandi di gara predisposti in settori strategici, di interesse delle società
riferibili al Romeo, senza indicarne però i riscontri oggettivi riguardo agli
organigrammi societari ovvero ad ordini di servizio, deleghe o nomine da parte
dell’amministratore delegato della società. Non risulta chiaramente, inoltre, ai
fini della configurabilità del contestato reato di corruzione, quale sia la fonte del
rapporto di lavoro tra il Gasparri e la Consip, quale sia il settore di attività ove
egli svolge le sue mansioni e se il settore in questione comprenda solo od anche
l’esercizio di una pubblica funzione o di un pubblico servizio.
Richiamato il quadro normativo inerente le competenze e le funzioni
attribuite alla Consip s.p.a., si deduce inoltre che le mansioni attribuite al
Gasparri nel periodo in contestazione escludono comunque la possibilità di
ravvisare in capo allo stesso la qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di
pubblico servizio. La Direzione “sourcing servizi e utility” assegnata al Gasparri a
partire dal 2011 non aveva infatti alcuna competenza in materia di gestione delle
gare – affidate ad apposite commissioni nominate dal Consiglio di
amministrazione e supportate dalla Direzione legale e societaria — risultando
invece competente per tutte le attività a valle delle convenzioni e dei relativi
procedimenti di evidenza pubblica, ossia con riferimento non solo alla gestione
dei rapporti con le pubbliche amministrazioni aderenti, ma anche allo studio ed
aggiornamento di specifiche clausole tecniche da inserire in futuri capitolati, con
la conseguenza che egli, nei rapporti con le società affidatarie del servizio di cd.
“facility management” (fra le quali v’era anche la “Romeo Gestioni” s.p.a.,
affidataria di quattro lotti nella gara FM3), non poteva considerarsi un incaricato
di pubblico servizio né, tanto meno, un pubblico ufficiale.
2.4.1. Evidenziate talune contraddizioni emergenti dal confronto fra il primo
ed il secondo interrogatorio del Gasparri (l’uno reso dinanzi alla Procura
napoletana, l’altro a quella romana) e ricostruite le modalità di risposta ai
chiarimenti richiesti al Romeo dalla Commissione di gara della Consip s.p.a., si
contesta la pretesa riconducibilità delle condotte in contestazione al paradigma
delle ipotesi delittuose di cui agli artt. 318-319 cod. pen. muovendo
essenzialmente dalle seguenti considerazioni: a) che il Gasparri è del tutto
estraneo alle funzioni inerenti la predisposizione dei bandi di gara, sui quali non
può esercitare alcuna ingerenza; b) che egli è completamente estraneo al
procedimento di gara e a quello di nomina delle relative commissioni; c) che
nessuna notizia riservata è stata da lui rivelata al Romeo in ragione dell’ufficio,
poiché quelle cui si fa riferimento negli interrogatori o erano di pubblico dominio
o gli erano già note; d) che i consigli offerti in ordine alla predisposizione di atti
della società del Romeo, come il progetto tecnico o i chiarimenti da rendere
all’interno del su indicato sub-procedimento amministrativo, sono da ritenere del
tutto estranei a qualunque tipo di funzione pubblica o di pubblico servizio.
Si sottolinea, al riguardo, l’inesistenza, anche a voler prescindere dalla
mancanza della qualità soggettiva del Gasparri, di documentati atti contrari ai
doveri d’ufficio, ponendosi in evidenza il fatto che le attività da lui svolte non
appaiono propriamente riconducibili all’incarico assegnatogli, poichè sono state
realizzate solo a margine o collateralmente o, comunque, in concomitanza con le
attività dell’ufficio.
2.4.2. Nel ricorso si deduce, infine, il mancato vaglio di attendibilità,
intrinseca ed estrinseca, della chiamata di correo da parte del Gasparri, non solo
perché imprecisa relativamente al ruolo ed alle funzioni ricoperti all’interno della
Consip, ma anche perché sfornita di validi riscontri circa la provenienza delle
somme che il Romeo gli avrebbe versato “in nero”.
2.5. Con il quinto motivo si deducono violazioni di legge e vizi della
motivazione in relazione agli artt. 191, 352, 353, 354, 359 e 360 cod. proc.
pen., circa i presupposti e le modalità di acquisizione di frammenti di carta
rinvenuti nella spazzatura proveniente dagli uffici romani della società del
Romeo. Tali frammenti di carta, indicati quali riscontri estrinseci delle
dichiarazioni rese dal Gasparri nei suoi due interrogatori, sono stati recuperati
dagli organi di P.G. all’interno di un sito temporaneo di raccolta dei rifiuti, sulla
base di verbali di acquisizione depositati nella Cancelleria del G.i.p. solo in data
28 febbraio 2017, dai quali non è possibile evincere se si sia trattato di
un’attività di iniziativa ovvero delegata dal P.M.
Al riguardo si contestano, in particolare, le modalità di acquisizione dei
sacchetti della spazzatura, non risultando agli atti la trasmissione del verbale
delle operazioni al P.M. procedente, né alcun provvedimento di convalida della
perquisizione entro le successive 48 ore. La P.G. operante, peraltro, non solo non
ha trasmesso i plichi al P.M per l’eventuale sequestro, ma li ha aperti procedendo
ad un complesso accertamento tecnico, in difetto di assistenza difensiva e senza
che vi fosse alcuna autorizzazione da parte del P.M.. L’attività di ricostruzione
tecnica svolta dalla P.G., infatti, ha portato, nel periodo ricompreso fra il mese di
agosto 2016 ed il gennaio 2017, all’individuazione di frammenti di carta
presuntivamente attribuiti all’indagato, modificando in via permanente il
contenuto di quanto in sequestro, in violazione delle garanzie del contraddittorio
oggetto della procedura specificamente contemplata negli artt. 359 e 360 cod.
proc. pen.
Si evidenzia, poi, come già nella memoria presentata al Tribunale del
riesame sia stata contestata l’affidabilità scientifica della consulenza tecnica
depositata dal P.M. in data 15 marzo 2017, avente ad oggetto la comparazione
della scrittura dell’indagato con quella riscontrabile dai documenti ricostruiti dalla
P.G.: degli elementi di prova a discarico al riguardo rappresentati in una
consulenza tecnica depositata dalla difesa non v’è traccia nella motivazione del
provvedimento impugnato, benchè numerosi dubbi fossero stati sollevati circa le
modalità di ricostruzione tecnica dei documenti, la metodologia seguita e l’esito
stesso dell’analisi comparativa grafologica disposta dalla Procura in relazione alle
fotocopie e alle fotografie dei documenti ricostruiti attraverso la sovrapposizione
di frammenti provenienti da diverse buste.
Il materiale che la P.G. ha acquisito dagli addetti dell’A.M.A. avrebbe dovuto
essere sequestrato previa informativa alla Procura, dovendosi propriamente
qualificare come “rifiuti”, non come res derelictae né, tanto meno, come res
nullius, i fogli di carta contenuti nelle buste di plastica lasciate negli appositi
contenitori, ovvero consegnate dal loro detentore all’azienda comunale preposta
alla raccolta ed al conferimento dei rifiuti presso la discarica comunale.
Diversamente da quanto affermato dal Tribunale, infine, l’attività di
ricostruzione documentale svolta con l’apertura e l’estrazione di parti di
documenti provenienti da sacchetti della spazzatura sigillati e in precedenza
acquisiti non può che definirsi come accertamento tecnico irripetibile, come tale
soggiacente alla disciplina dettata dall’art. 360 cod. proc. pen., con la
conseguente inutilizzabilità dei documenti sopra indicati.
2.6. Con il sesto motivo si deducono violazioni di legge e vizi della
motivazione in relazione ai profili della attualità e concretezza delle esigenze
cautelari, ivi comprese quelle attinenti all’ipotizzato pericolo di inquinamento
delle prove, nonché in punto di adeguatezza della misura della custodia cautelare
in carcere, sul triplice rilievo: a) che l’indagato è persona incensurata; b) che
dell’indagine attualmente in corso a cura della Procura di Napoli non si
conoscono ancora gli esiti; c) che l’ordinanza impugnata non cita una sola gara
in relazione alla quale possa sostenersi che l’aggiudicazione in favore della
“Romeo Gestioni” sia avvenuta per effetto dell’attività corruttiva del suo titolare
ovvero maturata nell’ambito dell’ipotizzato “metodo Romeo”.
Del tutto carente, infine, deve ritenersi la motivazione circa il pericolo di
inquinamento probatorio, i cui elementi sintomatici non sono stati
adeguatamente rappresentati dal Tribunale.
3. Con motivi aggiunti al ricorso, depositati, con il corredo di cospicuo
materiale documentale, nella Cancelleria di questa Suprema Corte in data 6
giugno 2017, i difensori dell’indagato, Avvocati Francesco Carotenuto e Alfredo
Sorge, hanno esposto ed ampiamente sviluppato un’articolata serie di
argomentazioni critiche volte a sostenere la fondatezza dei motivi originari,
contestando le ragioni illustrate nella motivazione dell’ordinanza impugnata ed
insistendo per il suo annullamento.
Si ribadiscono, in particolare, l’erroneità del rigetto dell’eccezione di
incompetenza territoriale con riferimento all’ipotesi di connessione prevista
dall’art. 12, lett. c), cod. proc. pen., unitamente alle censure inerenti alla
eccepita insussistenza della qualifica soggettiva di pubblico ufficiale o di
incaricato di pubblico servizio in capo al Gasparri. Sotto tale ultimo profilo si
rileva che le attività svolte dalla Consip nella fase della esecuzione dei contratti
di fornitura, ossia successivamente alla stipula delle convenzioni che chiudono la
fase pubblicistica della procedura aprendo quella regolata dalle norme di diritto
privato, consistono in operazioni di monitoraggio, consulenza ed assistenza
finalizzate esclusivamente a misurare e promuovere l’acquisizione di beni e
servizi nell’ambito di rapporti contrattuali che nascono direttamente fra le P.A.
committenti ed i fornitori aggiudicatari, rimanendo la Consip nella posizione di
soggetto terzo rispetto a tali rapporti. Ne discende che le funzioni svolte
nell’ambito della Direzione cui il Gasparri era preposto erano di tipo
esclusivamente privatistico e non potevano in alcun modo condizionare, per la
loro natura consultiva, l’esecuzione della convenzione “FM3” e la procedura di
gara “FM4” in favore della “Romeo Gestioni” s.p.a. .
Viene infine ribadita l’insussistenza delle esigenze cautelari in relazione ad
entrambe le tipologie di pericolo ravvisate nell’ordinanza impugnata, contestando
l’adeguatezza della misura custodiale per essere state pretermesse le obiezioni
rappresentate nella memoria difensiva del 21 marzo 2017.
4. Con motivi nuovi depositati il 6 giugno 2017 i predetti difensori hanno
eccepito violazioni di legge in ordine alle modalità delle procedure di iscrizione
dell’indagato nel registro delle notizie di reato, richiamando sul punto quanto già
dedotto innanzi ai Giudici di merito e, successivamente, nei motivi formulati a
sostegno del ricorso principale.
Si censurano, al riguardo, sulla base della documentazione allegata, sia
l’utilizzo strumentale dell’istituto, in modo da consentire l’allungamento dei
termini di indagine ex art. 405, comma 2, cod. proc. pen. senza che le relative
iscrizioni fossero supportate da nuovi fatti emersi dalle attività d’indagine, sia
l’assenza di precisi elementi di collegamento con vicende inerenti a fatti di
criminalità organizzata, come tali idonei a giustificare le iscrizioni operate con
riferimento all’art. 7 della legge n. 203/1991 e all’art. 416-bis cod. pen.
(annotate sul registro e poi estromesse nel successivo aggiornamento).
Evenienze procedimentali, queste, che hanno determinato la concessione di
autorizzazioni all’esecuzione di attività di intercettazione con mezzi
particolarmente invasivi (ad es., con l’utilizzo del sistema cd. “trojan”), le cui
richieste, però, erano basate su imputazioni provvisorie non corrispondenti ai
dati rinvenibili nel registro delle notizie di reato, con la conseguente
inutilizzabilità degli esiti di tutte le intercettazioni disposte nei correlativi periodi
di riferimento.
Si richiama, sul punto, la sentenza delle Sezioni Unite del 28 aprile 2016
(ric. Scurato), evidenziando come nessuna attività criminosa, tanto meno
riferibile ad associazioni di tipo camorristico o mafioso, fosse in corso di
svolgimento nei domicili del Romeo fatti oggetto delle richieste di autorizzazione
e proroga delle intercettazioni.
Vengono altresì ribadite le eccezioni: a) di inutilizzabilità delle intercettazioni
ambientali eseguite a mezzo di microspie “tradizionali” negli uffici privati della
“Romeo Gestioni”, in quanto non autorizzate dal G.i.p. presso il Tribunale di
Napoli, ma installate d’iniziativa dalla P.G. operante il 1° agosto 2016; b) di
omessa valutazione delle risultanze emergenti dalla consulenza grafologica
depositata dalla difesa in controdeduzione rispetto alle conclusioni raggiunte dal
consulente tecnico del P.M.; c) di nullità dell’ordinanza applicativa della misura
cautelare per l’omessa valutazione di elementi a favore dell’indagato desumibili
da una serie di atti (la memoria difensiva, con i relativi allegati, del 23 dicembre
2016; un’informativa della P.G. in data 9 gennaio 2017; i decreti di rigetto delle
richieste di intercettazioni ad opera del G.i.p. presso il Tribunale di Napoli in data
16 novembre 2015 e in data 12 dicembre 2016; verbali di “osservazione” e
“controllo” da parte della P.G.; i verbali, senza le parti soggette ad omissis, degli
interrogatori resi al P.M. dal Gasparri in data 16 dicembre 2016 e in data 26
gennaio 2017, ecc.) che avrebbero dovuto essere presenti al momento della
richiesta cautelare e del successivo interrogatorio di garanzia, tenuto conto del
fatto che vi erano anche documenti frutto di attività acquisitive svolte dalla
difesa ex art. 327-bis cod. proc. pen..

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è fondato e va accolto entro i limiti e per gli effetti qui di seguito
esposti e precisati.
2. Deve preliminarmente rigettarsi l’eccezione di inammissibilità formulata
dal Procuratore generale nella sua requisitoria sulla base di un generale ed
onnicomprensivo difetto di specificità e decisività dei vizi dedotti sia nel ricorso
che nei motivi aggiunti e nuovi, attraverso il richiamo alla linea interpretativa al
riguardo tracciata da questa Corte (Sez. 6, n. 10539 del 10/02/2017, Lorusso,
Rv. 269379), secondo cui è inammissibile, perchè generico, il ricorso per
cassazione articolato in un numero abnorme di motivi concernenti gli stessi capi
d’imputazione e i medesimi punti e questioni della decisione, in quanto tale
eccessiva prolissità e verbosità rende confusa l’esposizione delle doglianze e
difficoltosa l’individuazione delle questioni sottoposte al vaglio del Giudice di
legittimità.
Invero, pur nella prolissità dell’esposizione (che arriva a sfiorare
complessivamente il numero di 450 pagine, se si considerano, oltre al ricorso
principale, i motivi nuovi ed aggiunti) e nella ripetitività degli argomenti
individuati a sostegno delle correlative censure, che rendono talora difficoltosa la
focalizzazione dei profili critici che si intendono devolvere al sindacato di
legittimità, il ricorso – articolato in sei motivi di doglianza, cui si aggiungono
quattro motivi aggiunti ed almeno cinque motivi nuovi, suddivisi in una pluralità
di questioni principali e subordinate – non può essere nel suo insieme
considerato inammissibile poiché indica, con sufficiente grado di precisione e
specificità rispetto al percorso motivazionale delineato nella decisione impugnata,
i punti che si intendono sottoporre allo scrutinio di legittimità, deducendo con
dovizia di argomentazioni, criticamente strutturate e sorrette da un ampio
corredo documentale, le ragioni di fatto e di diritto su cui si fondano le censure
ivi formulate: censure che in alcuni passaggi, peraltro, involgono finanche la
prospettazione di un diverso inquadramento giuridico delle funzioni rivestite da
uno dei coimputati.
V’è poi da osservare, sotto altro profilo, che, in caso di ricorso per
cassazione concernente i provvedimenti in materia de libertate, il disposto di cui
all’art. 311, comma 4, cod. proc. pen. consente in via eccezionale la
presentazione di motivi nuovi prima dell’inizio della discussione (motivi che
devono riguardare capi o punti della decisione già investiti dall’originale atto di
gravame), ma non attiene alla produzione di documenti, che resta disciplinata
dalle regole generali concernenti il procedimento di legittimità. Ne consegue che,
dovendosi per i ricorsi in materia cautelare personale osservare le forme previste
dall’art. 127 del codice di rito (ex art. 311, comma 5, cod. proc. pen.), le
produzioni documentali devono intervenire, al più tardi, con una memoria
depositata nella Cancelleria della Corte di Cassazione entro il termine – nel caso
di specie rispettato – di cinque giorni prima dell’udienza (da ultimo, v. Sez. 3, n.
12641 del 05/02/2013, Pisano, Rv. 255118).
3. Infondato deve ritenersi il primo motivo di ricorso, poiché
sostanzialmente incentrato sulla valorizzazione di aspetti legati alla connessione
di tipo probatorio o investigativo – che pur emerge – tra i fatti oggetto del
procedimento de quo e quelli oggetto dell’originario procedimento instaurato
presso l’Autorità giudiziaria partenopea, non invece sulla necessaria e
preliminare disamina dei profili di tipo ideativo-programmatorio o finalistico che
rilevano ai fini qui presi in esame, ex art. 12, comma 1, lett. b) e c), cod. proc.
pen.), sulla base dell’insegnamento giurisprudenziale da questa Suprema Corte
dettato (Sez. 6, n. 3444 del 19/11/1997, dep. 1998, Cunetto, Rv. 210085; Sez.
6, n. 914 del 16/03/1999, Archidiacono, Rv. 214782), secondo cui l’ipotesi di
connessione prevista dall’art. 12, lett. b), cod. proc. pen. si riferisce, oltre che ai
diversi reati commessi con una sola azione od omissione, ai diversi reati che, con
più azioni od omissioni, l’agente commette in esecuzione del medesimo disegno
criminoso ed in attuazione, perciò, di una preventiva rappresentazione
soggettiva integrante un unitario programma delinquenziale. Ne consegue che la
riconducibilità ad un’unità ideologicamente identificabile e penalmente
organizzata, propria della continuazione, costituisce una forma di collegamento
tra fatti criminosi che avviene non in virtù di un elemento oggettivo estrinseco ai
vari reati, ma quale risultante di un elemento volitivo ed intellettivo dell’agente e
con riferimento alla sola posizione di tale soggetto. Quest’ultimo, invece, quando
agisce per la commissione di un reato in concorso con altre persone, ignare del
programma individuale ed estranee ai reati precedenti o successivi attuativi
dell’unico piano criminoso, non determina la estensione agli altri di una
connessione derivata, essendo ontologicamente inammissibile un effetto
espansivo esterno della unità ideologica del reato continuato nei confronti dei
concorrenti suddetti.
Aspetti, quelli or ora indicati, che la decisione impugnata, sia pure
sinteticamente, ha posto in rilievo lì dove ha escluso, con riferimento alla
configurabilità di atti deliberativi e volitivi unitari, la presenza di elementi
sintomatici della unicità del disegno criminoso, senza che alcuna valida
argomentazione di segno contrario ne abbia travolto o anche solo incrinato la
coerenza logica del percorso motivazionale.
Al riguardo, invero, questa Corte ha affermato, nella medesima prospettiva
ermeneutica, che il generico programma criminoso costituente elemento
essenziale del delitto di associazione a delinquere, di per sé solo, in mancanza di
altri elementi, non configura un rapporto di connessione tra il reato associativo e
gli eventuali singoli reati posti in essere dagli associati e non è, pertanto, idoneo
a determinare uno spostamento di competenza per materia o per territorio (Sez.
1, n. 16620 del 15/02/2001, Carannante, Rv. 218772).
Anche sotto altri profili, pur essi evidenziati nella motivazione della
impugnata ordinanza, si rivela poi infondata la su esposta eccezione, ove si
consideri che, in tema di reati commessi da più autori in concorso, non si verifica
lo spostamento della competenza per connessione prevista dall’art. 12, lett. b),
cod. proc. pen., qualora non ricorra l’identità di tutti i compartecipi, difettando,
in caso contrario, l’unità del processo volitivo (Sez. 1, n. 23591 del 27/05/2008,
Avitabile, Rv. 240205)
3.1. Analoghe considerazioni devono svolgersi ai fini della configurabilità
della connessione teleologica prevista dall’art. 12, lett. c), cod. proc. pen., per la
quale è necessario che vi sia identità fra gli autori del reato fine e quelli del reato
mezzo (Sez. 1, n. 5970 del 02/03/2016, dep. 2017, Squarcialupi, Rv. 269181)
La presenza del nesso teleologico, d’altronde, richiede la presenza di un
collegamento finalistico, che può essere affermata solo se risulta che la volontà
dell’agente, al momento della consumazione del reato-mezzo, fosse
effettivamente diretta alla commissione del reato-scopo e che quest’ultimo sia
stato oggetto di rappresentazione da parte dello stesso agente con chiarezza tale
da consentire almeno l’identificazione della sua fisionomia giuridica (arg. ex Sez.
6, n. 48552 del 18/11/2009, Ponci, Rv. 245342; Sez. 2, n. 4751 del 31/05/1989,
dep. 1990, Costa, Rv. 183912).
Aspetti, quelli ora indicati, che assumono un rilievo dirimente al fine qui
considerato, e sui quali il ricorrente non ha offerto congrue allegazioni volte a
confutare l’epilogo decisorio cui è pervenuta, in parte de qua, la decisione
impugnata.
3.2. Né può farsi leva, ragionando a contrario, sul riferimento operato dal
G.i.p. nell’ordinanza genetica al fatto che, a seguito del provvedimento di stralcio
adottato il 16 gennaio 2017 per ragioni di competenza territoriale dalla Procura
della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, ci si trova dinanzi allo stesso e non
a diversi procedimenti, poiché nello stesso passaggio motivazionale
dell’ordinanza cautelare si ha cura di precisare che siffatto riferimento involge –
al diverso fine della valutazione di utilizzabilità delle intercettazioni disposte
dall’Autorità giudiziaria di Napoli – l’apprezzamento del medesimo ambito
investigativo avente ad oggetto sia la vicenda corruttiva in esame che altri fatti
di illecita gestione di appalti aventi ad oggetto servizi di pulizia per enti pubblici,
tra cui l’Ospedale Cardarelli ed il Policlinico di Napoli: fatti per i quali gli organi
inquirenti di Napoli e di Roma procedono in formale coordinamento investigativo,
sì da giustificare il richiamo al quadro di principii al riguardo delineato da questa
Corte (Sez. 6, n. 21740 del 01/03/2016, Masciotta, Rv. 266921, secondo cui i
risultati delle intercettazioni telefoniche legittimamente acquisiti nell’ambito di un
procedimento penale inizialmente unitario, riguardanti distinti reati per i quali
sussistono le condizioni di ammissibilità previste dall’art. 266 cod. proc. pen.,
sono utilizzabili anche nel caso in cui il procedimento sia successivamente
frazionato a causa della eterogeneità delle ipotesi di reato e dei soggetti
indagati, atteso che, in tal caso, non trova applicazione l’art. 270 cod. proc. pen.
che postula l’esistenza di procedimenti “ah origine” tra loro distinti.
Entro tale prospettiva, infatti, ai fini del divieto di utilizzazione previsto
dall’art. 270, comma 1, cod. proc. pen., la nozione sostanziale di “diverso
procedimento” va desunta dal dato dell’alterità o non uguaglianza del
procedimento instaurato non nell’ambito del medesimo filone investigativo, ma
in relazione ad una notizia di reato, che deriva da un fatto storicamente diverso
da quello oggetto di indagine nell’ambito di altro, differente, anche se connesso,
procedimento (Sez. 2, n. 19730 del 01/04/2015, Vassallo, Rv. 263527; Sez. 2,
n. 3253 del 10/10/2013, dep. 2014, Costa, Rv. 258591).
4. Parzialmente fondato, di contro, deve ritenersi il secondo motivo di
doglianza, poiché l’ampio contenuto della memoria difensiva presentata, con
allegata documentazione, al P.M. presso il Tribunale di Napoli sin dal 23
dicembre 2016, e poi sostanzialmente riprodotta in quella dalla difesa depositata
presso la Procura del Tribunale di Roma in data 28 febbraio 2017 (dunque in un
momento successivo alla richiesta di emissione della misura cautelare dal P.M.
avanzata il 16 febbraio 2017), non è stato congruamente vagliato dal Tribunale
del riesame, che avrebbe dovuto specificamente esaminarlo e valutarne le
implicazioni, anche in relazione alla consistenza delle allegazioni documentali, sia
nelle parti che interessavano la ricostruzione storico-fattuale della vicenda
descritta nel tema d’accusa provvisoriamente formulato in sede cautelare – ossia
in relazione alla natura dei rapporti dall’indagato intrattenuti con la Consip s.p.a.
e con il Gasparri – sia in merito alla dedotta insussistenza dei presupposti di
legittimità e di utilizzabilità delle operazioni di intercettazione il cui esito è stato
posto a fondamento della misura cautelare impugnata in sede di riesame.
Secondo l’insegnamento di questa Suprema Corte (Sez. 6, n. 29807 del
20/06/2001, Caterino, Rv. 220652), allorquando si verta in tema di richiesta di
applicazione di una misura cautelare personale le memorie difensive nelle quali
siano compendiati elementi a favore dell’indagato devono essere trasmesse dal
P.M. al Giudice per le indagini preliminari solo se già depositate al momento della
richiesta formulata ex art. 291, comma 1, cod. proc. pen.
Non sussiste, dunque, la prospettata nullità per omessa valutazione di
elementi in favore dell’indagato da parte del G.i.p., poiché questi, al momento
dell’adozione dell’ordinanza con la quale disponeva l’applicazione della misura
della custodia cautelare in carcere, ossia in data 28 febbraio 2017, non aveva la
materiale disponibilità del su citato atto difensivo e non poteva di conseguenza
valutarne il contenuto.
Occorre tuttavia considerare, sotto altro ma connesso profilo, che la difesa,
pur non avendo specificamente dedotto sul punto l’esistenza di “elementi a
favore” sicuramente riconoscibili nel loro grado di oggettività e concludenza, sì
da rendere configurabili, in tesi, i presupposti della nullità prevista dall’art. 292,
comma 2-ter, cod. proc. pen., ha chiaramente prospettato interpretazioni
alternative del quadro degli elementi indiziari ed una serie di connesse eccezioni
processuali la cui analitica e globale valutazione restava senz’altro assorbita nel
complessivo apprezzamento che a tale riguardo il Giudice della libertà avrebbe
dovuto necessariamente effettuare (arg. ex Sez. 6, n. 12442 del 09/03/2011, Di
Pietro, Rv. 249641).
Invero, l’art. 292, comma 2, lett. c-bis), cod. proc. pen. impone al Giudice
l’esposizione e l’autonoma valutazione dei motivi per i quali sono stati ritenuti
non rilevanti gli elementi forniti dalla difesa: obbligo, questo, che la legge
impone sia al Giudice che emette l’ordinanza, sia al Tribunale della libertà che
rigetta la richiesta di riesame, allorchè tali elementi, come verificatosi nel caso in
esame, siano prospettati dinanzi a quest’ultimo (Sez. 1, n. 4777 del 15/11/2011,
dep. 2012, Borgnis, Rv. 251848).
Ne discende che il Giudice del riesame, sia pure con motivazione sintetica,
deve dare ad ogni deduzione difensiva puntuale risposta, incorrendo, in caso
contrario, nel vizio, rilevabile in sede di legittimità, di violazione di legge per
carenza di motivazione (Sez. 6, n. 31362 del 08/07/2015, Carbonari, Rv.
264938; Sez. 5, n. 45520 del 15/07/2014, Musto, Rv. 260765).
Il giudizio di rilevanza in ordine agli elementi prospettati dalla difesa, pur
sinteticamente espresso, deve essere analitico e non può risolversi in una
valutazione del tutto sommaria e generica (Sez. 1, n. 14374 del 9/01/2001,
Cianciarusso, Rv. 219093), ancor più ove si consideri che nel caso di specie,
secondo l’impostazione delineata dalla difesa, esso necessariamente involge, per
le parti che direttamente interferiscono sul contenuto della regiudicanda
cautelare, la disamina delle emergenze investigative frutto della collegata attività
d’indagine partenopea (v. pag. 36 dell’ordinanza adottata dal G.i.p. presso il
Tribunale di Roma in data 28 febbraio 2017).
4.1. Diverse, evidentemente, le considerazioni da svolgere in merito alle
produzioni di atti o documenti (ad es., il verbale di incidente probatorio espletato
in data 8 maggio 2017 dinanzi al G.i.p. presso il Tribunale di Roma ovvero
l’informativa di reato del Nucleo di Polizia Tributaria di Napoli in data 4 maggio
2017) la cui formazione è temporalmente collocabile nelle sequenze
procedimentali successive alla celebrazione del giudizio di riesame, poiché essi
appartengono, come tali, al prosieguo delle attività investigative e possono
essere, semmai, oggetto di ulteriori istanze dinanzi al competente Giudice di
merito, ma di certo non possono dispiegare alcun effetto in questa Sede,
involgendo, all’evidenza, valutazioni in punto di fatto che risultano precluse al
Giudice di legittimità.
4.2. Per quel che attiene, infine, alle questioni involgenti la incompleta
selezione di atti e documenti che avrebbero dovuto essere allegati alla domanda
cautelare – questioni dal ricorrente poste sia nell’articolazione dei motivi oggetto
del ricorso principale che in quelli nuovi – deve rilevarsi come le stesse abbiano
già costituito oggetto di una specifica ordinanza reiettiva emessa in data 10
marzo 2017 dal G.i.p. presso il Tribunale di Roma a seguito di un’istanza
difensiva di revoca della misura coercitiva ex art. 299 cod. proc. pen.
Pronuncia, questa, attraverso la quale il G.i.p. ha espressamente vagliato e
disatteso i medesimi argomenti dalla difesa prospettati riguardo alla eccepita
indisponibilità di una serie di atti (decreti autorizzativi e proroghe delle
intercettazioni, deposito dei verbali delle relative operazioni, iscrizioni al registro
delle notizie di reato ex art. 335 cod. proc. pen. e provvedimenti di proroga delle
indagini ex art. 406 cod. proc. pen., annotazioni ed informative redatte dagli
organi investigativi, ecc.), la cui eventuale mancata acquisizione, se
ulteriormente contestata, avrebbe dovuto costituire oggetto di un’impugnazione
proposta secondo le forme previste dall’art. 310 cod. proc. pen., né, comunque,
potrebbe essere per la prima volta irritualrnente dedotta in questa Sede.
Devono sul punto richiamarsi i principii da tempo fissati da questa Suprema
Corte (Sez. 6, n. 12 del 12/01/1998, Internicola, Rv. 210589) secondo cui, per i
provvedimenti in materia cautelare diversi da quelli genetici e soggetti, come
tali, ad appello ex art. 310 cod. proc. pen., la preclusione del c.d. giudicato
cautelare vale, relativamente alle doglianze che ne potevano formare oggetto,
anche in caso di mancata proposizione o di dichiarazione di inammissibilità
dell’impugnazione; e ciò in forza del carattere devolutivo dell’appello, che
altrimenti ne risulterebbe vanificato
Il ricorso immediato per cassazione, infatti, può essere proposto, ai sensi
dell’art. 311, comma 2, cod. proc. pen., soltanto contro le ordinanze che
dispongono una misura coercitiva e solo nel caso di violazione di legge, nonché,
secondo l’art. 568, comma 2, cod. proc. pen., contro i provvedimenti concernenti
“lo status libertatis” non altrimenti impugnabili: ne consegue che avverso i
provvedimenti di sostituzione o modifica delle misure cautelari è ammesso
esclusivamente il rimedio dell’appello, previsto dall’art. 310 del codice di rito
(Sez. U, n. 16 del 26/11/1997, dep. 1998, Nexhi, Rv. 209335).
5. Il terzo motivo di ricorso è fondato, in relazione ai profili di seguito
partitamente illustrati, poichè nessun controllo è stato effettuato, pur a fronte di
eccezioni gravi e puntualmente formulate in sede di gravame cautelare, sulla
sussistenza dei presupposti di legittimità delle operazioni di intercettazione
ambientale, il cui esito documentava, come precisato nell’ordinanza genetica,
l’esistenza di tredici incontri avvenuti tra il Gasparri ed il Romeo a partire
dall’attivazione del su indicato mezzo di ricerca della prova (ossia dal 3 agosto
2016) sino alla data del 29 novembre 2016.
5.1. Al riguardo, per vero, la linea interpretativa tracciata da questa
Suprema Corte in tema di intercettazioni telefoniche (Sez. 6, n. 12722 del
12/02/2009, Lombardi Stronati, Rv. 243241; Sez. 5, n. 1407 del 17/11/2016,
dep. 2017, Nascetti, Rv. 268900) è decisamente orientata a stabilire che la
motivazione dei decreti autorizzativi, nel chiarire le ragioni del provvedimento in
ordine sia al profilo della indispensabilità del mezzo probatorio ai fini della
prosecuzione delle indagini che a quello inerente alla sussistenza dei gravi indizi
di reato, deve necessariamente dar conto delle ragioni che impongono
l’intercettazione di una determina utenza telefonica che fa capo ad una specifica
persona, indicando pertanto il collegamento tra l’indagine in corso e la
medesima, affinchè possa esserne verificata, alla luce del complessivo contenuto
informativo e argomentativo del provvedimento, l’adeguatezza rispetto alla
funzione di garanzia prescritta dall’art. 15, comma 2, Cost.
Deve altresì rilevarsi, alla luce dei principii stabiliti da questa Corte (Sez. 1,
n. 42006 del 28/10/2010, Tavelli, Rv. 249109), che le valutazioni circa
l’utilizzabilità del materiale proveniente da intercettazioni effettuate nel
procedimento in cui sono state disposte le relative operazioni non vincolano il
Giudice del diverso procedimento, che conserva, dunque, piena autonomia
decisoria e in tal senso deve procedere ad autonomo apprezzamento. Non è
possibile, dunque, ritenerne la tralaticia utilizzabilità solo per il fatto che
l’intercettazione disposta nell’uno sia stata utilizzata nell’altro in presenza delle
condizioni di cui all’art. 270 cod. proc. pen., poiché nel secondo procedimento il
Giudice, quand’anche venga sollecitato ad operare il suo vaglio delibativo in sede
incidentale, deve rivendicare la propria autonomia di valutazione, essendo
diversa la res iudicanda caratterizzata dal diverso fatto di reato, anche se
contestato a carico degli stessi soggetti comuni ai due procedimenti.
Proprio perché poste a fondamento dell’ordinanza applicativa della misura
custodiale, dunque, le risultanze offerte dalle attività d’intercettazione ivi
espressamente menzionate avrebbero dovuto costituire oggetto di uno specifico
controllo, in sede di riesame, sulla fondatezza o meno dell’eccepita insussistenza
dei presupposti e delle condizioni di legittimità della loro autorizzazione.
Controllo che non risulta essere stato esperito.
Non è qui in discussione, evidentemente, il diverso profilo, pur evocato nella
motivazione dell’ordinanza impugnata, attinente alla mancata acquisizione del
decreto autorizzativo ed al mancato deposito di cui all’art. 270, comma 2, cod.
proc. pen. – da effettuarsi con le modalità previste dall’art. 268, commi 6 e 8,
cod. proc. pen. -, poiché è pacifico che lo stesso non rileva, a pena di
inutilizzabilità, nel corso delle indagini preliminari, trattandosi di un
adempimento che può essere legittimamente procrastinato per esigenze
investigative non oltre il termine delle indagini stesse, ex art. 268, comma 5,
cod. proc. pen. (Sez. 5, n. 4758 del 10/07/2015, dep. 2016, Bagnato, Rv.
265992).
L’affermazione di tale principio, però, da un lato rende comunque salvo il
diritto della parte di richiedere l’espletamento di una verifica al riguardo – avendo
questa Corte chiaramente stabilito che il Giudice di merito è tenuto ad effettuarla
in via incidentale (Sez. 2, n. 30815 del 26/04/2012, Parise, Rv. 253415) –
dall’altro deve comunque combinarsi con le implicazioni sottese alla connessa
linea interpretativa dianzi richiamata, che richiede un autonomo apprezzamento
da parte del Giudice ad quem, ove la consistenza della stessa base indiziaria
sulla quale si fonda il provvedimento impugnato, come avvenuto nel caso di
specie, venga radicalmente posta in discussione attraverso la formulazione di
eccezioni non pretestuose e seriamente prospettate.
5.2. Solo apoditticamente affermato risulta, in un passaggio della
motivazione dell’ordinanza impugnata, il collegamento tra la genesi delle attività
d’indagine e l’acquisizione di elementi – non esplicitamente indicati, né posti in
relazione con il compendio indiziario individuato a sostegno dell’imputazione
provvisoriamente enucleata in sede cautelare – in merito alla ipotizzata
infiltrazione camorristica nelle attività proprie dei servizi di pulizia svolti presso
l’Ospedale Cardarelli di Napoli dall’impresa del ricorrente.
Erronea deve ritenersi, poi, l’affermazione secondo cui gli uffici romani
dell’impresa del Romeo non potrebbero considerarsi luogo di privata dimora
poiché l’indagato vi si recava “per svolgere i propri, non sempre leciti, affari una
volta la settimana, senza neanche trascorrervi la notte”. Sulla base di tale
argomentazione, peraltro, l’ordinanza impugnata ha illogicamente fondato il
corollario incentrato sulla conseguenziale irrilevanza di tutte le questioni dalla
difesa dedotte riguardo alla legittimità delle attività di intercettazione eseguite
attraverso l’installazione del cd. “virus spia”.
Occorre sul punto ribadire, anzitutto, l’insegnamento di questa Corte (Sez.
6, n. 49533 del 29/09/2003, Giliberti, Rv. 227835) secondo cui, in tema di
intercettazioni ambientali, ai fini della verifica del presupposto dello svolgimento
di attività criminosa in atto, la nozione di privata dimora non evoca solo i luoghi
ove si svolge la vita domestica, e cioè la casa di abitazione, ma comprende
anche ogni altro luogo in cui il soggetto che ne dispone abbia la titolarità dello
jus excludendi alios a tutela della riservatezza inerente alla vita privata. Ne
consegue che anche l’ufficio privato è luogo di privata dimora poiché chi ne
dispone svolge in esso la sua attività lavorativa, che implica un aspetto dello
svolgimento della vita individuale in cui è compreso l’intrattenimento diretto o
mediante mezzi di comunicazione con le persone che il titolare ammette ad

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine  Pagina 1Pagina 2