Correzione Di Errori Materiali – Cassazione Penale 16/02/2016 N° 6367

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione Penale

Sezione: Sezione VI

Data: 16/02/2016

Numero: 6367

Testo completo della Sentenza Correzione di errori materiali – Cassazione Penale 16/02/2016 n° 6367:

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SENTENZA
Sul ricorso proposto da:
Mehmood Nasir, n. in Pakistan il 16.6.1985
avverso la sentenza del 27/1/2015 del giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di
Brescia;
visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Emilia Anna Giordano
lette le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale,
Paolo Canevelli, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.
Ritenuto in fatto
1. Con la sentenza indicata in epigrafe, emessa ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen.,
veniva applicata a Mehmood Nasir la pena, sospesa a termini e condizioni di legge, di anni uno
e mesi quattro di reclusione.
2. Ricorre per Cassazione il difensore del Mehmood che denunzia i vizi di inosservanza o
erronea applicazione di norme processuali stabilite a pena di nullità o inutilizzabilità con
riferimento agli artt. 240, comma 1, 125, comma 3, e 546 co. 3 cod. proc. pen e conseguenti
vizi di motivazione, con motivi di seguito riportati sinteticamente, ai sensi dell’art. 173 disp.
att. cod. proc. pen., nei limiti strettamente necessari ai fini della motivazione. Denuncia, in
particolare, che il certificato del casellario giudiziale acquisito agli atti, carente della
sottoscrizione del funzionario dell’ufficio di Procura, è inutilizzabile in quanto documento
anonimo ai fini del giudizio di bilanciamento della recidiva (contestata all’udienza preliminare)
con le pur concesse circostanze attenuanti generiche; che la sentenza è nulla per la erroneità
dell’imputazione che vi è riportata, riferita al reato p. e p. dall’art. 186, comma 2, lett. c) e 2
sexies D. Lvo 285/1992, laddove nella richiesta di rinvio a giudizio del 4.3.2014 al Mehmood
veniva contestato il reato di cui all’art. 372 cod. pen., reato sul quale, all’udienza del 27
gennaio 2015 si era pervenuti all’applicazione della pena. La sentenza, infine, presenta una
motivazione anodina e stereotipata e, pertanto, inesistente.
Considerato in diritto
1. Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.
2. Manifestamente infondato è il primo motivo di ricorso poiché l’applicazione concordata
della pena presuppone la rinuncia a far valere qualunque eccezione di nullità, anche assoluta,
diversa da quelle attinenti alla richiesta di patteggiamento ed al consenso ad essa prestato
(Sez. 5, n. 21287 del 25.3.2010, Legari, Rv. 247539) non senza rilevare che il certificato del
casellario giudiziario, generato dal Sistema con dati identificativi certi ( sia il numero del
Registro Notizie di reato che quello relativo al certificato stesso) non è equiparabile al
documento anonimo in quanto documento “tracciabile” attraverso i dati identificativi sullo
stesso impressi.
3. Ritiene il Collegio che, pur essendo fondata in punto di fatto la deduzione difensiva
circa l’erroneità dell’imputazione riportata nella sentenza impugnata, non sussista la dedotta
nullità della decisione poiché ci si trova in presenza di mero errore materiale per il quale deve
procedersi – ad opera del giudice competente di seguito indicato – alla relativa correzione
mediante indicazione della imputazione riportata nella richiesta di rinvio a giudizio sulla quale,
a seguito di richiesta formulata dal difensore munito di procura speciale, si è formato il
consenso delle parti alla definizione del procedimento mediante applicazione pena.
4. La Corte di legittimità ha ritenuto che il procedimento di correzione previsto dall’art.
130 cod. proc. pen,. può essere adottato per porre rimedio ad errori ovvero omissioni che non
modifichino il contenuto essenziale del provvedimento e che l’integrazione deve pertanto
consistere in un’operazione meramente meccanica con la quale si aggiungano elementi che
necessariamente dovevano fare parte del provvedimento, con esclusione di qualsiasi modifica
che introduca elementi estranei alla ratio decidendi e che comporti l’esercizio di un potere
discrezionale (Sez. 6, n. 18326 del 25/02/2003, Olivieri, Rv. 225898). Ha, inoltre, rimarcato
che l’art. 546, comma 3 cod. proc. pen., sanziona a pena di nullità la sola mancanza o
incompletezza del dispositivo e non anche la incertezza dei dati contenuti nella intestazione e,
in fattispecie simile a quella oggetto dell’odierna decisione, ha concluso nel senso che non è
viziata da nullità la sentenza di appello, nella cui intestazione non figuri il reato addebitato e
sul quale sia intervenuta decisione, allorché l’indicazione di esso risulti dall’epigrafe della
sentenza di primo grado o dal decreto di citazione per il giudizio di secondo grado (Sez. 6, n.
6978 del 26/04/2000, Vezio, Rv. 220630).
5. Consegue dall’applicazione di questi principi al caso in esame che l’avere riportato nella
intestazione della sentenza un capo di imputazione del tutto diverso da quello oggetto della
richiesta di rinvio e sul quale si era formato il consenso alla definizione con applicazione di
pena nel corso dell’udienza preliminare – per come si evince dal verbale allegato agli atti – ,
definizione culminata nel dispositivo letto in udienza dal giudice (dato questo non contestato
con i motivi di ricorso), integra un mero errore materiale nella compilazione del documentosentenza, errore al quale si può porre rimedio attraverso la procedura di correzione che non
integra alcuna abnormità ovvero modifica incidente su aspetto valutativo e, pertanto,
discrezionale della decisione giurisdizionale.
6. Manifestamente infondato è, infine, il terzo motivo di ricorso per la genericità delle
deduzioni difensive tenuto conto che dalla sentenza prodotta si evince che il giudice ha
effettuato le verifiche devolutegli, sinteticamente riportate nella motivazione, sul punto del
consenso prestato dalla parte che non formulato la richiesta, della corretta qualificazione
giuridica del fatto, della applicazione e comparazione delle circostanze e, infine, della
insussistenza delle ipotesi di cui all’art. 129 cod. proc. pen., operazioni che sono quelle da
compiersi in correlazione alla richiesta di applicazione di pena da parte dell’imputato che,
attraverso il rito di cui all’art. 444 cod. proc. pen., rinuncia a difendersi ed esonera la
controparte dal provare la fondatezza dell’accusa.
7. Dal rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali e la trasmissione degli atti al Tribunale di Brescia per la correzione dell’errore
materiale presente nella intestazione della sentenza impugnata.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Dispone
trasmettersi gli atti al Tribunale di Brescia per la correzione dell’errore materiale presente
nell’intestazione della sentenza impugnata.
Così deciso in Roma il 13 gennaio 2013

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