Condanna Per Bancarotta – Cassazione Penale 20/04/2017 N° 18927

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione Penale

Sezione: Sezione III

Data: 20/04/2017

Numero: 18927

Testo completo della Sentenza Condanna per bancarotta – Cassazione Penale 20/04/2017 n° 18927:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 18927 Anno 2017
Presidente: CAVALLO ALDO
Relatore: SOCCI ANGELO MATTEO
Data Udienza: 24/02/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
SIGNO LUCA nato il 20/06/1978 a RHO
avverso la sentenza del 07/03/2016 della CORTE APPELLO di MILANO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 24/02/2017, la relazione svolta dal Consigliere
ANGELO MATTEO SOCCI
Udito il Procuratore Generale in persona del dott. SANTE SPINACI
che ha concluso per: Inammissibilità”.

RITENUTO IN FATTO
1. La Corte d’Appello di Milano con sentenza del 7 marzo 2016, in
parziale riforma della decisione del Tribunale di Milano (13 maggio 2013)
assolveva Signò Luca dal reato sub A – art. 5, d. Igs. 74 del 2000 -,
limitatamente al periodo di imposta 2007, perché il fatto non sussiste e
rideterminava la pena in anni 1 e mesi 10 di reclusione, riducendo le
pene accessorie di conseguenza, confermava nel resto (capo B, art. 10 d.
Igs. 74/2000, capo C, art. 8, d. Igs. 74 del 2000).
2. L’imputato propone ricorso per Cassazione, tramite il difensore,
deducendo i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari
per la motivazione, come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att.,
c.p.p.
2. 1. Applicazione del principio d specialità ex art. 15 cod. pen. tra
il delitto di cui all’art. 216 legge fallimentare e quello dell’art. 10 d. Igs n.
74 del 2000.
Il 16 marzo 2016 il Tribunale di Milano depositava le motivazioni
della sentenza 13634/15 che aveva condannato il ricorrente, unitamente
al fratello, per il reato di cui all’art. 223 e 216, comma 1, legge
fallimentare. La fattispecie dell’art. 10 d.lgs. 74 del 2000 integra una
fattispecie con condotta identica, combaciante ce.19-1-a-bertea-r-et-t-a- con la
bancarotta fraudolenta documentale. Dall’analisi delle imputazioni si
ricava che trattasi della medesima condotta. Il reato più grave è quello
fallimentare (pena edittale superiore) per il quale è intervenuta la
condanna e quindi ex art. 15 cod. pen. quello dell’art. 10 d. Igs. 74 del
2000 deve ritenersi assorbito.
Ha chiesto, quindi, l’annullamento della decisione impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Il ricorso è inammissibile perché il motivo di ricorso non è stato
proposto in appello e, comunque, per manifesta infondatezza e per la sua
genericità.
Il ricorrente pone una questione di ne bis in idem relativamente
alla precedente condanna (anche se non ancora definitiva) per il reato
fallimentare.
Non può essere nuovamente promossa l’azione penale per un
fatto e contro una persona per i quali un processo già sia pendente
(anche se in fase o grado diversi) nella stessa sede giudiziaria e su
iniziativa del medesimo ufficio del P.M., di talché nel procedimento
eventualmente duplicato deve essere disposta l’archiviazione oppure, se
l’azione sia stata esercitata, deve essere rilevata con sentenza la relativa
causa di improcedibilità. La non procedibilità consegue alla preclusione
determinata dalla consumazione del potere già esercitato dal P.M., ma
riguarda solo le situazioni di litispendenza relative a procedimenti
pendenti avanti a giudici egualmente competenti e non produttive di una
stasi del rapporto processuale, come tali non regolate dalle disposizioni
sui conflitti positivi di competenza, che restano invece applicabili alle
ipotesi di duplicazione dei processo innanzi a giudici di diverse sedi
giudiziarie, uno dei quali incompetente. (Sez. U, n. 34655 del
28/06/2005 – dep. 28/09/2005, P.G. in proc. Donati ed altro, Rv.
23180001).
Orbene, così ricostruita la questione, divieto di un secondo
giudizio per stesso fatto, si deve rilevare che la questione non può essere
proposta per la prima volta in sede di legittimità: “Non è deducibile per la
prima volta davanti alla Corte di Cassazione la violazione del divieto del
“ne bis in idem” sostanziale, in quanto l’accertamento relativo alla
identità del fatto oggetto dei due diversi procedimenti, intesa come
coincidenza di tutte le componenti della fattispecie concreta, implica un
apprezzamento di merito” (Sez. 7, n. 41572 del 13/09/2016 – dep.
04/10/2016, Tassone, Rv. 26828201).
3. 1. Comunque, stante la questione di puro diritto e senza analisi
della fattispecie concreta, la Corte già si è pronunciata sull’insussistenza
della specialità (e quindi del “ne bis in idem” sostanziale tra l’art. 10 d.
Igs. n. 74 del 2000 e la bancarotta documentale): “Non sussiste la
violazione del principio del “ne bis in idem” (art. 649 cod. proc. pen.),
qualora alla condanna per illecito tributario (nella specie per
occultamento e distruzione di documenti contabili, previsto dall’art. 10 del
D.Lgs. n. 74 del 2000) faccia seguito la condanna per bancarotta
fraudolenta documentale, stante la diversità delle suddette fattispecie
incriminatrici, richiedendo quella penai- tributaria la impossibilità di
ricostruire l’ammontare dei redditi o il volume degli affari, intesa come
impossibilità di accertare il risultato economico di quelle sole operazioni
connesse alla documentazione occultata o distrutta; diversamente,
l’azione fraudolenta sottesa dall’art. 216 , n. 2 I. fall. si concreta in un
evento da cui discende la lesione degli interessi creditori, rapportato
all’intero corredo documentale, risultando irrilevante l’obbligo normativo
della relativa tenuta, ben potendosi apprezzare la lesione anche dalla
sottrazione di scritture meramente facoltative. Inoltre, nell’ipotesi
fallimentare la volontà del soggetto agente si concreta nella specifica
volontà di procurare a sé o ad altro ingiusto profitto o, alternativamente
di recare pregiudizio ai ai creditori, finalità non presente nella fattispecie
fiscale”. (Sez. 5, n. 16360 del 01/03/2011 – dep. 26/04/2011, Romele,
Rv. 25017501; vedi anche Sez. 3, n. 3539 del 20/11/2015 dep.
27/01/2016, Cepparo, Rv. 26613301)
Può quindi affermarsi il seguente principio di diritto: “Non sussite
specialità, ex art. 15 cod. pen., tra la bancarotta fraudolenta
documentale, art. 216, comma 1, n. 2, I.f. e l’occultamento o distruzione
di documenti contabili, art. 10 d. Igs. n. 74 del 2000, stante la diversità
delle suddette fattispecie incriminatrici, richiedendo quella tributaria la
impossibilità di ricostruire l’ammontare dei redditi o il volume degli affari,
intesa come impossibilità di accertare il risultato economico di quelle sole
operazioni connesse alla documentazione occultata o distrutta;
diversamente, l’azione fraudolenta sottesa dall’art. 216 , n. 2 I. fall. si
concreta in un evento da cui discende la lesione degli interessi creditori,
rapportato all’intero corredo documentale, risultando irrilevante l’obbligo
normativo della relativa tenuta, ben potendosi apprezzare la lesione
anche dalla sottrazione di scritture meramente facoltative. Inoltre,
nell’ipotesi fallimentare la volontà del soggetto agente si concreta nella
specifica volontà di procurare a sé o ad altro ingiusto profitto o,
alternativamente di recare pregiudizio ai creditori, finalità non presente
nella fattispecie fiscale”.
Alla dichiarazione di inammissibilità consegue il pagamento in
favore della cassa delle ammende della somma di C 2.000,00, e delle
spese del procedimento, ex art 616 cod. proc. pen.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al
pagamento delle spese processuali e della somma di C 2.000,00 in favore
della Cassa delle ammende.
Così deciso il 24/02/2017

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