Compatibilità Tra La Causa Di Non Punibilità Del Danno – Cassazione Penale 25/02/2016 N° 13681

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione Penale

Sezione: Sezioni Unite

Data: 25/02/2016

Numero: 13681

Testo completo della Sentenza Compatibilità tra la causa di non punibilità del danno – Cassazione Penale 25/02/2016 n° 13681:

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SENTENZA
sui ricorso proposto da
Tushaj Paulin, nato a Mirtide (Albania) il 15/08/1976
avverso la sentenza del 10/02/2015 della Corte di appello di Milano;
visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;
udita la relazione svolta dal componente Rocco Marco Blaiotta;
udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Carmine Stabile,
che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito il difensore dell’imputato, avv. Vita Sola, che ha concluso chiedendo
l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Il Tribunale di Monza ha affermato la responsabilità dell’imputato indicato
in epigrafe in ordine al reato di cui all’art. 186, commi 2, lettera b), e 2-bis, del
codice della strada commesso il 15 marzo 2011.
La sentenza è stata parzialmente riformata dalla Corte di appello di Milano
che ha escluso l’aggravante di cui al richiamato comma 2 bis ed ha rideterminato
la pena.
2. L’imputato ha presentato ricorso per cassazione, deducendo tre motivi.
2.1. Con il primo motivo si prospetta violazione di legge e vizio della
motivazione in ordine alla mancata concessione della sospensione condizionale
della pena. L’imputato, contrariamente a quanto ritenuto nella pronuncia
impugnata, non ha subito condanne per reati analoghi; e la precedente
concessione del beneficio non è ostativa alla sua reiterazione.
2.2. Con il secondo motivo s’invoca l’applicazione della causa di esclusione
della punibilità di cui all’art. 131-bis cod. pen.
2.3. Infine, si denunzia mancanza di motivazione in ordine alla richiesta di
riduzione della pena.
2.4. Ha fatto seguito la presentazione di una memoria difensiva.
3. La Quarta Sezione penale, cui il ricorso era stato assegnato, ha rimesso
alle Sezioni Unite la questione relativa alla compatibilità della causa di non
punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all’art. 131-bis cod. pen, con i
reati previsti dall’art. 186, comma 2, lettere b) e c), cod. strada, e più in
generale con gli illeciti caratterizzati dalla presenza di soglie di punibilità.
L’ordinanza richiama la pronunzia di legittimità che ha ritenuto la
compatibilità tra il nuovo istituto ed i reati di cui all’art. 186, comma 2, cod.
strada (Sez. 4, n. 44132 del 09/09/2015, Longoni, Rv. 264829) e propone
argomenti critici.
Si rammenta che l’art. 186, comma 2, lettera a), prevede un illecito
amministrativo costituito dalla guida in stato di ebbrezza con tasso alcoolemico
superiore a 0,5 e non superiore a 0,8 gil; mentre le successive lettere b) e c)
dello stesso comma disciplinano distinti illeciti penali definiti da valori crescenti.
Si considera che il legislatore ha già compiuto a monte una valutazione di
maggiore o minore pericolosità, rapportata ad un preciso dato tecnico costituito
dal tasso alcoolemico. Pertanto il giudice, applicando la nuova normativa, si
sostituirebbe al legislatore, non disponendo di altri parametri cui ancorare il
giudizio di tenuità; ed essendo irrilevanti le modalità della condotta di guida, che
ben possono variare da caso a caso.
Si aggiunge che si tratta di reati di pericolo intesi a proteggere i beni della
regolarità della circolazione e della sicurezza stradale, distinti da quelli della vita
o della incolumità dei singoli, protetti dai reati di lesioni colpose ed omicidio
colposo. Se ne inferisce che nessun rilievo possono avere, ai fini della punibilità,
le modalità della condotta di guida. Infatti, in relazione ai beni protetti, non è
possibile ipotizzare una gradualità dell’offesa, atteso che lo stesso legislatore ha
previsto circostanze aggravanti connesse a contingenze di particolare allarme e
maggiore pericolo per la sicurezza: la guida in ora notturna e la causazione di
incidente stradale.
Si argomenta infine che l’applicazione della normativa di cui si discute
condurrebbe ad un esito paradossale: l’autore di un illecito di minore gravità
andrebbe incontro ad una sanzione amministrativa pecuniaria ed alla
sospensione della patente di guida, mentre l’autore dell’illecito penale potrebbe
evitare le relative sanzioni.
Si conclude che occorre ritenere che il legislatore abbia già implicitamente
escluso la possibilità di attribuire connotazioni di particolare tenuità ai reati di cui
si discute.
L’ordinanza discute criticamente pure l’affermazione della sentenza Longoni
secondo cui, nel caso in cui sia ritenuta la particolare tenuità del fatto, il giudice
penale deve applicare le sanzioni amministrative accessorie. Si considera che tali
sanzioni sono applicabili solo nel caso di sentenza di condanna o di applicazione
della pena, come emerge testualmente dall’art. 186, comma 2-quater, cod.
strada. Pertanto, non è possibile ritenere che il mero accertamento dell’esistenza
del reato, che costituisce il presupposto della causa di non punibilità, consenta
l’applicazione delle dette sanzioni.
Dunque, valutando le cose “da un punto di vista sostanziale” l’applicazione
del nuovo istituto avrebbe l’effetto, ritenuto non congruo, di escludere pure le
sanzioni amministrative accessorie, che non di rado costituiscono la parte più
afflittiva dell’apparato sanzionatorio.
4. Con decreto del 21 dicembre 2015 il Primo Presidente ha assegnato il
ricorso alle Sezioni Unite e ne ha disposto la trattazione nell’udienza odierna.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Va dapprima esaminato il secondo motivo di ricorso, che propone una
questione pregiudiziale rispetto a quelle dedotte con gli altri motivi.
Corte di Cassazione – copia non ufficiale
Al riguardo occorre considerare che l’art. 131-bis cod. pen. è stato introdotto
con l’art. 1, comma 2, d.lgs. 16 marzo 2015, n. 28, e quindi in epoca successiva
alla pronunzia d’appello, emessa il 10 febbraio 2015 e relativa a fatto commesso
il 15 marzo 2011.
Questa Corte ha in numerose occasioni condivisibilmente ritenuto che, se
non è stato possibile proporlo in grado di appello, il tema afferente
all’applicazione del nuovo istituto può essere dedotto davanti alla Corte di
cassazione e può essere altresì rilevato d’ufficio ai sensi dell’art. 609, comma 2,
cod. proc. pen. (da ultimo Sez. 3, n. 24358 del 14/05/2015, Ferretti, Rv.
264109; Sez. 4, n. 22381 del 17/04/2015, Mauri, Rv. 263496; Sez. 3, n. 15449
del 08/04/2015, Mazzarotto, Rv. 263308).
Si è infatti in presenza, come sarà meglio esposto nel prosieguo, di
innovazione di diritto penale sostanziale che disciplina l’esclusione della punibilità
e che reca senza dubbio una disciplina più favorevole. Il novum trova quindi
applicazione retroattiva ai sensi dell’art. 2, quarto comma, cod. pen. L’elevato
rango del principio espresso da tale ultima norma impone la sua applicazione ex
officio, anche in caso di ricorso inammissibile, come ritenuto recentemente dalle
Sezioni unite. Si è infatti condivisibilmente affermato il diritto dell’imputato,
desumibile dal principio in questione, ad essere giudicato in base ai trattamento
più favorevole tra quelli succedutisi nel tempo; ed il dovere del giudice di
applicare la (ex mitior, anche nel caso in cui il ricorso sia inammissibile (Sez. U,
n. 46653 del 26/06/2015, Della Fazia, Rv. 265110).
Naturalmente, quando non sia in questione l’applicazione della sopravvenuta
legge più favorevole ai sensi dell’art. 609, comma 2, cod. proc, pen., la
inammissibilità del ricorso per cassazione preclude la deducibilità e la rilevabilità
di ufficio della causa di non punibilità.
2. Appurata la rilevanza della nuova disciplina, resta da intendere quale sia il
ruolo della Corte di cassazione. In proposito si è ripetutamente ritenuto che vada
compiuta una preliminare delibazione in ordine all’applicabilità in astratto del
nuovo istituto sulla base degli elementi di giudizio disponibili alla stregua delle
risultanze processuali e della motivazione della decisione impugnata; e che, in
caso di valutazione positiva, la sentenza impugnata debba essere annullata con
rinvio al giudice di merito per le pertinenti valutazioni e statuizioni (oltre alle
sentenze sub § 1, da ultimo, Sez. 3, n. 21474 del 22/04/2015, Fantoni, Rv.
263693; Sez. 4, n. 33821 del 01/07/2015, Pasolini, Rv. 264357).
In qualche pronunzia, peraltro, è stata pure ritenuta la possibilità di
applicare direttamente, ai sensi dell’art. 620, comma 1, lett. /), cod. proc. pen.,
la causa di non punibilità quando risulti palese dalla sentenza impugnata la
ricorrenza dei presupposti oggettivi e soggettivi formali della stessa, e un
apprezzamento dei giudice di merito che consenta di ritenere coerente la
conclusione che il caso di specie debba essere ricondotto alla previsione di cui
all’art. 131-bis cod. peri. (Sez. 6, n. 45073 del 16/09/2015, Barrara, Rv.
265224; Sez. 5, n. 48020 del 07/10/2015, V., Rv, 265467).
Il tema di cui si discute chiama effettivamente in campo l’art. 620, comma
1, lett. D, cod. proc. pen. che consente alla Corte di cassazione di adottare
pronunzia di annullamento senza rinvio quando la restituzione del giudizio nella
sede di merito è “superflua”; quando, cioè, per quel che qui interessa, non è
richiesta una valutazione sul fatto estranea al sindacato di legittimità.
Tale norma è stata ripetutamente ritenuta dalle Sezioni Unite fonte per
l’adozione di pronunzie assolutorie nella sede di legittimità (Sez. U, n. 22327 del
30/10/2003, Andreotti, Rv. 226100; Sez. U, n. 22327 del 21/05/2003,
Carnevale, Rv. 224181); oltre che dalle sezioni semplici (ad es. Sez. 2,
11/11/2010, n. 41461, Franzi, Rv. 248927). Essa ha costituito pure la base
normativa per applicare una causa di non punibilità sopravvenuta (ad es. Sez. 6,
n. 9727 del 18/02/2014, Grieco, Rv 259110; Sez. 6, n. 17065 del 26/04/2012,
Cirillo, Rv. 252506).
In tali situazioni la pronunzia è adottata ai sensi dell’art. 129 cod. proc. pen.
Né un ostacolo può essere rinvenuto nel fatto che tale articolo, pur dedicato nella
rubrica all’obbligo della immediata declaratoria di determinate cause di non
punibilità, non fa menzione dell’ipotesi in cui ricorra una causa di non punibilità.
Invero la norma ha portata generale, sistemica. Essa, come già ritenuto dalle
Sezioni unite (Sez. U, n. 12283 del 25/01/2005, De Rosa, Rv. 230529), non
attribuisce al giudice un potere di giudizio ulteriore ed autonomo rispetto a quello
già riconosciutogli dalle specifiche norme che regolano l’epilogo proscioglitivo
nelle varie fasi e nei diversi gradi del processo, ma enuncia una regola di
condotta rivolta al giudice che, operando in ogni stato e grado del processo,
presuppone l’esercizio della giurisdizione con effettiva pienezza del
contraddittorio. In breve, atteso l’indicato ruolo sistemico, l’articolo citato
consente l’adozione di tutte le formule di proscioglimento.
Occorre infine aggiungere che l’applicazione del meccanismo processuale di
cui si discute non è preclusa nell’ambito del nuovo istituto, a causa del diritto
dell’imputato all’interlocuzione. Invero, il giudizio di legittimità è caratterizzato
da ampio contraddittorio scritto ed orale su ogni aspetto della regiudicanda. E
d’altra parte, naturalmente, la Corte non potrebbe comunque prosciogliere
l’imputato con una formula meno favorevole di quella enunciata nella sentenza di
merito; ma dovrebbe semmai addivenire ad esito più favorevole, come nel caso
di sopravvenuta prescrizione, pure se il fatto è specialmente tenue.
3. Resta da intendere quale sia la natura e la conformazione del giudizio
demandato alla Corte di cassazione.
Anticipando quanto sarà esposto più avanti, va considerato che la
valutazione sulla particolare tenuità del fatto richiede l’analisi e la considerazione
della condotta, delle conseguenze del reato e del grado della colpevolezza. Si
tratta di ponderazioni che sono parte ineliminabile del giudizio di merito e che
sono conseguentemente espresse in motivazione, magari in guisa implicita. Sulla
base del fatto accertato e valutato dalla sentenza impugnata, dunque, il giudice
di legittimità è nella condizione di esperire il giudizio che gli è proprio, afferente
all’applicazione della legge; di accertare, cioè, se la fattispecie concreta è
collocata entro il modello legale espresso dal nuovo istituto.
Conclusivamente, quando la sentenza impugnata sia anteriore alla novella,
l’applicazione dell’istituto nel giudizio di legittimità va ritenuta o esclusa senza
che si debba rinviare il processo nella sede di merito. Ove esistano le condizioni
di legge, l’epilogo decisorio è costituito, alla luce di quanto si è prima esposto ed
alla stregua degli artt. 620, comma 1, lett. I), e 129 cod. proc. pen., da
pronunzia di annullamento senza rinvio perché l’imputato non è punibile a causa
della particolare tenuità del fatto.
4. Chiarito il contenuto del giudizio di legittimità, occorre intendere se l’art.
131-bis cod. pen, sia applicabile al reato oggetto del giudizio.
Il quesito di diritto devoluto alle Sezioni Unite è infatti “se la causa di non
punibilità per particolare tenuità del fatto sia compatibile con il reato di guida in
stato di ebbrezza”.
La sentenza Longoni, evocata nell’ordinanza di rirnessione, ha dato risposta
positiva. Si è considerato che il nuovo istituto si giustifica alla luce della
riconosciuta graduabilità del reato in relazione al disvalore d’azione e d’evento
nonché all’intensità della colpevolezza. Occorre, dunque, compiere una
valutazione relativa al fatto concreto; verificare se la irripetibile manifestazione
dell’illecito presenti un ridottissimo grado di offensività.
Si è conseguentemente ritenuto che non vi sono ostacoli ad applicare
l’istituto anche ai reati di pericolo astratto o presunto. In particolare, la
previsione di un valore-soglia per la configurazione del reato svolge la sua
funzione sul piano della selezione categoriale, mentre la particolare tenuità del
fatto richiede un “vaglio tra le epifanie nella dimensione effettuale”.
Il principio, si è aggiunto, è applicabile anche il relazione alla più grave
fattispecie di cui all’art. 186, comma 2, lettera c), cod. strada, dovendosi
Corte di Cassazione – copia non ufficiale
considerare non solo l’entità dello stato di ebbrezza, ma anche le modalità della
condotta e l’entità del pericolo o dei danno cagionato.
Tale esito interpretativo non è pregiudicato dalla previsione di un minore
grado di alterazione che configura un illecito amministrativo. Infatti, reato ed
illecito amministrativo presentano differenze evidenti e rilevanti, che definiscono
autonomi statuti e discipline differenziate. Peraltro, si è infine aggiunto,
l’applicazione della causa di non punibilità presuppone l’accertamento del reato,
dal quale discende l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria ad
opera del giudice penale.
5. Questo approccio non presenta aspetti critici per ciò che attiene
all’applicabilità del nuovo istituto al caso in esame; e le obiezioni esposte
nell’ordinanza di rimessione non colgono nel segno.
Il tema, peraltro, non può essere esaminato in astratto, ma richiede di
partire dal dato testuale. Occorre considerare che il legislatore ha limitato il
campo d’applicazione del nuovo istituto in relazione alla gravità del reato,
desunta dalla pena edittale massima; ed alla non abitualità del comportamento.
In tale ambito, come sarà meglio esplicitato più avanti, il fatto particolarmente
tenue va individuato alla stregua di caratteri riconducibili a tre categorie di
indicatori: le modalità della condotta, l’esiguità del danno o del pericolo, il grado
della colpevolezza.
L’ordinanza di rirnessione, dunque, non coglie nel segno e pecca di
astrattezza quando lega il nuovo istituto ai principio di offensività.
Le Sezioni Unite hanno già avuto occasione, recentemente, di evocare le
radici e le inespresse potenzialità ermeneutiche del principio di offensività (Sez.
U, n. 40354 del 18/07/2013, Sciuscio, Rv. 255974). Si è rammentata la sua
costituzionalizzazione, conseguita attraverso la lettura integrata di diverse norme
della legge fondamentale. Si è pure posto in luce (e lo si ribadisce nella presente
sede) che l’interprete delle norme penali ha l’obbligo di adattarle alla
Costituzione in via ermeneutica, rendendole applicabili solo ai fatti
concretamente offensivi; offensivi in misura apprezzabile. I beni giuridici e la loro
offesa costituiscono la chiave per una interpretazione teleologica dei fatti che
renda visibile la specifica offesa già contenuta nel tipo legale del fatto. Sul piano
ermeneutico viene così superato lo stacco tra tipicità ed offensività. I singoli tipi
di reato vanno ricostruiti in conformità al principio di offensività, sicché tra i
molteplici significati eventualmente compatibili con la lettera della legge si dovrà
operare una scelta con l’aiuto del criterio del bene giuridico, considerando fuori
del tipo di fatto incriminato i comportamenti non offensivi dell’interesse protetto.
In breve, è proprio il parametro valutativo di offensività che consente di
individuare gli elementi fattuali dotati di tipicità; e di dare contenuto tangibile
alle espressioni vaghe che spesso compaiono nelle formule legali.
Da quanto precede emerge che il principio di offensività attiene all’essere o
non essere di un reato o di una sua circostanza; e non è invece implicato
nell’ambito di cui ci si occupa, che riguarda per definizione fatti senza incertezze
pienamente riconducibili alla fattispecie legale.
La distinzione va sottolineata, anche per rispondere alle preoccupazioni
espresse da chi teme che la nuova figura, consentendo di devitalizzare vicende
marginali, finisca con il depotenziare il principio di offensività quale chiave per la
congrua restrizione dell’area dei penalmente rilevante.
6. In realtà il nuovo istituto è esplicitamente, indiscutibilmente definito e
disciplinato come causa di non punibilità e costituisce dunque figura di diritto
penale sostanziale. Esso persegue finalità connesse ai principi di proporzione ed
extrema ratio; con effetti anche in tema di deflazione. Lo scopo primario è quello
di espungere dal circuito penale fatti marginali, che non mostrano bisogno di
pena e, dunque, neppure la necessità di impegnare i complessi meccanismi del
processo. Proporzione e deflazione s’intrecciano coerentemente.
Il dato normativo conduce senza dubbi di sorta a tale esito interpretativo. Il
giudizio sulla tenuità del fatto richiede, infatti, una valutazione complessa che ha
ad oggetto le modalità della condotta e l’esiguità del danno o del pericolo
valutate ai sensi dell’art. 133, primo comma, cod. peri. Si richiede, in breve, una
equilibrata considerazione di tutte le peculiarità della fattispecie concreta; e non
solo di quelle che attengono all’entità dell’aggressione del bene giuridico
protetto.
Per ciò che qui interessa, non esiste un’offesa tenue o grave in chiave
archetipica. E’ la concreta manifestazione del reato che ne segna il disvalore.
Come è stato persuasivamente considerato, qualunque reato, anche l’omicidio,
può essere tenue, come quando la condotta illecita conduce ad abbreviare la vita
solo di poco.
7. Di particolare ed illuminante rilievo è il riferimento testuale alle modalità
della condotta, al comportamento. La nuova normativa non si interessa della
condotta tipica, bensì ha riguardo alle forme di estrinsecazione del
comportamento, al fine di valutarne complessivamente la gravità, l’entità del
contrasto rispetto alla legge e conseguentemente il bisogno di pena.
Insomma, si è qui entro la distinzione tra fatto legale, tipico, e fatto storico,
situazione reale ed irripetibile costituita da tutti gli elementi di fatto
concretamente realizzati dall’agente; secondo l’insegnamento espresso nella
Corte di Cassazione – copia non ufficiale
pagina fondativa del fatto nella teoria generale del reato. Ed è chiaro che la
novella intende per l’appunto riferirsi alla connotazione storica della condotta,
essendo in questione non la conformità al tipo, bensì l’entità del suo complessivo
disvalore.
Allora, essendo in considerazione la caratterizzazione del fatto storica nella
sua interezza, non si dà tipologia di reato per la quale non sia possibile la
considerazione della modalità della condotta; ed in cui sia quindi inibita
ontologicamente l’applicazione del nuovo istituto. L’opinione contraria
manifestata dall’ordinanza di rimessione è deviata dalla impropria
sovrapposizione tra il fatto tipico ed il fatto storico; tra l’offesa e la sua entità.
Dunque, pure nei reati senza offesa, di disobbedienza, o comunque poveri di
tratti descrittivi, contrassegnati magari da una mera omissione o da un rifiuto, la
valutazione richiesta dalla legge è possibile e doverosa, dovendosi considerare la
concreta manifestazione del fatto illecito.
Del resto, l’esperienza giuridica mostra esempi eloquenti: non è certo
indifferente, nella ponderazione del disvalore del fatto e del bisogno di pena, se
un comportamento che si estrinseca in un mero rifiuto sia accompagnato da
manifestazioni di irriguardosa e violenta opposizione o sia invece dovuto ad una
non completa comprensione del contesto, ovvero a concomitanti esigenze
personali socialmente apprezzabili.
Per di più, la tesi espressa dall’ordinanza di rimessione condurrebbe a
conseguenze paradossali: l’inapplicabilità dell’istituto ai reati bagatellari,
caratterizzati di solito dall’omissione di una prescrizione, con conseguente
frustrazione delle finalità deflative sottese alla novella. Pure per tali reati, invece,
occorre considerare il contesto: l’entità, l’oggetto, gli effetti della condotta ed
ogni altro elemento significativo.
8. Tale ricostruzione dell’istituto trova ulteriore conferma nella necessità di
compiere le valutazioni di cui si discute alla luce dell’art. 133, primo comma, cod.
pen.
Il richiamo mette in campo, oltre alle caratteristiche dell’azione e alla gravità
del danno o del pericolo, anche l’intensità del dolo e il grado della colpa. A tale
riguardo sono state manifestate perplessità, alimentate dal timore che vengano
richieste indagini complesse sulla sfera interiore, incompatibili con la spedita
applicazione del nuovo istituto, e possibili cause di derive incontrollabili
nell’esercizio della discrezionalità
Si tratta di dubbi che non sono fondati. La pertinenza del richiamo emerge
icasticamente dalla stessa intitolazione dell’art. 133, dedicato alla valutazione
Corte di Cassazione – copia non ufficiale
della gravità del reato agli effetti della pena; atteso che il nuovo istituto è stato
configurato proprio come una causa di esclusione della punibilità.
D’altra parte, occorre considerare che se è vero che lo sviluppo del progetto
normativa ha in più occasioni mostrato di preferire la considerazione dei tratti
più obiettivabili rifuggendo dai profili interiori, tuttavia, come ormai
comunemente ritenuto, anche l’elemento soggettivo del reato penetra nella
tipicità oggettiva. Ciò è particolarmente chiaro nell’ambito della colpa, ove rileva
il tratto obiettivo della violazione della regola cautelare. Ma anche nell’ambito del
dolo condotta e colpevolezza s’intrecciano.
Soprattutto, infine, la dottrina della colpevolezza è troppo profondamente
legata al tema della pena e della sua commisurazione perché se ne possa
prescindere del tutto nell’ambito della valutazione sulla sua meritevolezza
richiesta dalla novella. Si vuol dire che razionalmente, nel disciplinare la
graduazione dell’illecito, si è fatto riferimento non solo al disvalore di azione e di
evento ma anche al grado della colpevolezza.
La rilevanza del profilo soggettivo emerge, del resto, dal parere espresso
dalla Camera sullo schema di decreto legislativo. Si è considerato che il
parametro della modalità della condotta consente valutazioni anche di natura
soggettiva sul grado della colpa e sull’intensità del dolo; e si è quindi proposto di
introdurre il richiamo esplicito all’art. 133, primo comma, cod. pen. che compare
nell’atto normativa.
Tali brevi considerazioni corroborano la prospettata ricostruzione della nuova
figura giuridica. Essendo richiesta la ponderazione della colpevolezza in termini
di esiguità e quindi la sua graduazione, è del tutto naturale che il giudice sia
chiamato ad un apprezzamento di tutte le rilevanti contingenze che
caratterizzano ciascuna vicenda concreta ed in specie di quelle afferenti alla
condotta; ed è quindi escluso che una preclusione possa derivare dalla modesta
caratterizzazione, sul piano descrittivo, della fattispecie tipica.
9. L’approccio proposto può essere ripetuto in guisa non molto dissimile per
ciò che riguarda la ponderazione dell’entità del danno o del pericolo. Anche qui
nessuna precostituita preclusione categoriale è consentita, dovendosi invece
compiere una valutazione mirata sulla manifestazione del reato, sulle sue
conseguenze.
L’ordinanza di rimessione sembra dubitare che siffatta valutazione possa
esser fatta con riguardo a illeciti nei quali sia impossibile o difficile compiere un
apprezzamento gradualistico rapportato all’entità della lesione od esposizione a
pericolo di un bene giuridico; o nei quali la misurazione sia stata espressa
direttamente dal legislatore attraverso l’individuazione di soglie, fasce di
rilevanza penale o di graduazione dell’entità dell’illecito.
Pure tale dubbio è ingiustificato. Esso è ancora una volta determinato
dall’idea che la valutazione afferente all’esiguità del fatto o dell’offesa debba
essere articolata nel rispetto della tradizione che lega il principio di offensività
alla lesione od esposizione a pericolo del bene giuridico. Si tratta di un approccio
che non tiene conto della disciplina legale.
Il legislatore, come si è accennato, ha esplicato una complessa elaborazione
per definire l’ambito dell’istituto. Da un lato ha compiuto una graduazione
qualitativa, astratta, basata sull’entità e sulla natura della pena; e vi ha aggiunto
un elemento d’impronta personale, pure esso tipizzato, tassativo, relativo alla
abitualità o meno del comportamento. Dall’altro lato ha demandato al giudice
una ponderazione quantitativa rapportata al disvalore di azione, a quello di
evento, nonché al grado della colpevolezza. Ha infine limitato la discrezionalità
del giudizio escludendo alcune contingenze ritenute incompatibili con l’idea di
speciale tenuità: motivi abietti o futili, crudeltà, minorata difesa della vittima
ecc..
Da tale connotazione dell’istituto emerge un dato di cruciale rilievo, che
deve essere con forza rimarcato: l’esiguità del disvalore è frutto di una
valutazione congiunta degli indicatori afferenti alla condotta, al danno ed alla
colpevolezza. E potrà ben accadere che si sia in presenza di elementi di giudizio
di segno opposto da soppesare e bilanciare prudentemente.
Da quanto precede discende che la valutazione inerente all’entità del danno
o del pericolo non è da sola sufficiente a fondare o escludere il giudizio di
marginalità del fatto. Tale conclusione è desunta non solo dalla complessiva
articolazione della disciplina cui si è sopra fatto cenno, ma anche da due
argomenti specifici.
In primo luogo, il legislatore ha espressamente previsto che la nuova
disciplina trova applicazione anche quando la legge prevede la particolare tenuità
del danno o del pericolo come circostanza attenuante. Dunque, anche in
presenza di un danno di speciale tenuità l’applicazione dell’art. 131-bis è pur
sempre legata anche alla considerazione dei già evocati indicatori afferenti alla
condotta ed alla colpevolezza.
D’altra parte, quando si è voluto evitare che la graduazione del reato
espressa in una circostanza aggravante ragguagliata all’entità della lesione sia
travolta da elementi di giudizio di segno opposto afferenti agli altri indicatori
previsti dalla legge lo si è ha fatto esplicitamente: l’offesa non può essere
ritenuta tenue quando la condotta ha cagionato, quale conseguenza non voluta,
lesioni gravissime.
In breve, è stata accolta in tutto e per tutto la concezione gradualistica del
reato già nitidamente scolpita nell’insegnamento Carrariano: «nella ricerca sul
grado si esamina un fatto nelle eccezionali accidentalità del suo concreto modo di
essere nella individualità criminosa nella quale si estrinseca»; e, nel rispetto
della legge, tale giudizio non può che essere rimesso al magistrato «perché
l’uomo deve essere condannato secondo la verità e non secondo le presunzioni».
Si tratta, d’altra parte, di approccio non solo tradizionale ma anche moderno,
ripreso dagli studiosi che hanno analizzato i mutevoli pesi dell’esperienza
giuridica proprio per cogliervi criteri di selezione di comportamenti per l’appunto
minori, meritevoli di trattamento differenziato.
10. Alla luce di tali considerazioni è possibile rispondere agli interrogativi che
riguardano la fattispecie in esame. Essa si inscrive nella categoria degli illeciti
che presentano una soglia quantitativa che segna l’ambito di rilevanza penale del
fatto o che regola la gravità dell’offesa. Qui il dato oggetto di misurazione è il
tasso alcoolemico.
Orbene, è chiaro che il superamento della soglia di rilevanza penale coglie il
minimo disvalore della situazione dannosa o pericolosa. Il giudice che ritiene
tenue una condotta collocata attorno all’entità minima del fatto conforme al tipo,
contrariamente a quanto ritenuto dall’ordinanza di rimessione, non si sostituisce
al legislatore, ma anzi ne recepisce fedelmente la valutazione.
Naturalmente, pure in tale caso la valutazione riguarda la fattispecie
concreta nel suo complesso e quindi tutti gli aspetti già più volte evocati, che
afferiscono alla condotta, alle conseguenze del reato ed alla colpevolezza.
Chiaramente, quanto più ci si allontana dal valore-soglia tanto più è
verosimile che ci si trovi in presenza di un fatto non specialmente esiguo.
Tuttavia, nessuna conclusione può essere tratta in astratto, senza considerare
cioè le peculiarità del caso concreto. Insomma, nessuna presunzione è
consentita.
Tale conclusione, desunta dai principi espressi dalla nuova normativa, è
anche perfettamente aderente al senso comune ed alla pratica giudiziaria. E’
illuminante l’esempio, già evocato dalla sentenza Longoni, dell’agente che, in
stato di grave alterazione alcoolica integrante la fattispecie di cui all’art. 186,
comma 2, lettera c), si pone alla guida di un’auto in un parcheggio isolato,
spostandola di qualche metro e senza determinare alcuna situazione
pregiudizievole.
11. Resta da esaminare l’obiezione per cui la valutazione sulla tenuità del
fatto è preclusa nell’ambito delle fattispecie in cui non è richiesto l’accertamento
della concreta pericolosità della condotta tipica.
A tale riguardo occorre considerare che la contravvenzione di cui si discute
si inscrive effettivamente nella categoria di illeciti in cui la pericolosità della
condotta tipica è tratteggiata in guisa categoriale: è ritenuta una volta per tutte
dal legislatore, che individua comportamenti contrassegnati, alla stregua di
informazioni scientifiche o di comune esperienza, dall’attitudine ad aggredire il
bene oggetto di protezione. Si tratta, in breve, dei reati di pericolo presunto:
nessuna indagine è richiesta sulla fattispecie concreta e sulla concreta
pericolosità in relazione al bene giuridico oggetto di tutela. Si tratta, è bene
rammentarlo, di una categoria di illeciti che trova frequente espressione in reati
contravvenzionali connotati proprio dal superamento di valori soglia ritenuti per
l’appunto tipicamente pericolosi.
Orbene, non è da credere che tale conformazione della fattispecie faccia
perdere il suo ancoraggio all’idea di pericolo ed ai beni giuridici che si trovano
sullo sfondo. Al contrario, come ormai diffusamente ritenuto, si tratta di illeciti
che presentano un forte legame con l’archetipo della pericolosità e garantiscono,
anzi, il rispetto del principio di tassatività, assicurando la definita conformazione
della fattispecie alla stregua di accreditate informazioni scientifiche e di razionale
ponderazione degli interessi in gioco; ed eliminando gli spazi di vaghezza e
discrezionalità connessi alla necessità di accertare in concreto l’offensività del
fatto.
Da tale ricostruzione della categoria discende che, accertata la situazione
pericolosa tipica e dunque l’offesa, resta pur sempre spazio per apprezzare in
concreto, alla stregua della manifestazione del reato, ed al solo fine della
ponderazione in ordine alla gravità dell’illecito, quale sia lo sfondo fattuale nel
quale la condotta si inscrive e quale sia, in conseguenza, il concreto possibile
impatto pregiudizievole rispetto al bene tutelato.
Per esemplificare, non è per nulla indifferente nella ottica gradualistica che
qui interessa, che l’irregolare scarico di acque reflue avvenga in un territorio
riccamente urbanizzato, magari con fonti di approvvigionamento idrico; o che
avvenga, invece, in un luogo assai remoto privo di significative connessioni,
dirette o indirette, con oggetti pertinenti alla tutela ambientale.
E’ agevole, a questo punto, tradurre le indicate enunciazioni di principio
nell’ambito di cui ci si occupa, non prima, però, di aver posto un’ultima
preliminare precisazione. Non può ritenersi che Io sfondo di tutela del reato di cui
all’art. 186, comma 2, sia quello della regolarità della circolazione. Istanze di
sicurezza e regolarità della circolazione permeano, nel complesso, il codice della
strada. Tuttavia la nostra contravvenzione ha una evidente e ben poco mediata
correlazione con i beni della vita e dell’integrità personale. Tale conclusione non
si trae solo da diretta, vivida e comune fonte esperienziale. E’ la stessa disciplina
legale a fornire univoca indicazione in tal senso. Il comma 2 -bis prevede che se il
conducente in stato di ebbrezza provoca un incidente stradale, il reato è
aggravato. Più in generale, l’art. 222 prevede severe sanzioni amministrative
accessorie quando dalla violazione di norme del Codice derivano danni alle
persone.
Dunque, conclusivamente, il doveroso apprezzamento in ordine alla gravità
dell’illecito connesso all’applicazione dell’art. 131-bis consente ed anzi impone di
considerare se il fatto illecito abbia generato un contesto concretamente e
significativamente pericoloso con riguardo ai beni indicati. Nuovamente, appare
illuminante l’esempio prima proposto: non è indifferente che il veicolo sia stato
guidato per pochi metri in un solitario parcheggio o ad elevata velocità in una
strada affollata, magari generando un incidente.
12. Tale conclusione non è ostacolata neppure dalla considerazione che al di
sotto della soglia di rilevanza penale esiste una fattispecie minore che integra un
illecito amministrativo. Invero, come già evidenziato dalla sentenza Longoni,
l’illecito penale e quello amministrativo, pur essendo parti del più ampio diritto
punitivo, presentano differenze tanto evidenti quanto rilevanti, che delineano
autonomi statuti. Tale condivisa enunciazione si pone sulla scia di ripetute prese
di posizioni delle Sezioni Unite che, da ultimo, hanno avuto occasione di ribadire
la piena autonomia dei connotati e dei principi delle violazioni amministrative
rispetto a quelle penali (Sez. U, n. 25457 del 29/03/2012, Campagne Rudie, Rv.
252694).
Ancor più, occorre considerare che la pena costituisce sanzione specialmente
afflittiva e reca comunque un peculiare stigma. Ciò giustifica razionalmente che
la sua inflizione sia oggetto di una speciale considerazione ispirata, appunto,
dalla valutazione in ordine sua concreta necessità.
13. Il tema da ultimo trattato impone di esaminare, infine, la questione
problematica afferente agli effetti della pronunzia ex art. 131-bis cod. pen. sulle
sanzioni amministrative accessorie. Come si è visto, la sentenza Longoni e
l’ordinanza di rimessione propongono soluzioni opposte: l’una ammette, l’altra
esclude l’irrogazione di tale sanzione. Le diverse soluzioni, come pure si è
accennato, hanno qualche riflesso nella discussione sull’applicabilità del nuovo
istituto al reato di guida in stato di ebbrezza.
Nessuna delle due prospettazioni è fondata. La nuova normativa non reca
alcuna indicazione al riguardo. Tuttavia, la fattispecie di cui ci si occupa è
collocata in un organico corpus normativo che agli artt. 224 e 224-ter disciplina
l’applicazione delle dette sanzioni. Quando la sentenza di condanna, di
applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen. o il decreto penale sono
irrevocabili, l’autorità amministrativa dà corso all’esecuzione delle sanzioni
accessorie disposte dal giudice. Invece, in caso di sentenza di proscioglimento, la
stessa autorità dispone le cessazione delle eventuali misure adottate in via
provvisoria: la patente ed il veicolo vengono restituiti.
La normativa si occupa pure dell’estinzione del reato per causa diversa dalla
morte dell’imputato: l’amministrazione, verificata l’esistenza delle condizioni di
legge, procede all’applicazione delle sanzioni amministrative.
In breve, quando manca una pronunzia di condanna o di proscioglimento, le
sanzioni amministrative riprendono la loro autonomia ed entrano nella sfera di
competenza dell’amministrazione pubblica. Tale regola è espressa testualmente
con riferimento all’istituto della prescrizione, ma ha impronta per così dire
residuale: è cioè dedicata alle situazioni in cui condanna o proscioglimento nel
merito manchino. Essa, dunque, trova razionale applicazione anche nel contesto
in esame in cui, appunto, il fatto non è punibile per la sua tenuità e non si fa
quindi luogo ad una pronunzia di condanna.

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