Citazione Penale – Cassazione Penale 18/04/2017 N° 18781

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione Penale

Sezione: Sezione IV

Data: 18/04/2017

Numero: 18781

Testo completo della Sentenza Citazione penale – Cassazione Penale 18/04/2017 n° 18781:

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Penale Sent. Sez. 4 Num. 18781 Anno 2017
Presidente: BLAIOTTA ROCCO MARCO
Relatore: GIANNITI PASQUALE
Data Udienza: 23/03/2017

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
Cavalera Cesare, nato il 26/09/1950
Borrelli Renato, nato il 29/07/1958
Bacca Donato, nato il 01/01/1951
Metrangolo Antonio, nato il 15/01/1963
Renni Roberta, nata il 04/06/1970
avverso la sentenza n. 385/2014 del 08/01/2016 della Corte di appello di Lecce
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Pasquale Gianniti;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Stefano
Tocci, che ha concluso chiedendo il rigetto dei ricorsi;
udito il difensore delle parti civili, avv. Francesco Accoto, che ha concluso
chiedendo il rigetto dei ricorsi;
uditi i difensori dei ricorrenti Cavalera, Bacca e Metrangolo, avv. Giuseppe
Corleto e avv. Pietro Nicolardi, che hanno concluso chiedendo l’accoglimento dei
ricorsi;
udito il difensore della ricorrente Renni, avv. Giuseppe Corleto, anche quale
sostituto dell’avv. Vincenzo Vergine, che ha concluso chiedendo l’accoglimento
del ricorso;
udito il difensore del ricorrente Borrelli, avv. Gianfranco Iadecola, che ha
concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1.In data 14/7/2006 Sticchi Bruno Giovanni decedeva presso il reparto di
medicina dell’Ospedale di Casarano, ove era ricoverato dall’11/07/2006.
In relazione a suddetto decesso venivano tratti a giudizio i sanitari che,
essendo in servizio presso detto reparto, si erano avvicendati nella prestazione di
attività sanitaria terapeutica in favore dello Sticchi durante la sua degenza, ai
quali veniva contestato di aver cooperato tra loro nel cagionare la morte dello
Sticchi per colpa consistita in imprudenza, imperizia, negligenza e inosservanza
delle regole dell’arte sanitaria; in particolare per non avere posto in essere un
adeguato approfondimento clinico e strumentale (mancata esecuzione di un
esame eco-doppler, mancata esecuzione di un esame emogasanalisi, grave ed
ingiustificato ritardo nella richiesta di una consulenza cardiologica e rianimatoria
urgente) pur in presenza di segni clinici obiettivi presentati dal paziente durante
il ricovero (arto inferiore sinistro tumefatto, edematoso e dolente, stato febbrile
da circa una settimana, zoppia antalgica, difficoltà respiratoria), circostanze che
avevano impedito ai sanitari di stabilire la corretta diagnosi di trombosi venosa
profonda, da cui era affetto lo Sticchi, e di approntare un adeguato protocollo
terapeutico con anticoaugulanti che avrebbe evitato l’aggravamento del quadro
tromboembolico e quindi la morte intervenuta in data 14.07.06 per
tromboembolia polmonare.
2.11 Tribunale di Lecce, Sezione distaccata di Casarano, con sentenza
04/01/2013 assolveva ai sensi dell’art. 530 comma 2 c.p.p. Cavalera Cesare,
Borrelli Renato, Bacca Donato, Metrangolo Antonio e Renni Roberta dal reato di
omicidio colposo ad essi ascritto ai sensi degli artt 113 e 589 c.p., in relazione al
decesso di Sticchi Bruno Giovanni.
3.La Corte di appello di lecce – in accoglimento dell’appello proposto dal
Procuratore generale, nonché dell’appello proposto dalle parti civili (Sticchi
Addolorata Celimanna, Sticchi Michele e Coppola Pia, Sticchi Salvatore Michele,
Sticchi Maria Pia, Stefanelli Maria Stella, in proprio ed nella qualità di genitore
della minore Sticchi Maria) – ai fini penali, dichiarava non doversi procedere nei
confronti dei predetti imputati in ordine al reato loro in cooperazione ascritto
perché estinto per prescrizione; mentre, ai fini civili, condannava gli imputati al
risarcimento del danno nei confronti delle parti civili, danni da liquidarsi in
separata sede, nonché al pagamento delle spese di costituzione e di
rappresentanza in giudizio.
4.Avverso la sentenza della Corte territoriale, tramite difensori di fiducia,
propongono ricorso tutti gli imputati.
5.11 ricorso presentato nell’interesse della Renni è affidato a tre motivi di
doglianza (e ad esso sono allegati, nel rispetto del principio di autosufficienza e
per comodità di lettura, gli atti richiamati).
5.1. Nel primo motivo si denuncia vizio di motivazione, sub specie di
travisamento della prova, ed omesso esame di prove decisive in relazione agli
artt. 43, 113 e 589 c.p. con riferimento all’accertamento della causa della morte
dello Sticchi.
La ricorrente si lamenta che la Corte territoriale non avrebbe ottemperato
all’onere della cd. “motivazione rafforzata”, in quanto non avrebbe confutato
specificamente le ragioni poste dal primo giudice a sostegno della sentenza
assolutoria e non avrebbe dimostrato puntualmente l’insostenibilità sul piano
logico e giuridico degli argomenti più rilevanti contenuti nella sentenza di primo
grado. Si lamenta altresì che la Corte di merito non avrebbe tenuto conto della
memoria depositata dal suo difensore in data 14/01/2015 e delle considerazioni
scritte degli imputati depositate in data 17/12/2015: tale omessa valutazione
avrebbe influito sulla congruità e correttezza logico-giuridica della motivazione
del provvedimento impugnato.
La ricorrente deduce che la Corte di merito avrebbe erroneamente
ritenuto ragionevolmente certo che lo Sticchi sia deceduto a causa di una
trombo-embolia polmonare probabilmente già in atto al momento del ricovero e
comunque peggiorata durante il periodo di degenza, fino all’exitus fatale.
Evidenzia sul punto la contraddittorietà della motivazione laddove la Corte
dapprima affermato che la sintomatologia lamentata dal paziente al momento
del ricovero – comparsa di astenia marcata, debolezza degli arti inferiori
bilateralmente localizzata (prevalentemente all’arto inferiore di sx con
conseguente zoppia, scariche diarroiche con emissione di feci normocoliche,
dimagrimento non meglio precisato) – risultasse, da un lato, comprensiva dei
segnali propri di una patologia trombotica, ma dall’altro fosse idonea a suggerire
ai sanitari una pluralità di possibili esiti diagnostici.
La ricorrente denuncia travisamento della prova laddove la Corte ha
valorizzato in maniera impropria o ha ritenuto decisivi o comunque rilevanti
elementi probatori che non erano mai stati introdotti nel giudizio. Precisamente:
a) la Corte ha ritenuto che l’innalzamento della temperatura corporea del
paziente – dato che costituirebbe sintomo della trombosi venosa acuta – non era
stato un evento improvviso verificatosi nel corso della degenza, ma una
circostanza che lo Sticchi lamentava da oltre una settimana. Ma tale
affermazione sarebbe smentita dal diario clinico, dal quale risulta che lo Sticchi,
nel tardo pomeriggio (ore 18) della seconda giornata di ricovero (12/07/2006),
era stato colto da improvvisa febbre (39°). Sul punto aggiunge che i giudici di
secondo grado non hanno preso in considerazione né il referto n. 9413 del
Pronto Soccorso dell’Ospedale di Casarano, il quale certifica che, al momento
dell’accesso, la temperatura corporea dello Sticchi fosse pari a 36°, né il foglio
relativo alla rilevazione effettuata ogni 3 ore della temperatura corporea (cd.
“termografia”) dal quale risulta che il paziente era apiretico fin dal suo ingresso e
fino al tardo pomeriggio del 12/07/2006;
b) la Corte ha affermato che nel terzo giorno di ricovero (13/07/2006) il
paziente aveva manifestato un episodio di dispnea, a cui se ne era aggiunto un
altro, più acuto del precedente, verificatosi nella mattina del 14/07/2006 ed ha
ribadito tale affermazione laddove, prendendo in considerazione la specifica
posizione del Dott. Bacca, ha rilevato che quest’ultimo aveva compiuto un errore
nella mattina del 13/07/2006 quando il paziente manifestava, alle ore 7:00, il
primo episodio di dispnea. Ma tale addebito sarebbe frutto di un equivoco
originato da una mera svista nella compilazione del diario clinico – le annotazioni
effettuate dal Dott. Bacca circa le difficoltà respiratorie dello Sticchi, il
miglioramento delle sue condizioni ed il susseguente aggravamento con rilievo di
dispnea riguardano (sebbene il Bacca abbia dimenticato di inserire la data sul
diario clinico) il giorno 14/07/2006 (e non la mattina del 13.07.2006), in quanto,
come si evince dai cartellini marcatempo, il Bacca entrò in servizio in reparto
solo alle ore 19:49 del 13/07/2006 – equivoco già chiarito nella sentenza di
primo grado laddove i giudici, nel condividere le osservazioni contenute
nell’elaborato del Consulente Tecnico della difesa degli imputati Dott. Tortorella,
avevano dato atto dell’errore grossolano nel quale i periti erano incorsi a
proposito della ricostruzione storica degli eventi. La ricorrente sottolinea che,
dunque, nella giornata del 13/07/2006 le condizioni cliniche del paziente erano
stabili e che solo la mattina del 14/07/2006 il paziente aveva manifestato le
prime difficoltà respiratorie, le quali risultavano compatibili con una sindrome
rabdiomiolita (causa di morte individuata dal consulente tecnico della difesa,
dott. Tortorella);
c) la Corte ha affermato che il gonfiore e l’arrossamento dell’arto – indice
apprezzabile di una trombosi in atto – era già presente al momento del ricovero
dello Sticchi in data 11/07/2006. Ma tale circostanza non risulterebbe da alcun
atto processuale: al contrario, dalla cronologia degli eventi descritta nel diario
clinico risulterebbe che, esclusivamente a partire dal pomeriggio del 12/07/2006,
sarebbe stata riscontrata la presenza di algia e tumefazione della sola caviglia
sinistra (e non dell’intero arto inferiore come erroneamente sostenuto nella
relazione peritale e nella sentenza impugnata). Aggiunge che dall’esame
obiettivo generale effettuato all’ingresso del reparto di medicina interna
dell’ospedale nella mattina dell’11/07/2006 non risultava la presenza di edema e
che le voci “cute” e “sottocutaneo” – voci preposte alla registrazione di ogni
alterazione della cute e dei vasi – riportavano, rispettivamente, “colorito
normale-normoelastica” e “normorappresentato”. Evidenzia che su quest’ultimo
punto la Corte si sarebbe limitata ad evidenziare la presunta diversità tra il
ritenuto edema dell’arto inferiore sinistro e il parametro di elasticità cutanea
(rilevato dai medici come normale), senza però né spiegare le ragioni di tale
differenza, né fornire risposta alle deduzioni racchiuse in memorie depositate
nell’interesse di tutti gli imputati. Osserva che sul punto la sentenza impugnata
non ha disarticolato il ragionamento del giudice di primo grado, il quale aveva
ritenuto che la tumefazione alla caviglia fosse espressione di una localizzazione
artritica in un contesto generale di febbre elevata, artralgie diffuse e diarrea.
La ricorrente denuncia contraddittorietà della motivazione della sentenza
laddove i Giudici d’appello, nel valutare gli esiti della perizia redatta dai dott.ri
Garzya e Magliari, da un lato hanno affermato che dagli elaborati peritali
risulterebbe che lo Sticchi era deceduto a causa di una trombo-embolia
polmonare, e, dall’altro, hanno mosso rilevanti censure alle conclusioni dei periti,
sostenendo che questi ultimi erano incorsi in errore laddove avevano rilevato
circostanze in netto contrasto con la realtà documentale. In particolare, la Corte
ha censurato due circostanze in quanto le stesse, sebbene affermate con
sicurezza nella suddetta perizia, risultavano incompatibili sia con la diagnosi
trombotica ipotizzata dai periti, sia, più in generale, con l’intera scienza medica:
a) l’affermazione secondo la quale la verosimile trombosi venosa sarebbe
a carico della gamba destra; tale affermazione è stata censurata dai giudici di
appello in quanto, oltre ad essere erronea per la confusione tra gli arti – dalle
annotazioni del diario clinico l’arto edematoso sarebbe stato quello sinistro -,
risultava, come chiarito dal Consulente tecnico della difesa, insostenibile a livello
medico-scientifico, in quanto la trombosi venosa profonda non è mai bilaterale,
ma si presenta nella quasi totalità dei casi a carico di un solo arto;
b) l’affermazione secondo la quale i residui del materiale trombotico
sarebbero stati rinvenuti all’interno delle vene; tale affermazione è stata
censurata dalla sentenza di secondo grado perché la trombo-embolia polmonare
è una malattia da ostruzione dei rami arteriosi polmonari (l’embolo, a causa delle
proprie dimensioni, non è in grado di attraversare i capillari polmonari, ma può
fermarsi solo ed esclusivamente in uno dei rami arteriosi).
La ricorrente lamenta travisamento, da parte della Corte di appello, della
prova con riferimento all’emogasanalisi (EGA), eseguita d’urgenza nei confronti
del paziente durante la crisi finale verificatasi in data 14/07/2006. Osserva che la
Corte, nella sentenza impugnata – nonostante tale esame avesse evidenziato una
gravissima acidosi metabolica con una elevata ossigenazione che, come
affermato dagli stessi periti nel corso dell’udienza, risultava incompatibile con la
fisiopatologia della trombo-embolia polmonare (in quanto quest’ultima è
caratterizzata da un ostacolo alla diffusione dell’ossigeno dagli alveoli al torrente
ematico, nonché da una bassa saturazione dell’emoglobina) – ha confutato, in
maniera illogica ed incomprensibile, la suddetta tesi, asserendo che il valore
risultante dall’EGA fosse pesantemente alterato dal fatto che il paziente era
intubato, affermazione peraltro smentita dagli stessi periti che avevano chiarito
che il valore dell’EGA risultava decisamente più elevato rispetto a quello
riscontrabile nei pazienti ventilati.
La ricorrente deduce l’illogicità e la contraddittorietà della motivazione
nella parte in cui la Corte, nel confutare la tesi difensiva secondo la quale lo
Sticchi sarebbe deceduto in conseguenza di una sindrome rabdomiolitica, ha
affermato che la stessa appare assai labile a fronte degli elementi posti a
sostegno della tesi sostenuta dai periti (Garzya e Magliari) con dovizia di
elementi a supporto: la Corte non avrebbe indicato i suddetti elementi.
D’altronde in più punti la Corte avrebbe preso le distanze dall’elaborato peritale
(ad es laddove ha affermato che: “non vi è traccia dell’episodio di dispnea
indicato nella relazione peritale, dal quale i suddetti periti avrebbero tratto una
ulteriore conferma alla diagnosi di trombo embolia”; “tale ultimo particolare si
pone in netto contrasto con quanto rilevato dai periti del Giudice”; “la relazione
peritale, per mero errore materiale, reca indicazione invertita rispetto alla realtà
degli arti interessati”).
La ricorrente si lamenta che la Corte sarebbe incorsa nei denunciati vizi
motivazionali laddove ha ritenuto che il decesso non era avvenuto per
rabdomiolisi sulla base dell’affermata esistenza di tre dati clinici indicativi proprio
della citata sindrome (ed incompatibili con la diagnosi di trombo-embolia
polmonare). Rileva che i valori di CK e di mioglobina erano particolarmente
elevati ed erano stati adeguatamente valorizzati sia dal C.T. della difesa, sia
dalla sentenza di primo grado, sia dagli stessi periti del Gip, i quali avevano
affermato che “i valori di CK sono molto alti e non c’è associazione con la
patologia embolica polmonare” e che, oltre al CPK, “anche l’acidosi e la
mioglobina possono essere espressione”. Evidenzia la Corte ha ritenuto doversi
escludere la rabdomiolisi in quanto la stessa è un evento che scaturisce da sforzi
fisici importanti, non riscontrabili nel caso di specie (poiché il paziente, nel corso
dell’esame autoptico, viene descritto dai periti come un soggetto avente una
flaccida massa muscolare), ma, tanto ritenendo, non ha tenuto in considerazione
alcune decisive evidenze processuali, quali: a) lo Sticchi, poche ore prima del
decesso, presentava valori di CPK, acidosi metabolica e mioglobina che, secondo
i periti, escludevano la diagnosi trombotica in favore di una sindrome
rabdomiolitica; b) l’esame autoptico (così come risulta da entrambe le sentenze
di merito) venne effettuato, sulla salma riesumata dello Sticchi, in data
09/01/2007, ovvero sei mesi dopo il decesso, con la conseguenza che la
riscontrata flaccidità muscolare era da ascriversi (non al fatto che lo Sticchi non
fosse dedito alla pratica di attività sportive, ma) ai marcati fenomeni putrefattivi
e colliquativi post-mortali constatati in sede di esame autoptico.
5.2. Nel secondo motivo si denuncia vizio di motivazione, sub specie di
travisamento della prova e omesso esame di prove decisive, in relazione agli
artt. 43, 113, 589 c.p., con riferimento ai profili di colpa ravvisabili in termini di
omessa diagnosi, ascrivibili in capo a ciascun imputato in relazione al proprio
operato.
La ricorrente si lamenta che la Corte ha censurato, nella sentenza
impugnata, la condotta professionale sua e del Metrangolo, in quanto sebbene
entrambi fossero a conoscenza della condizione di epatopatia cronica dello
Sticchi e del fatto che lo stesso soffrisse di episodi infettivi da una settimana,
non avrebbero nemmeno ipotizzato la possibilità di un interessamento del
sistema vascolare del paziente, omettendo di eseguire un esame eco-doppler.
Ma la memoria scritta (depositata in data 17/12/2015) conterrebbe un
documento scientifico (cd. Scala di Wells) che detta parametri clinici – con
relativo punteggio – in presenza dei quali sarebbe doveroso da parte del
sanitario sospettare la trombosi venosa profonda; ed evidenzia che, raffrontando
i parametri manifestati dallo Sticchi a momento dell’ingresso in Ospedale e
durante la sua degenza con quelli della citata Scala, si ottiene un punteggio
complessivo inferiore a zero, con una pressoché inesistente probabilità di
trombosi venosa profonda in atto.
Evidenzia che in data 12/07/2006 lo Sticchi era stato sottoposto ad una
radiografia del torace, la quale aveva evidenziato la presenza di immagini
nodulari che avevano indotto il radiologo a consigliare di approfondire mediante
la diagnosi differenziale mediante una Tac, nel sospetto che potesse trattarsi di
lesioni di natura neoplastica. Rileva dunque l’assenza, fino al 13/07/2006, di
elementi deponenti a favore di una patologia vascolare a carico dell’arto inferiore
sinistro ed afferma, al contrario, la sussistenza di elementi clinici (febbre,
diarrea, artralgie diffuse, ipostenia degli arti inferiori), strumentali (gli esiti della
radiografia del torace) e di laboratorio (neutrofilia ed importanti alterazioni
urinarie), che non suggerivano l’ipotesi di una trombosi venosa in atto.
Si lamenta che la Corte è incorsa nei vizi motivazionali denunciati
laddove, dopo aver rimproverato al Dott. Metrangolo l’omissione di indagini sul
sistema vascolare del paziente, ha affermato che lo stesso elaborato peritale
“non considera in maniera nettamente dispregiativa la condotta attendista tenuta
dai sanitari nel corso della prima giornata di ricovero”. Al riguardo fa presente
che, in assenza di sintomi indicativi di una trombosi venosa profonda, i sanitari
avevano correttamente orientato lo spettro di indagine verso una localizzazione
artritica in quanto il contesto generale era caratterizzato da febbre, artralgie,
astenia, diarrea. In particolare, lei aveva focalizzato la propria attenzione sul
quadro infettivo di cui era portatore lo Sticchi, e, in reazione alla tumefazione
della caviglia sinistra, aveva richiesto una radiografia di controllo; il solo
rigonfiamento a carico della caviglia – soprattutto in considerazione del fatto che
lo stesso non interessava il polpaccio o la parte superiore dell’arto come
prescritto dalla Scala di Wells e che non erano nemmeno presenti i parametri
della suddetta scala – non poteva far sospettare una trombosi venosa profonda.
Dal diario clinico emerge che la sua indagine era stata correttamente orientata
ad escludere il sospetto di una neoplasia emerso in seguito all’esame
radiografico.
5.3. Nel terzo motivo di ricorso si denuncia violazione di legge e vizio di
motivazione laddove la Corte ha omesso di valutare il grado della colpa alla luce
dell’art. 3, L. 189/2012.
La ricorrente – dopo aver ricordato che nelle more del presente giudizio, è
stata introdotto la nuova fattispecie prevista dall’art. 3, L. 189/2012, ai sensi del
quale “l’esercente la professione sanitaria , che nello svolgimento della propria
attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità
scientifica, non risponde penalmente per colpa lieve” – osserva che la Corte,
sebbene l’originario capo di imputazione non risulti calibrato rispetto alla
morfologia della sopravvenuta sottospecie di omicidio colposo, avrebbe dovuto
verificare, in punto di fatto, se la condotta posta in essere da ciascun sanitario
potesse dirsi aderente ad accreditate linee guida e se la stessa fosse connotata
da colpa grave nell’attuazione in concreto delle direttive scientifiche. Lamenta sul
punto che, nel provvedimento impugnato, la Corte territoriale, nell’effettuare le
valutazioni in ordine alla colpa, non ha preso in considerazione il tema delle linee
guida e delle prassi terapeutiche e non ha operato alcuna verifica circa il grado
della colpa ascrivibile a ciascun imputato. Richiamando la sentenza n. 16237 del
29/01/2013 di questa Corte, evidenzia che il caso in oggetto è risultato essere
oggettivamente problematico ed oscuro in considerazione sia di quanto
sostenuto dai periti Garzya e Magliari – i quali avevano affermato che: i sanitari
avevano correttamente tenuto una condotta attendista nel corso del primo
giorno di ricovero e che gli stessi avevano correttamente proceduto alla
somministrazione di antibioticoterapia e liquidi alla luce del quadro infettivo
manifestato dallo Sticchi; che i dati di laboratorio del 12/07/2016 evidenziavano
un quadro di piastrinopatia non fronteggiabile con un trattamento coagulante;
che la Scala di Wells, rappresentante le linee guida da seguire in caso di sospetto
clinico di trombosi venosa profonda, induceva a ritenere pressoché nulla la
probabilità che il paziente avesse quella patologia – sia di quanto affermato dalla
stessa Corte di merito. Quest’ultima infatti ha rilevato che: la sintomatologia
lamentata dal paziente al momento del ricovero era idonea a suggerire ai
sanitari una pluralità di esiti diagnostici; che nella autopsia eseguita sul cadavere
dello Sticchi i periti avevano riportato una pluralità di valutazioni errate; che la
crisi respiratoria verificatasi il 14/07/2006 ed il conseguente peggioramento delle
condizioni del paziente era perfettamente compatibile con una sindrome
rabdomiolitica.
In definitiva, secondo la ricorrente, essendo il quadro caratterizzato da
condizioni del paziente oscure e compatibili con patologie diverse da quella
individuata dai periti, la condotta tenuta da lei e dagli altri sanitari, a tutto voler
concedere, avrebbe dovuto essere ritenuta caratterizzata da colpa lieve, con
conseguente applicazione dell’art. 3, L. 189/2012.
6. Il ricorso presentato nell’interesse degli imputati Cavalera Cesare,
Bacca Donato e Metrangolo Antonio è affidato a 3 motivi di ricorso (e al quale
sono allegati i documenti richiamati, tra i quali in particolare, la memoria
difensiva del 14 gennaio 2015, le considerazioni scritte degli imputati del 17
dicembre 2015; nonché il diario clinico relativo alla degenza di Sticchi).
6.1. Nel primo motivo si denuncia vizio di motivazione, sub specie di
travisamento della prova ed omesso esame di prove decisive in relazione agli
artt. 43, 113 e 589 c.p. con riferimento all’accertamento della causa della morte
dello Sticchi.
Al riguardo, i ricorrenti ripercorrono sostanzialmente le argomentazioni
svolte dalla coimputata Renni nel primo motivo di ricorso.
6.2. Nel secondo motivo si denuncia vizio di motivazione, sub specie di
travisamento della prova e omesso esame di prove decisive, in relazione agli
artt. 43, 113, 589 c.p., con riferimento ai profili di colpa ravvisabili in termini di
omessa diagnosi, ascrivibili in capo a ciascun imputato in relazione al proprio
operato. In particolare:
– per quanto concerne la condotta professionale del Dott. Metrangolo,
vengono riproposte argomentazioni già svolte nell’interesse della Renni;
– per quanto concerne la condotta professionale del Dott. Bacca: il
ricorrente si lamenta che la Corte avrebbe affermato la sua penale responsabilità
sulla base di argomentazioni erronee e travisando le acquisite risultanze
processuali. In particolare, l’assunto dei giudici di appello – secondo il quale lui
aveva compiuto un errore nella mattina del 13/07/2006 quando il paziente
manifestava, alle ore 7:00 – era frutto di un equivoco originato da una mera
svista nella compilazione del diario clinico, equivoco già chiarito nella sentenza di
primo grado. Sottolinea che lui, appena riscontrò le criticità manifestate dallo
Sticchi la mattina del 14/07/2006, aveva fatto tutto quanto era nelle sue
possibilità, secondo i criteri della scienza medica;
-per quanto concerne la condotta professionale del Dott. Cavalera: il
ricorrente si lamenta che la Corte, nell’addebitargli un grave ed ingiustificato
ritardo nella richiesta di una consulenza cardiologica e rianimatoria (sul
presupposto che l’intervallo di tempo che intercorse tra il manifestarsi della crisi
– ore 8:30 del mattino – e la richiesta delle suddette consulenze – ore 9:15 e
9:32 – sarebbe stato palesemente eccessivo) non avrebbe preso in
considerazione due circostanze: a) l’intervallo di tempo di cui sopra doveva
essere ridotto: sia perché l’indicazione temporale delle 8:30 individuava
esclusivamente l’inizio del peggioramento dello stato di salute dello Sticchi, e,
dunque, non significava che le condizioni di quell’istante rendevano
indispensabile procedere ad una consulenza cardiologica o rianimatoria; sia
perché, secondo pratica medica, rispondente a diligenza e buon senso, il
sanitario chiamato d’urgenza provvede immediatamente ad effettuare tutte le
cure necessarie a salvaguardare la vita e la salute del paziente, procedendo solo
in un secondo momento alla stesura della consulenza con l’indicazione delle
manovre ed attività effettuate, con la conseguenza che può accadere che, in tali
situazioni, l’orario indicato in testa alla consulenza rappresenti (non il momento
effettivo in cui lo specialista è stato chiamato, bensì) il momento in cui
approssimativamente ebbero inizio le operazioni effettuate; b) i risultati dell’EGA
eseguiti tre volte nella mattina del 14/07/2006 (alle ore 8:29; alle ore 8:56 e
alle ore 9:51) dimostravano la gravità del quadro clinico dello Sticchi, tant’è che
la stessa Corte ha affermato che le condizioni del paziente erano ormai
irreversibilmente compromesse. Pertanto, qualunque diversa condotta da lui
posta in essere non avrebbe in alcun modo consentito il recupero del paziente, il
quale, infatti, morì qualche ora dopo l’insorgere della prima crisi respiratoria.
6.3. Nel terzo motivo di ricorso si denuncia violazione di legge e vizio di
motivazione laddove la Corte omette di valutare il grado della colpa alla luce
dell’art. 3 della L. 189/2012.
Al riguardo, i ricorrenti ripercorrono sostanzialmente le argomentazioni
svolte dalla coimputata Renni nel terzo motivo di ricorso.
7.11 ricorso presentato nell’interesse del Borrelli è affidato a 3 motivi di
doglianza (e ad esso sono allegati copia del diario clinico, dell’orario di servizio
dei sanitari nel periodo di degenza dello Sticchi e copia delle dichiarazioni
testimoniali del dr. Faggiano).
7.1. Nel primo motivo si denuncia il vizio di mancanza e manifesta
illogicità della motivazione, di travisamento della prova documentale e
dichiarativa acquisita e conseguente erronea applicazione della disciplina della
colpa e del nesso causale in punto di fondamento dell’addebito di colpa in capo
all’odierno ricorrente, avuto riguardo alla condotta che lo stesso avrebbe
adottato.
Il ricorrente si lamenta che la Corte territoriale ha fondato la sua
responsabilità sostanzialmente sui seguenti dati circostanziali: a) il giorno del
ricovero (12/07/06) il paziente Sticchi manifestava sintomi – febbre alta,
incremento della dolorosità degli arti inferiori, comparsa di tumefazioni della
caviglia sinistra – da considerarsi indicativi di una possibile “patologia del
sistema circolatorio”; b) lui doveva essere consapevole di tale sintomatologia
poiché aveva effettuato, quello stesso giorno, il giro visite e, in quell’occasione
era stato informato dalla sorella del paziente – Sticchi Addolorata – che
quest’ultimo lamentava i descritti sintomi da oltre una settimana; c) d’altronde
lui, sempre nella stessa giornata, aveva visitato il paziente insieme alla Dott.ssa
Renni ed aveva contribuito a rafforzare il convincimento (infondato) di
quest’ultima, secondo la quale la tumefazione della caviglia era imputabile ad
una semplice storta – eventualità peraltro esclusa dai parenti dello Sticchi.
Secondo il ricorrente, tutti i suddetti assunti sarebbero contraddetti dalle
acquisite risultanze probatorie. Ed invero: a) dal diario clinico e dagli orari del
servizio giornaliero emergerebbe che lui non aveva avuto né nella giornata del
12/07/06, né nei due giorni successivi, alcun contatto né con il paziente, né con i
famigliari dello stesso; b) lui non aveva percepito la sintomatologia del paziente
durante il giro visite o comunque nel corso della suddetta giornata: sia perché il
giro visite, secondo l’organizzazione del reparto avviene al mattino, come per
l’appunto è accaduto anche il 12/07/06, mentre la sintomatologia descritta, così
come si evince dal diario clinico, si è verificata solo nel tardo pomeriggio (intorno
alle ore 18); sia perché il giro visite del 12/07/06 era stato effettuato – così
come risultava dal diario clinico – dal dott. Metrangolo; sia infine perché nel
pomeriggio della medesima giornata a visitare il paziente era stata la dott.ssa
Renni, accompagnata dal dott. Faggiano Bruno, corna da quest’ultimo riferito;
sia, infine, perché dalla documentazione relativa agli orari di servizio prestati dai
sanitari risulta che nella giornata del 12/07/06 lui era uscito dall’Ospedale alle
ore 15.16.
In definitiva, secondo il ricorrente, nella sentenza impugnata la Corte di
Appello avrebbe trascurato, equivocato e stravolto il quadro probatorio sopra
delineato, incorrendo quindi in un sostanziale errore identificativo rispetto alla
sua persona: il suo coinvolgimento nella vicenda deriverebbe dalla testimonianza
resa dalla parte civile Sticchi Alessandra, la cui oggettiva inattendibilità sarebbe
emersa se la Corte l’avesse posta a confronto con le altre risultanze probatorie
acquisite, cosa che invece non era accaduto; dall’acquisito quadro probatorio
emergerebbe la prova positiva della sua non partecipazione al fatto in
contestazione, con conseguente insussistenza dei ritenuti profili di colpa.
7.2. Nel secondo motivo si denuncia violazione di legge in punto di
affermazione della sussistenza del rapporto di causalità.
Il ricorrente, in particolare, deduce che il nesso è stato ritenuto
sussistente sulla base di enunciazioni generiche e che nella sentenza impugnata
non solo non vi sarebbe l’indicazione di eventuali leggi di copertura e dei loro
dicta circa l’esistenza di misure terapeutiche idonee a garantire la risoluzione del
male, ma nemmeno verrebbe individuato specificamente il percorso salvifico che
i sanitari avrebbero dovuto porre in essere nel caso concreto.
7.3. Nel terzo motivo si deduce il vizio di mancanza e manifesta illogicità
della motivazione e violazione della legge processuale penale.
Il ricorrente si lamenta in primo luogo del fatto che la Corte territoriale
non aveva assolto lo specifico obbligo giustificativo che sulla stessa gravava in
caso di riforma totale della sentenza di primo grado: in particolare, la sentenza
impugnata, laddove era stata ritenuta processualmente certa la individuazione
della tromboembolia polmonare quale causa della morte del paziente, era priva
di un apparato giustificativo tale da comprovare l’insostenibilità, sul piano logico
e giuridico, delle ragioni a sostegno della sentenza di primo grado.
Il ricorrente si lamenta altresì del fatto che la Corte territoriale non aveva
fatto propria la diagnosi alternativa di morte per rabdomiolisi – prospettata dai
consulenti di parte sulla base di alcuni valori particolarmente elevati del paziente
– sulla base di argomentazioni illogiche ed arbitrarie e che, d’altro canto, nella
sentenza impugnata non sarebbe rinvenibile alcun riferimento a tale possibile
causa alternativa di morte.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.La sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio davanti al
giudice civile competente per valore in grado d’appello, al quale va anche
demandata la regolazione delle spese tra le parti.
2. In punto di fatto, può essere utile ripercorrere in via di sintesi il
susseguirsi della sintomatologia manifestata dallo Sticchi dal momento del primo
ricovero, avvenuto l’11/07/2006, fino al momento del decesso, avvenuto la
mattina del giorno 14/07/2006, come ricostruita dalla Corte di merito sulla base
dei dati trascritti nella cartella clinica.
Precisamente, secondo la ricostruzione effettuata dal Giudice d’appello:
– al momento del ricovero, lo Sticchi, soggetto affetto da epatopatia
cronica, lamentava “astenia marcata, debolezza degli arti inferiori
bilateralmente, ma localizzata prevalentemente all’arto inferiore sinistro con
consensuale zoppia, scariche diarroiche di feci normocoliche, dimagrimento non
meglio precisato”; tale sintomatologia fin dal primo giorno era idonea a suggerire
ai sanitari più esiti diagnostici, ma certo comprendeva segnali propri di una
patologia trombotica (quale il senso di debolezza agli arti inferiori, in particolare
quello sinistro, tale da determinare una zoppia) che, nel corso della degenza,
sarebbero andati ad aumentare; tuttavia, con riferimento al secondo ed al terzo
giorno di permanenza nella struttura (12 e 13 luglio), era possibile rilevare, in
maniera macroscopica, delle distonie tra gli eventi fisiologici sopravvenuti,
determinanti l’aggravamento dello stato di salute del paziente, e l’operato dei
medici, che non disponevano alcuno degli esami cimici atti a vagliare la
sussistenza di patologie del sistema circolatorio;
-in particolare, il 12 luglio, il paziente era stato colto da improvvisa febbre
(39,5°), comparsa contestualmente all’incrementare delle artalgie agli arti
inferiori, per cui era altresì macroscopicamente apprezzabile la tumefazione della
caviglia sinistra. L’innalzamento della temperatura corporea, che costituisce
altresì sintomo della trombosi venosa acuta, non era stato affatto un evento
improvviso verificatosi nel corso della degenza, bensì una circostanza che il
paziente stesso ed i suoi familiari avevano già fatto presente ai sanitari, in
particolare al dott. Borrelli, incaricato di effettuare il giro di visite per quel
giorno. Ed infatti la sorella della vittima, Sticchi Addolorata Celimanna, aveva
riferito nel corso dell’udienza 17/11/2009 che suo fratello lamentava tali sintomi
da oltre una settimana e che la febbre non era stata rilevata in fase di ricovero,
in quanto suo fratello aveva già assunto in giornata farmaci antipiretici, tanto è
vero che, dopo la prima notte di degenza, la temperatura corporea era
aumentata notevolmente, fino a raggiungere quella sopra indicata di 39,5 °,
mentre il gonfiore e l’arrossamento della caviglia sinistra si erano estesi
progressivamente. Tale sintomatologia, tuttavia, non aveva allarmato i sanitari
che, nonostante il diniego del paziente stesso e dei propri familiari, avevano
dapprima ipotizzato che tale arrossamento fosse stato determinato da una storta
e, quindi, insistito nell’attribuirlo con certezza ad un evento traumatico e,
coerentemente quanto erroneamente, avevano disposto il solo esame
radiografico della caviglia;
– nella giornata del 13 luglio (terza giornata di ricovero), le informazioni
contenute nella cartella clinica divenivano più scarne, in quanto il diario clinico si
limitava a certificare la sussistenza dello stato febbrile, nonché la conferma della
terapia a base di glucosato, Samyr 200, Omeprazen, Loxidol e Piperital già
adottata nel corso dei giorni precedenti, con l’aggiunta di Alcover. Non vi era
traccia, pertanto, dell’episodio di dispnea indicato nella relazione peritale, dal
quale i periti d’ufficio, nominato in fase di indagini, avrebbero tratto una ulteriore
conferma alla diagnosi di tromboembolia. La veridicità di quanto affermato dai
periti, tuttavia, era confermata da altro dato presente all’interno della cartella
clinica, e cioè dall’esame ECO del 13/07/2006, da cui si evince la presenza di
tachicardia sinusale, che a sua volta costituisce, insieme al fenomeno febbrile ed
a quello di gonfiore ed arrossamento dell’arto, indice apprezzabile di una
trombosi in atto;
-la suddetta tachicardia, d’altro canto, veniva rilevata anche dall’ECO
effettuato nel corso della prima mattina del 14/7/2006, proprio pochi minuti
prima che il paziente spirasse, allorquando lo Sticchi aveva manifestato
nuovamente un episodio di dispnea, più acuto del precedente, accompagnato da
marezzatura venosa su tutto il corpo e perdita di conoscenza, e per tale ragione
era stato intubato ed erano stati eseguiti, d’urgenza, una serie di esami cinici,
tra cui EGA e D-Dimeri. L’EGA consentiva di rilevare una marcata ipocapnia,
unitamente ad un’elevata acidosi metabolica, che aveva indotto i sanitari a
somministrare al paziente del bicarbonato per via endovenosa, senza tuttavia
riuscire nell’intento di rianimarlo. Tali infruttuosi tentativi erano stati ripetuti fino
alle ore 9.30, quando era stato dichiarato il decesso per “Epatopatia cronica.
IMA. Shock cardiogeno “.
3. Tanto premesso, infondato è il primo motivo del ricorso della Renni,
come pure sono infondati il primo motivo del ricorso Cavalera-Bacca-Metrangono
ed il terzo motivo del ricorso del Borrelli, che qui si considerano unitariamente in
quanto tutti concernenti la causa della morte dello Sticchi.
3.1. Al riguardo, va preliminarmente richiamato il consolidato
orientamento della giurisprudenza di questa Corte (cfr., in particolare, Sezioni
Unite, sent. n. 33748 del 12/7/2005, alla quale si è conformata la successiva
giurisprudenza di legittimità a sezioni semplici), secondo il quale la sentenza di
appello, che riformi totalmente la decisione di primo grado, ha l’obbligo di
delineare le linee portanti del proprio alternativo ragionamento probatorio e di
confutare specificatamente i più rilevanti argomenti della motivazione della
prima sentenza, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o
incoerenza tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato. Essa,
dunque, deve essere corredata da una motivazione che, sovrapponendosi a
quella della sentenza riformata, dia ragione delle scelte operate e della maggiore
considerazione accordata ad elementi di prova diversi o diversamente valutati: il
differente esito del giudizio di appello, invero, in tanto può trovare fondamento,
in quanto rappresenti non già la soluzione preferibile, alla luce delle emergenze
dibattimentali, ma l’unica dalle stesse consentite.
3.2. Orbene, nel caso di specie, tale obbligo di motivazione “rafforzata” è
stato assolto dalla Corte di appello di Lecce, con conseguente disarticolazione
dell’intero ragionamento sviluppato dal giudice di primo grado.
A) Invero, il Tribunale di Lecce è giunto alla pronuncia assolutoria sulla
scorta dell’insuperabile contrasto emerso all’esito della valutazione comparativa
degli elaborati tecnici acquisiti al giudizio e redatti, rispettivamente, dai periti di
ufficio, dott. Garzya e dott. Magliari, e dal consulente della difesa, dott.
Tortorella.
Secondo quanto valorizzato dalla perizia effettuata in sede di incidente
probatorio nel corso delle indagini preliminari, la sofferenza vascolare e la
connessa sintomatologia dolorosa agli arti inferiori, in particolare quello sinistro,
lamentata dal paziente sin dal momento del ricovero, avrebbero dovuto far
ipotizzare la sussistenza di una patologia trombotica e, conseguentemente,
orientare i successivi esami cimici in tale direzione. A tale quadro clinico iniziale
si era sovrapposto, al terzo giorno di ricovero (13/07/2007), un episodio di
dispnea che, stante l’obiettività polmonare negativa, era stato trattato con
ansiolitico (EN gtt) e terapia con Alcover. In tale frangente erano stati altresì
richiesti esame emogasanalitico (EGA) ed elettrocardiogramma (ECO).
Nonostante l’apparente miglioramento manifestato dal paziente in quella stessa
giornata, cui non era seguito un approfondimento diagnostico mediante altri
esami ovvero altro tipo di attività sanitaria, le condizioni dello Sticchi erano
peggiorate drasticamente durante la mattinata del 14/07/2006. A nulla era valsa
la somministrazione di bicarbonato per via endovenosa, da parte dei dottori
Sansò e Cavalera, alla luce degli esiti degli esami ernatochimici che avevano
evidenziato una grave acidosi metabolica e marcata ipocapnia e iperpotassemia,
nè aveva avuto maggior successo l’intervento del cardiologo e dell’anestesista,
richiesti alle ore 9 15, nonostante la crisi fosse iniziata alle ore 8.30 del mattino.
I periti, pertanto, avevano sostenuto che un semplice esame ecodoppler,
eseguito tempestivamente e coerentemente con la sintomatologia manifestata
dal paziente, sarebbe valso ad impedirne il decesso, poiché avrebbe consentito ai
sanitari di disporre le cure del caso.

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