Circolazione Stradale – Cassazione Penale 26/09/2016 N° 39474

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 26/09/2016

Numero: 39474

Testo completo della Sentenza Circolazione stradale – Cassazione penale 26/09/2016 n° 39474:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
BIANCHI GIAN PAOLO N. IL 13/04/1948
avverso la sentenza n. 146/2011 CORTE APPELLO di BRESCIA, del
25/09/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 16/02/2016 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. MARIAPIA GAETANA SAVINO

Ritenuto in fatto
Con sentenza emessa in data 17 aprile 2010 il Tribunale di Mantova assolveva perché il fatto non costituisce
reato Bianchi Giampaolo imputato del reato di cui all’art. 589 co. 1 e 2 c.p. perché, quale conducente della
vettura Fiat Marea tg. AR833TD, percorrendo la SS 10 in direzione Mantova-Cremona, giunto in prossimità
del KM 280+ 520, investendo il pedone Sostero Luigi mentre attraversava la strada, ne cagionava la morte
per le gravi lesioni riportate a seguito dell’urto (lo stesso urtato dal lato sinistro dell’autovettura veniva
sbalzato nell’opposta corsia di marcia e qui investito da altra autovettura). Ciò in violazione delle norme
sulla circolazione stradale ed in particolare omettendo di percepire tempestivamente la presenza del pedone,
omettendo di porre in essere una tempestiva manovra eversiva verso destra in modo da evitare l’impatto e/o
omettendo di tenere una velocità di guida adeguata.
In particolare, il giudice di primo grado ha pronunciato sentenza assolutoria perché il fatto non costituisce
reato sulla base delle seguenti considerazioni. La CTU espletata durante le indagini non ha potuto accertare il
momento in cui l’automobilista ha percepito la presenza del Sostero — che uscito dal bar sul lato della strada
stava raggiungendo la propria autovettura parcheggiata sul lato opposto — sulla sede stradale. Peraltro il CTU
ha attribuito la causa del decesso, alternativamente, all’omesso tempestivo rilievo della presenza del pedone
sulla strada, alla mancata manovra evasiva che avrebbe evitato l’urto ovvero all’aver tenuto una velocità non
adeguata alle condizioni del momento.
Orbene il giudice di prime cure ha ritenuto che l’istruttoria dibattimentale non abbia consentito di accertare il
punto esatto della semicarreggiata ove è avvenuto l’impatto. Con riferimento alla velocità è stata valorizzata
la deposizione del conducente della macchina che seguiva quella dell’imputato secondo la quale quest’ultima
procedeva ad una velocità non superiore ai 50 KM/h ed il limite di velocità, trattandosi di strada extraurbana,
è di 90 KM/h. Quindi il giudice di primo grado ha ritenuto l’evento mortale non attribuibile all’eccessiva
velocità dell’autovettura dell’imputato.
Con riguardo all’omessa tempestiva percezione del pedone, infine, il giudice di prime cure ha notato che non
era stato possibile accertare a quale distanza si trovasse l’auto dell’imputato quando il Sostero aveva iniziato
l’attraversamento, né con quale andatura lo stesso procedesse e quanti metri avesse percorso prima di essere
investito. Dunque in assenza di tali elementi il predetto giudice ha ritenuto non possibile affermare se il
Bianchi viaggiasse ad una velocità tale da non riuscire a percepire la realtà circostante ed a porre in essere
una manovra di emergenza.
Viceversa il giudice di prime cure ha ritenuto che la responsabilità dell’infausto accaduto fosse da attribuire
esclusivamente alla condotta imprudente del Sostero che aveva iniziato l’attraversamento in condizioni di
precaria visibilità dovute all’orario ed alla presenza di intenso traffico sulla sede stradale, senza prestare
adeguata attenzione ed omettendo di dare la precedenza alle vetture in transito.
Proposto appello, la Corte di appello di Brescia, in riforma della sentenza di primo grado, dichiarava
l’imputato colpevole del reato ascrittogli. Concesse le attenuanti generiche — riconosciute equivalenti rispetto
alla contestata aggravante — condannava lo stesso alla pena di un anno di reclusione nonché al pagamento
delle spese processuali per entrambi i gradi di giudizio. Concedeva allo stesso i benefici della sospensione
condizionale e della non menzione. Infine condannava lo stesso al risarcimento del danno subito dalle
costituite parti civili da liquidarsi in sede civile e disponeva in favore delle stesse il versamento di una
provvisionale.
Avverso tale pronuncia il difensore dell’imputato ha proposto ricorso per cassazione per i seguenti motivi:
1) Inosservanza di norme processuali stabilite a pena di inutilizzabilità. In particolare, la difesa si censura il
fatto che la Corte di appello abbia disatteso la sentenza di primo grado basandosi sulla ricostruzione della
dinamica dell’incidente fornita nell’elaborato peritale. Tale ricostruzione, infatti, sarebbe inutilizzabile in
quanto il CTU del Tribunale in sede dibattimentale ha ammesso che nessun dato certo circa la dinamica
dell’incidente ha potuto trovare riscontro probatorio e che le conclusioni della perizia risultano viziate da una
ricostruzione assunta aprioristicamente. A detta della difesa, il CTU sarebbe partito dal dato — riportato nel
verbale dei CC ma non provato — che il Sostero avesse iniziato l’attraversamento della strada
perpendicolarmente per portarsi dalla parte opposta della carreggiata ove si trovava parcheggiata la sua
autovettura.
2) Erronea applicazione della legge penale in relazione all’onere della prova. Secondo la difesa la Corte di
appello, nel riformare la pronuncia di primo grado, “non si è assunta l’onere di provare la responsabilità
dell’imputato attraverso la proposizione di prove oggettive e concludenti limitandosi, pur accettando la
totale mancanza di dati certi, a criticare la conclusione assolutoria”.
3) Mancanza e manifesta illogicità della motivazione in relazione a plurimi profili del procedimento
argomentativo seguito dalla Corte di appello. In particolare, secondo la difesa la Corte territoriale, avrebbe
smentito la sentenza assolutoria sulla base di considerazioni del tutto illogiche ed avrebbe trascurato dati
oggettivi di pacifica rilevanza pur acquisiti al processo.
Difatti, continua il ricorrente, la Corte di appello ha preso le mosse dall’orientamento giurisprudenziale in
base al quale “in caso di omicidio colposo, il conducente del veicolo va esente da responsabilità per
l’investimento di un pedone quando la condotta della vittima configuri, per i suoi caratteri, una vera e propria
causa eccezionale, atipica, non prevista né prevedibile, da sola sufficiente a produrre l’evento, circostanza
questa configurabile ove il conducente medesimo, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, si sia
trovato nell’oggettiva impossibilità di notare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti, attuati
in modo rapido, inatteso ed imprevedibile”. Dunque nella condotta del conducente non deve essere
ravvisabile alcun profilo di colpa.
Ebbene la Corte ha ritenuto che nel caso di specie non potesse arrivarsi alla suddetta conclusione sulla base
di una serie di argomentazioni, a detta della difesa, non condivisibili.
Innanzitutto il giudice di appello, dopo aver dato atto che nel punto dell’incidente la strada era priva di
illuminazione — così come affermato dal CTU — ha successivamente affermato in motivazione che la zona
godeva di sufficiente illuminazione per la presenza di esercizi ed insediamenti siti sul lato della strada
nonché per l’azione dei fanali delle vetture in transito.
Dunque il giudice di seconde cure ha proposto una descrizione dello stato della strada di fatto non provata ed
anzi ripetutamente negata dal CTU e dal giudice di primo grado che hanno evidenziato come la strada in
questione non sia illuminata nel punto dell’incidente e per chilometri. Quindi si possono immaginare le
condizioni di scarsa visibilità presenti alle ore 19 del 20 febbraio, mese nel quale il sole tramonta alle 17:48.
Ancora la Corte di appello, prosegue la difesa, ha dato atto della condotta improvvida della vittima che ha
deciso di attraversare la strada in assenza di apposito attraversamento pedonale, in un punto privo di
illuminazione ed in presenza di un intenso traffico. Poi, però, la stessa ha concluso che tale comportamento
non può considerasi “condotta cui attribuire efficacia causale esclusiva nella produzione dell’evento” ed ha
concluso per l’attribuibilità dell’evento mortale all’odierno imputato violando così il principio per cui la
colpevolezza va provata (e motivata) oltre ogni ragionevole dubbio. Ciò appare ancor più evidente, secondo
la difesa, se si considera l’impossibilità, acclarata dal giudice di prime cure, di ricostruire con precisione il
comportamento del pedone in quanto lo stesso non è stato visto da nessuno nel momento
dell’attraversamento.
Ritenuto in diritto
Il primo motivo di ricorso relativo all’asserita inutilizzabilità della perizia del CTU è infondato. La difesa,
infatti, fa derivare l’inutilizzabilità dal fatto che il CTU avrebbe affermato in dibattimento di essersi basato,
nella ricostruzione dell’incidente, sulla circostanza che il Sostero avesse iniziato l’attraversamento della
strada perpendicolarmente per portarsi dalla parte opposta della carreggiata ove si trovava parcheggiata la
sua autovettura. Dato questo riportato nel verbale dei CC ma non suffragato, a detta del ricorrente, da alcun
riscontro probatorio.
Invero, come messo in luce nella sentenza di appello, il suddetto presupposto e la ricostruzione della
dinamica che ne deriva risultano da una serie di dati a cominciare dalla deposizione della teste Cappa, moglie
dell’imputato. La stessa si trovava a fianco del marito al momento dell’incidente e ha affermato di aver visto,
contestualmente all’urto, una sagoma sul lato sinistro della corsia di marcia. La presenza di tale sagoma,
però, non è stata percepita dal Bianchi, che pure ha dichiarato di viaggiare a distanza di sicurezza
dall’autovettura che lo precedeva. Dunque, secondo la Corte territoriale, due sono le possibili ipotesi: o il
Sostero ha lasciato sfilare l’autovettura che precedeva quella dell’imputato e ha iniziato ad attraversare
giungendo in maniera fulminea in prossimità della linea di mezzeria in concomitanza con il sopraggiungere
del Bianchi; o lo stesso già si trovava in prossimità di tale linea e stava aspettando di completare
l’attraversamento.
Orbene nessun elemento, continua la Corte territoriale, rende plausibile la prima ipotesi dal momento che la
vittima era una persona di più di sessant’anni e, quindi, non in grado di compiere uno scatto repentino e così
veloce da raggiungere la linea di mezzeria nel breve lasso di tempo intercorso tra il passaggio della macchina
che precedeva l’imputato ed il sopraggiungere di quella dello stesso. Dunque l’unica ipotesi possibile è che il
Sostero già si trovasse in prossimità di tale linea e stesse aspettando di completare l’attraversamento.
Al pari infondati risultano il secondo ed il terzo motivo di censura. In particolare, il ricorrente, tramite la
deduzione del vizio di motivazione e della violazione di legge in punto di onere probatorio, mira ad ottenere
in questa sede una rivalutazione del materiale probatorio. Operazione, quest’ultima, come è noto preclusa al
giudice di legittimità qualora le argomentazioni poste dal giudice di merito a fondamento della propria
decisione non risultino palesemente illogiche e contraddittorie.
Da questo punto di vista la sentenza di appello appare ineccepibile in quanto la Corte territoriale ha spiegato,
con dovizia di particolari, l’iter che la ha condotta a ritenere provata la responsabilità del Bianchi al di là di
ogni ragionevole dubbio; con ciò disattendendo la sentenza di primo grado e la diversa tesi difensiva tramite
argomentazioni del tutto convincenti, logiche e condivisibili.
In particolare, occorre precisare che — contrariamente a quanto affermato dal ricorrente — la sentenza di
appello non afferma mai che la zona interessata dall’incidente fosse buia ma soltanto che la stessa non era
servita da illuminazione pubblica. La Corte territoriale ha infatti più volte rilevato che la strada in questione,
pur non servita da illuminazione pubblica, godeva di sufficiente illuminazione indotta dalle luci degli esercizi
e degli insediamenti posti al lato della sede stradale nonché dall’azione dei fanali delle numerose autovetture
transitanti in entrambi i sensi di marcia.
Né, prosegue il giudice di secondo grado, si può escludere che il Sostero non fosse visibile per il solo fatto
che lo stesso indossava abiti scuri. Difatti la moglie del Bianchi, seduta nel posto passeggero al lato del
marito, ha affermato di aver visto la sagoma della vittima.
Dunque, ha logicamente concluso il giudice di appello, in presenza delle suddette condizioni di
illuminazione era ben possibile, per un conducente vigile e diligente, avvedersi della presenza del Sostero. Di
conseguenza, seppur la vittima ha tenuto una condotta poco prudente — attraversando in assenza di apposito
attraversamento ed in condizioni di traffico sostenuto — non si può ritenere che il suo comportamento integri
una causa eccezionale, del tutto atipica, imprevista ed imprevedibile da sola idonea a causare l’evento lesivo
e, quindi, tale da escludere qualsivoglia profilo di colpa del conducente.
Tale conclusione appare del tutto logica ed in linea con il costante orientamento di questa Corte secondo il
quale in tema di omicidio colposo, per escludere la responsabilità del conducente per l’investimento del
pedone, è necessario che la condotta di quest’ultimo si ponga come causa eccezionale ed atipica, imprevista
ed imprevedibile dell’evento; causa da sola sufficiente a produrlo (ex multis Cass. Sez. IV n. 10635/2013 RV
255288; Cass. Sez. IV n. 33207/2013 RV 255995). In altre parole, è appena il caso di precisare che, quando
una strada è costeggiata su entrambi i lati da case ed esercizi commerciali, il conducente di un’autovettura,
pur non trovandosi nell’immediata prossimità di un attraversamento pedonale, deve considerare possibile
l’eventuale sopravvenienza di pedoni e, quindi, tenere un’andatura ed un livello di attenzione idonei ad
evitare di investirli. Insomma non è affatto eccezionale ed imprevedibile che, nelle vicinanze di un bar,
qualcuno decida di attraversare anche in assenza di strisce pedonali o di un semaforo ed il conducente
dell’autovettura deve tenere in debita considerazione tale eventualità.
Ciò consente di escludere che il Bianchi possa andare esente da colpa. Giustamente, però, la Corte ha
riconosciuto un concorso colposo del danneggiato del 35%.
Tanto premesso il ricorso deve essere rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle
spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, in data 16 febbraio 2016.

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