Circolazione Stradale – Cassazione Penale 23/05/2017 N° 25552

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 23/05/2017

Numero: 25552

Testo completo della Sentenza Circolazione stradale – Cassazione penale 23/05/2017 n° 25552:

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Penale Sent. Sez. 4 Num. 25552 Anno 2017
Presidente: BIANCHI LUISA
Relatore: PEZZELLA VINCENZO
Data Udienza: 27/04/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
LUCIANO ROBERTO ANDREA nato il 15/06/1985 a MILANO
avverso la sentenza del 29/06/2016 della CORTE APPELLO di MILANO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso ;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 27/04/2017, la relazione svolta dal Consigliere
VINCENZO PEZZELLA

RITENUTO IN FATTO
1. La Corte di Appello di Milano, pronunciando nei confronti dell’odierno ricorrente LUCIANO ROBERTO ANDREA, con sentenza del 29.6.2016, confermava
la sentenza del GIP del Tribunale di Milano, emessa in data 24.7.2015, appellata
dall’imputato, con condanna al pagamento delle spese del grado.
Il GIP del Tribunale di Milano, all’esito di giudizio abbreviato, aveva dichiarato Luciano Roberto Andrea responsabile dei seguenti reati:
A) del delitto p. e p. dall’art. 589 commi 1, 2 e 4 cod. pen. poiché cagionava, per colpa, la morte di più persone e cioè dei pedoni NIAZY SEHSAH NASHED
Magda, di anni 29, donna in stato di gravidanza, e EMAD GADALLA GHALY ORABY Roumando, di anni 5, avvenuta in seguito alle lesioni riportate nell’investimento da parte dell’autovettura Citroen C3 Picasso targata EF099BC da lui condotta; fatto accaduto per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia e
nell’inosservanza delle norme sulla disciplina della circolazione stradale, con particolare riferimento alle circostanze: • di non avere, avuto riguardo alle caratteristiche ed alle condizioni della strada e ad ogni altra circostanza di qualsiasi natura, regolato la velocità del veicolo in modo da evitare ogni pericolo per la sicurezza delle persone e di non avere, più in particolare, regolato la velocità in maniera idonea, in considerazione dell’ora notturna e della insufficiente visibilità dovuta alle condizioni atmosferiche, in violazione dell’art. 141 co. 1 e 3 del Codice
della Strada; • di avere circolato ad una velocità superiore ai 100 Km/h in una
strada nella quale il limite imposto dall’autorità competente è di 50 Km/h, in violazione dell’art. 142 co. 9 del Codice della Strada.
Avendo di conseguenza cagionato l’evento secondo la seguente dinamica:
l’autovettura Citroen C3 Picasso targata EF099BC, da lui condotta, percorreva,
lungo il margine sinistro della carreggiata, il viale Famagosta della città di Milano
(strada a doppio senso di circolazione, a due carreggiate separate, una per ogni
senso di marcia), proveniente dall’intersezione con la via San Vigilio e con direzione di marcia verso piazzale Maggi quando, giunto all’altezza del palo dell’illuminazione pubblica n. 7611, investiva con la parte anteriore sinistra del veicolo i
pedoni predetti (madre e figlio), che stavano attraversando la carreggiata predetta, benché in loco insistesse apposito sottopassaggio pedonale, con direzione
di movimento da destra verso sinistra, rispetto alla direzione di marcia del veicolo; in forza all’urto ricevuto, entrambi i pedoni venivano proiettati in avanti, terminando la loro traiettoria nello spazio insistente tra due barriere in cemento
armato di tipo “New Jersey”, poste al centro della strada, per dividere le due carreggiate. Soccorsi e trasportati presso l’Ospedale “San Paolo” di Milano, i predetti
pedoni decedevano entrambi poco dopo l’investimento in seguito ad un “complesso traumatismo contusivo produttivo di lesioni scheletriche e viscerali multipie”. Con le aggravanti di avere commesso il fatto con violazione delle norme
sulla disciplina della circolazione stradale e di avere causato la morte di più persone. Commesso in Milano in data 20 ottobre 2013
B) delitto p. e p. dall’art. 17 co. 11. 194/1978, poiché, nelle medesime circostanze di luogo, di tempo e con le modalità di cui al capo che precede, cagionava a NIAZY SEHSAH NASHED Magda, per colpa, l’interruzione della gravidanza, in quanto, in seguito all’investimento, il feto da lei portato in grembo decedeva per un “complesso traumatismo contusivo produttivo di emorragia subaracnoidea, lesioni polmonari, lesioni cardiache ed epatiche, nonché distacco completo di placenta”, e veniva estratto dall’utero già morto, con taglio cesareo di
emergenza, dai sanitari dell’ospedale “San Paolo” di Milano
Commesso in data 20 ottobre 2013 in Milano;
Il Luciano veniva condannato, ritenuto il concorso formale tra i reati e applicata la riduzione per il rito, alla pena di anni 2 e mesi 4 di reclusione, oltre alla
pena accessoria della sospensione della patente di guida per anni 1 e mesi 4 e al
risarcimento del danno i favore della parte civile, da liquidarsi in separato procedimento, con una provvisionale di C 60.000,00.
2. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, a mezzo
dei propri difensori di fiducia, Luciano Roberto Andrea, deducendo, i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att., cod. proc. pen.:
a. Nullità della sentenza ex art. 606, lett. b) ed e) cod. proc. pen. in relazione agli artt. 42, 43, 589 cod. pen., 17 L. 194/1978 per mancanza, contraddittorietà o, comunque, manifesta illogicità della motivazione.
Il ricorrente deduce che la sentenza impugnata avrebbe affermato la penale
responsabilità dell’imputato sulla base di argomentazioni illogiche e assertive,
avendo ritenuto la prevedibilità della presenza dei pedoni e la visibilità degli
stessi e ritenendo la violazione della regola cautelare, da parte dell’imputato,
sufficiente ad affermarne la responsabilità.
Il ragionamento operato dai giudici di merito sarebbe, in tal senso, del tutto
aprioristico, in quanto non sarebbe stata accertata la concreta prevedibilità
dell’evento. Il Luciano avrebbe potuto vedere e evitare le persone offese, secondo la ricostruzione operata in sentenza, giacché i pedoni procedevano da destra
verso sinistra e l’investimento avveniva alla fine dell’attraversamento,
l’illuminazione stradale sarebbe stata sufficiente e lo stesso imputato ammetteva
di non aver visto le vittime ma di aver sentito un forte urto e di avere visto
esplodere il cristallo anteriore sinistro dell’auto.
Tali deduzioni si fonderebbero, però, su un enorme travisamento di prova.
Dalle numerose deposizioni degli agenti intervenuti emergerebbe, infatti,
l’assoluta mancanza di illuminazione, così come dalle ricostruzioni operate dai
consulenti emergerebbe la condotta estremamente imprudente delle vittime, che
tentavano un repentino ed improvviso attraversamento.
I giudici avrebbero dovuto, quindi, accertare se le circostanze fattuali fossero tali da consentire all’agente di prevedere l’evento e adottare i comportamenti
necessari a prevenirne la realizzazione. Tale accertamento non sarebbe stato
compiuto.
Anche in relazione alla prevedibilità dell’aborto della giovane, il ragionamento della sentenza apparrebbe assertivo e giuridicamente scorretto ritenendo
la prevedibilità dell’evento per il semplice fatto che si trattava di una giovane
donna. Nello specifico sarebbe illogico —secondo la tesi del ricorrente- ritenere
che l’imputato, scorgendo al buio la sagoma di una donna che attraversava la
strada, avrebbe dovuto intuirne la giovane età e valutare la probabilità che fosse
in stato interessante e adottare quindi le contromisure per prevenire il rischio di
procurarle un aborto.
La sentenza partirebbe dalla premessa indimostrata che viaggiando nei limiti
di velocità tutto ciò fosse possibile.
Tra l’altro, aggiunge il Luciano, la circostanza che la vittima fosse incinta aggraverebbe ancor di più la responsabilità della stessa di aver ignorato la presenza di un sottopasso di attraversamento.
Censurabile sarebbe, in definitiva, il ragionamento dei giudici che fonda la
colpa solo sull’avvenuta violazione della norma preventiva ignorando i dati acquisiti nel processo avvaloranti il ragionevole dubbio che l’evento si sarebbe verificato anche osservando la condotta prescritta.
b. Nullità della sentenza ex art. 606, lett. b) ed e) cod. proc. pen. in relazione agli artt. 62 bis e 133 cod. pen., per carenza, contraddittorietà e manifesta
illogicità della motivazione in punto di mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche.
Ci si duole che entrambe le sentenza di merito abbiano escluso la concessione delle attenuanti generiche facendo ricorso a clausole di stile, senza nessun riferimento ai parametri previsti dall’art. 133 cod. proc. pen. e al grado di colpa,
operando solo un cenno all’incensuratezza dell’imputato ritenuta insufficiente a
mitigare il trattamento punitivo.
Ad avviso del ricorrente, invece, la stessa dinamica, caratterizzata da un
evidente concorso di colpa delle vittime, avrebbe dovuto determinare una più attenta valutazione. Né potrebbe considerarsi sufficiente il generico riferimento alla
gravità del fatto che non sarebbe, di per sé, ostativo al riconoscimento del beneficio. Infine il comportamento collaborativo dell’imputato, vittima a sua volta
dell’evento e privo di precedenti penali, avrebbe dovuto formare oggetto di valutazione, espressamente richiesta nei motivi di appello.
Chiede, pertanto, annullarsi la sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. I motivi sopra illustrati sono fondati quanto all’affermazione di responsabilità per il reato di aborto colposo sub B) ed in ordine alla dedotta contraddittorietà della motivazione in punto di diniego delle circostanze attenuanti generiche,
mentre sono infondati per il resto.
2. Ad avviso del Collegio si palesano infondate le doglianze relative
all’affermazione di responsabilità per il delitto di omicidio colposo plurimo di cui
al capo A).
Ed invero, sul punto entrambe le sentenze di merito -che trattandosi di
doppia conforme affermazione di responsabilità vanno lette come un tutt’uno- offrono una motivazione logica e congrua con la quale i motivi di ricorso, che costituiscono una riproposizione tout court di quelli di appello, non si confrontano.
Si tratta di motivi che, ancorché rubricati come vizi motivazionali, richiedono
in concreto una rivalutazione del fatto, evidentemente non consentita in questa
sede.
Sul punto va ricordato, infatti, che il controllo del giudice di legittimità sui
vizi della motivazione attiene alla coerenza strutturale della decisione di cui si
saggia la oggettiva tenuta sotto il profilo logico argomentativo, restando preclusa
la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti
(tra le varie, cfr. vedasi Sez. 3, n. 12110 del 19/3/2009 n. 12110 e n. 23528 del
6.6.2006).
Ancora, la giurisprudenza ha affermato che l’illogicità della motivazione
per essere apprezzabile come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di
spessore tale da risultare percepibile ictu °culi, dovendo il sindacato di legittimità
al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti
le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che,
anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la
decisione adottata, purché siano spiegate in modo logico e adeguato le ragioni
del convincimento (Sez. 3, n. 35397 del 20/6/2007; Sez. Unite n. 24 del
24/11/1999, Spina, Rv. 214794).
Più di recente è stato poi ribadito come ai sensi di quanto disposto
dall’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), il controllo di legittimità sulla motivazione
non attiene né alla ricostruzione dei fatti né all’apprezzamento del giudice di merito, ma è circoscritto alla verifica che il testo dell’atto impugnato risponda a due
requisiti che lo rendono insindacabile: a) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato; b) l’assenza di difetto o contraddittorietà della motivazione o di illogicità evidenti, ossia la congruenza delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento. (sez. 2, n. 21644 del
13.2.2013, Badagliacca e altri, rv. 255542)
Il sindacato demandato a questa Corte sulle ragioni giustificative della decisione ha dunque, per esplicita scelta legislativa, un orizzonte circoscritto.
Non c’è, in altri termini, come di fatto richiesto nel presente ricorso, la
possibilità di andare a verificare se la motivazione corrisponda alle acquisizioni
processuali. E ciò anche alla luce del vigente testo dell’art. 606 comma 1 lett. e)
cod. proc. pen. come modificato dalla I. 20.2.2006 n. 46.
Il giudice di legittimità non può procedere ad una rinnovata valutazione
dei fatti ovvero ad una rivalutazione del contenuto delle prove acquisite, trattandosi di apprezzamenti riservati in via esclusiva al giudice del merito.
Il ricorrente non può, come nel caso che ci occupa limitarsi a fornire una
versione alternativa del fatto (l’assoluta imprevedibilità della presenza dei pedoni), senza indicare specificamente quale sia il punto della motivazione che appare viziato dalla supposta manifesta illogicità e, in concreto, da cosa tale illogicità
vada desunta.
Com’è stato rilevato nella citata sentenza 21644/13 di questa Corte, la
sentenza deve essere logica “rispetto a sé stessa”, cioè rispetto agli atti processuali citati. In tal senso la novellata previsione secondo cui il vizio della motivazione può risultare, oltre che dal testo del provvedimento impugnato, anche da
“altri atti del processo”, purché specificamente indicati nei motivi di gravame,
non ha infatti trasformato il ruolo e i compiti di questa Corte, che rimane giudice
della motivazione, senza essersi trasformato in un ennesimo giudice del fatto.
3. La premessa di cui sopra serve a meglio comprendere come il travisamento della prova sia altro rispetto a quello che si deduce nel presente ricorso.
Avere introdotto la possibilità di valutare i vizi della motivazione anche attraverso gli “atti del processo” costituisce invero il riconoscimento normativo della possibilità di dedurre in sede di legittimità il cosiddetto “travisamento della
prova” che è quel vizio in forza del quale il giudice di legittimità, lungi dal procedere ad una (inammissibile) rivalutazione del fatto (e del contenuto delle prove),
prende in esame gli elementi di prova risultanti dagli atti per verificare se il relativo contenuto è stato o meno trasfuso e valutato, senza travisamenti, all’interno
della decisione.
In altri termini, vi sarà stato “travisamento della prova” qualora il giudice
di merito abbia fondato il suo convincimento su una prova che non esiste (ad
esempio, un documento o un testimone che in realtà non esiste) o su un risultato di prova incontestabilmente diverso da quello reale (alla disposta perizia è risultato che lo stupefacente non fosse tale ovvero che la firma apocrifa fosse
dell’imputato). Oppure dovrà essere valutato se c’erano altri elementi di prova
inopinatamente o ingiustamente trascurati o fraintesi. Ma -occorrerà ancora ribadirlo- non spetta comunque a questa Corte Suprema “rivalutare” il modo con
cui quello specifico mezzo di prova è stato apprezzato dal giudice di merito, giacché attraverso la verifica del travisamento della prova.
Per esserci stato “travisamento della prova” occorre che sia stata inserita
nel processo un’informazione rilevante che invece non esiste nel processo oppure
si sia omesso di valutare una prova decisiva ai fini della pronunzia.
In tal caso, però, al fine di consentire di verificare la correttezza della motivazione, va indicato specificamente nel ricorso per Cassazione quale sia l’atto
che contiene la prova travisata o omessa.
Il mezzo di prova che si assume travisato od omesso deve inoltre avere
carattere di decisività. Diversamente, infatti, si chiederebbe al giudice di legittimità una rivalutazione complessiva delle prove che, come più volte detto, sconfinerebbe nel merito.
4. Se questa, dunque, è la prospettiva ermeneutica cui è tenuta questa
Suprema Corte, le censure che il ricorrente rivolge al provvedimento impugnato
si palesano manifestamente infondate, non apprezzandosi nella motivazione della sentenza della Corte d’Appello di Milano alcuna illogicità che ne vulneri la tenuta complessiva.
Il ricorrente non contesta il travisamento di una specifica prova, ma sollecita a questa Corte una diversa lettura dei dati processuali non consentito in
questa sede di legittimità.
I giudici del gravame di merito con motivazione specifica, coerente e logica hanno, infatti, dato conto di come risulta acclarata e ben motivata sin dal
primo grado la responsabilità quanto al reato di cui al capo A) del Luciano, che
procedeva, nelle ore serali, a velocità doppia rispetto a quella consentita e del
tutto sconsiderata rispetto alle condizioni della strada, bagnata ed illuminata in
maniera giudicata sufficiente dalla Polizia Municipale, in prossimità di centro abitato e di interscambio di mezzi pubblici. Tanto è vero che lo stesso conducente
non si avvedeva assolutamente della presenza dei pedoni, nemmeno al momento
dell’urto.
La stessa tesi difensiva che pone l’accento sulla mancanza o scarsa illuminazione di quel tratto di strada finisce per avvalorare ulteriormente la prospettazione accusatoria secondo cui l’automobilista avrebbe dovuto procedere con
una velocità ancora maggiormente prudenziale.
Va peraltro ricordato che, per assunto pacifico, la ricostruzione di un incidente stradale nella sua dinamica e nella sua eziologia – valutazione delle condotte dei singoli utenti della strada coinvolti, accertamento delle relative responsabilità, determinazione dell’efficienza causale di ciascuna colpa concorrente – è
rimessa al giudice di merito ed integra una serie di apprezzamenti di fatto che
sono sottratti al sindacato di legittimità se sorretti da adeguata moti-vazione (ex
pluribus, Sez. 4, 10 febbraio 2009, Pulcini).
5. Il caso in esame obbliga a questo punto a fare qualche riferimento, al
cosiddetto principio dell’affidamento -complessa questione teorica, ricca di
implicazioni applicative- evocato in ricorso a favore dell’imputato assumendosi
che, ancorché abbia posto in essere una condotta pacificamente violativa del Codice della Strada in ragione dell’alta velocità a cui procedeva, non fosse per lui
concretamente prevedibilità l’attraversamento pedonale di un gruppo di persone,
a quell’ora della sera, su una strada del genere, nonostante esistesse all’uopo un
apposito sottopassaggio pedonale.
La tesi non è fondata.
Va ricordato, infatti, che il principio dell’affidamento, in tema di circolazione
stradale, trova un temperamento, secondo la costante giurisprudenza di questa
Corte di legittimità, nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è
responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri
nel limite della prevedibilità (cfr. ex multis la recente Sez. 4, n. 5691 del
2/2/2016, Tettamanti, Rv. 265981, relativa ad un caso in cui la Corte ha confermato la sentenza impugnata ritenendo la responsabilità dell’imputato che, alla
guida della propria vettura, aveva effettuato un repentino cambio dalla corsia di
sorpasso a quella di destra senza segnalare per tempo la sua intenzione, andando così a collidere con un motociclo che sopraggiungendo dietro di lui aveva tentato, imprudentemente, di sorpassarlo a destra). Nell’affermare il medesimo
principio, con altra condivisibile pronuncia (Sez. 4, n. 12260 del 9/1/2015, Moccia ed altro, Rv. 263010), questa Corte aveva annullato la sentenza con la quale
era esclusa la responsabilità del guidatore per omicidio colposo di un pedone, il
quale, sceso dalla portiera anteriore dell’autobus in sosta lungo il lato destro della carreggiata, era passato davanti all’automezzo ed era stato investito dall’imputato, che aveva rispettato il limite di velocità ma non aveva provveduto a moderarla in ragione delle condizioni spazio-temporali di guida e, segnatamente,
della presenza in sosta del pullman).
Il Collegio ritiene pienamente condivisibile il percorso motivazionale di cui
alla citata sentenza 5691/2016.
Il principio di affidamento -come si ricordava in quella pronuncia- costituisce
applicazione del principio del rischio consentito: dover continuamente tener conto delle altrui possibili violazioni della diligenza imposta avrebbe come risultato di
paralizzare ogni azione, i cui effetti dipendano anche dal comportamento altrui.
Al contrario, l’affidamento è in linea con la diffusa divisione e specializzazione dei
compiti ed assicura il migliore adempimento delle prestazioni a ciascuno richieste.
Nell’ambito della circolazione stradale tale principio è dunque sotteso ad assicurare la regolarità della circolazione, evitando l’effetto paralizzante di dover
agire prospettandosi tutte le altrui possibili trascuratezze.
Il principio di affidamento, d’altra parte, sarebbe da connettere pure al carattere personale e rinnproverabile della responsabilità colposa, circoscrivendo
entro limiti plausibili ed umanamente esigibili l’obbligo di rapportarsi alle altrui
condotte.
Pertanto -come ricorda ancora la sentenza 5691/2016- esso è stato efficacemente definito come una vera e propria pietra angolare della tipicità colposa.
Pacificamente, la possibilità di fare affidamento sull’altrui diligenza viene
meno quando l’agente è gravato da un obbligo di controllo o sorveglianza nei
confronti di terzi; o, quando, in relazione a particolari contingenze concrete, sia
possibile prevedere – ed è il caso che ci occupa- che altri non si atterrà alle regole cautelari che disciplinano la sua attività.
Un’analisi della costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità in materia consente di individuarvi una tendenza, in ambito stradale, a escludere o limitare al massimo la possibilità di fare affidamento sull’altrui correttezza.
In tal senso vanno lette, ad esempio, le pronunce in cui si è affermato che,
poiché le norme sulla circolazione stradale impongono severi doveri di prudenza
e diligenza, proprio per fare fronte a situazioni di pericolo, anche quando siano
determinate da altrui comportamenti irresponsabili, la fiducia di un conducente
nel fatto che altri si attengano alle prescrizioni del legislatore, se mal riposta, costituisce di per sé condotta negligente. Coerentemente con tale assunto, è stata
perciò, ad esempio, confermata l’affermazione di responsabilità in un caso in cui
la ricorrente aveva dedotto che, giunta con l’auto in prossimità dell’incrocio a velocità moderata e, comunque, nei limiti della norma e della segnaletica, aveva
confidato che l’autista del mezzo che sopraggiungeva arrestasse la sua corsa in
ossequio all’obbligo di concedere la precedenza (cfr. Sez. 4, n. 4257 del
28/3/1996, Lado, Rv. 204451). E, ancora, sulle medesime basi si è affermato,
che anche nelle ipotesi in cui il semaforo verde consente la marcia, l’automobili
sta deve accertarsi della eventuale presenza, anche colpevole, di pedoni che si
attardino nell’attraversamento in quanto il conducente favorito dal diritto di precedenza deve comunque non abusarne, non trattandosi di un diritto assoluto e
tale da consentire una condotta di guida negligente e pericolosa per gli altri
utenti della strada, anche se eventualmente in colpa (Sez. 4, n. 12879 del
18/10/2000, Cerato, Rv. 218473); e che l’obbligo di calcolare le altrui condotte
inappropriate deve giungere sino a prevedere che il veicolo che procede in senso
contrario possa improvvisamente abbagliare, e che quindi occorre procedere alla
strettissima destra in modo da essere in grado, se necessario, di fermarsi immediatamente (Sez. 4, n. 8359 del 19/6/1987, Chini, Rv. 176415).
6. Come rileva, ancora, la richiamata e condivisibile sentenza 5691/2016 di
questa Corte, si tratta, allora, di comprendere se l’atteggiamento rigorista abbia
una giustificazione o debba essere invece temperato con l’introduzione, entro limiti ben definiti, del principio di affidamento.
Senza dubbio quello della circolazione stradale è un contesto meno definito
di quello del lavoro in equipe (con riferimento alla colpa professionale dei medici), ove il principio in parola trova pacifica applicazione.
Si configura, infatti, un’impersonale, intensa interazione che mostra frequenti violazioni delle regole di prudenza.
D’altra parte, il Codice della strada presenta norme che sembrano estendere
al massimo l’obbligo di attenzione e prudenza, sino a comprendere il dovere di
prospettarsi le altrui condotte irregolari.
Tra questi vanno ricordati: 1. l’art. 141, di cui all’odierna imputazione, che
impone di regolare la velocità in relazione a tutte le condizioni rilevanti, in modo
che sia evitato ogni pericolo per la sicurezza; e di mantenere condizioni di controllo del veicolo idonee a fronteggiare ogni “ostacolo prevedibile”; 2. l’art. 145,
che pone la regola della “massima prudenza” nell’impegnare un incrocio; 3. l’art.
191, che prescrive la massima prudenza nei confronti dei pedoni, sia che si trovino sugli appositi attraversamenti, sia che abbiano comunque già iniziato l’attraversamento della carreggiata.
Tali norme – è stato condivisibilmente rilevato nel recente arresto giurisprudenziale di questa Corte di legittimità più volte citato, alla cui articolata motivazione si rimanda- tratteggiano obblighi di vasta portata, che riguardano anche la
gestione del rischio connesso alle altrui condotte imprudenti. D’altra parte, le
condotte imprudenti nell’ambito della circolazione stradale sono tanto frequenti
che esse costituiscono un rischio tipico, prevedibile, da governare nei limiti del
possibile.
Costituisce, tuttavia, ius receptum di questa Corte, sin dalla giurisprudenza
più risalente nel tempo, il principio che nell’ambito della circolazione stradale che
qui interessa, si debba tenere conto degli elementi di spazio e di tempo, e di valutare se l’agente abbia avuto qualche possibilità di evitare il sinistro: la prevedibilità ed evitabilità vanno cioè valutate in concreto (Sez. 4, n. 14188 del
18/9/1990, Petrassi, Rv. 185559; Sez. 4, n. 6173 del 9/5/1983, Togliardi, Rv.
159688; Sez. 5, n. 6783 del 2/2/1978, Piscopo, Rv. 139204).
Successivamente questa Corte ha ripetutamente chiarito (Sez. 4, n. 37606
del 6/7/2007, Rinaldi, Rv. 237050; Sez. 4, n. 12361 del 7/2/2008; Biondo, Rv.
239258) che l’esigenza della prevedibilità ed evitabilità in concreto dell’evento si
pone in primo luogo e senza incertezze nella colpa generica, poiché in tale ambito la prevedibilità dell’evento ha un rilievo decisivo nella stessa individuazione
della norma cautelare violata; ma anche nell’ambito della colpa specifica la prevedibilità vale non solo a definire in astratto la conformazione del rischio cautelato dalla norma, ma rileva pure in relazione al profilo squisitamente soggettivo, al
rimprovero personale, imponendo un’indagine rapportata alle diverse classi di
agenti modello ed a tutte le specifiche contingenze del caso concreto.
Certamente tale spazio valutativo è pressoché nullo nell’ambito delle norme
rigide la cui inosservanza da luogo quasi automaticamente alla colpa; ma
nell’ambito di norme elastiche che indicano un comportamento determinabile in
base a circostanze contingenti, vi è spazio per il cauto apprezzamento in ordine
alla concreta prevedibilità ed evitabilità dell’esito antigiuridico da parte dell’agente modello. Non può essere escluso del tutto, in altri termini, che contingenze
particolari possano rendere la condotta inosservante non soggettivamente rinnproverabile a causa, ad esempio, della imprevedibilità della condotta di guida
dell’altro soggetto coinvolto nel sinistro. Tuttavia, tale ponderazione non può essere meramente ipotetica, congetturale, ma deve di necessità fondarsi su emergenze concrete e risolutive, onde evitare che l’apprezzamento in ordine alla colpa
sia tutto affidato all’imponderabile soggettivismo del giudice.
L’esigenza di una indagine concreta, si è pure affermato dalla giurisprudenza
da ultimo indicata, non viene meno neppure quando, come nella circolazione
stradale, la condotta inosservante di altri soggetti non costituisce in sé una contingenza imprevedibile, si è chiarito che lo spazio per l’apprezzamento che giunga a ritenere imprevedibile la condotta di guida inosservante dell’altro conducente è ristretto e va percorso con particolare cautela. Ciò nonostante, l’esigenza di
preservare la già evocata dimensione soggettiva della colpa (id est la concreta
rimproverabilità della condotta) ha condotto questa Corte ad enunciare che, come si è prima esposto, le particolarità del caso concreto possono dar corpo ad
una condotta realmente imprevedibile.
7. Alla prima ampia configurazione della responsabilità la giurisprudenza più
recente ha dunque costantemente apposto il limite della imprevedibilità (cfr.
Sez. 4, n. 41029 del 24/9/2008, Moschiano, Rv. 241476 che ha ritenuto integrare il reato di lesioni colpose la condotta del conducente di un veicolo che investa
un pedone in autostrada quando quest’ultimo già si trovi sulla carreggiata nel
momento in cui l’agente abbia percepito la sua presenza, atteso che in tale situazione appare prevedibile la pur imprudente intenzione dello stesso pedone di
attraversare la carreggiata ed è dunque dovere del conducente porre comunque
in atto le manovre necessarie ad evitare il suo investimento; in motivazione la
Corte ha precisato che diversamente, qualora il pedone fosse stato fermo sulla
piazzola di sosta, la particolare conformazione dell’autostrada quale sede destinata al traffico veloce avrebbe consentito legittimamente al conducente di escludere l’intenzione del pedone di attraversare la carreggiata, trattandosi di comportamento in tali condizioni non prevedibile) che talvolta si è richiesto essere
assoluta (così Sez. 4, n. 26131 del 3/6/2008, Garzotto, Rv. 241004 che ha
escluso la colpa generica del conducente dell’autovettura coinvolta in un sinistro
stradale cui era seguita la morte della persona trasportata, poiché si è ritenuto
che il conducente dell’altra autovettura aveva provocato imprevedibilmente l’incidente, ponendosi alla guida in stato d’etilismo acuto che non gli consentiva di
controllare adeguatamente la marcia del proprio veicolo).
In altra più recente pronuncia, in senso maggiormente condivisibile, si è ritenuto che le imprudenze altrui fossero ragionevolmente prevedibili (così
Sez. 4, n. 46818 del 25/6/2014, Nuzzolese, Rv. 261369 in una fattispecie in cui
la Corte ha ritenuto circostanza prevedibile l’ingombro della carreggiata da parte
di un altro veicolo in un incrocio cittadino).
Va dunque, ad avviso del Collegio, riaffermato il principio che l’obbligo di
moderare adeguatamente la velocità in relazione alle caratteristiche del veicolo e
alle condizioni ambientali deve essere inteso nel senso che il conducente deve
essere non solo sempre in grado di padroneggiare assolutamente il veicolo in
ogni evenienza, ma deve anche prevedere le eventuali imprudenze altrui e tale
obbligo trova il suo limite naturale unicamente nella ragionevole prevedibilità degli eventi, oltre il quale non è consentito parlare di colpa.
8. Se questi sono i principi giuridici di riferimento, va perciò osservato come,
nel caso che ci occupa, nella situazione di fatto di una strada cittadina poco illuminata, di sera, nei pressi di una fermata della metropolitana, appaia adeguatamente supportato il giudizio di “ragionevole prevedibilità” della condotta delle
vittime ed è, proprio in riferimento al contesto in cui è avvenuto il fatto che si rileva una plausibilità della motivazione della sentenza impugnata.
Con motivazione logica e congrua il tribunale prima e la Corte territoriale poi
confutano la tesi difensiva volta a determinare l’inevitabilità del sinistro stradale,
evidenziando come il Luciano abbia disatteso il rispetto di una fondamentale
regola cautelare quale quella statuita in seno al citato art. 141 CDS.
Ricordato, attraverso il conferente richiamo alla sentenza 12260/2015 di
questa Corte di legittimità, che, come detto, il principio dell’affidamento, nello
specifico campo della circolazione stradale, trova opportuno temperamento
nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche
del comportamento imprudente altrui purché rientri nel limite della prevedibilità,
i giudici del merito affermano condivisibilmente come, nel caso di investimento di
un pedone, perché possa essere affermata la colpa esclusiva di costui per la sua
morte, è necessario che il conducente del veicolo investitore si sia trovato, per
motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di
avvistare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti, attuati in
modo rapido ed inatteso e, inoltre, che prudenza sia riscontrabile nel
comportamento del conducente il quale ha, peraltro, l’obbligo di ispezionare la
strada costantemente, mantenere sempre il controllo del veicolo e prevedere
tutte le situazioni di pericolo che la comune esperienza comprende (così questa
Sez. 4, nella sentenza n. 44651 del 12.10.2005).
A carico del conducente è posto un precetto fondamentale sintetizzato –
come ricordano i giudici del merito – nell’obbligo di attenzione che questi deve
avere al fine di avvistare il pedone, così da potere porre in essere efficacemente i
necessari) accorgimenti atti a prevenire il rischio di un investimento. E a tali
obblighi il conducente è tenuto anche per la prevenzione di eventuali
comportamenti irregolari dello stesso pedone, vuoi genericamente imprudenti,
vuoi violativi degli obblighi comportamentali specifici dettati dall’articolo 190 del
codice della strada.
Rispetto a tale motivata, logica e coerente pronuncia il ricorrente chiede una
rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’adozione di
nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione. Ma per quanto sin qui
detto un siffatto modo di procedere è inammissibile perché trasformerebbe questa Corte di legittimità nell’ennesimo giudice del fatto.
9. Diverse sono le conclusioni quanto alla doglianza riguardante
l’affermazione di responsabilità per il reato di cui al capo B in relazione al quale,
ad avviso del Collegio, deve pervenirsi ad un annullamento senza rinvio della
sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato.
Con tale capo d’imputazione veniva contestato al Luciano il reato di cui
all’art. 17 co. 1 della I. 22 maggio 1978 n. 194 in materia di interruzione della
gravidanza, norma che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni il procurato aborto colposo, ovvero “chiunque cagiona ad una donna per colpa
l’interruzione della gravidanza”.
Si tratta di un reato comune, punito a titolo di colpa, che si realizza quando
il colpevole provoca l’interruzione della gravidanza, in qualunque epoca del suo
decorso, cagionando la perdita del prodotto del concepimento, senza che abbia
rilievo, qualora risulti dimostrato il rapporto causale tra la condotta colposa e
l’interruzione della gravidanza, che l’aborto sia stato interno (con ritenzione
nell’utero) o esterno (con espulsione)
L’interruzione colposa della gravidanza è, dunque, la conseguenza di una
condotta illecita che abbia i caratteri della colpa e da cui derivi, come evento
non voluto ma prevedibile ed evitabile con un comportamento diverso,
l’aborto.
Per l’esistenza di tale reato -secondo la dottrina- è indifferente che la gravidanza sia conosciuta o colposamente ignorata dal colpevole.
In tale figura di reato la colpa può cadere su tutti gli elementi del fatto tipico, commissivo od omissivo, ovvero sui presupposti (la circostanza che la donna
sia incinta), sull’oggetto del reato o sulla condotta.
Nel caso che ci occupa, indiscusso il carattere colposo della condotta di guida, il thema decidendi attiene al giudizio di prevedibilità che, in quel determinato
contesto di tempo e di luogo, potesse essere presente una donna incinta.
Ebbene, sul punto, appare fondata la doglianza circa l’inadeguatezza della
risposta motivazionale in punto di elemento soggettivo del reato fornita dal
provvedimento impugnato, che, dopo che il giudice di primo grado non aveva
motivato sul punto, “liquida” la specifica doglianza con l’affermazione secondo
cui era “…peraltro prevedibile, in quanto del tutto probabile, che una donna in
età giovanile che attraversi la strada possa essere incinta”.
Non è dato di sapere, infatti, a quale massima di esperienza, calata nel caso
concreto, il collegio giudicante il gravame del merito ancori tale dato probabilistico. In realtà, invece, dall’esame delle sentenze di merito non emerge esservi alcun elemento noto (quale potrebbe essere stato, ad esempio, se l’incidente fosse
avvenuto nelle immediate adiacenze di un ospedale o di una clinica o di uno store che vendesse prodotti per la prima infanzia) da cui possa inferirsi tale giudizio
probabilistico.
S’impone, pertanto, in relazione a tale reato, l’annullamento dell’impugnata
decisione, dovendo l’imputato essere mandato assolto perché il fatto non costituisce reato. Ne consegue l’eliminazione dalla pena base della relativa pena di sei
mesi di reclusione da ridursi per il rito (il giudice di primo grado, infatti, era partito da una pena base per il più grave reato sub A di anni due e mesi due di reclusione, aumentata per l’ipotesi di cui all’ultimo comma dell’art. 589 cod. pen.
ad anni tre di reclusione, ulteriormente aumentata per il concorso formale con il
reato sub B ad anni 3 e mesi sei di reclusione, ridotta per il rito prescelto ad anni
due e mesi quattro di reclusione).
10. Fondato, ad avviso del Collegio, è anche il dedotto vizio motivazionale in
relazione al punto concernente il diniego delle circostanze attenuanti generiche.
La Corte territoriale, sul punto, offre una motivazione contraddittoria laddove afferma che: “…nonostante i predetti pedoni avrebbero potuto prendere il sottopassaggio esistente per attraversare la strada, comunque il comportamento
del conducente del veicolo investitore è stato di rilevante gravità, per l’eclatante
violazione del limite di velocità e la mancanza della dovuta attenzione alle condizioni della strada. Pertanto, anche considerati tutti gli altri elementi a lui favorevoli, quale ad es. l’incensuratezza ed il comportamento processuale, le attenuanti generiche, se pur ritenute concedibili non potrebbero che essere subvalenti, rispetto all’aggravante contestata, -in considerazione della rilevanza di questa, e
quindi corretta appare in tal senso la valutazione del primo giudice, che deve essere confermata”.
I giudici del gravame del merito, infatti, operano una commistione tra la
concedibilità delle circostanze attenuanti generiche ed il giudizio di comparazione
delle stesse, che impone l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio per
nuovo esame sul punto ad altra sezione della Corte di Appello di Milano.
Il giudice del rinvio, in ogni caso, in ragione dell’eliminazione della pena finale di mesi quattro di reclusione (mesi sei di reclusione ridotti per il rito) in relazione al venir meno del reato sub B), pervenendosi ad una pena finale di anni
due di reclusione, per la quale è astrattamente concedibile il beneficio della sospensione condizionale della pena, dovrà anche operare anche una valutazione
sul punto, evidentemente preclusa a questa Corte di legittimità importando una
valutazione di merito.
11. Alla luce delle considerazioni fin qui esposte, la sentenza impugnata
va dunque annullata senza rinvio relativamente al reato di cui al capo B perché il
fatto non costituisce reato, di cui va eliminata la pena.
La medesima sentenza va inoltre annullata quanto al capo A) limitatamente al punto concernente la concessione delle attenuanti generiche ed alla
eventuale concessione della sospensione condizionale della pena con rinvio ad
altra sezione della Corte d’appello di Milano.
La sentenza impugnata, infine, va dichiarata irrevocabile, ai sensi dell’art.
624 cod. proc. pen., quanto all’affermazione di responsabilità per il reato di cui al
capo A.

P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata relativamente al reato di cui
al capo B perché il fatto non costituisce reato ed elimina la relativa pena.
Annulla la medesima sentenza quanto al capo A) limitatamente al punto
concernente la concessione delle attenuanti generiche ed alla eventuale concessione della sospensione condizionale della pena con rinvio ad altra sezione della
Corte d’appello di Milano.
Visto l’art. 624 c.p.p. dichiara irrevocabile l’affermazione di responsabilità
quanto al reato di cui al capo A.
Così deciso in Roma il 27 aprile 2017

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