Circolazione Stradale – Cassazione Penale 20/09/2016 N° 39088

Circolazione stradale – Cassazione penale 20/09/2016 n° 39088 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 20/09/2016

Numero: 39088

Testo completo della Sentenza Circolazione stradale – Cassazione penale 20/09/2016 n° 39088:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
MARACINE STEFAN ALIN N. IL 25/05/1987
avverso l’ordinanza n. 1197/2015 TRIB. LIBERTA’ di VENEZIA, del
11/12/2015
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. MARIAPIA GAETANA SAVINO

Ritenuto in fatto
Con ordinanza emessa in data 25 novembre 2016 il GIP presso il Tribunale di Padova applicava la misura
della custodia cautelare in carcere a Maracine Stefan Alin in relazione ai reati di omicidio colposo aggravato,
fuga ed omissione di soccorso nonché guida in stato di ebbrezza (artt. 589 co. 2 e 3 n. 1, 189 co. 6 e 7 CDS).
Lo stesso, infatti, in data 22 novembre 2015 era stato tratto in arresto in quanto verso le 18 del pomeriggio,
mentre guidava la propria vettura in stato di alterazione alcolica, in direzione Piazzola/Limena, tenendo una
velocità incongrua in prossimità di un incrocio, tamponava il veicolo condotto da Loreggian Nicola
proiettandolo nell’opposta corsia di marcia e provocandone l’investimento ad opera di altra autovettura
condotta da Piccolo Bruno. A seguito dell’incidente la moglie del Loreggian, Marchiaron Marina, perdeva la
vita mentre il figlio minore riportava lesioni guaribili in 30 giorni. Il Maracin, una volta uscito dall’abitacolo
con l’aiuto di un abitante della zona accorso sul luogo dell’incidente, Rossi Antonio, si dava alla fuga — per
evitare, a sua detta, l’aggressione degli astanti — per poi presentarsi alle 19:45 presso la PS di Cittadella ove
gli veniva riscontrato un tasso alcolemico pari a 1,71 g/l.
Proposto riesame, il Tribunale di Venezia, con ordinanza emessa in data 11 dicembre 2015 rigettava l’istanza
confermando la misura della custodia in carcere applicata dal Tribunale di Padova.
Avverso tale ordinanza il difensore del Maracine ha proposto ricorso per Cassazione per i seguenti motivi:
1) Erronea applicazione dell’art. 189 commi 6 e 7 CDS
In particolare la difesa sostiene che non sussistono gli estremi del reato di omissione di soccorso e fuga di cui
all’art. 189 CDS poiché dalle SIT e dalla ricostruzione dell’indagato risulta che lo stesso si allontanò dal
luogo del sinistro accompagnato dalla fidanzata — dallo stesso chiamata telefonicamente e subito accorso sul
posto — per recarsi in ospedale e, comunque, dopo essersi accertato che i soccorritori avessero allettato il 118
ed il 112.
In proposito la difesa richiama le dichiarazioni del fratello dell’indagato, Maracine George Adrian, secondo
le quali, dopo aver ricevuto la notizia la fidanzata di Stefan si recava sul luogo dell’incidente prelevando il
fratello e conducendolo a casa. Una volta arrivati a casa l’indagato, che necessitava di cure mediche
apparendo confuso e ferito, riferiva che i soccorsi erano già stati chiamati. Ciononostante, secondo il
dichiarante, il Maracine chiedeva di tornare sul luogo del delitto per avvertire le forze dell’ordine del fatto
che si stava recando in ospedale. Adempimento che effettivamente il fratello realizzava avvisando
prontamente i Carabinieri nel frattempo giunti sul luogo dell’incidente.
Ancora la difesa richiama le dichiarazioni dell’indagato secondo le quali un signore che abitava di fronte al
suddetto luogo, tale Antonio Rossi, dopo averlo aiutato ad uscire dall’abitacolo lo aveva accompagnato al
centro della strada per verificare la situazione delle altre autovetture coinvolte nell’incidente.
A conferma di tale ricostruzione il ricorrente riporta alcuni pezzi delle dichiarazioni della fidanzata
dell’indagato, Munteanu Ioana, secondo i quali la stessa si precipitava sul luogo del sinistro ed al suo arrivo
vedeva il fidanzato venire verso di lei, a piedi, ferito e pieno di sangue. Lo stesso le aveva poi raccontato che
le persone accorse sul posto erano astiose nei suoi confronti ritenendolo la causa dell’incidente e che,
comunque, i CC ed i soccorsi medici erano già stati chiamati. Lui, non versando in gravi condizioni, aveva
quindi preferito farsi accompagnare dalla ragazza al pronto soccorso.
Infine la difesa richiama le dichiarazioni del Rossi il quale avrebbe riferito di aver assistito l’indagato circa
una decina di minuti dopo il sinistro, dopo aver aiutato le altre persone coinvolte e dopo che erano stati
chiamati i soccorsi.
Quanto agli spostamenti dell’indagato il Rossi avrebbe sostanzialmente confermato quanto dallo stesso
riportato precisando che la prima ambulanza giungeva circa due minuti dopo la risalita del Maracine sulla
sua autovettura.
Subito dopo l’incidente, quindi, si formò un capannello di gente che si occupò di chiamare subito i soccorsi e
il Maracine restando sul luogo rischiava il linciaggio oltre che un aggravamento delle proprie condizioni
fisiche: dunque allo stesso non restava che andarsene. Con riguardo alla fuga, poi, la difesa evidenzia che
l’esigenza di curarsi deve ritenersi prevalente rispetto al permanere sul luogo del sinistro per attendere la
propria identificazione e fornire la propria versione dei fatti. Peraltro, sottolinea il ricorrente, il Maracine
aveva lasciato in loco la propria autovettura con tutti i documenti idonei alla sua identificazione ed al sinistro
avevano assistito parecchi spettatori in grado di riferire circa la sua dinamica.
Orbene, continua la difesa, il reato di fuga di cui all’art. 189 co. 6-7 CDS è punibile esclusivamente a titolo
di dolo nel cui oggetto deve rientrare anche il danno alle persone conseguito all’incidente stradale e la cui
sussistenza va accertata in riferimento alle circostanze concretamente rappresentate e percepite dall’agente al
momento della consumazione della condotta. E nel caso di specie le circostanze concretamente percepite dal
Maracine erano che, dal momento dell’incidente alla sua fuoriuscita dall’abitacolo con l’aiuto del Rossi,
fossero trascorsi circa 10 minuti; che sul luogo erano accorse decine di persone alcune delle quali avevano
già chiamato i soccorsi; che gli altri veicoli coinvolti erano in posizione di quiete; che dopo circa due minuti
dalla sua fuoriuscita dalla vettura sopraggiungeva l’ambulanza. Tutte circostanze atte ad escludere la
necessità di una sua presenza ai fini di evitare danni alle persone coinvolte (poiché i soccorsi stavano già
arrivando).
Né per quanto concerne l’integrazione del reato di fuga si può sostenere che il Maracine abbia effettuato una
sosta soltanto momentanea in modo da impedire la propria identificazione. Come già detto, infatti, lo stesso
sostò sul luogo del sinistro fino all’arrivo della fidanzata e lasciò la propria autovettura provvista di tutti i
documenti necessari all’identificazione. Inoltre mandò il fratello ad avvertire i CC del fatto che si era recato
in ospedale per le necessarie medicazioni. Peraltro prima che gli stessi si recassero a casa dell’indagato
chiedendo sue notizie al padre.
2) Inosservanza degli artt. 192, 274 e 275 c.p.p.
Secondo la difesa non appare certa la responsabilità dell’indagato sotto il profilo di cui all’art. 275 e
mancherebbero nel caso di specie i presupposti di cui all’art. 274 c.p.p.
Difatti, prosegue la difesa, il PM ha nominato un CTP al fine di accertare meglio la dinamica dell’incidente:
ciò significa che sotto il profilo del fumus la sussistenza del reato non appare affatto certa. Inoltre, per quanto
concerne i presupposti di applicazione della misura, il Tribunale ha richiamato dei presunti pregressi illeciti
del Maracine ipotizzando una situazione recidivante non corrispondente a realtà. Difatti il primo ritiro della
patente, del 15 marzo 2010, si è verificato per ragioni non inerenti la condotta di guida dell’indagato: cioè
per il possesso di droga. Quanto alla sospensione della patente del 12 gennaio 2012 il relativo provvedimento
era stato revocato a seguito di impugnazione.
Infine, quanto al sinistro del 13 dicembre 2013 — pure richiamato nell’ordinanza cautelare — la difesa precisa
che in tale incidente il Maracine era stato vittima ed aveva riportato lesioni personali: la responsabilità per lo
stesso, infatti, era stata pienamente attribuita al conducente di altro veicolo il quale, invadendo l’opposto
corsia di marcia, era andato a collidere con l’auto del Maracine.
3) Vizio di motivazione con riguardo alla valutazione del quadro indiziario al fine di rigettare l’istanza di
riesame.
In particolare la difesa precisa che non risulta stabilita con certezza la dinamica dell’incidente quanto meno
sotto il profilo della responsabilità delle tre autovetture coinvolte (tanto è vero che la Procura ha disposto un
accertamento tecnico irripetibile sui mezzi coinvolti). Inoltre secondo la difesa non è definito il nesso di
causalità tra la morte della Marchiaron e l’incidente (in relazione alla quale è stato richiesto dalla difesa un
accertamento autoptico). Infine dalle risultanze probatorie il tasso alcolemico del Maracine non sembra aver
influito sul sinistro in questione.
Quanto alla richiesta in via subordinata del riconoscimento della facoltà al lavoro, la difesa lamenta la
mancata valutazione da parte del Tribunale del riesame di tale profilo. Ciò anche se la documentazione
prodotta dal difensore era idonea a dimostrare che il Maracine gestisce da solo una ditta nell’ambito della
quale il fratello del predetto collabora con mansioni prettamente esecutive (e di fatto le entrate di tale azienda
sono crollate dal giorno del sinistro).
Ritenuto in diritto
Il primo motivo di ricorso inerente l’asserita mancanza dei requisiti dei reati di cui ai commi 6-7 dell’art. 189
CDS è infondato e come tale deve essere rigettato. Come è noto, infatti, il reato di mancata assistenza di cui
al co. 7 ricorre quando l’utente della strada, al verificarsi di un incidente — idoneo, come nel caso in esame, a
recar danno alle persone e riconducibile al proprio comportamento — ometta di fermarsi per prestare
eventuale soccorso, non essendo, peraltro, necessario che il soggetto agente abbia in concreto constatato il
danno provocato alla vittima. Dunque si tratta di un reato omissivo di pericolo per la cui configurabilità è
richiesto il dolo, che deve investire essenzialmente l’inosservanza dell’obbligo di fermarsi in relazione
all’evento dell’incidente concretamente idoneo a produrre eventi lesivi alle persone, e non anche l’esistenza
di un effettivo danno per le stesse. Il reato di fuga di cui al co. 7, invece, punisce chi, nelle circostanze
appena descritte, semplicemente non si ferma ed è finalizzato a garantire l’identificazione del soggetto
agente.
Tanto premesso, contrariamente a quello che afferma il ricorrente, nel caso si specie sembrano ricorrere i
presupposti di entrambe le fattispecie. Difatti, secondo un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale,
il reato di fuga appena delineato è configurabile anche qualora il soggetto che ha causato il sinistro con feriti
effettui una sosta soltanto temporanea ovvero nel caso in cui successivamente si presenti, spontaneamente,
ad una stazione dei CC: ciò perché anche in tal modo rende impossibile un accertamento immediato delle
modalità e delle circostanze dell’evento (Cass. Sez. IV n. 11195/2015).
Orbene nel caso in esame, come precisato nell’ordinanza impugnata, il Maracine, dopo essere uscito
dall’abitacolo della propria autovettura finita in fosso, grazie all’aiuto del Rossi, si è subito dileguato con ciò
ostacolando la sua immediata identificazione e la ricostruzione della dinamica dell’incidente. Ciò emerge
chiaramente dal verbale delle dichiarazioni del Rossi secondo il quale l’indagato, dopo essere stato accusato
dai presenti di aver rovinato una famiglia, abbandonava il luogo del sinistro. Tanto è vero che gli operanti,
accorsi poco dopo su sollecitazione dei primi soccorritori, non lo trovarono né sul luogo del delitto né presso
la residenza ove il di lui padre dichiarava che il figlio non era in casa e che non sapeva ove lo stesso si
trovasse. Solo alle 19:45 il Maracine si presentava al PS dell’Ospedale di Citadella e, peraltro, il suo arrivo
veniva preannunciato da una telefonata del padre. Tutte circostanze attestate dal verbale di arresto.
Quanto poi al reato di omessa assistenza occorre precisare che è necessaria l’effettività del bisogno del
soggetto coinvolto che viene meno nel caso di assenza di lesioni, di morte o allorché altri abbia già
provveduto e non risulti più necessario, nè utile o efficace, l’ulteriore intervento dell’obbligato. Tali
circostanze, però, non possono essere ritenute “ex post”, dovendo l’investitore essersene reso conto in base
ad obiettiva constatazione. Obiettiva constatazione che, nel caso di specie, deve escludersi in quanto il
Maracine abbandonò subito il luogo dell’incidente senza accertarsi delle condizioni degli altri soggetti
coinvolti e senza tentare di prestare aiuto. Peraltro l’indagato prima ha sostenuto di essersi allontanato subito
e poi ha cambiato versione sostenendo di aver abbandonato il luogo dell’incidente solo dopo essere stato
informato dal Rossi che erano stati chiamati i soccorsi. Tale ultima versione, però, non solo non è suffragata
dalle dichiarazioni del Rossi ma anzi deve ritenersi dallo stesso smentita. Come già detto il teste ha
dichiarato che il Maracine, dopo che lo aveva aiutato ad uscire dall’autovettura incidentata, aggredito dai
presenti per “aver rovinato una famiglia” si dileguava. Circostanza confermata dalla fidanzata cui l’indagato
riferì di volersi allontanare perché alcune persone volevano picchiarlo.
Pertanto non solo l’indagato si è dato alla fuga ma si è ben guardato dal prestare qualsivoglia forma di
assistenza ai feriti e di richiedere i necessari soccorsi e/o di verificare l’efficacia del soccorso da altri prestato
con conseguente configurabilità delle condotte sanzionate dai suddetti co. 6-7 art. 189 CDS (Cass. Sez. IV n.
14610/2014).
Al pari infondato è il secondo motivo di ricorso tramite il quale si contesta la violazione degli artt. 274-275
cpp. Invero sotto il profilo della dinamica dell’incidente occorre precisare che, ai fini dell’accertamento di
responsabilità per l’applicazione della misura custodiale, poco rileva la richiesta di accertamento tecnico
avanzata dal PM.
Difatti la dinamica del sinistro e la relativa responsabilità del Maracine è già ampiamente desumibile dalle
dichiarazioni delle persone che hanno assistito all’incidente mortale nonché dai rilievi effettuati
nell’immediatezza del triste avvenimento.
In particolare, come precisato nell’ordinanza impugnata, la persona offesa Piccolo Bruno ha visto la
macchina dell’indagato procedere a forte velocità e tamponare l’auto del Loreggian, che al contrario
procedeva lentamente perché in procinto di svoltare a sinistra. Dunque a causa del violento impatto il veicolo
tamponato veniva proiettato nell’opposta corsia di marcia ed entrava in collisione con il veicolo del Piccolo
(come emerge da verbale e relazione dei CC). A seguito di tale violento urto la moglie del Loreggian
decedeva mentre il figlioletto riportava lesioni gravi.
Quanto ai requisiti dell’art. 274 co 1 lett. c) c.p.p. occorre precisare che la 1. 274/2015 ha introdotto
una modifica prevedendo che il pericolo di reiterazione criminosa debba essere concreto ed attuale.
La norma oggi precisa che le situazione di concreto ed attuale pericolo non debbano desumersi dalla
gravità del titolo del reato per cui si procede: ciò indica la ratio sottesa alla modifica normativa, che
è quella di richiedere una motivazione più pregnante circa la sussistenza del periculum de libertate,
non desunta dalla sola valutazione della gravità del fatto bensì fondata su una disamina più
approfondita del rischio di recidiva che tenga conto sia del fattore temporale sia delle concrete e,
non ipotetiche, occasioni di reiterazione criminosa. In particolare, secondo le più recenti pronunce
attualità significa esistenza di occasioni prossime favorevoli alla commissione di nuovi reati della
stessa specie di quello per cui si procede.
Orbene, i giudici del riesame, nel valutare le esigenze cautelari si sono attenuti a tali principi. Essi,
infatti, hanno desunto il pericolo di recideva non soltanto facendo riferimento all’indubbia gravità
del sinistro cagionato dalla condotta del Maracine ma anche in considerazione dello stato di
ebbrezza in cui lo stesso si trovava, della omissione di soccorso e della sua usuale condotta di guida
sconsiderata e poco rispettosa dell’incolumità degli altri utenti della strada.
Se è vero, infatti, che nel 2010 al predetto la patente venne ritirata non per le modalità di guida ma
perché sorpreso in possesso di hashish, occorre precisare che in almeno altre due occasioni il
Maracine ha subito analoga misura per aver almeno in parte cagionato degli incidenti stradali con la
propria condotta di guida. In particolare l’ordinanza impugnata richiama l’incidente del settembre
2013 in occasione del quale l’indagato era entrato in collisione con un autocarro poiché, mentre
svoltava a sinistra, manteneva una velocità eccessiva.
Per le argomentazioni appena svolte deve considerarsi infondato anche il terzo motivo di ricorso. In
particolare, per quanto concerne la asserita mancanza di motivazione con riguardo al diniego
dell’autorizzazione al lavoro in costanza della misura custodiale, occorre precisare che il giudice del
riesame si è soffermato sul punto svolgendo argomentazioni del tutto logiche e condivisibili.
Nell’ordinanza impugnata, infatti, si precisa che la suddetta autorizzazione rappresenta un’ipotesi
eccezionale rispetto alla regola di cui all’art. 284 co. 1 e 2 c.p.p. e, quindi, la sua concessione
richiede un preventivo e rigoroso vaglio in ordine alla sussistenza delle condizioni richieste dalla
legge. Cioè impossibilità di provvedere altrimenti alle proprie esigenze primarie ovvero stato di
assoluta indigenza.
Orbene nel caso di specie la difesa si è limitata ad evidenziare che l’indagato, quale titolare
esclusivo della ditta Saldinox, è l’unico che possa concretamente occuparsi della sua gestione e,
quindi, la sua presenza presso la sede negli orari di lavoro sarebbe necessaria per la prosecuzione
dell’attività.
A parte tale asserzione, alquanto generica, e l’allegazione al ricorso dell’analisi di vendita
dell’azienda la difesa non ha prodotto altri elementi atti a dimostrare la necessità dell’autorizzazione
per il Maracine al fine di far fronte alle sue fondamentali esigenze di vita. In particolare non è stato
allegato alcun documento che attesti la sua situazione patrimoniale e quella dei suoi congiunti (con i
quali peraltro convive).
Tanto premesso il ricorso deve essere rigettato con conseguente condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, in data 3 maggio 2016.

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine