Cause Di Non Punibilità – Cassazione Penale 11/02/2016 N° 5800

Cause di non punibilità – Cassazione Penale 11/02/2016 n° 5800 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine Pagina 1Pagina 2

Tipo: Cassazione Penale

Sezione: Sezione V

Data: 11/02/2016

Numero: 5800

Testo completo della Sentenza Cause di non punibilità – Cassazione Penale 11/02/2016 n° 5800:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine  Pagina 1Pagina 2

SENTENZA sul ricorso proposto dal Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Milano avverso la sentenza emessa il 06/12/2014 dal Gip del Tribunale di Busto Arsizio nel processo penale iscritto nei confronti di Markikou Hichem, nato in Tunisia il 01/12/1979 visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso; udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Paolo Micheli; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Giuseppe Corasaniti, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del ricorso RITENUTO IN FATTO 1. Il 06/12/2014, il Gip del Tribunale di Busto Arsizio dichiarava non doversi procedere nei confronti di Hichem Markikou, imputato di un tentato furto aggravato, consistito nell’avere cercato di impossessarsi di un orologio analogico in acciaio, di un anello di bigiotteria, di un bracciale in plastica e di un secondo bracciale (parimenti di bigiotteria); gli oggetti in questione erano custoditi di II ri/r nell’area predisposta e adibita a “piattaforma ecologica” dal Comune di Cornaredo. In ordine al reato sopra descritto, che non era stato consumato …..- perché i Carabinieri della locale stazione avevano sorpreso il Markikou sul posto, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Busto Arsizio aveva esercitato l’azione penale con richiesta di decreto penale di condanna, che tuttavia il giudice non accoglieva rilevando l’insussistenza del fatto, sul presupposto che i beni de quibus non avessero – come emerso nel corso delle indagini – alcun valore commerciale. In particolare, il Gip sottolineava: – il difetto di prove di sorta sulla circostanza che fosse stato l’imputato (per quanto trovato dai militari all’interno della piattaforma ecologica) a scardinare la recinzione dell’area; – che, «pur in assenza di specificazione sul valore dei quattro oggetti sottratti, è chiaro che questo si assesta su una decina di euro al massimo»; – la necessità di fare riferimento al principio di offensività, che, «pur non espressamente disciplinato dalla legge, tuttavia, secondo la prevalente dottrina, costituisce uno dei principi immanenti del nostro sistema penale, che richiede in ogni caso, perché possa ritenersi concretizzato l’illecito penalmente rilevante, che sia leso o posto in pericolo il bene giuridico protetto, a meno che la norma non preveda espressamente una fattispecie tipica di natura formale che consenta di affermare che la legge ha voluto riaffermare una idoneità lesiva normativamente presunta»; – come la giurisprudenza di legittimità, per quanto con alcune oscillazioni interpretative, si fosse già orientata in senso conforme (richiamando a tal fine pronunce di questa Corte intervenute, fra l’altro, in tema di tenuta delle scritture contabili e di detenzione di sostanze stupefacenti); – che doveva ritenersi ovvia l’assoluta inidoneità della condotta in rubrica, esauritasi nel tentativo di asportare pochissimi oggetti abbandonati di nessun valore, a ledere od esporre a pericolo il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice. 2. Propone ricorso per cassazione il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Milano, deducendo erronea applicazione della legge penale, nonché mancanza e manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata. Il P.M. ricorrente segnala che «il giudizio che riguarda il più o meno modesto valore economico della cosa sottratta riguarda la concedibilità o meno dell’attenuante del danno di speciale tenuità, ma non può investire la rilevanza penale del fatto, pacificamente accertato come rispondente alla contestazione mossa nell’imputazione. Né è consentito prendere in esame il mero valore dei “quattro oggetti sottratti” senza tener conto, nell’ambito di una valutazione V4po globale del fatto e della lesione all’interesse protetto dalla norma, del danno arrecato alla recinzione della piazzola ecologica, divelta dal suo basamento». Ad avviso del P.g. milanese, che fa presente come lo stesso giudicante abbia riconosciuto la non determinabilità del valore intrinseco dei beni descritti nel capo d’imputazione, «nemmeno la circostanza attenuante prevista dall’art. 62 n. 4 cod. pen. sarebbe – allo stato – tout court applicabile al caso concreto, perché, per costante giurisprudenza di legittimità, essa sarebbe ravvisabile, nel delitto tentato, solo ove risultasse provato, rigorosamente ed univocamente, che se il reato fosse stato portato a compimento ne sarebbe derivato un danno di speciale tenuità». CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Ritiene il collegio che, nella fattispecie concreta, debba trovare applicazione l’istituto di cui all’art. 131-bis cod. pen., introdotto nell’ordinamento per effetto del d.lgs. 16 marzo 2015, n. 28; norma, dunque, entrata in vigore in data posteriore sia all’emissione della pronuncia oggetto di ricorso, sia dello stesso atto di impugnazione appena illustrato, e che implica pertanto una questione su cui il giudice di legittimità deve intendersi chiamato a decidere ai sensi dell’art. 609, comma 2, del codice di rito. 2. L’art. 131-bis cod. pen., la cui rubrica recita “esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto”, stabilisce al primo comma che “nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’art. 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale”. Ai fini della determinazione della pena detentiva da riguardare, in vista dell’applicazione della norma de qua, soccorrono i criteri dettati dal successivo quarto comma, secondo cui “non si tiene conto delle circostanze, ad eccezione di quelle per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale” (con la precisazione che, in quest’ultimo caso, non può rilevare il giudizio di comparazione fra circostanze di segno contrario, disciplinato dall’art. 69 cod. pen.). Il secondo comma chiarisce che “l’offesa non può essere ritenuta di particolare tenuità quando l’autore ha agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà, anche in danno di animali, o ha adoperato sevizie o, ancora, ha profittato delle condizioni di minorata difesa della vittima, anche in riferimento all’età della stessa, ovvero quando la condotta ha cagionato o da essa sono derivate, quali conseguenze non volute, la morte o le lesioni gravissime di una persona”. La nozione di non abitualità si ricava invece, a contrario, dalla previsione del comma successivo, secondo cui “il comportamento è abituale nel caso in cui l’autore sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza ovvero abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate”. 2.1 In una delle prime e più significative occasioni nelle quali questa Corte ha avuto modo di affrontare le tematiche sottese alla novella, si è precisato che «la rispondenza ai limiti di pena rappresenta L.] soltanto la prima delle condizioni per l’esclusione della punibilità, che infatti richiede (congiuntamente e non alternativamente, come si desume dal tenore letterale della disposizione) la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento. Il primo degli “indici-criteri” (così li definisce la relazione allegata allo schema di decreto legislativo) appena indicati (particolare tenuità dell’offesa) si articola, a sua volta, in due “indici-requisiti” (sempre secondo la definizione della relazione), che sono la modalità della condotta e l’esiguità del danno o del pericolo, da valutarsi sulla base dei criteri indicati dall’art. 133 cod. pen. (natura, specie, mezzi, oggetto, tempo, luogo ed ogni altra modalità dell’azione, gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato, intensità del dolo o grado della colpa). Si richiede pertanto al giudice di rilevare se, sulla base dei due “indici-requisiti” della modalità della condotta e dell’esiguità del danno e del pericolo, valutati secondo i criteri direttivi di cui all’art. 133 c.p., comma 1, sussista l'”indice-criterio” della particolare tenuità dell’offesa e, con questo, coesista quello della non abitualità del comportamento. Solo in questo caso si potrà considerare il fatto di particolare tenuità ed escluderne, conseguentemente, la punibilità» (Cass., Sez. III, n. 15449 dell’08/04/2015, Mazza rotto). Va chiarito, peraltro, che nulla autorizza a ritenere tassative le elencazioni di cui al primo e secondo capoverso dell’art. 131-bis cod. pen.: già il rilievo che ci si trova dinanzi a “indici-criteri” rende evidente che si tratta di ipotesi tipizzate dal legislatore, dove sono esclusi margini di discrezionalità nella valutazione del giudice, da intendersi vincolata e da realizzare attraverso un’attività di mero accertamento. Tuttavia, quelli ivi contemplati non possono considerarsi gli unici casi di condotte recanti offese non tenui, ovvero di comportamenti abituali. Sarà dunque precluso ex lege ritenere di particolare tenuità un reato in cui il 4 soggetto attivo sia stato animato da motivi abietti o futili, ovvero commesso da chi si trovi nella condizione per vedersi contestare la recidiva specifica; ma, qui anticipando problematiche immanenti al giudizio di impugnazione, potrà senz’altro escludersi l’applicabilità della norma (sia stata essa valutata o meno nel processo di primo grado) laddove risulti inflitta una condanna a pena che si discosti dal minimo edittale, od in ipotesi nelle quali le circostanze attenuanti generiche, seppure concesse, debbano intendersi minusvalenti rispetto ad eventuali circostanze di segno contrario (v. Cass., Sez. V, n. 44387 del 04/06/2015, Trischitta). 2.2 E’ da ricordare, infine, la previsione del quinto comma dell’art. 131-bis, secondo cui l’istituto trova applicazione “anche quando la legge prevede la particolare tenuità del danno o del pericolo come circostanza attenuante”. Ciò comporta che un fatto, da considerare attenuato in ragione della modestia del danno arrecato (intuitivo ed immediato si palesa, ad esempio, il richiamo all’ipotesi di cui all’art. 62, n. 4, cod. pen.), dunque meritevole di una pur meno rigorosa sanzione, ben può ritenersi caratterizzato da modesta offensività all’esito di una valutazione complessiva, sì da non giustificare – malgrado ci si trovi al cospetto di un fatto che integra illecito penale – alcuna risposta sanzionatoria. Rinviando al prosieguo del presente excursus una più analitica disamina dei temi sottesi alla natura del nuovo istituto, la previsione del quinto comma dell’art. 131-bis cod. pen. rende già evidente la necessità di una chiarificazione preliminare: un conto è discutere di tenuità del danno stricto sensu, che – segnatamente laddove evocata per descrivere le conseguenze di una condotta criminosa sul piano patrimoniale – si esaurisce in una connotazione del fatto; ben altro è invece affrontare il problema della sussistenza (e dell’eventuale tenuità) dell’offesa, che involge problemi di tipicità e di qualificazione giuridica. Il fatto offensivo – di beni giuridici di rango costituzionale – è comunque un fatto tipico, anche nelle ipotesi in cui l’offesa si riveli particolarmente tenue: e, mentre la dimensione quantitativa del danno può individuarsi soltanto all’esito di una indagine di merito, l’individuazione di un minimum di offesa attiene alla ricerca degli elementi necessari per sussumere la fattispecie concreta sub judice nel disegno astratto contemplato dalla norma incriminatrice (attività cui è certamente chiamato anche il giudice di legittimità). Va del resto ricordato, e sempre rinviando alle pagine successive per una più articolata analisi, che la conferma della tipicità del fatto di particolare tenuità sul piano dell’offesa si ricava dal nuovo art. 651-bis cod. proc. pen., introdotto a sua volta dal d.lgs. n. 28/2015: vi si prevede che la sentenza irrevocabile di proscioglimento per particolare tenuità del fatto, ove pronunciata a seguito di dibattimento o di giudizio abbreviato (in quest’ultimo caso, salvo che vi si opponga la parte civile che non abbia accettato il rito speciale), “ha efficacia di giudicato quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale ed all’affermazione che l’imputato lo ha commesso, nel giudizio civile o amministrativo per le restituzioni e il risarcimento del danno promosso nei confronti del condannato e del responsabile civile che sia stato citato ovvero sia intervenuto nel processo penale”. Una pronuncia, quindi con implicazioni parzialmente negative, normalmente non correlate a decisioni tout court liberatorie; tanto più che la novella ha parimenti introdotto alcune ipotesi di iscrizione nel Casellario giudiziale delle sentenze con cui si dichiari la non punibilità dell’imputato dell’art. 131-bis cod. pen. 2.3 Tanto premesso, va subito chiarito che non si rinvengono ostacoli all’applicazione dell’istituto in argomento al caso di specie (salvo doversi soffermare in seguito sulla possibilità in genere che l’art. 131-bis cod. pen. trovi ingresso nel giudizio di cassazione, e se la valutazione della particolare tenuità del fatto possa essere compiuta ex officio da parte del giudice di legittimità, tenendo conto degli elementi già evidenziati nelle fasi di merito). Quanto ai limiti edittali di pena, ci si trova dinanzi ad un furto tentato, in ordine al quale una delle due aggravanti in rubrica (l’avere il Markikou agito con violenza sulle cose) appare già esclusa senza che, in parte qua, vi sia un’effettiva impugnazione. Infatti, il giudice di merito ha motivatamente rilevato che nulla depone nel senso che la rottura della recinzione fosse da ricondurre alla condotta dell’imputato: ciò, evidentemente, sul ragionevole presupposto che la rete di quella piattaforma ecologica fosse stata già danneggiata in precedenza, in ipotesi anche in occasione di furti diversi e dei quali non erano mai stati identificati gli autori. A riguardo, vale a dire al fine di sostenere invece la sicura od almeno verosimile riferibilità di quella violenza alla mano del Markikou, in base alle risultanze del procedimento, il P.g. territoriale nulla deduce: nel ricorso viene evidenziato soltanto – ed in termini apodittici – che nella valutazione del grado dell’offesa sarebbe stato necessario tenere conto anche del danno arrecato alla struttura. Ergo, i limiti della presente regiudicanda riguardano in concreto un tentato furto aggravato ex art. 625, n. 7, cod. pen., perché commesso su cose esistenti presso stabilimenti pubblici; e, pur tenendo conto della minima riduzione di un terzo ai sensi dell’art. 56 cod. pen., il fatto non appare sanzionabile con pena eccedente i limiti previsti dal primo comma del nuovo art. 131-bis. Non risulta, inoltre, che ricorrano le ipotesi previste dal secondo comma, e neppure che il Markikou – al quale non vengono ascritti più reati della stessa 6 indole, né addebiti connotati da pluralità o reiterazione di condotte – rientri nelle peculiari categorie soggettive di cui al successivo capoverso. D’altro canto, l’impugnazione proposta dal Pubblico Ministero esclude implicazioni in termini di possibile reformatio in peius: ciò in quanto il Gip, sul presupposto di una mancanza in radice dell’offesa immanente al fatto tipico, ha pronunciato una formula liberatoria che – per le ragioni appresso evidenziate – è certamente più favorevole di quella che ritenga invece l’imputato non punibile per la particolare tenuità del fatto addebitatogli. Va peraltro tenuto presente che gli effetti pregiudizievoli di una sentenza che applichi l’istituto in parola si producono soltanto in situazioni determinate, come ricordato poco fa: il che neppure può verificarsi nel caso in esame, dove la pronuncia impugnata appare emessa ex artt. 459, comma 3, e 129 del codice di rito, non già all’esito di un giudizio dibattimentale od abbreviato. 3. Come sopra accennato, dinanzi ad un fatto caratterizzato da un’offesa (particolarmente tenue, ma) esistente, si è al cospetto di un fatto tipico, la cui pur lieve offensività deve intendersi oggetto di accertamento: una volta riscontrata esistente, il fatto rimarrà antigiuridico ma – per scelta di politica criminale operata dal legislatore a fini eminentemente deflattivi – non andrà incontro a sanzione. La sussistenza dei presupposti per l’applicazione della norma in esame, in definitiva, esclude l’assoggettabilità dell’autore di un fatto- reato alla pena che dovrebbe conseguirne, ma non l’antigiuridicità del fatto-reato medesimo: del resto, si è già sottolineato che le “disposizioni di coordinamento processuale” previste dall’art. 3 del suddetto d.lgs. prevedono, attraverso l’introduzione dell’art. 651-bis del codice di rito, l’efficacia di giudicato della sentenza di proscioglimento ex art. 131-bis (in sede civile od amministrativa) non solo in punto di sussistenza del fatto e della sua riferibilità all’imputato, ma anche della sua “illiceità penale”. La contrarietà all’ordinamento del fatto, seppure non punibile, implica altresì la sua “ingiustizia” ai sensi dell’art. 52 cod. pen., con la conseguente impedibilità della condotta, nei limiti della proporzionalità fra (modesta) aggressione e successiva reazione, da parte di chi versi nella necessità di difendere un correlato diritto proprio od altrui: situazione, questa, che appare comune alle cause di esclusione della punibilità, nozione che sembra potersi evocare anche nel caso di specie, alla luce del tenore letterale della rubrica di cui al citato art. 131-bis. (ma si vedrà più avanti che, con riguardo all’inquadramento dogmatico dell’istituto, occorrerà tenere conto anche della peculiare disciplina in rito dettata dalla novella). Impedibile, ad esempio, deve ritenersi il fatto antigiuridico posto in essere da un soggetto che goda di uno status di immunità sancito dal diritto pubblico interno o dal diritto internazionale: così rilevandosi, su un piano generale, che le cause di esclusione della punibilità hanno quale comune presupposto l’attuale rilevanza penale di un fatto che il legislatore, per le più svariate ragioni di opportunità, rinuncia a sanzionare. La condotta che realizza un’offesa particolarmente tenue, in definitiva, non può intendersi assunta nella ricorrenza di una causa di giustificazione (in quel caso, ne verrebbe esclusa l’antigiuridicità), ma integra invece un reato esistente in tutte le sue dimensioni e componenti: oggettive, soggettive e di (modesta) lesività. Giustificata può essere, invece, la eventuale reazione che a quella si contrapponga. 3.1 La relazione allo schema di decreto legislativo, poi sfociato nella stesura definitiva del d.lgs. n. 28/2015, avverte che il testo normativo, “nell’attuare l’indicazione del legislatore, muove dall’implicita ma ovvia premessa che la c.d. Irrilevanza del fatto’ sia istituto diverso da quello della c.d. ‘inoffensività del fatto’. Quest’ultimo, come recepito dalla giurisprudenza costituzionale e comune ormai largamente prevalente, attiene alla totale mancanza di offensività del fatto, che risulta pertanto privo di un suo elemento costitutivo e in definitiva atipico e insussistente, come reato. Com’è noto, l’ipotesi della inoffensività del fatto è stata ricondotta normativamente all’art. 49, comma 2, cod. pen.; diversamente, l’istituto in questione della Irrilevanza’ per particolare tenuità presuppone un fatto tipico e, pertanto, costitutivo di reato ma da ritenere non punibile in ragione dei principi generalissimi di proporzione e di economia processuale. Ne viene che la collocazione topografica della sua disciplina non può che essere quella delle determinazioni del giudice in ordine alla pena: e, pertanto, lo schema di decreto delegato ha ritenuto di inserire la disciplina sostanziale del nuovo istituto in apertura del Titolo V del Libro I del codice penale, subito prima degli articoli concernenti l’esercizio del potere discrezionale del giudice nell’applicazione della pena”. A sua volta, la relazione della commissione ministeriale di studio per l’elaborazione delle proposte ai fini dell’attuazione della legge delega n. 67/2014 ricordava che nel caso di specie la non punibilità “comporta comunque un’affermazione di responsabilità, dalla quale tuttavia non derivano effetti e conseguenze penali diversi da quello della iscrizione del provvedimento nel Casellario giudiziale”. 3.2 Una significativa conferma della correttezza dell’approccio ermeneutico appena illustrato si ricava da una delle decisioni di questa Corte che hanno avuto modo di occuparsi del nuovo istituto, secondo la quale «la declaratoria di estinzione del reato per prescrizione prevale sulla esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all’art. 131-bis cod. pen. sia perché diverse sono le conseguenze che scaturiscono dai due istituti, sia perché il primo di essi 8 estingue il reato, mentre il secondo lascia inalterato l’illecito penale nella sua materialità storica e giuridica» (Cass., Sez. III, n. 27055 del 26/05/2015, Sorbara, Rv 263885). In applicazione degli stessi principi, deve poi ritenersi che l’introduzione dell’art. 131-bis cod. pen. non determini alcuna abolitio criminis, sì da comportare una possibilità di revoca di precedenti pronunce definitive ai sensi dell’art. 673 del codice di rito; se il presupposto per ritenere operante il nuovo istituto è che il fatto concreto debba avere rilevanza penale, attraverso una pur marginale lesione od esposizione a pericolo del bene protetto dalla norma incriminatrice, i più favorevoli effetti della novella soggiacciono ai limiti di cui all’art. 2, comma quarto, cod. pen., mentre un’eventuale abrogazione inciderebbe sul disvalore della fattispecie astratta ex se, piuttosto che sulla sola punibilità in concreto di un fatto determinato. 3.3 Per rilevare la particolare tenuità dell’offesa, in definitiva, è necessario ritenere configurabile – a carico di un soggetto cui la condotta sia ascrivibile, secondo gli ordinari canoni di riferibilità materiale e psichica – una fattispecie astratta tipica e lesiva, con un grado di offensività minimo ma comunque apprezzabile: situazione che, per quanto si è sopra evidenziato, il giudice di merito non ha inteso individuare nel caso oggi in esame, giungendo (in termini assai più radicali) ad escludere in radice l’offesa, e dunque la tipicità stessa del fatto. Non vi è dubbio, al riguardo, che il principio di offensività abbia oggi, per effetto di numerosi interventi del giudice delle leggi, un chiaro fondamento costituzionale: ciò a partire dalla sentenza n. 360/1995, dove si afferma che «la verifica del rispetto del principio dell’offensività come limite di rango costituzionale alla discrezionalità del legislatore ordinario, nel perseguire penalmente condotte segnate da un giudizio di disvalore, implica la ricognizione dell’astratta fattispecie penale, depurata dalla variabilità del suo concreto atteggiarsi nei singoli comportamenti in essa sussumibili. Operata questa astrazione degli elementi essenziali del delitto in esame» (il caso oggetto della questione di legittimità riguardava un addebito di coltivazione di piante da cui si ritenevano estraibili principi attivi di sostanze stupefacenti) «risulta una condotta che ben può valutarsi come “pericolosa”, ossia idonea ad attentare al bene della salute dei singoli per il solo fatto di arricchire la provvista esistente di materia prima e quindi di creare potenzialmente più occasioni di spaccio di droga; tanto più che l’attività produttiva è destinata ad accrescere indiscriminatamente i quantitativi coltivabili. Si tratta quindi di un tipico reato di pericolo, connotato dalla necessaria offensività proprio perché non è irragionevole la valutazione prognostica – sottesa alla astratta fattispecie criminosa – di attentato al bene giuridico protetto». 9 La Corte Costituzionale rileva inoltre, nella pronuncia appena richiamata, che non appare «irragionevole od arbitraria la valutazione, operata dal legislatore nella sua discrezionalità, della pericolosità connessa alla condotta di coltivazione», avvertendo al contempo che «diverso profilo è quello dell’offensività specifica della singola condotta in concreto accertata; ove questa sia assolutamente inidonea a porre a repentaglio il bene giuridico tutelato (come nel caso – prospettato dal giudice rimettente – della coltivazione in atto, e senza previsione di ulteriori sviluppi, di un’unica pianta da cui possa estrarsi il principio attivo della sostanza stupefacente in misura talmente esigua da essere insufficiente, ove assunto, a determinare un apprezzabile stato stupefacente), viene meno la riconducibilità della fattispecie concreta a quella astratta, proprio perché la indispensabile connotazione di offensività in generale di quest’ultima implica di riflesso la necessità che anche in concreto la offensività sia ravvisabile almeno in grado minimo, nella singola condotta dell’agente, in difetto di ciò venendo la fattispecie a rifluire nella figura del reato impossibile (art. 49 cod. pen.). La mancanza dell’offensività in concreto della condotta dell’agente non radica però alcuna questione di costituzionalità, ma implica soltanto un giudizio di merito devoluto al giudice ordinario». Con la sentenza n. 263/2000, la Corte ritorna sul profilo di distinzione tra offensività in astratto ed in concreto, osservando come la norma penale censurata (l’art. 120 del codice penale militare di pace) miri alla tutela del bene giuridico costituito dalla funzionalità e dall’efficienza di determinati servizi: avendo il legislatore inteso dettare, a salvaguardia di quel bene, regole secondo cui il militare comandato si intende chiamato a rispettare rigide e tassative modalità di esecuzione delle disposizioni impartitegli, «non vi è ragione di dubitare che la violazione della consegna sia di per sé suscettibile di ledere interessi di rilievo costituzionale riconducibili ai valori espressi dall’art. 52 Cost. L’accertamento in concreto della sussistenza dei presupposti che identificano la consegna è invece compito dell’autorità giudiziaria militare, alla quale spetta altresì valutare se tutte le prescrizioni impartite siano, nei singoli casi, finalizzate al corretto svolgimento del servizio comandato; se, cioé, l’eventuale inadempimento del militare ad alcuna di esse sia idoneo a pregiudicare l’integrità del bene protetto ed abbia quindi carattere di offensività anche in concreto. L’art. 25, quale risulta dalla lettura sistematica a cui fanno da sfondo, oltre ai parametri indicati dal remittente, l’insieme dei valori connessi alla dignità umana, postula, infatti, un ininterrotto operare del principio di offensività dal momento della astratta predisposizione normativa a quello dell’applicazione concreta da parte del giudice, con conseguente distribuzione dei poteri conformativi tra giudice delle leggi e autorità giudiziaria, alla quale soltanto 10 compete di impedire, con un prudente apprezzamento della lesività in concreto, una arbitraria ed illegittima dilatazione della sfera dei fatti da ricondurre al modello legale». Proseguendo lungo l’identico percorso argomentativo, la sentenza n. 225/2008 (sulla non fondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 707 cod. pen.) ribadisce la già descritta «ripartizione di competenze tra giudice costituzionale e giudice ordinario : spetta, in specie, alla Corte – tramite lo strumento del sindacato di costituzionalità – procedere alla verifica dell’offensività “in astratto”, acclarando se la fattispecie delineata dal legislatore esprima un reale contenuto offensivo; esigenza che, nell’ipotesi del ricorso al modello del reato di pericolo, presuppone che la valutazione legislativa di pericolosità del fatto incriminato non risulti irrazionale e arbitraria, ma risponda all’id quod plerumque accidit . Ove tale condizione risulti soddisfatta, il compito di uniformare la figura criminosa al principio di offensività nella concretezza applicativa resta affidato al giudice ordinario, nell’esercizio del proprio potere ermeneutico (offensività “in concreto”). Esso – rimanendo impegnato ad una lettura “teleologicamente orientata” degli elementi di fattispecie, tanto più attenta quanto più le formule verbali impiegate dal legislatore appaiano, in sé, anodine o polisense – dovrà segnatamente evitare che l’area di operatività dell’incriminazione si espanda a condotte prive di un’apprezzabile potenzialità lesiva». 3.4 Alla luce delle indicazioni appena richiamate, si può convenire con il P.M. ricorrente nel senso che la decisione del Gip di Busto Arsizio (chiamato a valutare la “offensività in concreto” del comportamento ascritto al Markikou) comporti una indebita dilatazione di quest’ultima nozione, non foss’altro perché – stante la già sottolineata differenza ontologica fra danno ed offesa, di cui si è data contezza pagine addietro – giunge ad introdurre nell’ambito dell’offensività profili che attengono strettamente alla valutazione delle mere conseguenze della condotta sul piano patrimoniale. Fermo restando che un furto, sul piano dell’offensività astratta, rimane un fatto meritevole di sanzione penale perché pacificamente aggressivo di beni di valore costituzionale, le categorie logiche utilizzate dal giudicante per escludere l’offensività in concreto (segnatamente, la speciale modestia del valore della refurtiva, quantificato in una decina di euro) non sembrano riguardare ex se la lesione o la messa in pericolo del bene tutelato, ma piuttosto – nel quadro di riferimento normativo vigente al momento della decisione – la ravvisabilità dell’attenuante di cui all’art. 62, n. 4, cod. pen. 4. Oggi, oltre ai parametri normativi menzionati, l’interprete è chiamato a confrontarsi anche con il nuovo art. 131-bis cod. pen., che – come parte della 11 dottrina ha avuto modo di sottolineare in sede di primi commenti – si segnala non soltanto per meritorie finalità pratiche, volte a sottrarre alla pretesa punitiva dello Stato fattispecie ictu ()culi bagatellari, ma anche e soprattutto per avere inserito per la prima volta nel corpo della parte generale del codice penale, la nozione di offesa, con la necessità conseguente di richiamare il principio costituzionale a questa sotteso, in termini ben più pregnanti di quanto fosse già desumibile dall’art. 49 cod. pen.

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine  Pagina 1Pagina 2