Cause Di Non Punibilità – Cassazione Penale 01/08/2017 N° 38208

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 01/08/2017

Numero: 38208

Testo completo della Sentenza Cause di non punibilità – Cassazione penale 01/08/2017 n° 38208:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 38208 Anno 2017
Presidente: CAVALLO ALDO
Relatore: CERRONI CLAUDIO
Data Udienza: 18/05/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Cecchini Giuliano, nato a Pesaro il 12/11/1948
avverso la sentenza del 24/02/2014 della Corte di Appello di Ancona
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Claudio Cerroni;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Sante
Spinaci, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso
udito per l’imputato l’avv. Arturo Pardi, che ha concluso per l’accoglimento del
ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 24 febbraio 2014 la Corte di Appello di Ancona, in
parziale riforma della sentenza del 25 luglio 2012 del Tribunale di Pesaro, che
aveva condannato Giuliano Cecchini alla pena di anni due di reclusione, oltre alla
sanzioni accessorie, per il reato di cui all’art. 10 digs. 10 marzo 2000, n. 74, ha
concesso all’imputato il beneficio della sospensione condizionale della pena.
2. Avverso il predetto provvedimento l’interessato, tramite il difensore, ha
proposto ricorso per cassazione formulando due complessi motivi
d’impugnazione.
2.1. Col primo motivo il ricorrente ha dedotto che l’omessa tenuta delle
scritture contabili non costituisce reato ma illecito amministrativo.
In particolare, la contestazione era legata alla mancata istituzione dei
registri contabili, laddove detta omissione non costituiva reato a differenza
dell’occultamento, della dispersione e della distruzione delle scritture. Né vi era
la prova dell’avvenuta istituzione dei documenti contabili, laddove comunque,
dato il ridottissimo numero di fatture, sussisteva carenza di offensività.
2.2. Oltre a ciò, col secondo motivo è stata lamentata la violazione del
principio del ne bis in idem, stante la doppia incriminazione amministrativa e
penale.
3. Il Procuratore generale ha concluso nel senso del rigetto del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO
4. Il ricorso è inammissibile.
4.1.1. In specie, lo stesso ricorrente ha ammesso di avere emesso fatture
ma di non avere istituito i registri contabili.
Al riguardo, se da un lato il provvedimento impugnato ha rilevato, ed in
proposito non vi è specifica censura, che la Guardia di Finanza aveva accertato
che risultavano emesse dall’odierno ricorrente diverse fatture per gli anni in
contestazione, per compensi liquidatigli da talune ditte per le sue prestazioni
professionali, d’altro canto è stato ad es. recentemente affermato che anche
l’occultamento o la distruzione di fatture ricevute da terzi (cd. fatture passive)
integra il reato di cui all’art. 10 del d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, trattandosi di
documenti che, oltre a rappresentare costi sostenuti e a incidere sulla
ricostruzione dei redditi del destinatario di essi, sono comunque dimostrativi
dell’esistenza di introiti a carico del soggetto emittente (Sez. 3, n. 15236 del
16/01/2015, Chiarolla, Rv. 263050). A maggior ragione, quindi, correttamente la
Corte territoriale ha ribadito l’affermazione di responsabilità in quanto trattasi di
fatture attive, reperite presso la clientela del ricorrente ma da quest’ultimo non
esibite, a prova evidente dell’esistenza di situazione reddituale destinata, nelle
intenzioni del ricorrente, a non emergere.
In tal modo, tanto le risultanze oggettive quanto le stesse dichiarazioni del
ricorrente hanno dato conto quantomeno della certa pregressa esistenza di
documentazione contabile. Mentre proprio il tenore delle contestazioni operate
semmai rappresenta indice che, da qualche parte e con modalità sconosciute,
l’odierno ricorrente mantenesse una rappresentazione della propria condizione
economica, del giro d’affari, della propria movimentazione contabile e, in
definitiva, del proprio reddito che ha inteso sottrarre all’imposizione fiscale.
4.1.2. In relazione poi all’invocata carenza di offensività (il ricorso è stato
proposto anteriormente all’entrata in vigore della novella che ha introdotto la
previsione di cui all’art. 131-bis cod. pen., ma comunque esso può essere
compiutamente valutato anche in relazione a detto profilo alla stregua delle
ragioni di cui infra, naturalmente non potendo discorrersi di inesistenza del
reato), l’esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all’art.
131-bis cod. pen. non può essere dichiarata in presenza di una sentenza di
condanna che – come in specie – abbia ritenuto pienamente giustificati,
specificamente motivando, la determinazione della pena in misura superiore al
minimo edittale ed il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti
generiche, configurandosi, in tal caso, l’esclusione di ogni possibile valutazione
successiva in termini di particolare tenuità del fatto (Sez. 5, n. 39806 del
24/06/2015, Lembo, Rv. 265317). Quantunque i parametri di valutazione
previsti dal comma primo dell’art. 131-bis cod. pen. hanno natura e struttura
oggettiva (pena edittale, modalità e particolare tenuità della condotta, esiguità
del danno), mentre quelli da valutare ai fini della concessione delle circostanze
attenuanti generiche sono prevalentemente collegati ai profili soggettivi del reo
(cfr. Sez. 5, n. 45533 del 22/07/2016, Bianchini, Rv. 268307; v. anche Sez. 4,
n. 48758 del 15/07/2016, Giustolisi, Rv. 268258).
4.2. Per quanto poi concerne la pretesa ricorrenza di un’ipotesi di ne bis in
idem, rispetto alla fattispecie sanzionata in via amministrativa di cui all’art. 9 del
decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, è appena il caso di osservare – in
ragione della struttura semplificata del presente provvedimento – che parte
ricorrente neppure allega di essere stata sottoposta a procedimento
amministrativo ed alla relativa sanzione (cfr. altresì Sez. 3, n. 25815 del
21/04/2016, Scagnetti, Rv. 267301).
5. I motivi di censura appaiono così manifestamente infondati, e pertanto ne
va dichiarata l’inammissibilità.
Tenuto infine conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte
costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per
ritenere che «la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella
determinazione della causa di inammissibilità», alla declaratoria
dell’inammissibilità medesima consegue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen.,
l’onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma,
in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in C 2.000,00.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di C 2.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso in Roma il 18/05/2017

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