Cassazione Penale – Cassazione Penale 25/11/2016 N° 50074

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 25/11/2016

Numero: 50074

Testo completo della Sentenza Cassazione penale – Cassazione penale 25/11/2016 n° 50074:

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SENTENZA
sui ricorsi proposti da
1. Maione Rosa Anna Alba, nata a Capua il 01/03/1957
2. Perillo Alessandra, nata a San Tammaro il 20/09/1956
3. Cice Luigi, nato a Marcianise il 16/04/1970
4. Russo Domenico, nato a San Tannmaro il 25/06/1962
avverso la sentenza del 24/10/2014 della Corte di appello di Napoli
visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal consigliere Ersilia Calvanese;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Delia Cardia, che ha concluso chiedendo che i ricorsi siano dichiarati
inammissibili;
udito per la parte civile, Comune di San Tammaro, l’avv. Sergio Maria Ferritto,
che ha concluso chiedendo il rigetto dei ricorsi;
uditi i difensori, avv. Umberto Paddadia, in sostituzione dell’avv. Giuseppe
Stellato, per Maione e, in sostituzione dell’avv. Guglielmo Ventrone, per Cice,
l’avv. Federico Simoncelli per Perillo, che hanno concluso chiedendo
l’accoglimento dei rispettivi ricorsi.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 24 ottobre 2014, la Corte di appello di Napoli
confermava la sentenza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere del 19 giugno
2012 che aveva dichiarato Rosa Anna Alba Maione, Alessandra Perillo, Luigi Cice
e Domenico Russo responsabili dei delitti di peculato loro rispettivamente ascritti,
condannandoli alle pene ritenute di giustizia.
Secondo quanto accertato dai giudici di merito, i reati contestati agli
imputati erano emersi a seguito di una più ampia indagine riguardante la
gestione amministrativa del Comune di San Tammaro e avevano ad oggetto
l’indebita appropriazione di denaro comunale da parte del Sindaco Raffeale
Raucci e dei dipendenti comunali Alessandra Perillo, responsabile dell’ufficio
ragioneria, Domenico Russo, addetto al protocollo, e Rosa Anna Alba Maione,
responsabile dell’Ufficio Staff del Sindaco, e di soggetti estranei, quali il
convivente della Maione, Giovanni Serinelli e gli imprenditori Luigi Cice e Raffaele
Natale.
In particolare, la condotta appropriativa era stata attuata attraverso
l’emissione da parte della Perillo di mandati di pagamento, sulla base di falsi
presupposti, in favore del Cice (capo c, assorbito in esso il capo f), della Maione
(capo h), del Raucci (capo k) e del Natale, in concorso con il Russo (capo n,
salvo per due mandati di pagamento), per somme di danaro dagli stessi
incassate.
I mandati di pagamento erano stati fatti per lavori od attività risultati mai
eseguiti. Per i connessi delitti di falso in atto pubblico (formazione di false
determine comunali e falsità ideologica nelle attestazioni dei mandati di
pagamento) in primo grado gli imputati erano stati prosciolti per intervenuta
prescrizione.
Quanto al trattamento sanzionatorio, il primo giudice, nell’evidenziare lo
spaccato davvero desolante in cui si inserivano le condotte ascritte agli imputati,
nel quale funzionari pubblici avevano gestito per interessi privati danaro pubblico
– con somme di notevole importo per i capi c) e n) e non affatto trascurabili per
i restanti capi — con disinvoltura e con artifici funzionali all’occultamento degli
illeciti, aveva inflitto alla Perillo la pena più elevata (anni sette di reclusione,
tenuto conto dell’aumento per la continuazione di anni due di reclusione) per il
ruolo di primo piano rivestito ed il contributo determinante offerto in ciascuna
vicenda, riconoscendo al solo Russo le circostanze attenuanti generiche di cui
all’art. 62-bis cod. pen. (nella massima estensione), in considerazione dell’ampia
collaborazione prestata sin dalla fase delle indagini preliminari, contribuendo a
far luce sulle risultanze delle acquisizioni documentali effettuate dagli inquirenti.
2. In sede di appello, la Perillo aveva dedotto la sua estraneità ai fatti, sul
rilievo che mancava la prova di una sua partecipazione economica alla vicenda e
che le mansioni affidatele di responsabile dell’Ufficio comunale Ragioneria (art.
153 d.lgs. 267 del 2000) non prevedevano il controllo in ordine all’effettività
delle prestazioni liquidate, di competenza invece dell’Ufficio Tecnico.
La Corte distrettuale riteneva infondata la tesi difensiva, in quanto la
normativa richiamata attribuiva all’ufficio di ragioneria un controllo di legittimità
sugli atti di liquidazione emessi dall’ufficio che aveva dato esecuzione al
provvedimento di spesa, quindi un controllo non solo di tipo contabile, ma anche
amministrativo e fiscale.
Inoltre, evidenziava che i mandati di pagamento di cui al capo c) erano stati
falsificati per offrire una giustificazione alle erogazioni e le relative determine di
spesa contenevano delle correzioni tanto macroscopiche (cancellature, aggiunte
a penna) quanto all’importo impegnato da non poter sfuggire al controllo affidato
all’imputata, così come doveva ritenersi macroscopica l’illegittimità dei mandati
di cui ai capi h) e k) (segnatamente, contenenti il richiamo a detemine relative
ad altro oggetto, così consentendo il pagamento alla Maione di somme senza
titolo e l’acquisto di sostanze del tutto diverse da quelle prenotate).
La Corte territoriale, nel ritenere irrilevante la partecipazione economica
della Perillo alla vicenda, sottolineava che la prova della male fede dell’imputata
nell’assolvimento del suo incarico era costituita dalle dichiarazioni del coimputato
Russo (l’imputata lo aveva coinvolto proponendogli di reperire ditte compiacenti
disponibili all’emissione di false fatture per il comune).
Quanto al gravame della imputata Maione, la Corte di appello richiamava le
argomentazioni già spese dal primo giudice per confutare le tesi difensive,
riproposte nei motivi di impugnazione.
In ordine alla posizione del Ceci, la Corte territoriale, nell’evidenziare che le
questioni proposte nell’appello erano già state affrontate per le posizioni delle
imputate Maione e Perillo (in particolare per la qualificazione giuridica dei fatti),
rilevava che questi aveva certamente contribuito alla realizzazione della condotta
di peculato contestatagli in quanto aveva predisposto ed esibito le false fatture
sula base delle quali erano stati redatti gli atti amministrativi.
La Corte di appello rigettava infine le richieste dei suddetti appellanti di
diversamente qualificare i fatti dalla fattispecie di peculato in quella abuso
d’ufficio o di truffa aggravata e di mitigare il trattamento sanzionatorio.
La Corte partenopea respingeva altresì anche il gravame del Russo, limitato
al solo diniego dell’applicazione delle circostanze attenuanti generiche di cui
all’art. 62-bis cod. pen. nella massima estensione, rilevando che la diminuzione
operata in primo grado era stata fatta nel massimo consentito di un terzo della
pena.
3. Avverso la suddetta sentenza, ricorrono per cassazione gli imputati
indicati in epigrafe, chiedendone l’annullamento, con atti distinti, per i motivi di
seguito esposti.
3.1. Alessandra Perillo, a mezzo del suo difensore, deduce violazione di
legge e vizi di motivazione, lamentando la carente ed erronea risposta fornita
dalla sentenza impugnata alle questioni poste in sede di appello.
In particolare, la Corte non avrebbe risolto il problema della corretta
qualificazione giuridica dei fatti, che secondo la difesa doveva rinvenirsi nella
fattispecie della truffa, posto che la condotta fraudolenta contestata risultava
essere stata strumentale all’impossessamento del danaro, che l’imputata non
aveva in ragione delle sue mansioni, spettando la disponibilità materiale
all’Istituto tesoriere. Sotto altro verso, anche a voler ritenere rilevante la sola
disponibilità giuridica del danaro da parte dell’imputata, secondo la ricorrente,
difetterebbe nel caso in esame sia l’impossessamento da parte di quest’ultima
del danaro pubblico (non essendo normativamente previsto il peculato a favore
di terzi), risultando non provata una spartizione anche in suo favore di quanto
sottratto all’ente, sia la verifica della riconducibilità tra le mansioni dell’imputata
dei controlli sulla effettività della causale delle liquidazioni e quindi sulla loro
legittimità. In definitiva, secondo la ricorrente, doveva ravvisarsi al più il delitto
di cui all’art. 323 cod. pen., con conseguente declaratoria di estinzione del reato
per prescrizione.
Quanto al trattamento sanzionatorio, la ricorrente deduce un immotivato,
iniquo ed eccessivo aumento per la continuazione, alla luce sia del ruolo
assegnatole di mera esecutrice, senza la percezione di alcuna utilità economica,
sia delle statuizioni sanzionatorie relative agli altri imputati; lamenta, altresì, un
incomprensibile diniego delle circostanze attenuanti generiche di cui all’art. 62-
bis cod. pen., a fronte degli elementi positivi evidenziati dalla difesa, ai quali non
sarebbe stata data alcuna rilevanza.
La ricorrente denuncia infine l’omessa applicazione, sulla base del certificato
penale, della continuazione con precedente condanna irrevocabile per fatti
identici a quelli in esame commessi nelle stesse circostanze ed epoca.
3.2. Rosa Anna Alba Maione, a mezzo del suo difensore, denuncia violazione
di legge e vizio di motivazione.
In particolare, in ordine all’affermazione di responsabilità dell’imputata per i
reati di peculato e di falso, ancorché questi ultimi prescritti, evidenzia le carenze
della motivazione della sentenza impugnata, che si sarebbe limitata ad un mero
rinvio alle argomentazioni fornite dal primo giudice, non fornendo così alcuna
risposta alle critiche avanzate con l’appello (nella specie, la debolezza della
ricostruzione operata dal primo giudice in ordine alla causale del mandato del
pagamento e alle pretese falsità, nonché al concorso del pubblico ufficiale).
La ricorrente denuncia i medesimi vizi in ordine alla qualificazione giuridica
dei fatti, difettando l’appropriazione da parte del pubblico ufficiale e ricorrendo
invece una causale del pagamento, che poteva al più far configurare la
fattispecie di cui all’art. 323 cod. pen.
Si duole infine della motivazione meramente apparente in ordine all’art. 133
cod. pen., rispetto alle doglianze versate nei motivi di gravame.
3.3. Luigi Cice personalmente deduce vizio di motivazione, sostenendo che
la sentenza impugnata, operando un mero rinvio alle motivazioni rese dal primo
giudice, avrebbe eluso di rispondere ai motivi di appello in ordine alla
qualificazione giuridica dei fatti e al diniego della concessione delle circostanze
attenuanti generiche di cui all’art. 62-bis cod. pen.
3.4. Domenico Russo, a mezzo del suo difensore, denuncia il vizio di
motivazione, non avendo i Giudici di merito valutato tutti gli elementi a loro
disposizione ed in particolare l’ampia confessione resa dall’imputato per
concedere la diminuzione ex art. 62-bis cod. pen. nella massima estensione.
Rileva infine l’avvenuta prescrizione del reato contestato.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. I ricorsi, per le ragioni di seguito indicate, sono da ritenersi inammissibili.
2. Manifestamente infondata è la censura proposta dai ricorrenti relativa alla
qualificazione giuridica dei fatti loro ascritti.
2.1. In ordine alla distinzione tra peculato e truffa aggravata, i ricorrenti
confondono infatti quella che è la condotta materiale del delitto di peculato
(l’appropriazione) con la necessaria relazione che deve sussistere tra la res,
oggetto di appropriazione, e l’agente (il possesso o la disponibilità per ragioni di
ufficio o servizio).
Orbene, la condotta appropriativa si realizza con l’inversione del titolo del
possesso nel pubblico ufficiale che si comporta ut/ dominus (tra tante, Sez. 6, n.
13038 del 10/03/2016, Bertin, Rv. 266191; Sez. 6, n. 11633 del 22/01/2007,
Guida, Rv. 236146; Sez. 6, n. 6317 del 14/02/1994, Contino, Rv. 198883; Sez.
6, n. 8009 del 10/06/1993, Ferolla ed altro, Rv. 194923) nei confronti di beni nel
suo possesso o disponibilità.
Nella nozione di possesso o disponibilità, secondo un pacifico orientamento
della giurisprudenza di legittimità, rientra non solo la detenzione materiale, ma
anche (e, soprattutto, quando si tratti di denaro pubblico) la disponibilità
giuridica della cosa. In tale ultimo caso, l’agente deve essere in grado, mediante
poteri giuridici conferitigli in virtù dell’ufficio ricoperto, o anche soltanto da prassi
e consuetudini invalse nell’ufficio, di poter esplicare sulla cosa quei
comportamenti che vengono a sostanziare la condotta di appropriazione (tra
tante, Sez. 6, n. 20972 del 04/02/2016, Baghino, Rv. 267088; Sez. 6, n. 7492
del 18/10/2012, dep. 2013, Bartolotta, Rv. 255529; Sez. 6, n. 11633 del
22/01/2007, Guida, Rv. 236146; Sez. 6, n. 4129 del 19/02/1993, Resta, Rv.
194522).
Nel caso in esame, la imputata Perillo, quale responsabile del servizio
ragioneria del Comune, aveva la disponibilità giuridica del denaro pubblico per
ragioni del suo ufficio, essendo irrilevante la mancanza del materiale possesso.
Quanto all’incidenza delle condotte di falso, queste ultime hanno soltanto
rappresentato la modalità non per conseguire «la disponibilità» della res (già
sussistente in capo all’agente), bensì per occultare l’appropriazione.
Nel caso di maneggio di pubblico danaro, la procedura di pagamento di
spese avviene oramai prevalentemente attraverso l’emissione da parte dei
cosiddetti «ordinatori di spesa» (i funzionari che gestiscono direttamente o su
delega le somme sui capitoli di bilancio o le somme accreditate) di atti dispositivi
diretti alla banca tesoriera, contenenti l’ordine di pagamento, che viene
materialmente eseguito da quest’ultima.
L’emissione dell’ordine di pagamento da parte dell’ordinatore di spesa
presuppone necessariamente una causale, ovvero l’obbligo giuridico dell’ente
pubblico di pagare una determinata somma (che può trovare la sua fonte in un
atto amministrativo, in un contratto o in una sentenza di condanna): nella
procedura di spesa la ricognizione di tale obbligo viene effettuata con
l’assunzione dell’impegno di spesa (per gli enti locali, le cosiddette
«determinazioni», di cui all’art. 183 T.U.E.L.) con apposizione del vincolo sulle
disponibilità finanziarie, che precede la liquidazione del dovuto, la ordinazione e il
pagamento (per gli enti locali, cfr. art. 182 T.U.E.L.).
E’ chiaro quindi che, nel realizzare il peculato, l’ordinatore di spesa, che ha
già la disponibilità giuridica delle somme, deve conferire alla procedura quella
parvenza di legittimità, necessaria per giustificare sul piano formale la spesa e
superare indenne i controlli previsti dalle norme di contabilità pubblica.
In tal senso si è concordemente espressa da tempo la giurisprudenza di
legittimità nel distinguere la condotta di peculato da quella di truffa aggravata,
rinvenendo il tratto distintivo nelle modalità del possesso del denaro o d’altra
cosa mobile oggetto di appropriazione: ricorre la prima fattispecie quando il
pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio se ne appropri avendone già il
possesso o comunque la disponibilità per ragione del suo ufficio o servizio, e
ravvisandosi invece la seconda ipotesi quando il soggetto attivo, non avendo tale
possesso o disponibilità, se lo procuri fraudolentemente, facendo ricorso ad
artifici o raggiri per appropriarsi del bene (tra tante, Sez. 6, n. 15795 del
06/02/2014, Campanile, Rv. 260154; Sez. 6, n. 35852 del 06/05/2008,
Savorgnano, Rv. 241186; Sez. 6, n. 5799 del 21/03/1995, Ummaro, Rv.
201680).
2.2. Non ha fondamento alcuno in modo manifesto la tesi dell’irrilevanza del
peculato a favore di terzi.
Si tratta di prospettazione che dimentica quale è la condotta materiale del
delitto di peculato, che, come in precedenza ricordato, consiste nell’inversione
del titolo del possesso nel pubblico ufficiale, che si comporta uti dominus nei
confronti di beni nel suo possesso o disponibilità.
La norma penale non richiede invero che l’agente tragga personale profitto
dall’attività illecita, essendo sufficiente, come nel caso in esame, che compia
sulla res un atto di disposizione come se la stessa sia di sua proprietà, anche
destinandola, come nel caso in esame, ad un concorrente che se ne impossessi
materialmente (Sez. 6, n. 6317 del 14/02/1994, Contino, Rv. 198883).
3. Il ricorso di Alessandra Perillo, per le restanti censure, è inammissibile.
3.1. Quanto alla censura relativa alle competenze della imputata Perillo,
correlata alla richiesta di qualificazione dei fatti nel reato di abuso d’ufficio, se ne
deve constatare la aspecificità.
La ricorrente in vero non si confronta affatto con le motivazioni della
sentenza impugnata che ha da un lato chiarito le competenze dell’ordinatore di
spesa, alla luce della specifica normativa per gli enti locali, e dall’altro ha
evidenziato gli elementi sintomatici e convergenti del dolo, come sinteticamente
riportato nel paragrafo 3.1. del ritenuto in fatto.
Le critiche finiscono pertanto per non correlarsi con le argomentazioni
riportate dalla decisione impugnata ed incorrere nella loro inammissibilità (tra
tante, Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012, Pezzo, Rv. 253849).
Né è consentito, sempre ai fini della specificità del ricorso, invitare, come nel
caso in esame, la Corte di legittimità all’esame dei motivi di appello, dei quali si
assume l’omessa valutazione, da parte del giudice dell’appello, rinviando
genericamente ad essi, senza indicarne il contenuto, al fine di consentire
l’autonoma individuazione delle questioni che si assumono irrisolte e sulle quali si
sollecita il sindacato di legittimità (tra tante, Sez. 3, n. 35964 del 04/11/2014,
dep. 2015, B, Rv. 26487). L’atto di ricorso deve infatti contenere la precisa
prospettazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto da sottoporre a
verifica.
3.2. Le censure sul trattamento sanzionatorio sono manifestamente
infondate.
La motivazione sulla dosimetria della pena, ancorata dalla Corte di appello
agli elementi indicati nell’art. 133 cod. pen. (gravità dei fatti, pluralità delle
condotte, sistematiche violazione dei doveri, significativo danno pubblico), non
risulta né inadeguata né sostenuta da argomentazioni arbitrarie o illogiche: il che
la rende incensurabile in questa sede (ex muitis, Sez. 3, n. 26908 del
22/04/2004, Ronzoni, Rv. 229298).
D’altra parte, è principio più volte affermato dalla giurisprudenza di
legittimità che non può essere considerato come indice del vizio di motivazione il
diverso trattamento sanzionatorio del caso, che si prospetta come identico,
riservato nel medesimo procedimento ai coimputati, anche se correi, salvo che il
giudizio di merito sia sostenuto da asserzioni irragionevoli o paradossali (ex
multis, Sez. 3, n. 27115 del 19/02/2015, La Penna, Rv. 264020).
Nel caso in esame, il diverso ruolo e la parte decisiva che l’imputata aveva
avuto nella vicenda dell’imputata non rendeva neppure sovrapponibili le posizioni
dei concorrenti.
3.3. Le censure sul diniego delle circostanze di cui all’art. 62-bis cod. pen.
sono prevalentemente aspecifiche, in quanto non si correlano con le
argomentazioni della sentenza impugnata, reiterando pedissequamente i motivi
di appello sul punto, motivatamente disattesi; mentre per il resto si diffondono in
generici richiami alla funzione mitigatrice delle suddette circostanze.
3.4. Manifestamente infondata è la censura relativa all’omesso
riconoscimento del vincolo della continuazione con altri reati oggetto di titoli
pregressi, in quanto si tratta di questione non devoluta al giudice di appello e
pacificamente non rilevabile d’ufficio dal medesimo giudice (tra tante, Sez. 2, n.
10470 del 12/02/2016, Gargano, Rv. 266655; Sez. 2, n. 49436 del 08/10/2013,
Ruci, Rv. 257870; Sez. 2, n. 17077 del 08/02/2011, Biscaro, Rv. 250245; Sez.
4, n. 33403 del 14/07/2008, Cavalieri D’Oro, Rv. 240902).
In vero, il potere riconosciuto al giudice di appello dall’art. 597, comma 5,
cod. proc. pen. di applicare anche di ufficio con la sentenza i benefici degli artt.
163 e 175 cod. pen. ed una o più circostanze attenuanti, è assolutamente
eccezionale, in quanto dettato in deroga al principio generale dell’effetto
devolutivo dell’appello, stabilito dal primo comma dello stesso art. 597, con
conseguente sua inapplicabilità al di fuori dei casi espressamente consentiti.
4. Anche i restanti motivi della ricorrente Rosa Anna Alba Maione non
possono trovare accoglimento per la loro inammissibilità.
4.1. La censura di difetto di motivazione versata nel primo motivo è
manifestamente infondata.
Va ribadito il costante insegnamento, in tema di integrazione delle
motivazioni tra le conformi sentenze di primo e di secondo grado, secondo cui,
se l’appellante si limita alla riproposizione di questioni di fatto o di diritto già
adeguatamente esaminate e correttamente risolte dal primo giudice, o prospetta
critiche generiche, superflue o palesemente infondate, il giudice
dell’impugnazione ben può motivare per relazione (ex multis, Sez. 2, n. 19619
del 13/02/2014, Bruno, Rv. 259929; Sez. 2, n. 30838 del 19/03/2013, Autieri,
Rv. 257056; Sez. 6, n. 28411 del 13/11/2012, dep. 2013, Santapaola, Rv.
256435).
Nel caso in esame, la ricorrente, pur sostenendo di aver proposto al giudice
dell’appello nuovi elementi e argomentazioni difensive, ha in definitiva esposto a
quest’ultimo le stesse questioni già ampiamente e analiticamente esaminate dal
primo giudice (pag. 38-41): ovvero, le tesi dell’errore nell’indicare la delibera di
riferimento nel mandato di pagamento e dell’effettività dell’incarico ricevuto
dall’imputata con altra delibera per la redazione di regolamenti comunali, che
giustificava il mandato di pagamento emesso in suo favore.
Nell’appello, nel riproporre questi stessi argomenti, la ricorrente si era
limitata soltanto a definire «deboli» tutti gli argomenti spesi dal primo giudice
per confutarli, sol perché fondati su prove indirette o logiche.
Ben poteva pertanto, la Corte partenopea, a fronte di censure meramente
ripetitive, ricorrere ad una motivazione per relazione, senza dover ripercorrere
una per una le articolate argomentazioni che già avevano demolito le tesi
difensive.
4.2. Quanto al secondo motivo, vertente sulla erronea qualificazione dei fatti
nel delitto di peculato, con connesso difetto di motivazione, oltre alle
considerazioni già espresse sul tema ai paragrafi 2.1. e 2.2., si deve constatare
la aspecificità delle censure.
La ricorrente non correla infatti le sue critiche con il ragionamento
probatorio esposto dai Giudici di merito, riproponendo la tesi del pagamento
illegittimo, ma non privo di causale, dagli stessi motivatamente confutata.
4.3. L’ultimo motivo è del tutto generico, in quanto la ricorrente non indica
minimamente il contenuto delle doglianze difensive in punto di trattamento
sanzionatorio che risulterebbero non realmente analizzate dalla motivazione della
sentenza impugnata. In tal modo, non consente alla Corte di legittimità
l’autonoma individuazione delle questioni che si assumono irrisolte e sulle quali si
sollecita il sindacato di legittimità (tra tante, Sez. 3, n. 35964 del 04/11/2014,
dep. 2015, B, Rv. 26487).
5. Anche il ricorso di Luigi Cice è affetto da inammissibilità.
5.1. Il ricorrente si diffonde sulla adeguatezza della motivazione della
sentenza impugnata nell’affrontare il gravame di appello sulla questione della
erronea qualificazione del fatto.
Orbene, a parte l’infondatezza manifesta della questione stessa, come già
illustrato nei paragrafi che precedono, che rende il motivo inammissibile, va
ribadito quanto affermato al paragrafo 4.1.
Nell’appello, la difesa dell’imputato aveva infatti contestato: il ruolo avuto da
questi come concorrente nel reato (si era limitato a ritirare le somme per poi
cederle al Serinelli); la qualificazione del peculato, atteso che il falso era stato
strumentale all’impossessamento della res, del quale era privo l’imputato, e che
era stato realizzato dal p.u. a favore del terzo; la mancanza di causale dei
mandati di pagamento.
Sono tutte questioni analiticamente affrontate dal primo giudice e che
l’imputato aveva meramente riproposto al giudice dell’appello, con declinazioni
generiche e perplesse quanto agli aspetti logico-fattuali, e quindi senza alcuna
effettiva critica se non quella del mero dissenso alla decisione.
Su tali motivi di gravame, la motivazione della sentenza impugnata risulta
pertanto del tutto adeguata e rispondente ai criteri da tempo delineati dalla
giurisprudenza di legittimità.
5.2. La critica alla motivazione della sentenza imputata sul punto del diniego
delle circostanze attenuanti generiche di cui all’art. 62-bis cod. pen. risulta
generica, oltre che manifestamente infondata.
In sede di appello, il ricorrente ne aveva invocato la concessione sulla base
dei seguenti rilievi: la collaborazione resa anche con dichiarazioni accusatorie,
tenuto conto anche del diverso trattamento riservato al coimputato Russo, il
ruolo marginale nella vicenda, alla luce delle somme rivenute al Ceci, e la
risalenza dei fatti.
Aspetti questi che il giudice dell’appello ha adeguatamente valutato con
argomenti privi di manifeste illogicità o errori di diritto. In particolare, la corte
territoriale ha ritenuto non significativi gli elementi evidenziati dalla difesa, in
quanto l’ammissione dei fatti riguardava circostanze già acquisite in modo certo,
come evidenziato dal primo giudice, le some oggetto di peculato erano di
importo notevolmente elevato e l’epoca risalente dei fatti non aveva di per sé
rilevanza mitigatrice.
Le critiche versate nel ricorso si limitano a dissentire sulle conclusioni a cui è
pervenuta la sentenza impugnata, ribadendo la rilevanza della ammissione dei
fatti e il diverso trattamento riservato al Russo, ma non spiegando affatto la
illogicità del diverso apprezzamento del giudice dell’appello. In tal modo, il
motivo risulta affetto anche da genericità.
6. Incorre in manifesta infondatezza il ricorso di Domenico Russo.
6.1. Come già aveva evidenziato la Corte territoriale, la diminuzione per
l’effetto del riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche di cui all’art.
62 -bis cod. pen. era stata già concessa nella massima estensione possibile (p.b.
anni quattro di reclusione, pena finale anni due e mesi otto di reclusione).
6.2. In ordine alla eccepita prescrizione del reato, deve osservarsi che,
anche a voler solo considerare le sospensioni dichiarate dal primo giudice pari al
periodo di 558 giorni, il reato contestato all’imputato, commesso in un periodo a
far data dal 22 gennaio 2002, non si era prescritto (e neppure lo deduce il
ricorrente) alla data del 24 ottobre 2014, in cui fu pronunciata la sentenza
impugnata.
Deve ritenersi quindi inammissibile la richiesta di declaratoria dell’estinzione
del reato per la intervenuta prescrizione maturata in data successiva alla
pronuncia della sentenza di appello (cfr. da ultimo, Sez. U, n. 12602 del
17/12/2015, dep. 2016, Ricci, Rv. 266818).
7. Conclusivamente, per le considerazioni su esposte, i ricorsi devono essere
dichiarati inammissibili, con la conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento
delle spese processuali e, ciascuno, al versamento alla cassa delle ammende di
una somma che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo quantificare
nella misura di euro 1.500.
Segue altresì la condanna dei ricorrenti in solido al pagamento in favore alla
rifusione delle spese di rappresentanza di questo grado in favore della parte
civile, Comune di San Tammaro, liquidate nel dispositivo.
P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle
spese processuali e ciascuno a quello della somma di euro 1.500 in favore della
cassa delle ammende. Condanna altresì i ricorrenti in solido alla rifusione delle
spese di rappresentanza di questo grado in favore della parte civile, Comune di
San Tammaro, che si liquidano in euro 2.500, oltre spese generali, IVA e CPA.
Così deciso il 27/09/2016.

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