Cassazione Penale – Cassazione Penale 20/12/2016 N° 53974

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 20/12/2016

Numero: 53974

Testo completo della Sentenza Cassazione penale – Cassazione penale 20/12/2016 n° 53974:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

SENTENZA
sui ricorsi proposti da
1. FREDA Giuseppe, nato ad Avellino il 11/02/1962;
2. GABRIELI Amedeo Alberto, nato a Frigento il 23/04/1952;
3. GALLUCCIO Sergio, nato ad Avellino il 15/01/1966;
4. MARCIANO Vincenzo, nato ad Avellino il 09/05/1959
avverso l’ordinanza del 27/05/2016 del Tribunale di Napoli
visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal consigliere Antonio Corbo;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Delia Cardia, che
ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito l’avvocato Gerardo De Martino, nell’interesse del Gabrieli, che ha chiesto
l’accoglimento del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza emessa in data 27 maggio 2016, il Tribunale del riesame
di Napoli ha confermato il provvedimento con cui il Giudice per le indagini
preliminari del Tribunale di Avellino aveva disposto, per quanto di interesse in
questa sede, l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari nei
confronti di Amedeo Alberto Gabrieli e quella del divieto di dimora nel comune di
Avellino nei confronti di Sergio Galluccio, Vincenzo Marciano e Giuseppe Freda,
ritenendo sussistenti gravi indizi di colpevolezza, a carico del primo, per i reati di
corruzione e di peculato e, a carico degli altri, per il reato di corruzione, nonché,
in relazione a tutti i precisati indagati, sebbene con diversa intensità, il pericolo
di recidiva.
In particolare, il Tribunale ha ritenuto la sussistenza dei gravi indizi di
colpevolezza: a) in relazione a plurimi fatti di corruzione, per avere il Gabrieli,
quale amministratore unico della Azienda Città Servizi s.r.I., società in house del
Comune di Avellino, affidato e prorogato, al di fuori di ogni procedura di gara,
contratti di forniture di manodopera per lo svolgimento di servizi comunali, alle
cooperative o.n.l.u.s “C.C.S.E.”, facente capo, in particolare, al Galluccio ed al
Marciano, “Qua La Mano”, di cui era amministratore di fatto e dominus il Freda,
nonché “La Casa sulla Roccia” e “Demetra”, di cui era presidente Mauro Aquino,
nonché per avere il medesimo indagato omesso di rilevare le infrazioni e le
irregolarità addebitabili alle precisate cooperative nell’ambito dei rapporti
contrattuali, in cambio dell’indicazione di nominativi di persone da avviare al
lavoro, tra i quali quelli di Luciana Giugliano, a lui legata da rapporti
sentimentali, di Ugo Rubicondo, figlio della Giugliano, e Albero Negrone, fatti
accertati negli anni 2014 e 2015; b) in relazione a plurimi fatti di peculato, per
essersi il Gabrieli, nella qualità appena indicata, appropriato (1) di autovetture
aziendali, utilizzandole o facendole utilizzare a terzi, fino al luglio 2015,
ripetutamente ed anche per più giorni consecutivi, ed imputando all’ente da lui
gestito le spese per carburante e multe, (b) di un televisore aziendale del valore
di acquisto di 699 euro, installandolo nel marzo del 2010 nella propria
abitazione, (c) di tre biciclette aziendali a pedalata assistita, utilizzandone a fini
privati una personalmente e mettendo le altre due a disposizione della precisata
Giugliano e di Raffaele Matarazzo, tra il maggio 2014 ed il maggio 2015, (d) di
apparecchi Telepass in dotazione ad autovetture dell’azienda, impiegandoli o
facendoli impiegare a terzi, come il cognato Carmine Ciccarone, in tre occasioni,
fino all’agosto 2011, (e) di importi di denaro esistenti su conti correnti aziendali,
prelevandoli per fini privati mediante l’utilizzo di una carta di credito aziendale
per oltre 2.000 euro, tra il maggio 2011 ed il dicembre 2014, o mediante
addebito alla società di spese personali e familiari per oltre 1.300 euro, fino al
luglio 2011.
2. Hanno presentato ricorso per cassazione avverso l’ordinanza indicata in
epigrafe l’avvocato Gerardo Di Martino, quale difensore di fiducia del Gabrieli,
l’avvocato Alberico Villani, quale difensore di fiducia del Galluccio e del Marciano,
e l’avvocato Gaetano Aufiero, quale difensore di fiducia del Freda.
Ha inoltre presentato motivi nuovi l’avvocato Di Martino, nell’interesse del
Gabrieli.
3. Il ricorso proposto nell’interesse del Gabrieli è articolato in cinque motivi.
3.1. Nel primo motivo, si lamenta violazione di legge, in riferimento all’art.
274, comma 1 lett. c), cod. proc. pen., nonché vizio di motivazione, a norma
dell’art. 606, comma 1, lett. c) ed e), cod. proc. pen., avendo riguardo alla
sussistenza delle esigenze cautelari.
Si deduce che vi è difetto di concretezza e di attualità in ordine al pericolo di
recidiva. L’ordinanza impugnata non ha correttamente valutato che il Sindaco del
comune di Avellino aveva nominato un nuovo amministratore unico della società
in house Azienda Città Servizi s.r.l. in sostituzione del Gabrieli in data 17 maggio
2016 proprio a causa delle vicende emerse in sede penale, che il coindagato
Aquino si era dimesso da Presidente dell’associazione “La Casa sulla Roccia” e
“Demetra”, e che la o.n.l.u.s. “Qua La Mano”, gestita dal coindagato Freda,
aveva cessato l’attività con cancellazione dall’Albo. Queste circostanze avrebbero
dovuto condurre ad un diverso risultato in relazione alla sussistenza del pericolo
di recidiva anche perché i reati contestati al Gabrieli sono «reati funzionali
propri».
3.2. Nel secondo motivo, si lamenta violazione di legge, in riferimento agli
artt. 273 cod. proc. pen. e 314 cod. pen., nonché vizio di motivazione, a norma
dell’art. 606, comma 1, lett. b), c), ed e), cod. proc. pen., avendo riguardo alla
sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato di peculato ascritto
per l’appropriazione del televisore aziendale.
Si deduce che il tribunale del riesame non ha fornito alcuna spiegazione in
ordine alla ritenuta inidoneità delle giustificazione fornite dal ricorrente. La
difesa, invero, attraverso specifiche allegazioni, aveva rappresentato che il
televisore, abilitato al collegamento internet, era stato acquistato per
monitorare, attraverso apposito servizio G.P.S., le aree di lavoro e gli
spostamenti dei cd. “vigilini” della Azienda Città Servizi s.r.l. addetti alla
sorveglianza delle aree di parcheggio, e che l’apparecchio era stato portato a
casa del Gabrieli per consentire all’indagato di effettuare il monitoraggio dei
dipendenti anche dal proprio domicilio.
3.3. Nel terzo motivo, si lamenta violazione di legge, in riferimento agli artt.
273 cod. proc. pen. e 314 cod. pen., nonché vizio di motivazione, a norma
dell’art. 606, comma 1, lett. b), c), ed e), cod. proc. pen., avendo riguardo alla
sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato di peculato ascritto
per il prelievo di somme della società in house anche mediante l’utilizzo della
carta di credito aziendale.
Si deduce che il tribunale del riesame ha omesso di considerare che il
denaro prelevato era in realtà del Gabrieli e non della Azienda Città Servizi s.r.l.
Si era infatti documentato, mediante produzione dei modelli 770, che il Gabrieli,
nonostante un compenso stabilito per gli anni 2010, 2011 e 2012 pari ad euro
80.300 annui, aveva percepito emolumenti per importi nettamente inferiori, con
un saldo favorevole al comune di Avellino, per il periodo 2010/2012, pari a
61.783 euro, ossia per una somma enormemente superiore a quelle indicate
nelle contestazioni come indebitamente prelevate. Inoltre, dai bilanci della
Azienda Città Servizi s.r.I., risultava che l’indagato: a) nell’anno 2010, a fronte di
spese per 403,80 euro che si assumono indebite, non aveva ritirato 11.169,00
euro per compensi a lui spettanti quale amministratore, ed aveva procurato
all’ente un utile di esercizio pari a 84.026,00 euro; b) nell’anno 2011, a fronte di
spese per 2.229,50 euro che si assumono indebite, non aveva ritirato 4.269,00
euro per compensi a lui spettanti quale amministratore, ed aveva procurato
all’ente un utile di esercizio pari a 71.261,00 euro; c) nell’anno 2012, a fronte di
spese per 511,00 euro che si assumono indebite, non aveva ritirato 3.209,00
euro per compensi a lui spettanti quale amministratore, ed aveva procurato
all’ente un utile di esercizio pari a 62.319,00 euro. A fronte di queste produzioni
documentali, è illegittima l’affermazione dell’ordinanza impugnata secondo cui «i
bilanci di certo non fungono di per sé da attestazione di legittimità delle voci
contabili contenute». Inoltre, il Tribunale non aveva tenuto in alcuna
considerazione che una riprova della correttezza del comportamento del Gabrieli
derivava dall’esame complessivo dei suoi comportamenti: i prelievi erano stati
fatti fino al 2012, ossia fino a quando parte dei compensi non erano stati
prelevati; quando, a partire dal 2013, i compensi dell’amministratore erano stati
dimezzati, egli non potendo utilizzare giacenze di sua spettanza, si era astenuto
da ulteriori prelievi.
3.4. Nel quarto motivo, si lamenta violazione di legge, in riferimento agli
artt. 273 cod. proc. pen. e 314 cod. pen., nonché vizio di motivazione, a norma
dell’art. 606, comma 1, lett. b), c), ed e), cod. proc. pen., avendo riguardo alla
sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato di peculato ascritto
per l’utilizzo delle autovetture e biciclette aziendali.
Si deduce che il tribunale del riesame non ha compreso, né correttamente
valutato gli elementi prodotti dalla difesa. In particolare, le autovetture e le
biciclette aziendali erano funzionalmente destinate a consentire agli operai delle
cooperative di spostarsi da una edificio da pulire all’altro o da un’area da pulire
all’altra, come evidenziava, in particolare il contratto stipulato da Azienda Città
Servizi s.r.l. con la o.n.l.u.s. “Qua La Mano”. L’ordinanza, a fronte del testo del
contratto, il quale prevedeva che «La fornitura dell’attrezzatura e del materiale
per il servizio sono a totale carico dell’A.C.S.», ha affermato, in contrasto con la
lingua italiana, che l’autovettura o la bicicletta elettrica siano qualificabili come
«attrezzatura». Del resto, il descritto utilizzo dei beni aziendali implicava, ad
avviso della difesa, «la migliore e compiuta realizzazione dei servizi (pubblici) di
pulizia e verde della Città». Né può essere addebitabile al Gabrieli la decisione
della Giugliano di consentire alla figlia di utilizzare la bicicletta con pedalata
assistita, raccomandandole di togliere il «cartellino» dal quale risultava
l’appartenenza del veicolo alla Azienda Città Servizi s.r.l.
3.5. Nel quinto motivo, si lamenta violazione di legge, in riferimento agli
artt. 273 cod. proc. pen. e 319 cod. pen., nonché vizio di motivazione, a norma
dell’art. 606, comma 1, lett. b), c), ed e), cod. proc. pen., avendo riguardo alla
sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato di corruzione.
Si deduce che l’ordinanza impugnata addebita al Gabrieli la gestione
“privatistica” ed in una logica di “scambio” delle funzioni pubblicistiche esercitate
alla volontà di affermare il proprio «potere clientelare attraverso l’assunzione di
persone che avrebbero assicurato il potere politico-sociale nel piccolo centro di
Avellino», pur in assenza di qualunque elemento idoneo a sostenere l’assunto. In
particolare, non solo il Gabrieli non è un politico, ma, come risulta dalla
documentazione puntualmente depositata davanti al Tribunale di Napoli, le
persone assunte dalle cooperative sono tutte persone sulla soglia della povertà,
e tutti gli operai, ivi compresi la Giugliano, il Rubicondo ed il Negrone, furono
selezionati dall’agenzia di lavoro interinale Adecco, e solo dopo di ciò inviati alla
Azienda Città Servizi s.r.l. Inoltre, il giudice del riesame non tiene conto del fatto
che il Giudice per le indagini preliminari ha escluso la sussistenza della gravità
indiziaria con riferimento all’unica contestazione di corruzione elettorale ex art.
86 d.P.R. n. 570 del 1960.
4. I motivi nuovi sono formulati con contestuale dichiarazione di interesse
alla pronuncia ex art. 314, comma 2, cod. proc. pen., sottoscritta anche
dall’indagato Gabrieli, ai fini del successivo esercizio dell’azione di accertamento
del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione, attesa le revoca della misura
cautelare per difetto delle esigenze di cui all’art. 274 cod. proc. pen. con
provvedimento del Tribunale di Avellino in data 30 settembre 2016.
Detti motivi sviluppano le doglianze concernenti la configurabilità del delitto
di corruzione.
Si deduce, innanzitutto, che manca qualunque accertamento in ordine alla
stipulazione di accordi corruttivi. A tal fine, si ribadisce, con puntualizzazioni, che
il Gabriel’ non era persona inserita nell’ambiente politico, che tutti i lavoratori
delle cooperative erano stati selezionati a tal fine dall’agenzia ADECCO già nel
2010, ossia in epoca ben lontana dalla data indicata nelle contestazioni, facenti
riferimento agli anni 2014 e 2015, e che gli stessi versavano in condizioni
economiche di disagio; si evidenzia, inoltre, che le o.n.l.u.s. «per definizione»
non ricavavano alcun profitto dall’attività svolta. Si evidenzia, poi, che
scarsamente concludente, in ordine all’esistenza di un accordo illecito, è l’indizio
costituito dalla dazione di una utilità corrisposta a terzi o, comunque, di una
dazione priva di utilità patrimoniale per il presunto corrotto.
Si rileva, poi, che il conferimento degli incarichi da parte di Azienda Città
Servizi s.r.l. alle o.n.l.u.s. non può costituire il «prezzo» (meglio: l’utilità) della
corruzione, posto che le cooperative non hanno scopo di lucro e l’ente pubblico
versava alle stesse esclusivamente gli importi occorrenti per retribuire l’attività
svolta nell’interesse della cittadinanza di Avellino. Quindi anche a voler ritenere
sussistente a carico del Gabrieli l’indizio costituito dalla volontà affermare il
proprio potere politico-clientelare, gli affidamenti dei servizi alle o.n.l.u.s. non
costituivano un’utilità economica diretta né per il ricorrente, né per le
cooperative.
Si contesta, ancora, il vizio di motivazione in ordine alla prova dell’esistenza
di un nesso causale tra il compimento dell’atto contrario ai doveri di ufficio da
parte del soggetto munito di qualifica pubblicistica e la prestazione dell’utilità da
parte del privato, nonché l’accettazione della stessa da parte del pubblico
ufficiale. Non solo l’erogazione di una utilità non patrimoniale è indizio non
risolutivo a tal fine, ma il tribunale del riesame valorizza il contenuto di
un’intercettazione ambientale eseguita il 25 maggio 2015, nonostante questa sia
stata utilizzata dal G.i.p. per escludere la sussistenza del reato di corruzione
elettorale ex art. 86 d.P.R. n. 570 del 1960, ed attenga non all’assunzione presso
una cooperativa, ma all’inserimento in un percorso formativo alla Regione
Campania per 500,00 euro al mese.
5. Il ricorso proposto nell’interesse del Galuccio e del Marciano è formulato
in quattro motivi.
5.1. Nel primo motivo, si lamenta violazione degli artt. 273, 63, 197 e 199
cod. proc. pen., a norma degli artt. 311 e 606 cod. proc. pen., avendo riguardo
alla ritenuta utilizzabilità delle dichiarazioni rese da Maria Stingo.
5.2. Nel secondo motivo, si lamenta violazione dell’art. 273 cod. proc. pen.,
a norma degli artt. 311 e 606 cod. proc. pen., avendo riguardo alla ritenuta
configurabilità di un quadro gravemente indiziario a carico del Galluccio e del
Marciano.
5.3. Nel terzo motivo, si lamenta violazione dell’art. 274 cod. proc. pen., a
norma degli artt. 311 e 606 cod. proc. pen., avendo riguardo alla ritenuta
sussistenza delle esigenze cautelari.
5.4. Nel quarto motivo, si lamenta violazione degli artt. 274 e 275 cod. proc.
pen., a norma degli artt. 311 e 606 cod. proc. pen., avendo riguardo ad idoneità
e proporzionalità della misura cautelare applicata.
6. Il ricorso proposto nell’interesse del Freda è formulato in un unico motivo,
nel quale si lamenta vizio di motivazione in relazione all’art. 274, comma 1, lett.
c), cod. proc. pen., a norma dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen.,
avendo riguardo alla ritenuta sussistenza delle esigenze cautelari.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. I ricorsi proposti nell’interesse di Sergio Galluccio, Vincenzo Marciano e
Giuseppe Freda sono attinti da sopravvenuta carenza di interesse, a differenza di
quello presentato nell’interesse di Amedeo Alberto Gabrieli, che però concerne
motivi infondati.
2. Nei confronti dei quattro ricorrenti sopra precisati, in pendenza del
presente ricorso, è stata disposta la revoca della misura cautelare.
2.1. Costituisce principio consolidato, enunciato anche dalle Sezioni Unite,
quello secondo cui il giudice dell’impugnazione è tenuto a pronunciarsi su un
ricorso proposto avverso un provvedimento cautelare personale nelle more
revocato o divenuto inefficace solo se vi sia, e sia espressamente dedotto, uno
specifico interesse del ricorrente; tale interesse può essere costituito
dall’intenzione della parte servirsi dell’eventuale pronuncia favorevole ai fini della
richiesta di riparazione dell’ingiusta detenzione (per queste conclusioni, in
termini estremamente rigorosi, Sez. U, n. 7931 del 16/12/2010, dep. 2011,
Testini, Rv. 249002, nonché, successivamente, Sez. 6, n. 19217 del 21/03/2013,
Cionfrini, Rv. 255135).
2.2. I ricorrenti Sergio Galluccio, Vincenzo Marciano e Giuseppe Freda, che
avevano presentato ricorso allorché erano sottoposti alla misura dell’obbligo di
dimora, non hanno rappresentato, dopo la cessazione del vincolo coercitivo
personale, neppure in termini di mera allegazione, alcuno specifico interesse alla
decisione sull’impugnazione da essi proposta davanti a questa Corte.
Ne consegue che la revoca della misura cautelare nei confronti del Galluccio,
del Marciano e del Freda ha determinato la sopravvenuta carenza di interesse
per gli stessi alla decisione del ricorso.
2.3. Il ricorrente Amedeo Alberto Gabrieli, invece, nell’atto contenente i
motivi aggiunti, ha dichiarato espressamente e personalmente il proprio
interesse alla decisione del ricorso, ai fini del successivo esercizio dell’azione di
accertamento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione, in
considerazione della revoca della misura per difetto delle esigenze cautelari.
Ne consegue il dovere per questa Corte di pronunciarsi sull’impugnazione,
ovviamente con riferimento ai soli profili attinenti la configurabilità dei gravi
indizi di colpevolezza, posto che l’eventuale insussistenza delle esigenze cautelari
non può comunque fondare il diritto all’equa riparazione per ingiusta detenzione,
atteso quanto previsto dall’art. 314, comma 2, cod. proc. pen. Si procederà,
pertanto, all’esame delle censure formulate nel secondo, nel terzo, nel quarto e
nel quinto motivo di ricorso nonché nei motivi aggiunti, attenendo le stesse alla
configurabilità dei gravi di indizi di colpevolezza dei delitti di peculato e di
corruzione a carico del Gabrieli; non saranno sottoposte a scrutinio le doglianze
esposte nel primo motivo di ricorso, concernendo queste ultime il profilo delle
esigenze cautelari.
3. Il secondo ed il quarto motivo possono essere esaminati congiuntamente,
in quanto prospettano questioni omogenee, relative alla configurabilità del delitto
di peculato in relazione a beni mobili diversi dal denaro (nel caso di specie, una
televisione, nonché autovetture e biciclette aziendali), e che il ricorso asserisce
utilizzati in linea con le esigenze e gli obblighi aziendali.
3.1. Secondo un indirizzo della giurisprudenza di legittimità, costituisce
peculato, e non già peculato d’uso, il reiterato utilizzo di un bene per finalità
attinenti alla vita privata (così, con riferimento all’autovettura di servizio, Sez. 6,
n. 13038 del 10/03/2016, Bertin, Rv. 266191, nonché con riferimento ad una
radiotrasmittente, Sez. 6, n. 16381 del 21/03/2013, Apruzzese, Rv. 254709;
cfr., inoltre, Sez. 6, n. 46061 del 17/09/2014, Caropreso, Rv. 260818, la quale
esplicitamente puntualizza che occorre distinguere tra l’uso del veicolo improprio,
ma non in contrasto con disposizioni normative, che, come tale, non configura
appropriazione, e l’uso del veicolo per motivi personali e privati, che invece
integra la fattispecie di peculato).
Questo indirizzo – il quale, più che contrastare, opera un distinguo rispetto
all’orientamento secondo cui la reiterazione delle condotte di utilizzo indebito
dell’autovettura di servizio configura il delitto di peculato d’uso continuato (in tal
senso v. Sez. 6 n. 14040 del 29/01/2015, Soardi, Rv.262974, e Sez. 6, n. 39770
del 27/05/2014, Giordano, Rv. 260458) – deve essere condiviso quando il bene
di proprietà pubblica è gestito con criteri personalistici, per un periodo
prolungato ed al di fuori di ogni controllo, fino al punto che non è più possibile
stabilire se, e in che misura, la cosa rimanga ancora destinata a finalità
pubblicistiche. Ed infatti, l’art. 314, secondo comma, cod. pen., delimita l’ambito
applicativo della fattispecie del peculato d’uso a situazioni contingenti ed
occasionali, individuandone l’operatività «quando il colpevole ha agito al solo
scopo di fare uso momentaneo della cosa, e questa, dopo l’uso momentaneo, è
stata immediatamente restituita»: ora, non può certo parlarsi di «uso
momentaneo della cosa», se questa è utilizzata per un consistente periodo di
tempo per finalità extra-istituzionali, ed al di fuori di ogni controllo sulla sua
destinazione pubblicistica. Del resto, può aggiungersi che l’uso prolungato ed
arbitrario di un bene per sua natura deperibile, o comunque soggetto ad
obsolescenza, comporta l’azzeramento o una fortissima decurtazione del valore
economico dello stesso: detta condotta, allora, di fatto, corrisponde ad una
sostanziale appropriazione del valore del bene, e, quindi, della stessa cosa,
intesa come res economicamente valutabile.
3.2. Nella vicenda in esame, il Tribunale del riesame ha evidenziato che i
beni aziendali – precisamente: la televisione, le biciclette dotate di pedalata
assistita e le autovetture – erano assegnati dal Gabrieli a sé o a terzi non
occasionalmente, e spesso per periodi di tempo prolungati e continuativi, in
assenza di qualunque atto pubblico di destinazione o concessione in uso, ed al di
fuori di qualunque criterio predeterminato.
L’ordinanza, inoltre, ha spiegato perché non possono qualificarsi come
“attrezzature”, che, per effetto delle convenzioni, la società in house “Azienda
Città Servizi” si impegnava a mettere a disposizione delle cooperative, né
l’autovettura, utilizzata anche per recarsi in località di villeggiatura in periodo
estivo a centinaia di chilometri di distanza da Avellino, né le biciclette dotate di
pedalata assistita, una delle quali detenuta stabilmente da Luciana Giugliano,
legata da rapporti sentimentali con il ricorrente e dipendente della cooperativa
“Qua La Mano”. Il giudice del riesame, infatti, ha chiarito che i veicoli in
questione sono beni estranei alla nozione di “attrezzatura” non solo in linea di
principio, ma anche alla luce delle specifiche clausole contenute nelle convenzioni
tra la “Azienda Città Servizi” e le cooperative; in particolare, il contratto con la
cooperativa “Qua La Mano” prevedeva esplicitamente che «il materiale fornito
sarà per un massimo di € 50,00 (euro cinquanta) mensili», con «pagamento,
subordinato alla presentazione del DURC e fatture, mensilmente, salvo
decurtazione per eventuali danni arrecati », e, quindi, aveva ad oggetto beni
di consistenza diversa da un’automobile o da una bicicletta.
La motivazione esposta è immune da vizi logici o giuridici. Invero, le
condotte descritte dal Tribunale del riesame, e prima ancora dal Giudice per le
indagini preliminari di Avellino nell’ordinanza genetica espressamente richiamata
dal provvedimento impugnato in questa sede, offrono la rappresentazione di un
uso non «momentaneo», bensì prolungato, arbitrario e privatistico delle cose
mobili in questione (televisione, autovetture, biciclette), tale da rendere
impalpabile, o da eliminare del tutto, la destinazione pubblicistica delle stesse.
4. Il terzo motivo attiene alla configurabilità del delitto di peculato in
relazione al denaro della società Azienda Citta Servizi, anche mediante l’utilizzo
della carta di credito aziendale, e che il ricorso afferma fosse, per gli importi in
contestazione, di spettanza del Gabrieli.
4.1. E’ utile premettere, sebbene non contestato nel ricorso, che l’uso della
carta di credito aziendale per finalità extraistituzionali integra il delitto di
peculato (cfr., tra le tante, Sez. 6, n. 34440 del 07/06/2016, Limone, non mass.,
nonché Sez. 6, n. 6405 del 12/11/2015, dep. 2016, Minzolini, mass. per altro), e
che tale conclusione non sembra controvertibile in quanto, attraverso la condotta
in questione, l’agente viene ad utilizzare per scopi privati somme di denaro, e
quindi ad appropriarsi delle stesse.
Deve poi aggiungersi che, secondo l’insegnamento giurisprudenziale
consolidato, condiviso dal Collegio, l’appropriazione di denaro pubblico non è
consentita neppure per soddisfare un diritto di credito dell’agente nei confronti
della pubblica amministrazione, perché tale condotta, pur non aggredendo
direttamente il patrimonio di questa, è comunque lesiva dell’ulteriore interesse
tutelato dall’art. 314 cod. pen., che si identifica nella legalità, imparzialità e buon
andamento del suo operato (così Sez. U, n. 38691 del 25/06/2009, Caruso, Rv.
244190; nello stesso senso, tra le altre, in precedenza, Sez. 6, n. 8009 del
10/06/1993, Ferolla, Rv. 194922, e, più di recente, Sez. 6, n. 20940 del
22/02/2011, Gentile, Rv. 250055).
4.2. Nella vicenda in esame, l’ordinanza impugnata ha evidenziato che il
ricorrente, con nota protocollata, aveva stabilito «di destinare parte del proprio
compenso, per il raggiungimento di tali scopi [sviluppo servizi della mobilità
cittadina, multimedialità in genere, attività esterne, sponsorizzazioni, decoro
urbano, ecc.] nella misura di € 30.000 annui (euro trentamila annui). I settori ed
i termini di intervento saranno, a mio insindacabile giudizio, di volta in volta
indicati ». Ha poi osservato che, attraverso una carta di credito aziendale,
erano state utilizzate disponibilità presenti su conti correnti della società in house
Azienda Città Servizi per pagare spese di soggiorno, anche in località turistiche,
per sé e per propri familiari (in particolare, moglie e cognato), ovvero per
corrispondere il premio annuale relativo all’assicurazione dell’autovettura della
cognata, oppure ancora per acquistare cappelli da donna e borselli; altre spese
per soggiorni in località turistiche ovvero per pedaggi autostradali erano state
effettuate mediante risorse esistenti su conti correnti aziendali, previo rilascio di
fatture intestate alla precisata società, ovvero mediante l’utilizzo di tessera
viacard. Ha quindi escluso che il denaro pubblico possa essere gestito «ad
insindacabile giudizio» del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio.
E’ molte indicato nello stesso ricorso che le “destinazioni” dal Gabrieli alla società
di parte dei propri compensi erano cessate dopo il 2012 a causa della riduzione
degli emolumenti a lui corrisposti.
Le conclusioni dell’ordinanza impugnata risultano corrette anche in relazione
agli addebiti in questione.
Innanzitutto, infatti, la cessione di somme costituenti parte dei propri
compensi, da un punto di vista giuridico, non poteva comportare l’immissione del
denaro in una sorta di “limbo”, in forza del quale gli importi finivano sui conti
aziendali, ma erano ancora appartenenti al patrimonio personale
dell’amministratore: invero, il denaro, in quanto cosa fungibile, nel momento in
cui confluiva sulle giacenze intestate alla società, diventava formalmente di
spettanza di quest’ultima; d’altro canto, l’operazione non era nemmeno
fiscalmente neutra, posto che, se le somme fossero state formalmente indicate
come compensi percepiti dal ricorrente, lo stesso avrebbe dovuto pagare
personalmente le imposte dirette secondo l’aliquota prevista per i suo redditi.
Inoltre, la cessione delle somme era dichiaratamente finalizzata al
raggiungimento di scopi sociali, ma questi certamente non erano ravvisabili in
relazione alle spese sostenute dal ricorrente per sé o per i propri familiari per
pranzi, cene o soggiorni in località di villeggiatura. In sintesi, allora, può dirsi,
alla luce delle risultanze indicate dal giudice del riesame, che il ricorrente,
allorché effettuava i pagamenti precedentemente descritti, non gestiva somme
proprie, ma somme dell’Azienda Città Servizi, ed operava così, anche a voler
ritenere sussistente una sua ragione di credito verso la società, una
compensazione, come tale penalmente rilevante a norma dell’art. 314 cod. pen.;
inoltre, è altamente opinabile proprio l’esistenza di un titolo per operare la
compensazione, posto che la messa a disposizione di quella parte del proprio
compenso che restava appostata sui conti aziendali era comunque
dichiaratamente finalizzata al perseguimento di scopi “sociali”.
Per completezza, deve aggiungersi che l’ipotesi dell’impiego di risorse
personali “lasciate” nelle casse della società non è nemmeno formulabile con
riferimento alle spese effettuate in data 17 dicembre 2014, in relazione
all’acquisto di undici cappelli da donna e di un borsello, per un importo pari
complessivamente a 780,00 euro: questi acquisti, infatti, sono di ben due anni
successivi alle “destinazioni” all’ente delle quote di compensi di spettanza del
ricorrente.
5. Il quinto motivo ed i motivi nuovi, infine, si riferiscono al delitto di
corruzione, e contestano la configurabilità del quadro gravemente indiziario.
5.1. La prova della commissione di un reato, e quindi anche del delitto di
corruzione, può sicuramente essere raggiunta attraverso indizi, per effetto del
disposto dell’art. 192, comma 2, cod. proc. pen. E’ vero, poi, che non tutti gli
indizi hanno la medesima gravità e precisione, e che, in particolare, la dazione di
un’utilità a soggetti diversi dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico
servizio cui è imputabile l’atto oggetto di mercimonio costituisce indizio che ha, o
meglio può avere, un’efficacia dimostrativa inferiore ad altri. Tuttavia, è compito
del giudice di merito stabilire se gli indizi acquisiti abbiano complessivamente la
capacità di dare evidenza della sussistenza del fatto di reato, trattandosi di
problema attinente alla valutazione della prova: il giudice di legittimità può solo
verificare se l’apprezzamento effettuato dal giudice di merito in proposito abbia
rispettato i criteri fissati dall’art. 192, comma 2, cod. proc. pen., e non debba
ritenersi apparente, apodittico o manifestamente illogico, ma non anche
rivalutare gravità, precisione e concordanza degli indizi, in quanto ciò
comporterebbe inevitabilmente apprezzamenti riservati al giudice di merito (così,
ad esempio, Sez. 5, n. 4663 del 10/12/2013, dep. 2014, Larotondo, Rv. 258721,
nonché Sez. 1, n. 42993 del 25/09/2008, Pipa, Rv. 241826; cfr., inoltre, Sez. 1,
n. 18118 del 11/02/2014, Marturana, Rv. 261992, Sez. 1, n. 48320 del
12/11/2009, Durante, Rv. 245880, e Sez. 6, n. 31706 del 07/03/2003, Abbate,
Rv. 228401, secondo le quali il controllo della Corte di cassazione sulla
valutazione della prova indiziaria non può estendersi al sindacato sulla scelta
delle massime di esperienza, ma deve fermarsi alla verifica dell’eventuale ricorso
nella decisione a mere congetture invece che a massime di esperienza). Nel
compiere il sindacato sulla tenuta logica della motivazione fondata su una prova
indiziaria, inoltre, il giudice di legittimità deve tener conto che il requisito della
molteplicità, da cui discende una valutazione di concordanza, e quello della
gravità sono tra loro collegati e si completano a vicenda, nel senso che, in
presenza di indizi poco significativi, può assumere rilievo l’elevato numero degli
stessi, quando una sola possibile è la ricostruzione comune a tutti, mentre, in
presenza di indizi particolarmente gravi, può essere sufficiente un loro numero
ridotto per il raggiungimento della prova del fatto (così Sez. 5, n. 16397 de
21/02/2014, Maggi, Rv. 259552).
I limiti in questione, ancora, sono a maggior ragione evidenti quando
l’accertamento abbia ad oggetto i gravi indizi di colpevolezza. Invero, secondo
l’insegnamento giurisprudenziale consolidato, condiviso dal Collegio,
l’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza ex art. 273 cod. proc. pen. è
rilevabile in cassazione soltanto se si traduce nella violazione di specifiche norme
di legge od in mancanza o manifesta illogicità della motivazione, risultante dal
testo del provvedimento impugnato, in quanto il controllo di legittimità non
concerne né la ricostruzione dei fatti, né l’apprezzamento del giudice di merito
circa l’attendibilità delle fonti e la rilevanza e concludenza dei dati probatori,
onde sono inammissibili quelle censure che, pur investendo formalmente la
motivazione, si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione di
circostanze già esaminate dal giudice di merito (così Sez. F, n. 47748 del
11/08/2014, Contarini, Rv. 261400; nello stesso senso, tra le altre, Sez. 3, n.
40873 del 21/10/2010, Merja, Rv. 248698).
5.2. Nella vicenda in esame, il Tribunale di Napoli ha rilevato, in primo
luogo, con valutazione non contestata né nel ricorso né nei motivi nuovi del
Gabrieli, che gli affidamenti dei servizi alle società cooperative o.n.l.u.s
“C.C.S.E.”, facente capo, in particolare, al Galluccio ed al Marciano, “Qua La
Mano”, di cui era amministratore di fatto e dominus il Freda, nonché “La Casa
sulla Roccia” e “Demetra”, di cui era presidente Mauro Aquino, erano avvenuti in
violazione della disciplina del d.lgs. n. 163 del 2006 (cd. Codice degli Appalti) e
successive modificazioni, nonché, in generale, in violazione dei principi di
trasparenza, parità di trattamento, non discriminazione e concorrenza tra
operatori economici, per l’assenza, tra l’altro, di qualunque forma di pubblicità
della manifestazione della volontà di stipulare contratti di tal tipo. Ha poi
osservato che il Gabrieli interveniva sui dirigenti delle cooperative così
beneficiate sia per decidere chi dovesse essere assunto dalle predette
cooperative, e chi dovesse essere allontanato (emblematica la vicenda del
licenziamento di Anna Filomena Napolitano, dipendente delle cooperative “La
Casa sulla Roccia” e “Demetra”, facenti capo a Mauro Aquino, seguita a
brevissima distanza temporale dall’assunzione di Ugo Rubicondo, figlio di Luciana
Giugliano, sentimentalmente legata al ricorrente), sia per imporre l’iscrizione dei
dipendenti ad un sindacato (ci si riferisce all’iscrizione dei dipendenti delle
cooperative facenti capo al già citato Aquino al sindacato FILAS, effettuata per
avvantaggiare Ettore Iacovacci, sindacalista amico del ricorrente, dietro
versamento della somma di 5 euro per iscritto). Ha inoltre rappresentato che il
Gabrieli aveva interesse ad esercitare un «potere clientelare», come dimostra
l’attivazione in occasione della campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio
regionale della Campania nella primavera del 2015, in favore dell’ex-sindaco di
Avellino De Luca, nonché, in precedenza, per il rinnovo del consiglio comunale di
Avellino, per il quale era candidata la cognata Barbara Matetich.
La valutazione di gravità indiziaria così delineata si presenta immune da vizi
logici, perché valorizza indizi plurimi, significativi e convergenti nell’evidenziare
un rapporto di scambio tra il compimento di atti contrari ai doveri di ufficio da
parte del Gabrieli, quali l’affidamento dei servizi in violazione delle disposizioni e
dei principi normativi, e l’assunzione, da parte delle cooperative affidatarie dei
servizi, di persone indicate dal ricorrente o comunque di comportamenti
segnalati dal medesimo soggetto, come l’iscrizione dei dipendenti ad un
sindacato. Dalla motivazione dell’ordinanza impugnata, infatti, non solo si evince
la pluralità e la significatività dei vantaggi reciprocamente scambiati tra il
ricorrente e gli amministratori delle cooperative, in un rapporto di duratura
intersecazione, ma viene anche specificamente ad emergere l’interesse del
Gabrieli a prestazioni in sé prive di diretta utilità patrimoniale, e però idonee a
rafforzare il suo potere clientelare, alla luce dell’interessamento da lui
espressamente manifestato in occasione delle competizioni elettorali in favore di
persone politicamente rilevanti.
Restano perciò prive di decisiva consistenza le critiche formulate nel ricorso.
In particolare, se le cooperative non ricavavano «per definizione» alcun profitto
dall’attività svolta, era comunque interesse degli amministratori delle stesse
l’accaparramento di rapporti contrattuali, anche per trarre un personale reddito.
Inoltre, se la Giugliano, il Rubicondo ed il Negrone erano stati già selezionati
dall’agenzia interinale Adecco nel 2010 per essere inviati alla Azienda Città
Servizi s.r.I., l’ordinanza impugnata rappresenta puntualmente che proprio il
Rubicondo fu assunto dalle cooperative “La Casa sulla Roccia” e “Demetra”,
facenti capo a Mauro Aquino, nel settembre 2015, dopo il licenziamento di Anna
Filomena Napolitano deciso dal Gabrieli. Ancora, la vicenda dell’attivazione in
occasione della campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale della
Campania nella primavera del 2015, in favore dell’ex-sindaco di Avellino De Luca
se non si è tradotta nella commissione di un reato, è comunque logicamente
apprezzabile come indicativa dell’interesse del ricorrente a partecipare
attivamente a campagne elettorali a sostegno di personalità politiche influenti;
d’altro canto, anche la vicenda dell’iscrizione “suggerita” al sindacato FILAS dei
dipendenti delle cooperative facenti capo all’Aquino è coerente con la finalità,
ravvisata dai giudici di merito in capo al Gabrieli, di esercitare ed affermare il
proprio potere clientelare. In linea generale, infine, e per apprezzare l’assenza di
decisività dell’argomento esposto nel ricorso secondo cui gli affidamenti di servizi
alle o.n.Lu.s. non costituivano un’utilità economica diretta né per il ricorrente, né
per le cooperative, può essere utile rilevare che, nel reato di corruzione, alla luce
del testo delle disposizioni normative di cui agli artt. 219, 320 e 321 cod. pen.,
né l’atto contrario ai doveri di ufficio deve procurare un vantaggio patrimoniale,
né l’utilità promessa o conseguita deve essere economicamente apprezzabile
(cfr., a titolo meramente esemplificativo, in relazione alla non necessità della
natura patrimoniale dell’utilità promessa o conseguita dal pubblico ufficiale,
Sez.6, n. 18707 del 09/02/2016, Balducci, Rv. 266991).
6. In conclusione, all’infondatezza dei motivi addotti segue il rigetto del
ricorso proposto nell’interesse del Gabrieli, e la condanna dello stesso al
pagamento delle spese del procedimento.
La sopravvenuta carenza di interesse alla decisione per ragioni non
imputabili ai ricorrenti, non configurando una ipotesi di soccombenza, determina
invece la dichiarazione di inammissibilità dei ricorsi presentati nell’interesse del
Galluccio, del Marciano e del Freda, ma esclude la condanna dei medesimi al
pagamento delle spese processuali o di somme in favore della cassa delle
ammende (così, tra le tante, Sez. U, n. 7 del 25/06/1997, Chiappetta, Rv.
208166, nonché da ultimo Sez. 6, n. 19209 del 31/01/2013, Scaricaciottoli, Rv.
256225).
P.Q.M.
Rigetta il ricorso di Gabrieli Amedeo Alberto, che condanna al pagamento
delle spese processuali.
Dichiara inammissibili i ricorsi di Freda Giuseppe, Galluccio Sergio e
Marciano Vincenzo per sopravvenuta carenza di interesse.
Così deciso il 15 novembre 2016

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