Cassazione Inammissibile – Cassazione Penale 25/03/2016 N° 12602

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezioni Unite

Data: 25/03/2016

Numero: 12602

Testo completo della Sentenza Cassazione inammissibile – Cassazione penale 25/03/2016 n° 12602:

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Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, con sentenza del 14 luglio 2014, decidendo sull’impugnazione proposta dall’imputato, confermava la decisione in data 22 ottobre 2010 del Tribunale di Taranto, che aveva dichiarato R.M. colpevole di concorso, con altra persona rimasta non identificata, nei reati, commessi il (omissis) , di rapina pluriaggravata in danno di L.F. , dipendente della stazione di servizio ERG sita in (omissis) , e di porto ingiustificato di un coltello (artt. 110, 628, terzo comma, n. 1, cod. pen., 4 legge 18 aprile 1975, n. 110 e 61, primo comma, n. 2 cod. pen.) e lo aveva condannato – unificati gli illeciti sotto il vincolo della continuazione e concesse le circostanze attenuanti generiche con giudizio di equivalenza rispetto alle aggravanti e alla recidiva contestate alla pena principale di anni tre, mesi sei di reclusione ed euro 800,00 di multa, nonché a quella accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per anni cinque.

Il Giudice distrettuale, disattesa, perché ritenuta non necessaria ai fini del decidere, la richiesta difensiva di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale (acquisizione delle riprese dell’impianto di video-sorveglianza in dotazione della citata stazione di servizio), evidenziava – a confutazione degli ulteriori motivi di gravame – che la colpevolezza dell’imputato era conclamata dalla testimonianza attendibile della persona offesa, L.F. , il quale nell’immediatezza aveva riferito, in maniera precisa, dettagliata e coerente, in ordine alla dinamica dell’azione criminosa di cui era rimasto vittima, aveva riconosciuto nel R. , suo ex vicino di casa, uno dei due rapinatori e aveva ribadito ciò in sede di successiva ricognizione fotografica del medesimo, mentre non era stato in grado di fornire elementi idonei all’identificazione del secondo rapinatore, che materialmente lo aveva minacciato con il coltello, per costringerlo, con l’apporto causale anche del primo, a consegnare la somma di euro 250,00; aggiungeva che il trattamento sanzionatorio riservato all’imputato, tenuto conto della sua personalità e della gravità del fatto di cui sì era reso protagonista, era conforme a giustizia.

2. Ha proposto ricorso per cassazione il R. , con atto sottoscritto da lui personalmente e dal proprio difensore di fiducia.
Il ricorrente, con un primo motivo, lamenta, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. c) ed e), cod. proc. pen., la non corretta applicazione degli artt. 192, 546 e 603 cod. proc. pen. e il vizio di motivazione della sentenza di merito, il cui percorso argomentativo aveva fatto leva esclusivamente sulla testimonianza del L. senza considerare la scarsa attendibilità del medesimo, pure specificamente contestata nell’atto di appello, ed aveva disatteso la richiesta di acquisizione delle riprese dell’impianto di video-sorveglianza, che avrebbero consentito di fare piena luce sulla vicenda e di identificare gli effettivi responsabili.
Con un secondo motivo, deduce, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., il vizio di motivazione in ordine alla concessione delle circostanze attenuanti generiche con giudizio di equivalenza piuttosto che di prevalenza sulle aggravanti e sulla recidiva contestate, al diniego della circostanza attenuante di cui all’art. 62, primo comma, n. 6, cod. pen., alla misura della pena.

3. Con ordinanza del 18 giugno 2015, depositata il successivo 7 luglio, la Seconda Sezione penale, assegnataria ratione materiae del ricorso, ne ha rimesso la decisione alle Sezioni Unite.
La Sezione rimettente, preliminarmente, rileva che l’impugnazione appariva inammissibile, sottolineando testualmente che “le censure proposte, oltre che essere fortemente orientate verso un non consentito riesame del merito, finiscono per essere in larga misura meramente reiterative delle stesse questioni agitate in appello e motivatamente disattese dai giudici del grado, senza che i relativi apporti argomentativi abbiano poi formato oggetto di una autonoma e articolata critica impugnatoria, in tal modo finendo per incorrere nel vizio di aspecificità”.
Sottolinea, inoltre, che il reato di cui all’art. 4 della legge n. 110 del 1975 risulta prescritto, pur tenendo conto dei periodi di sospensione del relativo termine, prima della pronuncia della sentenza di appello e la causa estintiva non era stata eccepita dall’interessato né era stata rilevata dal giudice in sede di merito e neppure col ricorso era stata dedotta specifica doglianza avverso tale omissione.
Dà atto quindi dell’esistenza di un contrasto giurisprudenziale sulla questione di diritto relativa alla possibilità o meno di rilevare e dichiarare in sede di legittimità, pur in presenza di un ricorso inammissibile, l’estinzione del reato per prescrizione maturata prima della sentenza di appello ma non dichiarata in quella sede né dedotta con i motivi di ricorso; richiama e analizza gli opposti orientamenti ermeneutici della giurisprudenza di legittimità, evidenziando la necessità di risolvere il rilevato contrasto.

4. Il Primo Presidente, con decreto in data 16 luglio 2015, ha assegnato – ex art. 618 cod. proc. pen. – il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza pubblica, al cui esito le parti processuali hanno rassegnato le conclusioni in epigrafe precisate.

Considerato in diritto

1. La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite è la seguente: “se la Corte di cassazione, adita con ricorso inammissibile, possa dichiarare la prescrizione del reato intervenuta prima della sentenza di appello, ma non rilevata né eccepita in quella sede o nei motivi di ricorso”.

2. Si deve, innanzi tutto, ritenere condivisibile la delibazione incidentale della Sezione rimettente circa l’inammissibilità del ricorso.

2.1. Ed invero, le doglianze articolate nel primo motivo di ricorso sono diverse da quelle consentite nella parte in cui non sono volte ad evidenziare violazioni di legge o mancanze argomentative e illogicità percepibili ictu oculi della sentenza impugnata, bensì mirano a sollecitare un improponibile sindacato sulle scelte valutative della Corte di appello e reiterano in gran parte le censure già sollevate dinanzi a quel Giudice, che le ha ritenute infondate sulla base di una lineare e adeguata motivazione, strettamente ancorata a una completa e approfondita disamina delle risultanze processuali, nel rispetto delle regole di cui all’art. 192 cod. proc. pen.
La prova della colpevolezza dell’imputato è stata ravvisata, come più sopra sintetizzato, nella precisa, coerente ed esaustiva testimonianza della persona offesa, la cui attendibilità, in difetto del benché minimo elemento di segno contrario, è stata positivamente apprezzata, escludendo, nello stigmatizzare le assertive insinuazioni della difesa tecnica, qualunque intento calunniatorio del dichiarante. Alle ragioni argomentate dalla sentenza in verifica su tale aspetto di decisiva importanza non sempre sono correlate, tra l’altro, quelle poste a fondamento del ricorso, con l’effetto che queste ultime si rivelano anche aspecifiche (Sez. 5, n. 28011 del 15/02/2013, Guardiano, Rv. 255568; Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012, Pezzo, Rv. 253849; Sez. 1, n. 39598 del 30/09/2004, Burzotta, Rv. 230631; Sez. 6, n. 49 del 08/10/2002, Notaristefano, Rv. 223217).
Pure la richiesta, formulata in sede di appello, di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, per acquisire il filmato dell’impianto di video-sorveglianza (prova preesistente al giudizio di primo grado), è stata correttamente disattesa, perché ritenuta superflua tale acquisizione ai fini del decidere, in considerazione del fatto che il materiale probatorio già presente in atti non evidenziava profili di incertezza in ordine alla ricostruzione della vicenda criminosa di cui si discute e al ruolo attivo in essa svolto dall’imputato.
La rinnovazione in appello dell’istruttoria dibattimentale rappresenta, invero, un istituto di carattere eccezionale, al quale può farsi ricorso, in deroga alla presunzione di completezza dell’istruttoria espletata in primo grado, esclusivamente allorché il giudice ritiene, nella sua discrezionalità, indispensabile la integrazione, nel senso che non è altrimenti in grado di decidere sulla base del solo materiale già a sua disposizione. In sostanza, dinanzi a una richiesta di rinnovazione dell’istruttoria, fondata sull’indicazione di prova preesistente al giudizio di appello, ma non ancora acquisita (noviter producta), al giudice è attribuito, ai sensi dell’art. 603, comma 1, cod. proc. pen., il potere discrezionale di accogliere o meno la sollecitazione in ossequio alla regola di giudizio della “non decidibilità allo stato degli atti”, esplicitando, senza incorrere in vizi di manifesta illogicità, le ragioni della scelta operata (Sez. U, n. 2780 del 24/01/1996, Panigoni, Rv. 203574; Sez. 2, n. 41808 del 27/09/2013, Mongiardo, Rv. 256968; Sez. 6, n. 20095 del 26/02/2013, Ferrara, Rv. 256228; Sez. 2, n. 3458 del 01/12/2005, dep. 2006, Di Gloria, Rv. 233391).
Né l’imputato, rimasto contumace in primo grado, aveva invocato, con l’appello, il diritto alla prova ex art. 603, comma 4, cod. proc. pen. (disposizione oggi abrogata dall’art. 11, comma 2, legge 28 aprile 2014, n. 67), provandone la ricorrenza dei presupposti di operatività (caso fortuito, forza maggiore, mancata conoscenza incolpevole del decreto di citazione), sicché la richiesta formulata non può che essere considerata una ordinaria richiesta di rinnovazione ex art. 603, comma 1, cod. proc. pen., soggetta, come si è detto, alla valutazione discrezionale del giudice di appello, che, nel caso concreto, ha adeguatamente giustificato la propria scelta, con l’effetto che la doglianza articolata al riguardo si rivela manifestamente infondata.

2.2. Manifestamente infondato è anche il secondo motivo di ricorso.
La sentenza impugnata, con riferimento alla misura della pena inflitta all’imputato, contenuta – per altro – entro limiti prossimi al minimo edittale, fa buon governo della legge penale e dà conto delle ragioni che hanno guidato, nel rispetto del principio di proporzionalità, l’esercizio del potere discrezionale ex art. 132 cod. pen. della Corte di merito; e ciò anche in relazione al diniego della circostanza attenuante di cui all’art. 62, primo comma, n. 6, cod. pen., della quale non sussistono gli estremi legali (riparazione integrale del danno prima del giudizio), nonché al bilanciamento, in termini di equivalenza, delle accordate circostanze attenuanti generiche rispetto alle aggravanti e alla recidiva contestate, tenuto conto, quanto a quest’ultimo aspetto, della personalità dell’imputato, gravato di altre precedenti condanne.
Le censure mosse a tale percorso argomentativo, assolutamente lineare, sono meramente assertive, inconsistenti e, in parte, orientate anche a sollecitare, in questa sede, una nuova e non consentita valutazione della congruità della pena.

3. Deve precisarsi, inoltre, che la contravvenzione di cui all’art. 4 della legge n. 110 del 1975, commessa il 19 marzo 2008, si è estinta per prescrizione in data anteriore alla sentenza in verifica, in quanto il relativo termine considerato nella sua massima estensione (anni 5 ex artt. 157, primo comma, e 161, secondo comma, cod. pen.) e tenuto conto anche del periodo di sospensione dal 23 giugno al 14 luglio 2014 – è interamente decorso alla data del 9 aprile 2013. Tale causa estintiva, però, non era stata eccepita dalla parte interessata o rilevata dal giudice in sede di appello e neppure è stata dedotta con i motivi di ricorso.

4. Ciò posto, la questione di diritto portata all’attenzione delle Sezioni Unite impone di individuare lo spazio cognitivo riservato al giudice dell’impugnazione inammissibile.
È necessario cioè chiarire il rapporto che intercorre, nell’ambito del giudizio di cassazione, tra il ricorso inammissibile e le cause di non punibilità previste dall’art. 129 cod. proc. pen., con particolare riferimento, per quanto qui interessa, alla prescrizione del reato maturata prima della sentenza d’appello, ma non rilevata né eccepita in quella sede e neppure nei motivi di ricorso.
Tale problematica ha costituito oggetto, a partire dagli anni novanta, di ripetuti interventi della giurisprudenza delle Sezioni Unite, al cui esito si è definitivamente riconosciuta, salvo alcune specifiche deroghe, l’efficacia preclusiva dell’inammissibilità dell’impugnazione rispetto alla possibilità di dichiarare eventuali cause di non punibilità.
È opportuno ripercorrere, sia pure in sintesi, tale elaborazione giurisprudenziale, che ha determinato il sostanziale superamento della tradizionale distinzione tra cause di inammissibilità originarie e sopravvenute dell’impugnazione e, quindi, una progressiva erosione dell’area di operatività dell’art. 129 cod. proc. pen., resa inaccessibile dalla preclusione innanzi richiamata.
Devono del pari essere ricordati gli argomenti posti a base della ricostruzione ermeneutica sviluppata in chiave critica sulla specifica questione di diritto che viene in rilievo dalla più recente giurisprudenza di legittimità, che ha posto consapevolmente in discussione la soluzione precedentemente offerta al riguardo dalle Sezioni Unite e ha dato origine al denunciato contrasto interpretativo.

5. Prima di passare in rassegna tali approdi interpretativi, non va sottaciuto che, nella vigenza del codice di procedura penale del 1930 (r.d. 19 ottobre 1930, n. 1399), stante il regime delle impugnazioni, che prevedeva, in base ad una precisa scansione temporale, prima la dichiarazione di impugnazione (artt. 197 e 199) e poi la presentazione dei motivi (art. 201), la giurisprudenza aveva individuato due distinte categorie giuridiche di cause d’inammissibilità, quelle originarie e quelle sopravvenute.
Le prime colpivano l’impugnazione nel suo momento genetico, con la conseguenza che la stessa era improduttiva di effetti, non era idonea ad introdurre il nuovo grado di giudizio, in quanto presupponeva la formazione del giudicato, e precludeva l’eventuale applicabilità di disposizioni più favorevoli al reo, quali le cause di non punibilità previste dall’art. 152 (Sez. U, n. 2553 del 10/01/1976, Delle Donne, Rv. 132542). Le seconde traevano origine da cause estranee e successive (come la mancata o la irregolare presentazione dei motivi) alla dichiarazione d’impugnazione originariamente ammissibile, non incidevano sulla valida instaurazione del rapporto d’impugnazione e non impedivano, quindi, la valutazione del giudice in merito all’esistenza di eventuali cause di non punibilità, da rilevarsi d’ufficio ai sensi del richiamato art. 152.
Detto orientamento giurisprudenziale, in sostanza, partendo dalla constatazione dell’esistenza di un obbligo da parte del giudice dell’impugnazione di rilevare d’ufficio l’esistenza di eventuali cause di non punibilità, aveva ritenuto, in via di eccezione rispetto a tale obbligo, che era pur sempre necessario accertare prioritariamente la sussistenza dei requisiti minimi richiesti per la proposizione di un atto d’impugnazione idoneo all’instaurazione della corrispondente fase processuale. La presentazione di una impugnazione priva di tali requisiti minimi produceva soltanto la conseguenza di ritardare il giudicato formale, mentre quello sostanziale doveva ritenersi già formato contestualmente alla proposizione dell’atto invalido, con l’effetto che rimaneva preclusa al giudice qualunque valutazione diversa dalla constatazione preliminare e assorbente di inammissibilità. A diversa ed opposta conclusione doveva pervenirsi nel caso di atto d’impugnazione dotato dei requisiti minimi di legge e, in quanto tale, legittimante il rilievo officioso di eventuali cause di non punibilità.

6. L’assetto normativo del codice di procedura penale vigente (d.P.R. 22 settembre 1988, n. 447) è designato da plurimi profili di novità, quali la scomparsa della distinzione tra dichiarazione e motivi d’impugnazione, il venir meno della competenza alternativa e per taluni casi esclusiva del giudice a quo e di quello ad quem ex artt. 207 e 209 cod. proc. pen. del 1930, modello superato dalla previsione di cui all’art. 591, comma 2, cod. proc. pen. vigente, che affida al solo giudice dell’impugnazione la competenza a dichiararne l’inammissibilità.
L’impugnazione, in coerenza con la logica di razionalizzazione e semplificazione che ispira il codice di rito vigente, deve essere proposta, a norma dell’art. 581 cod. proc. pen., con un unico atto scritto contenente i due elementi di cui consta, ossia la dichiarazione e i motivi, i quali integrano rispettivamente la volontà di non prestare acquiescenza al provvedimento impugnato e il sostrato argomentativo che esplicita le ragioni per le quali si ritiene ingiusta o contra legem la decisione impugnata.

7. In questo diverso contesto normativo, i plurimi interventi delle Sezioni Unite sul tema d’interesse hanno escluso che l’art. 648 cod. proc. pen., in quanto diretto a regolamentare il giudicato formale e, quindi, a dare avvio alla fase esecutiva, possa essere utilizzato per chiarire il rapporto tra inammissibilità dell’impugnazione e cause di non punibilità ex art. 129 cod. proc. pen. e hanno fatto leva, invece, sulle norme che regolano il processo, individuando in esse la disciplina di riferimento, per stabilire quale dei due dati considerati debba prevalere.
Inizialmente, sulla scia dell’esperienza maturata nel vigore del vecchio codice di rito, si è continuato a fare riferimento alle categorie delle “cause originarie” e “cause sopravvenute”, ma si è progressivamente dilatata, come si vedrà, l’area delle prime rispetto a quella delle seconde, sino a pervenire al definitivo abbandono di tale distinzione.

7.1. Con una prima decisione (Sez. U, n. 21 del 11/11/1994, dep. 1995, Cresci, Rv.199903; ribadita da Sez. U, n. 11493 del 24/06/1998, Verga, Rv. 211469), riproponendosi la persistente attualità della dicotomia inammissibilità originaria-inammissibilità sopravvenuta, si è, infatti, precisato che la mancanza, nell’atto d’impugnazione, dei requisiti prescritti dall’art. 581 cod. proc. pen., compreso quello della specificità dei motivi, rende l’atto medesimo inidoneo ad introdurre il nuovo grado di giudizio e a produrre quegli effetti cui si ricollega la possibilità di emettere una pronuncia diversa dalla dichiarazione di inammissibilità. Si è in presenza di una causa di inammissibilità originaria che impedisce di rilevare e di dichiarare, ai sensi dell’art. 129 cod. proc. pen., eventuali cause di non punibilità.
Viceversa, l’atto che contiene tutti i requisiti prescritti dall’art. 581 cod. proc. pen. è idoneo a produrre l’impulso necessario a originare il giudizio di impugnazione, con la conseguenza che le ulteriori cause di inammissibilità, quali i motivi di ricorso diversi da quelli consentiti o manifestamente infondati o concernenti violazioni di legge non dedotte in appello (art. 606, comma 3, cod. proc. pen.), devono considerarsi sopravvenute e quindi non ostative all’operatività della disposizione di cui all’art. 129 cod. proc. pen.; e ciò perché l’attività cognitiva richiesta per rilevarle impone un esame, a volte anche approfondito, degli atti processuali, dal quale può emergere una causa di non punibilità, che, per nessuna ragione logica, può essere ignorata e deve, pertanto, essere dichiarata.

7.2. Con un successivo intervento (Sez. U, n. 30 del 30/06/1999, Piepoli, Rv. 213981), pur mantenendosi ferma la distinzione delle due categorie di inammissibilità, si ridefinisce il confine tra le stesse, ampliando l’area delle ipotesi di inammissibilità originaria.
In quest’ultima categoria vengono inclusi, in quanto non implicanti un giudizio di merito e rilevabili agevolmente in limine, tutti i casi elencati nell’art. 591, comma 1, cod. proc. pen. (fatta eccezione della rinuncia all’impugnazione) e le ipotesi di motivi di ricorso diversi da quelli consentiti o concernenti violazioni di legge non dedotte in appello (art. 606, comma 3, cod. proc. pen.). In coincidenza dell’insorgenza di tali cause di inammissibilità, inidonee ad introdurre il giudizio d’impugnazione, si concretizza il giudicato sostanziale, da distinguersi dalla irrevocabilità della sentenza (giudicato formale), che rileva solo ai fini della sua esecuzione e che si determina in coincidenza della formale declaratoria di inammissibilità.
La manifesta infondatezza dei motivi di ricorso ha, invece, una sua peculiarità, nel senso che, pur dovendo essere preliminarmente valutata, la delibazione sulla fondatezza della censura comporta necessariamente una incursione nell’area delle statuizioni di merito, il cui esito non impedisce che vengano rilevate e dichiarate eventuali cause di non punibilità, ai sensi dell’art. 129 cod. proc. pen., norma – questa – che esprime un valore di garanzia, insito nel principio del favor rei, e che prevale, nel quadro di un corretto bilanciamento degli interessi in gioco, sulla declaratoria d’inammissibilità, recessiva rispetto all’operatività della prima.

7.3. Sez. U, n. 32 del 22/11/2000, De Luca, Rv. 217266, nell’affrontare la specifica questione del rapporto tra inammissibilità del ricorso per manifesta infondatezza e prescrizione del reato maturata dopo la scadenza del termine per proporre il ricorso, ricostruisce, a superamento della residuale distinzione tra le due diverse categorie di inammissibilità e in aderenza al dato normativo, una categoria unitaria di inammissibilità dell’impugnazione.
Secondo tale sentenza, esigenze di ordine sistematico, non prese in considerazione dai precedenti approdi delle Sezioni Unite, impongono di assimilare la manifesta infondatezza alle altre ipotesi di inammissibilità, tutte intrinseche alla struttura del ricorso per così come positivamente delineata; non osta a tale assimilazione la metodica di accertamento, assolutamente conforme a quella prevista per altre cause di inammissibilità e conducente comunque ad una pronuncia meramente dichiarativa dagli effetti esclusivamente processuali, consistenti nel precludere l’accesso al rapporto di impugnazione.
L’art. 606 cod. proc. pen., letto nel suo integrale contesto, colloca, infatti, la manifesta infondatezza, al pari degli altri casi previsti, tra le cause di inammissibilità intrinseche al ricorso, sicché non è dato comprendere come possa legittimarsi un differenziato inquadramento dogmatico della medesima rispetto alle altre ipotesi di inammissibilità. L’argomento decisivo, per superare ogni discrimine “qualitativo” tra la manifesta infondatezza e le altre cause di inammissibilità del ricorso, va individuato “nel nesso, rilevabile anche sul piano testuale, che collega l’inammissibilità alla tipizzazione delle vie di accesso alla Corte suprema, allo scopo di ridefinire funzione e limiti del giudizio di legittimità, seguendo le linee di un sistema di devoluzione rigorosamente prestabilito sia in senso positivo (v. l’art. 606, comma 1, ma anche l’art. 609, comma 1, soprattutto se oggetto di comparazione con l’effetto devolutivo proprio dell’appello, ex art. 597 cod. proc. pen.) sia in senso negativo (secondo lo schema delineato dall’art. 606, comma 3)”.
In sostanza, secondo tale arresto, il potere-dovere di immediata declaratoria di eventuali cause di non punibilità si attiva soltanto in presenza di un valido atto d’impugnazione. Se questo è connotato, invece, da mera apparenza, nel senso che è privo dei requisiti previsti dagli artt. 581, 591 e 606 cod. proc. pen. e, quindi, è ab origine inammissibile, rimane precluso l’accesso al nuovo grado di giudizio.
Inammissibile deve, quindi, ritenersi il ricorso privo dei requisiti stabiliti dall’art. 581 cod. proc. pen., compreso quello della specificità dei motivi, o proposto per motivi non consentiti, non dedotti in sede di appello o anche manifestamente infondati.
La natura dichiarativa della pronuncia di inammissibilità è meramente ricognitiva della mancata instaurazione del giudizio di legittimità e il relativo accertamento, pur non sempre agevole, implica una tipologia di verifica che prescinde da qualsiasi “scrutinio contenutistico del ricorso” nel confronto con la sentenza impugnata. Con specifico riferimento alla manifesta infondatezza, i criteri rivelatori della medesima sono le censure palesemente inconsistenti, “caratterizzate da evidenti errori di diritto nella interpretazione della norma posta a sostegno del ricorso, il più delle volte contrastate da una giurisprudenza costante e senza addurre motivi nuovi o diversi per sostenere l’opposta tesi, ovvero invocando una norma inesistente nell’ordinamento” o ancora contrassegnate da evidente pretestuosità.

7.4. Sez. U, n. 33542 del 27/06/2001, Cavalera, Rv. 219531, decidendo un ricorso avente ad oggetto esclusivo la richiesta di estinzione del reato per prescrizione, maturata dopo la decisione impugnata ma prima della decorrenza del termine per proporre ricorso, nel ribadire – seguendo lo stesso percorso argomentativo di Sez. U, De Luca – che ogni pronuncia di inammissibilità di risolve in una absolutio ab instantia, evidenzia che, nel caso esaminato, l’atto d’impugnazione era soltanto apparente, in quanto non conteneva censure avverso la decisione, e ciò in violazione della prescrizione di cui all’art. 581, comma 1, lett. a), cod. proc. pen., ma si limitava a reclamare, con un unico motivo, nonostante il giudicato sostanziale, l’applicazione della causa estintiva sopravvenuta alla medesima decisione, doglianza distonica rispetto al regime di tassatività dei “casi” di ricorso ex art. 606, comma 1, cod. proc. pen. e, quindi, non consentita. Coerente la conclusione della inammissibilità del ricorso con effetti assorbenti e preclusivi.

7.5. A completamento dell’iter esegetico intrapreso sin dagli anni ‘90 e seguendo le stesse linee interpretative delle due decisioni da ultimo citate, si pone Sez. U, n. 23428 del 22/03/2005, Bracale, Rv. 231164, che affronta il tema, sovrapponibile a quello oggetto del presente giudizio, della inammissibilità del ricorso per cassazione quale dato preclusivo della possibilità di far valere o di rilevare d’ufficio, ai sensi dell’art. 129 cod. proc. pen., l’estinzione del reato per prescrizione, anche se maturata in data anteriore alla pronuncia della sentenza impugnata, ma non dedotta né rilevata dal giudice nel precedente grado.
In tale decisione si ribadisce testualmente che “l’intervenuta formazione del giudicato sostanziale derivante dalla proposizione di un atto d’impugnazione invalido, perché contrassegnato da uno dei vizi indicati dalla legge (art. 591, comma 1, con eccezione della rinuncia ad un valido atto di impugnazione; art. 606, comma 3), precluda ogni possibilità sia di far valere una causa di non punibilità precedentemente maturata sia di rilevarla d’ufficio”.
In sostanza, di fronte ad un atto di impugnazione invalido e, quindi, inidoneo ad attivare il corrispondente rapporto processuale, non è possibile riconoscere alle cause di non punibilità già maturate in sede di merito (prescrizione) una loro effettività sul piano giuridico, rimanendo le stesse relegate nella categoria di “fatti storicamente verificatisi ma giuridicamente indifferenti per essersi già formato il giudicato sostanziale”.
Si precisa tuttavia – richiamando un inciso criptico di Sez. U, De Luca e un passaggio più esplicito di Sez. U, Cavalera – che al giudice dell’impugnazione inammissibile è consentito, quale eccezione alla regola, confrontarsi, privilegiando l’applicazione dell’art. 129 cod. proc. pen., con peculiari cause di non punibilità rigorosamente delimitate, quali l’abolitio criminis, la dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma incriminatrice formante oggetto dell’imputazione, l’ipotesi in cui debba essere dichiarata l’estinzione del reato a norma dell’art. 150 cod. pen., l’ulteriore ipotesi – già considerata da Sez. U, n. 24246 del 25/02/2004, Chiasserini, Rv. 227681 – di estinzione del reato per remissione di querela, intervenuta in pendenza del ricorso per cassazione e ritualmente accettata. Su tale epilogo deve, però, prevalere la declaratoria d’inammissibilità, se questa è riconducibile all’inosservanza del termine per impugnare, considerato che in tal caso il giudicato sostanziale finisce col coincidere con quello formale.

7.6. Nel solco delle indicazioni tracciate dalle pronunce delle Sezioni Unite De Luca, Cavalera e Bracale, si pone una parte della successiva giurisprudenza di legittimità, che ribadisce il principio secondo cui tutte la cause di inammissibilità del ricorso per cassazione (ad eccezione della rinuncia ad un valido atto di impugnazione, costituente causa sopravvenuta di inammissibilità) integrano un vizio intrinseco dell’atto, impediscono la valida costituzione del rapporto processuale d’impugnazione e sono di ostacolo a far valere (secondo alcune decisioni, anche con specifico motivo di ricorso) o a rilevare d’ufficio, ex art. 129 cod. proc. pen., l’estinzione del reato per prescrizione pur se maturata in data anteriore alla sentenza di merito, ma non dedotta né rilevata in quella sede (Sez. 6, n. 25807 del 14/03/2014, Rizzo, Rv. 259202; Sez. 1, n. 6693 del 20/01/2014, Cappello, Rv. 259205; Sez. 3, n. 42839 del 08/10/2009, Imperato; Sez. 1, n. 24688 del 04/06/2008, Rayyan, Rv. 240594).

8. Dopo le richiamate decisioni delle Sezioni Unite, non si riscontrano nella giurisprudenza di legittimità orientamenti contrari al principio di diritto che nega, in presenza di un ricorso per cassazione inammissibile, la rilevabilità ex officio della prescrizione maturata successivamente alla pronuncia della sentenza impugnata, a prescindere dal fatto che detta causa estintiva si sia verificata prima o dopo la presentazione del ricorso. Altrettanto dicasi per la ritenuta inammissibilità del ricorso proposto unicamente per fare valere la prescrizione maturata nell’arco temporale compreso tra la decisione impugnata e la presentazione dell’impugnazione.

9. Il difforme indirizzo esegetico riguarda soltanto il superamento dell’effetto preclusivo del ricorso inammissibile ai fini della declaratoria di estinzione del reato per prescrizione intervenuta prima della sentenza d’appello e da questa non dichiarata.
Tale opzione ermeneutica, in dissenso con la sentenza Sez. U, Bracale, ma prendendo spunto dagli argomenti in essa sviluppati, assimila la prescrizione maturata prima della conclusione della fase di merito all’abolitio criminis, all’incostituzionalità della norma incriminatrice e alla morte dell’imputato, ipotesi – queste ultime – che, secondo la richiamata sentenza, superano la preclusione del ricorso inammissibile, prevalgono sulla stessa ed assegnano al giudice il potere-dovere della cognizione corrispondente. Questa assimilazione legittima, pertanto, l’incondizionata operatività dell’art. 129 cod. proc. pen. e, conseguentemente, la rilevabilità d’ufficio, anche a fronte di un ricorso inammissibile, della prescrizione maturata prima della sentenza d’appello e da questa non rilevata, considerato che la ratio di tale causa estintiva va individuata nel venire meno, proprio per il decorso del tempo, dell’interesse dello Stato ad esercitare la pretesa punitiva e nel garantire comunque all’individuo di non essere esposto, oltre ogni ragionevole limite temporale, al rischio di punizione per fatti remoti. La prescrizione, per il semplice fatto di essersi già verificata ope legis, non può non essere rilevata, tanto che l’ordinamento, con la previsione di cui all’art. 411 cod. proc. pen., relativa ad alcune ipotesi di archiviazione e, quindi, ancor prima dell’instaurazione di un rapporto processuale in senso stretto, inibisce l’inizio dell’azione penale in presenza di un reato estinto per prescrizione.
Secondo tale orientamento, vi sarebbe una sostanziale differenza, in caso di ricorso inammissibile, tra la prescrizione maturata anteriormente alla sentenza impugnata e quella maturata dopo di essa. La prima, in quanto erroneamente non dichiarata dal giudice di merito, non può incontrare alcuna preclusione ad essere rilevata, sia pure tardivamente, in sede di legittimità, proprio per emendare l’errore commesso. La seconda, invece, non può trovare spazio nell’ambito di un rapporto processuale d’impugnazione soltanto apparente, perché non validamente instaurato e quindi mai venuto ad esistenza, con conseguente formazione del giudicato sostanziale, che arresta il decorso del termine di prescrizione (Sez. 4, n. 27160 del 17/04/2015, Fiandaca, Rv. 264100; Sez. 5, n. 10409 del 15/01/2015, Romano, Rv. 263889; Sez. 3, n. 2001 del 30/10/2014, dep. 2015, Fasciana, Rv. 262014; Sez. 3, n. 46969 del 22/05/2013, R., Rv. 257868; Sez. 5, n. 42950 del 17/09/2012, Xhini, Rv. 254633; Sez. 5, n. 47024 del 11/07/2011, Varone, Rv. 251209).
In altri interventi giurisprudenziali, che si pongono sulla stessa linea interpretativa, si precisa ulteriormente che la rilevabilità d’ufficio della causa estintiva del reato maturata prima della decisione di merito e non dichiarata in quella sede in tanto è possibile in quanto non occorra, a tal fine, alcuna attività di valutazione delle prove volta ad individuare l’effettiva data di consumazione del reato, dalla quale fare decorrere il termine di prescrizione, rimanendo tale attività estranea ai compiti istituzionali della Corte di legittimità (Sez. 4, n. 27019 del 16/06/2015, Pejani, Rv. 263879; Sez. 5, n. 26445 del 17/02/2015, Barone, Rv. 26445; Sez. 2, n. 4986 del 21/01/2015, Piccininni, Rv. 262322; Sez. 4, n. 51776 del 26/11/2014, Celotti, Rv. 261580; Sez. 3, n. 15112 del 21/03/2014, Bombara, Rv. 259185; Sez. 3, n. 14438 del 30/01/2014, Pinto, Rv. 259135; Sez. 2, n. 34891 del 15/05/2013, Vecchia, Rv. 256096).

10. Ritiene il Collegio che debba essere ribadita la linea interpretativa già tracciata da Sez. U, De Luca, Sez. U, Cavalera e Sez. U, Bracale sopra rammentate, i cui percorsi argomentativi, contraddistinti da corretta impostazione sistematica e da rigorosa consequenzialità logica, non sono posti in crisi dai successivi interventi dissonanti, sia pure limitatamente al tema specifico che viene qui in rilievo, della giurisprudenza di legittimità richiamata al precedente punto 9.

11. Aspetti focali da considerare sono, per un verso, le conseguenze che discendono dalla proposizione di un ricorso inammissibile e, per altro verso, il rapporto tra inammissibilità dell’impugnazione e applicabilità dell’art. 129 cod. proc. pen., senza trascurare, perché aspetto complementare, la coordinazione con gli specifici compiti assegnati alla Corte di cassazione nelle ipotesi di questioni rilevabili d’ufficio in ogni stato e grado del processo e di quelle che non sarebbe stato possibile dedurre in grado di appello (art. 609, comma 2, cod. proc. pen.).
È bene ricordare che su tale problematica, emersa già nella vigenza del codice del 1930, l’attuale codice di rito non offre alcuna soluzione esplicita.
In esso v’è la contemporanea presenza di norme che impongono al giudice obbligatorie declaratorie dal contenuto antitetico, senza stabilire alcun ordine di priorità tra le stesse pronunce.
Da un lato, infatti, l’art. 591, comma 2, cod. proc. pen., contenuto nelle disposizioni generali sulle impugnazioni, impone la verifica delle condizioni di ammissibilità dell’atto introduttivo del rapporto processuale finalizzato al controllo della decisione avversata e, in difetto di tali condizioni, la corrispondente declaratoria di inammissibilità, la cui omissione (l’ipotesi logicamente è riferibile al solo atto d’appello) determina certamente una patologia, alla quale può porsi rimedio – in quanto vizio rilevabile in ogni stato e grado del procedimento, ai sensi del comma 4 della citata norma – con il ricorso per cassazione; l’art. 606, comma 3, cod. proc. pen., inoltre, prevede, con riferimento specifico all’impugnazione di legittimità e alle sue peculiarità, la medesima verifica. Da un altro lato, l’art. 129 cod. proc. pen., ispirato alla tutela del favor rei, inteso nella specificazione del favor innocentiae, impone, al contempo, l’immediata declaratoria di ufficio, in ogni stato e grado del processo, di determinate cause di non punibilità.
La rilevata antitesi tra pronunce contemporaneamente imposte dall’ordinamento è, però, soltanto apparente, rinvenendosi in esso disposizioni che consentono, se interpretate secondo canoni di coerenza sistematica, di delineare il regime delle interferenze tra cause di inammissibilità e cause di non punibilità.

11.1. Non può farsi riferimento – come pure si è ritenuto nei primi interventi giurisprudenziali sul vigente codice di rito (Sez. 1, n. 3228 del 08/10/1990, Martino, Rv. 185586) e si continua a sostenere da una parte della dottrina – all’art. 648 cod. proc. pen., quale unica norma che esplicitamente evoca il rapporto tra inammissibilità dell’impugnazione e irrevocabilità della sentenza.
Tale norma, dopo avere premesso che è irrevocabile la sentenza non più soggetta a impugnazione diversa dalla revisione (comma 1), aggiunge che “Se l’impugnazione è ammessa, la sentenza è irrevocabile quando è inutilmente decorso il termine per proporla o quello per impugnare l’ordinanza che la dichiara inammissibile. Se vi è stato ricorso per cassazione, la sentenza è irrevocabile dal giorno in cui è pronunciata l’ordinanza o la sentenza che dichiara inammissibile o rigetta il ricorso” (comma 2). Identica disposizione è contenuta nel comma 3 per il decreto penale di condanna.
Da tale dato testuale si è tratta la conclusione, solo apparentemente logica, che la fase di cognizione del processo si protrarrebbe nel lasso di tempo che intercorre tra la proposizione dell’atto d’impugnazione e la declaratoria, in astratto, d’inammissibilità del medesimo, con la conseguenza che il sopraggiungere di una causa di non punibilità obbligherebbe il giudice a dichiararla, in applicazione dell’art. 129 cod. proc. pen., non essendo ancora irrevocabile la sentenza.
In realtà, l’art. 648 cod. proc. pen. non disciplina l’impugnazione inammissibile, posto che il riferimento ad essa è soltanto indiretto.
La collocazione topografica della norma nel Libro X dell’esecuzione impone di leggerla come volta esclusivamente a individuare il momento in cui la decisione diventa irrevocabile e, quindi, eseguibile.
In particolare, secondo la richiamata norma, comparabile all’art. 576 cod. proc. pen. 1930, la scadenza del termine per proporre impugnazione avverso la sentenza impugnabile, anche nel caso in cui il relativo atto sia stato tardivamente presentato, si iscrive quale condizione per la formazione del giudicato formale. L’utilizzo della particella disgiuntiva “o” che separa questa ipotesi da quella del decorso del termine per impugnare l’ordinanza d’inammissibilità dell’impugnazione indica che l’irrevocabilità della sentenza si realizza automaticamente in coincidenza del verificarsi anche di una sola di esse, con l’ovvia precisazione che il riferimento al provvedimento di cui alla seconda ipotesi non può che riguardare le cause di inammissibilità diverse dalla tardività. A identico esito deve pervenirsi in relazione alla impugnazione di sentenza inoppugnabile. In questi due casi, il giudicato sostanziale si trasforma in giudicato formale.
Diversamente opinando, si perverrebbe all’irragionevole conclusione che l’atto d’impugnazione, pur se largamente tardivo o non previsto, sarebbe sempre idoneo ad impedire il giudicato formale, con intuibili riverberi devastanti sulla fase esecutiva eventualmente già in atto (Sez. U, n. 47766 del 26/06/2015, Butera, Rv. 265107; Sez. U, Chiasserini, cit.; Sez. 1, n. 35503 del 24/06/2014, Kiem, Rv. 260287).
È ovvio che, nei casi d’inammissibilità dell’impugnazione diversi da quelli a cui si è fatto riferimento, l’irrevocabilità della sentenza (giudicato formale) consegue alla irrevocabilità del provvedimento dichiarativo dell’inammissibilità, senza che ciò vada ad incidere – come si preciserà in seguito – sugli effetti del giudicato in senso sostanziale, categoria sganciata dalla disposizione di cui all’art. 648 cod. proc. pen..
Conclusivamente, non può ricavarsi dalla norma in esame alcun principio destinato a disciplinare la fase di cognizione e i poteri esercitabili dal giudice in quella sede. L’accertamento formale della inammissibilità dell’impugnazione interferisce certamente, come di dirà, sui poteri cognitivi del giudice procedente, ma ciò è semplicemente funzionale all’avvio della fase esecutiva e a dare accesso allo ius puniendi.

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