Bancarotta Impropria – Cassazione Penale 14/06/2017 N° 29699

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 14/06/2017

Numero: 29699

Testo completo della Sentenza Bancarotta impropria – Cassazione penale 14/06/2017 n° 29699:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 29699 Anno 2017
Presidente: ZAZA CARLO
Relatore: SCARLINI ENRICO VITTORIO STANISLAO
Data Udienza: 09/05/2017

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
SAPIA PLACIDO MARIO nato il 18/04/1966 a SERIATE
CAVALIERE MASSIMILIANO nato il 24/09/1966 a CALTAGIRONE
STUCCHI PAOLA nato il 07/07/1977 a OSIO SOTTO
nel procedimento a carico di questi ultimi
avverso l’ordinanza del 08/10/2016 del TRIB. LIBERTA di BERGAMO
sentita la relazione svolta dal Consigliere ENRICO VITTORIO STANISLAO SCARLINI;

RITENUTO IN FATTO
1 – Con ordinanza dell’8 ottobre 2016, il Tribunale di Bergamo, sull’appello
del pubblico ministero avverso il decreto del Giudice per le indagini preliminari
del medesimo Tribunale, disponeva, ai sensi dell’art. 321, comma secondo, cod.
proc. pen., il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente di tutti
i beni risultanti nella disponibilità degli indagati per i delitti ascritti in rubrica ai
numeri 1 e 7 (per quanto attiene agli odierni ricorrenti).
Al numero 1 era stato contestato a Placido Ilario Sapia e a Massimiliano
Cavaliere il delitto di truffa aggravata, ai sensi dell’art. 640, comma secondo,
cod. pen., consumata ai danni dell’INPS trasmettendo all’ente false quietanze di
pagamento ottenendo così, quali amministratori della spa Maxwork, profitti per
euro 3.594.654.
Al capo 7, Sapia, Cavaliere e Paola Stucchi erano accusati di bancarotta
impropria (contestata ai sensi dell’art. 223, comma secondo, I. fall, sia in
relazione al numero 1, sia in riferimento al numero 2) per avere cagionato il
fallimento della spa Maxwork con le descritte operazioni dolose che ne avevano
svuotato l’attivo.
Il Tribunale ricordava che il pubblico ministero aveva proposto appello e non
il riesame del decreto e non era pertanto rivedibile il fumus del provvedimento.
Ciò premesso, il Tribunale:
– estendeva il sequestro anche alle quote delle altre società che erano state
utilizzate come veicolo delle distrazioni consumate ai danni della fallita spa
Maxwork, limitato dal primo giudice alle sole quote della srl Jobness Italia
destinataria finale delle somme;
– affermava doversi procedere a sequestro non dei soli beni di proprietà
degli indagati ma anche di quelli nella loro disponibilità, ritenendo legittima la
loro mancata indicazione essendo sufficiente la precisazione dell’importo
complessivo da sottoporre a sequestro;
2 – Avverso tale ordinanza propongono ricorso gli indagati Placido Ilario
Sapia, Massimiliano Cavaliere e Paola Stucchi.
2 – 1 – L’avv. Luigi Villa, per Placido Ilario Sapia, deduce, con l’unico
motivo, la violazione di legge sotto due diversi profili.
2 – 1 – 1 – Quanto al primo, era del tutto assente l’indicazione, da parte
della pubblica accusa, del valore complessivo dei beni da sottoporsi a sequestro.
Né tale importo poteva ricavarsi, quanto al delitto di truffa contestato al
capo 1, dalla somma indicata in imputazione, posto che questa non equivaleva al
danno da reato ma solo al debito della fallita nei confronti dell’ente previdenziale.
La quantificazione economica della diminuzione patrimoniale patita dall’ente
poteva, al più, corrispondere a quanto era derivato dal rilascio dei DURC (i
documenti unici di regolarità contributiva).
Né era stato indicato il danno conseguente alla commissione del delitto
contestato al capo 7.
2 – 1 – 2 – Quanto al secondo profilo si era avuta violazione di legge posto
che l’art. 2641 c.c. limita la sequestrabilità ai beni di cui l’indagato abbia la
proprietà e non la più ampia disponibilità e non poteva farsene una
interpretazione estensiva.
Peraltro neppure poteva darsi luogo al sequestro ai sensi dell’art. 2641,
comma secondo, cod. civ., visto che la contestata violazione dell’art. 2634 cod.
civ. era assorbita nell’ipotesi di bancarotta fraudolenta impropria (Cass. 18775
del 18/12/2014 Rv. 264069), per il quale delitto non è prevista la confisca per
equivalente.
2 – 2 – L’avv. Pierluigi Buzzanca, per Massimiliano Cavaliere e Paola Stucchi,
formula due motivi di ricorso.
2 – 2 – 1 – Con il primo deduce la violazione di legge, ed in particolare
dell’art. 2641 c.c., in riferimento al capo 7 della rubrica, contestato ad entrambi i
ricorrenti (l’unico per la Stucchi) in quanto la Corte di Cassazione, con sentenza
n. 18775 2014/2015, ha affermato che non può farsi luogo alla confisca per
equivalente in relazione ad un delitto societario quando questo sia assorbito dalla
bancarotta impropria per cui tale misura non è consentita.
2 – 2 – 2 – Con il secondo motivo lamenta la violazione di legge, ed in
particolare dell’art. 2641 cod. civ. ed il difetto di motivazione in relazione al capo
1 della rubrica in quanto il pubblico ministero non aveva quantificato il danno,
che avrebbe dovuto costituire la misura ed il limite del sequestro preventivo.
Danno che non poteva derivare alla mera riproduzione della somma che
all’INPS sarebbe derivata dalla presentazione delle false quietanze.
Sul punto la motivazione era così carente da doversi considerare inesistente
o meramente apparente.
3 – Il Procuratore generale di questa Corte, nella persona del sostituto Luigi
Birrittieri, chiede che il ricorso venga dichiarato inammissibile perché il Tribunale
aveva fatto corretta applicazione dell’art. 323 ter cod. pen., disponendo
l’apprensione dei beni nella disponibilità degli indagati, perché l’art. 2641 cod.
civ. non consente l’interpretazione assunta dai ricorrenti, perché sia il pubblico
ministero, sia il giudice per le indagini preliminari avevano indicato la somma da
sottoporre a sequestro.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è fondato nei limiti che si diranno.
1 – La prima censura contenuta nel primo motivo del ricorso Sapia ed il
secondo motivo del ricorso Cavaliere e Stucchi, nei quali si censura la decisione
del Tribunale di Bergamo perché non avrebbe quantificato la somma che aveva
costituito il vantaggio patrimoniale ricavato dai delitti, di truffa aggravata e di
bancarotta impropria da reato societario (e, come si vedrà più avanti, i reati
societari autonomamente ascritti), è manifestamente infondata,in fatto perché in
entrambi i casi si era fatto riferimento al lucro che era derivato dai delitti ascritti
agli indagati.
In particolare al capo 1, il delitto di truffa aggravata, si era individuato nella
somma di euro 3.594.654,00 sia l’importo del danno causato all’ente pubblico,
sia il corrispettivo il lucro degli indagati.
Al capo 2, il delitto di bancarotta impropria da reato societario (e i reati
societari autonomamente ascritti), si erano individuate una serie di somme che
avevano costituito il prodotto di tali condotte ed il corrispettivo profitto per gli
indagati.
Si ricorda poi che questa Corte di legittimità, in tema di misura cautelari
reali, può vagliare la sola violazione di legge che deduca l’inesistenza o la mera
apparenza della motivazione e non l’incongruità della motivazione (Sez. 2 n.
5807 del 18/01/2017, Zaharia, Rv. 269119) e che, pertanto, preso atto della
argomentata quantificazione del profitto da parte dei giudici della cautela, questa
Corte non può sindacarne l’eventuale illogicità, come si pretende nei ricorsi.
2 – Le questioni sollevate nei residui motivi, il primo del ricorso Cavaliere e
Stucchi e la seconda censura spesa nell’unico motivo del ricorso Sapia, sono più
complesse e ne impongono una più ampia illustrazione, così da ricordare,
innanzitutto, alcuni principi di diritto già fissati da questa Corte e da applicarli,
poi, alla verifica della tenuta del percorso argonnentativo della ordinanza
impugnata.
2 – 1 – Il Tribunale di Bergamo, infatti, ha disposto il sequestro preventivo
dei beni nella disponibilità dei ricorrenti al fine di pervenire alla loro confisca per
equivalente nella misura che si era indicata.
Quanto alla legittimità del vincolo derivante dalla commissione del delitto di
truffa aggravata, nulla quaestio (se non quella già risolta circa la quantificazione
del profitto), posto che lo stesso è previsto dall’art. 640 quater cod. pen..
Quanto, invece, al sequestro finalizzato alla confisca per equivalente
disposto dal Tribunale di Bergamo in riferimento alla condotte descritte al capo 7
devono farsi le seguenti precisazioni.
2 – 2 – Non vi è innanzitutto dubbio che la confisca per equivalente non sia
consentita per la bancarotta impropria da operazioni dolose, il delitto sanzionato
dall’art. 223, comma secondo, n. 2, I. fall., perché nessuna norma la prevede.
La confisca per equivalente per la diversa ipotesi di bancarotta impropria, da
reato societario, sanzionata dall’art. 223, comma secondo, n. 1 cod. pen., non è
anch’essa prevista da alcuna norma. Si tratta però di un reato complesso
costituito dagli indicati reati societari a cui si aggiunge la causazione, a mezzo di
tali condotte, del dissesto. Si potrebbe pertanto ipotizzare che, ravvisandosi, nel
delitto di bancarotta, tutti gli elementi costitutivi del delitto societario che
consente la confisca per equivalente ai sensi dall’art. 2641, secondo comma,
cod. civ., tale sanzione possa essere applicata anche in riferimento al caso della
bancarotta impropria da delitto societario.
Ciò però presupporrebbe la possibilità di scindere il reato complesso
valorizzandone una parte, nel caso di specie il delitto societario.
Tale eventualità è però esclusa da una recente pronuncia delle Sezioni unite
(n. 11170 del 25/09/2014, Uniland s.p.a.) in cui si è affermato che il reato
complesso non può essere scisso per ricavare risposte sanzionatorie (nel caso di
specie, la responsabilità amministrativa dell’ente, ma la Corte afferma essere un
principio di ordine generale) previste per il solo delitto presupposto perché ciò
violerebbe il principio di tassatività, di stretta corrispondenza fra la norma violata
e la sanzione, anche accessoria, irrogata.
Se ne deduce la non applicabilità della confisca per equivalente prevista
dall’art. 2641 cod. civ. alla bancarotta impropria da delitto societario.
2 – 3 – Quanto si è appena ricordato, però, non esaurisce la verifica della
congruità della motivazione del Tribunale di Bergamo.
Questo, infatti, nel suo percorso argomentativo non ha operato alcuna
distinzione, spiegando quali, fra le condotte descritte al capo 7, concretassero le
diverse ipotesi di bancarotta impropria. Ed, anzi, non ha neppure argomentato
sulla legittimità del vincolo in ordine a tali condotte, dilungandosi invece ad
illustrare la latitudine della confisca per equivalente prevista dall’art. 2641,
comma secondo, cod. civ..
Così da far intendere, ma non argomentando sul punto, che, nel capo 7,
siano individuabili anche condotte che non rientrino nei paradigmi delle due
diverse ipotesi di bancarotta impropria (perché non abbiamo cagionato il
dissesto, ad esempio) ma che costituiscano, solo, dei delitti societari.
Condotte, che, se esattamente individuate, consentirebbero la disposta
confisca per equivalente.
3 – In conclusione, la ricostruzione operata dal Tribunale di Bergamo non
consente di comprendere se, in riferimento al capo 7, si siano individuate
condotte che configurino delle ipotesi di delitti societari per i quali sia prevista la
confisca per equivalente, che non siano, invece, assorbiti nelle ipotesi di
bancarotta impropria che non la prevedono.
L’ordinanza va pertanto annullata affinchè il giudice del rinvio motivi sul
punto, individuando ipotesi di reato che consentano la disposta confisca per
equivalente, tenendo conto dei ricordati principi di diritto. Assorbita ogni altra
censura.

P.Q.M.
Annulla il provvedimento impugnato senza rinvio limitatamente alla confisca
riferita al delitto di bancarotta impropria per causazione del fallimento con
operazioni dolose, e con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Bergamo
limitatamente alla confisca riferita al reato di bancarotta impropria da illecito di
cui agli artt. 2632 e 2634 cod. civ..
Rigetta nel resto i ricorsi.
Così deciso in Roma, il 9 maggio 2017.

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