Bancarotta Fraudolenta Patrimoniale – Cassazione Penale 19/09/2017 N° 42759

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 19/09/2017

Numero: 42759

Testo completo della Sentenza Bancarotta fraudolenta patrimoniale – Cassazione penale 19/09/2017 n° 42759:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 42759 Anno 2017
Presidente: SABEONE GERARDO
Relatore: GUARDIANO ALFREDO
Data Udienza: 26/05/2017

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
PICONESE GIANLUCA nato il 10/05/1971 a KEVELAER( GERMANIA)
COSI LAMBERTO nato il 12/07/1971 a MELENDUGNO
avverso la sentenza del 15/02/2016 della CORTE APPELLO di LECCE
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ALFREDO GUARDIANO
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore ANTONIO
BALSAMO
che ha concluso per
Il Proc. Gen. conclude per il rigetto dei ricorsi.
Udito il difensore
L’avv. SARICONI espone alla Corte le ragioni a sostegno della richiesta di
rimozione della sentenza gravata.
L’avv. CASTELLUZZO si riporta integralmente al contenuto del ricorso.
L’avv. PUSCIO riportandosi sostanzialmente ai motivi di ricorso precisa il
contenuto del 3° ed insiste nella richiesta annullamento del provvedimento
impugnato.

FATTO E DIRITTO
Con sentenza del 17 gennaio 2014, il Tribunale di Lecce aveva
condannato Cosi Lamberto e Piconese Gianluca, in relazione al reato di
bancarotta fraudolenta documentale ai suddetti imputati contestato in
concorso al capo A) dell’imputazione, con riferimento al fallimento della
società “Soft World Computer di Cosi Lamberto & C. s.a.s.”, di cui il Cosi
era socio accomandatario e il Piconese amministratore di fatto, ed ai
reati di bancarotta fraudolenta documentale e patrimoniale di cui al capo
B), limitatamente, quanto alla bancarotta fraudolenta patrimoniale, alla
distrazione di rimanenze di magazzino per euro 120.544,00 e della
somma di euro 8.645,00, con riferimento al fallimento della società “Soft
World s.r.l.”, di cui il Cosi era amministratore unico ed il Piconese
amministratore di fatto; nonché il solo Cosi, in ordine al reato di
bancarotta fraudolenta patrimoniale di cui al capo B), avente ad oggetto
la distrazione della somma di euro 28.353,94, prelevata dal conto
acceso presso la Banca Popolare Pugliese, ciascuno alle pene, principali
ed accessorie, ritenute di giustizia.
La Corte di appello di Lecce, con la sentenza di cui in epigrafe, in riforma
della sentenza di primo grado, riqualificati i fatti di bancarotta
fraudolenta documentale di cui all’art. 216, I.f., come bancarotta
semplice documentale ex art. 217, I.f., da un lato, dichiarava non
doversi procedere nei confronti di entrambi gli imputati per essere tali
reati estinti per prescrizione; dall’altro, assolveva i due imputati dal
reato loro ascritto al capo B), relativamente alla distrazione di euro
8.645,00, con la formula perché il fatto non sussiste, con conseguente
rideterminazione del trattamento sanzionatorio in senso più favorevole
per gli imputati, confermando nel resto la sentenza impugnata.
2. Avverso la sentenza della corte territoriale, di cui chiedono
l’annullamento, hanno proposto tempestivo ricorso per cassazione
entrambi gli imputati, a mezzo dei rispettivi difensori di fiducia, con
autonomi atti di impugnazione.
2.1. In particolare il Cosi, nel ricorso a firma dell’avv. Fabio Valenti e
dell’avv. Maria Lorena Puscio, entrambi del Foro di Lecce, lamenta:
1) mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione,
in quanto la corte territoriale ha fornito una giustificazione solo
apparente alla propria decisione, essendosi riportata integralmente al
contenuto della sentenza del giudice di primo grado, senza dar conto
delle ragioni per le quali ha ritenuto i fatti di bancarotta riconducibili ad
entrambi gli imputati, senza tacere che lo stesso iter logico seguito dal
giudice di appello risulta contraddittorio, dal momento che la conclusione
cui giunge, ossia che il Cosi, lungi dal configurarsi come mero
prestanome, abbia partecipato attivamente alla gestione di entrambe le
società, si pone in netto contrasto con l’esposizione fattuale elaborata
nelle premesse, che disegna la figura del Cosi come relegata alla cura
del mero aspetto tecnico in contrapposizione a quella del Piconese che si
occupava della gestione amministrativa; 2) mancanza della motivazione
con riguardo alla sussistenza dell’elemento soggettivo con riferimento a
tutti i reati, doglianza che aveva già costituito motivo di appello, sia con
riguardo alle ipotesi distrattive di cui al capo B), punto a), sub a), c) e
d), che a quelle di bancarotta documentale, avendo lamentato il
ricorrente che l’elemento psicologico non può in alcun modo desumersi
dal solo fatto materiale di cui all’imputazione ed accertato nel processo,
essendo compito del giudice indicare gli elementi probatori idonei a
sostenere il dolo delle condotte, ed in relazione alla quale il giudice di
secondo grado ha omesso di fornire adeguata risposta, limitandosi a
riportarsi alla motivazione della sentenza di primo grado; 3) violazione
di legge, con riferimento agli artt. 216, 223, l.f., 40 e 43 c.p., 2392, c.c.,
avendo la corte territoriale errato nel qualificare giuridicamente come
gestione attiva le condotte del Cosi che, a tutto voler concedere,
possono essere ritenute sintomatiche di un omesso controllo da parte
dell’amministratore formale, ma in realtà privo dei poteri di gestione,
con l’ulteriore corollario per cui, ai fini della rilevanza penale di detta
condotta omissiva, si sarebbe dovuto dimostrare la sussistenza dei
relativi presupposti in relazione a ciascun fatto di bancarotta contestato
all’imputato. Sempre sotto il profilo della violazione di legge, il ricorrente
lamenta come la corte territoriale abbia desunto la responsabilità
dell’imputato per le condotte ascrittegli, dalla mera qualifica formale di
amministratore di diritto, senza considerare che la qualifica di
amministratore formale non può comportare un automatico giudizio di
colpevolezza, che va escluso tutte le volte in cui, nel caso di bancarotta
per distrazione, la concreta gestione da parte dell’amministratore di fatto
(nel caso di specie del Piconese) sia tale da degradare l’amministrazione
di diritto a mero atto formale e nominale. In questa prospettiva, secondo
il ricorrente, la sussistenza dell’elemento psicologico del reato non può
desumersi né dalla mera titolarità della carica né da meri comportamenti
negligenti ma deve costituire oggetto di accertamento volta per volta
tramite riscontri probatori maturati nel processo; 4) con riguardo alla
riqualificazione dei fatti di bancarotta documentale da fraudolenta a
semplice, violazione di legge, in ordine agli artt. 216 e 223 L.F., 2214
c.c., 13, 14 e 18 DPR 600/73, in quanto il giudice di secondo grado ha
fornito un’interpretazione errata dell’art. 2214 c.c. nella misura in cui
avrebbe dovuto leggere tale disposizione in conformità ai principi stabiliti
dal citato d.p.r. n. 600 del 1973, in materia di tenuta delle scritture
contabili obbligatorie e dei soggetti destinatari di tale obbligo, alla luce
dei quali si ricava che la normativa fiscale esonera l’imprenditore in
regime di contabilità semplificata dall’obbligo di tenuta del libro degli
inventari e del libro giornale, poiché, ragionando diversamente (come ha
fatto il giudice di appello), si finirebbe per dire che l’imprenditore, una
volta scelto il regime semplificato per poter fruire dei vantaggi di legge
con notevoli sgravi fiscali, sarebbe però costretto secondo la normativa
civilistica alla tenuta delle scritture. Per questo motivo, il giudice
avrebbe dovuto assolvere l’imputato nel merito per insussistenza del
fatto ovvero per impossibilità di ricondurre a quest’ultimo la condotta in
contestazione. Né va taciuto l’evidente vizio di motivazione in cui è
caduto il giudice di appello, il quale, dopo aver ritenuto, confermando la
sentenza di primo grado con motivazione soltanto apparente, che
l’adozione del regime di contabilità semplificata esoneri l’imprenditore a
livello fiscale dall’obbligo di istituire il libro giornale e degli inventari, ha,
poi, concluso, con motivazione manifestamente illogica e contraddittoria,
nel senso della sussistenza del reato di bancarotta documentale,
riqualificandola da fraudolenta in semplice, in ragione della permanenza
in capo all’imprenditore in regime di contabilità semplificata dell’obbligo
di tenuta ex art. 2214 c.c.; 5) con riferimento alle condotte di bancarotta
per distrazione per il mancato rinvenimento di giacenze di magazzino
per l’importo di Euro 120.544,00 e per il prelievo di Euro 28.353,94,
mancanza contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in
quanto gli argomenti posti a fondamento della sussistenza della condotta
distruttiva ed esposti in motivazione non fanno altro che riprodurre in
maniera acritica quelli esposti nella sentenza di primo grado, non
essendosi pronunciato, il giudice di secondo grado, sui motivi di appello
articolati sul punto.
La motivazione della corte territoriale è, altresì, viziata da errore logico
nella misura in cui, pur riflettendo integralmente quella del giudice di
primo grado, si pone in contrasto con le conclusioni prospettate da
quest’ultimo, il quale aveva assolto il Cosi in relazione alle fattispecie di
cui al capo A) dell’imputazione, condannandolo con riferimento a quelle
di cui al capo B), senza tacere che il convincimento del giudice di
secondo grado in ordine alla responsabilità dell’imputato per le
fattispecie distrattive di cui al capo B), non può essere fondato sullo
stato della contabilità della s.r.l.
In riferimento, poi, ai tredici prelievi di denaro contante attribuiti al solo
Cosi, la motivazione del giudice di appello, secondo cui le relative
operazioni hanno integrato la fattispecie distrattiva in quanto non
contabilizzate, è affetta da errore logico, nella misura in cui l’omessa
contabilizzazione avrebbe costituito per i giudici di merito indice di
responsabilità in ordine ad alcuni dei fatti distrattivi, mentre per altre
operazioni bancarie semplice elemento sintomatico di una cattiva tenuta
della contabilità, con la conclusione che lo stesso indice di valutazione di
due diversi tipi di operazioni bancarie avrebbe portato il giudice a
conclusioni diverse, in assenza di un motivazione idonea a dar conto
dell’iter logico seguito per giungere a tali conclusioni. Mancanza di
motivazione viene ancora ravvisata dal ricorrente nell’omessa pronuncia
da parte del giudice di appello sullo specifico motivo di impugnazione
concernente l’elemento soggettivo del reato di bancarotta per
distrazione. Sul punto il giudice di primo grado non si è pronunciato ed il
giudice di appello ha confermato la sentenza del primo giudice senza
illustrare gli elementi forniti dal processo in ordine alla sussistenza del
dolo; violazione di legge in relazione agli artt. 40, 43 e 44, c.p., viene,
altresì, denunciata, sempre con riferimento alla distrazione delle
rimanenze di magazzino pari ad euro 120.544,00 e dell’importo totale di
euro 28.353,94, ritenuta sussistente solo sulla base dell’esame della
contabilità, laddove, secondo il ricorrente, dovendo ritenersi il fallimento
elemento costitutivo del reato di bancarotta, esso deve essere preveduto
e voluto dal soggetto attivo del reato come conseguenza della propria
azione od omissione, sicché il giudice di secondo grado avrebbe dovuto
dar conto della rilevanza delle condotte contestate, in quanto ritenute
idonee a determinare il dissesto della società e quindi il pregiudizio per i
creditori; 6) con riguardo alla mancata riqualificazione delle condotte
distrattive inerenti le vicende della Soft World s.r.l. come fatti di
bancarotta semplice ex art. 217 L.F., il ricorrente lamenta violazione di
legge, con riferimento agli artt. 217, I.f., e 43, c.p., avendo errato il
giudice di appello nell’aver desunto il dolo delle due fattispecie
distrattive dalle condotte stesse, quando invece avrebbe dovuto,
partendo dalla ricostruzione del fallimento come elemento essenziale
della fattispecie di bancarotta fraudolenta e dovendo, pertanto, costituire
oggetto di dolo la condotta distrattiva, il fallimento/pregiudizio dei
creditori ed il nesso causale, qualificare la fattispecie come ipotesi di
bancarotta fraudolenta solo laddove fosse risultato che l’agente avesse
previsto il dissesto come conseguenza della condotta distrattiva,
dovendo in caso contrario concludere per la sussistenza della fattispecie
meno grave di bancarotta semplice ex art. 217 L.F.. Deduce, inoltre, il
ricorrente la mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della
motivazione, nel punto in cui la corte territoriale, dopo aver qualificato la
gestione della contabilità come disordinata al punto da aver impedito la
esatta ricostruzione della situazione patrimoniale, ha poi concluso nel
senso che sarebbe stata proprio quella documentazione contabile(della
s.r.I.) ad aver consentito di ritenere integrate le fattispecie distrattive,
senza tacere che la corte territoriale ha omesso di motivare in ordine alla
riqualificazione delle fattispecie da fraudolente a semplici così come
prospettata nei motivi di appello.
2.2. Piconese Gianluca, nel ricorso a firma dell’avv. Marco Castelluzzo,
del Foro di Lecce, lamenta violazione di legge e vizio di motivazione, con
riferimento: 1) agli artt. 223 e 216, I.f., atteso che, nel confermare la
responsabilità dell’imputato per la fattispecie di distrazione delle
rimanenze di magazzino della società Soft World srl, la corte territoriale
ha disatteso, senza adeguatamente motivare sul punto, quanto
lamentato nei motivi di appello in ordine alla contestazione di
amministratore di fatto mossa nei suoi confronti ed all’insussistenza del
reato ex art. 216 L.F. con riferimento alla predetta condotta distrattiva.
In particolare il giudice di appello si sarebbe limitato a rinviare
genericamente ed acriticamente a quanto esposto nella motivazione
della sentenza di primo grado, senza dar conto delle ragioni per cui
l’alternativa ricostruzione prospettata dalla difesa dell’imputato non
fosse stata idonea a far sorgere almeno il dubbio di una possibile lettura
alternativa. Nello specifico, il giudice di appello avrebbe ignorato gli
elementi emersi in dibattimento, tali far desumere l’insussistenza
dell’ipotesi del Piconese come amministratore di fatto, elementi che
sarebbero stati “liquidati” dal giudice di secondo grado senza
un’adeguata analisi. Su tutte le circostanze idonee a sconfessare il ruolo
riconosciuto all’imputato, la corte avrebbe omesso di motivare
nonostante fossero stati fatti oggetto di profili di censura specificamente
sollevati (fattuali); 2) all’insussistenza del reato ex art. 223 L.F. in
relazione all’art. 216, I. fall., posto che, con riferimento alla condotta
distrattiva di rimanenze di magazzino della “Soft World srl”, la
motivazione della sentenza impugnata è viziata nella parte in cui la corte
territoriale ha valutato situazioni analoghe con criteri differenti, avendo
il giudice di appello, in particolare, affermato la responsabilità degli
imputati in assenza di una prova certa circa la loro responsabilità
penale, utilizzando in motivazione espressioni al condizionale che mal si
conciliano con una sicura affermazione di responsabilità; sotto il profilo
dell’elemento soggettivo del reato, il giudice di appello ha, inoltre,
violato la legge penale, in relazione all’art. 223, I. fall., atteso che non
ha tenuto nella dovuta considerazione circostanze che secondo il
ricorrente deporrebbero univocamente a favore dell’insussistenza
dell’elemento psicologico richiesto dalla norma, tutt’al più residuando la
fattispecie di cui all’art. art. 217 I. fall.
Il giudice di appello, in particolare, ha ritenuto le due ipotesi di
bancarotta in contestazione come sorrette da elementi psicologici
incomprensibilmente differenti, in quanto, nel momento in cui la corte
territoriale ha definito la gestione sociale caotica, inattendibile e
disordinata, rilevando come gli imputati, anche in ragione delle loro
diverse esperienze professionali, non hanno considerato le conseguenze
della loro condotta con riferimento alla tenuta delle scritture contabili,
avrebbe dovuto ripetere lo stesso ragionamento in relazione alle
condotte distrattive e, dunque, qualificare le condotte, in mancanza della
prova di una destinazione delle stesse alla finalità di pregiudicare i
creditori, in termini di bancarotta semplice.
3. Entrambi i ricorsi vanno rigettati.
4. In via preliminare va rilevato che i motivi di ricorso sintetizzati nelle
pagine che precedono sub n. 1); n. 2); n. 5) e n. 6), con riferimento alla
posizione del Cosi, e la maggior parte dei motivi posti dal Piconese a
fondamento della sua impugnazione, appaiono inammissibili.
Con essi, infatti, i ricorrenti propongono, peraltro genericamente, una
mera rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione
impugnata, sulla base di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e
valutazione dei fatti, senza individuare vizi di logicità tali da evidenziare
la sussistenza di ragionevoli dubbi, ricostruzione e valutazione, in
quanto tali, precluse in sede di giudizio di cassazione (cfr. Cass., sez. I,
16.11.2006, n. 42369, rv. 235507; Cass., sez. VI, 3.10.2006, n. 36546,
rv. 235510; Cass., sez. III, 27.9.2006, n. 37006, rv. 235508).
Ed invero non può non rilevarsi come il controllo del giudice di
legittimità, pur dopo la novella dell’art. 606, c.p.p., ad opera della I. n.
46 del 2006, si dispiega, pur a fronte di una pluralità di deduzioni
connesse a diversi atti del processo, e di una correlata pluralità di motivi
di ricorso, in una valutazione necessariamente unitaria e globale, che
attiene alla reale esistenza della motivazione ed alla resistenza logica del
ragionamento del giudice di merito, essendo preclusa al giudice di
legittimità la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della
decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di
ricostruzione e valutazione dei fatti, posto che, in tal caso, si
demanderebbe alla Cassazione il compimento di una operazione
estranea al giudizio di legittimità, quale è quella di reinterpretazione
degli elementi di prova valutati dal giudice di merito ai fini della
decisione (cfr. Cass., sez. VI, 26.4.2006, n. 22256, rv. 234148; Cass.,
sez. VI, 22/01/2014, n. 10289).
Erronea, poi, è l’affermazione in tema di prova del dolo, contenuta nel
secondo motivo di ricorso del Cosi, posto che, come affermato da tempo
da un condivisibile orientamento della giurisprudenza di legittimità, in
tema di dolo, la prova della volontà di commissione del reato è
prevalentemente affidata, in mancanza di confessione, alla ricerca delle
concrete circostanze che abbiano connotato l’azione e delle quali deve
essere verificata la oggettiva idoneità a cagionare l’evento in base ad
elementi di sicuro valore sintomatico, valutati sia singolarmente sia nella
loro coordinazione (cfr., ex plurimis, Cass., sez. VI, 6.4.2011, n. 16465,
rv. 250007), come fatto dalla corte territoriale.
Infondati devono ritenersi anche i motivi sub n. 3) e n. 4) del ricorso
Cosi.
Anzi, a ben vedere, il motivo di ricorso sub n. 3), fondato sul
presupposto che il Cosi abbia rivestito un ruolo meramente formale e
residuale all’interno delle compagini societarie in premessa indicate,
deve ritenersi inammissibile, in quanto mera reiterazione di doglianze
già rappresentate in sede di appello e disattese dalla corte territoriale,
attraverso un’articolata motivazione, con cui il ricorrente non si
confronta.
Ed invero i motivi che ripropongono acriticamente le stesse ragioni già
discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame, devono
considerarsi non specifici, ma meramente apparenti, in quanto non
assolvono la funzione tipica di critica puntuale avverso la sentenza
oggetto di ricorso (cfr. Cass., sez. IV, 18.9.1997 – 13.1.1998, n. 256, rv.
210157; Cass., sez. V, 27.1.2005 – 25.3.2005, n. 11933, rv. 231708;
Cass., sez. V, 12.12.1996, n. 3608, rv. 207389).
Orbene, nel caso in esame, la corte territoriale, attraverso una puntale
disamina delle risultanze processuali, ha evidenziato come il Cosi “non è
stato un semplice prestanome, come invece si è cercato di sostenere
nell’atto di appello, ma ha partecipato attivamente alla gestione di
entrambe le società, tollerando e anche avallando le ingerenze del
Piconese, che, malgrado l’assenza di cariche formali, partecipava alla
conduzione di entrambe le società e non era un semplice socio di capitali
ma piuttosto un coannministratore” (cfr. pp. 14-16 della sentenza
impugnata).
Tale conclusione non appare né contraddittoria, né manifestamente
illogica, essendo sorretta da una serie di elementi di fatto, valutati dalla
corte territoriale, con logico argomentare, sintomatici della diretta e
fattiva partecipazione del Cosi alla gestione di entrambe le società
(l’imputato, infatti, manteneva rapporti con agenti e fornitori; gestiva i
rapporti di lavoro con i dipendenti insieme con il Piconese; era l’unico
soggetto legittimato ad operare sul conto corrente intestato alla “Soft
World s.r.l.”, acceso presso la Banca Popolare Pugliese, dal quale
vennero distratte somme per complessivi euro 28.353,94, attraverso
tredici operazioni di prelievo, di cui undici direttamente effettuate dal
Cosi; fu sempre il Cosi a consegnare le scritture contabili di entrambe le
società fallite ai rispettivi curatori fallimentari).
Infondato è il rilievo sub n. 4), posto che, come chiarito
dall’orientamento dominante nella giurisprudenza di legittimità, in tema
di reati fallimentari, il regime tributario di contabilità semplificata,
previsto per le cosiddette imprese minori, non comporta l’esonero
dall’obbligo di tenuta dei libri e delle scritture contabili, previsto dall’art.
2214 cod. civ., con la conseguenza che il suo inadempimento può
integrare – ove preordinato a rendere impossibile la ricostruzione del
patrimonio dell’imprenditore – la fattispecie incriminatrice del reato di
bancarotta fraudolenta documentale (cfr. Cass., sez. V, 13.11.2013, n.
656, rv. 257958; Cass., sez. V, 30.10.2014, n. 52219, rv. 262198), che
nel caso in esame la corte territoriale ha escluso, con coerente
argomentare, proprio perché ha ritenuto non dimostrata la
preordinazione della condotta a rendere impossibile la ricostruzione del
patrimonio dell’imprenditore, con conseguente riqualificazione di
entrambi i fatti di bancarotta fraudolenta documentale in fatti di
bancarotta documentale semplice (imposta dal difetto di prova
dell’elemento soggettivo tipico della bancarotta fraudolenta
documentale: cfr. Cass., sez. V, 29.4.2014, n. 23251, rv. 262384), per i
quali pronunciava sentenza di non doversi procedere nei confronti dei
ricorrenti, per essere i reati estinti per prescrizione.
Sicché appare evidente che non si giustifica la pronuncia di una formula
assolutoria più favorevole per gli imputati.
Come chiarito, infatti, dall’orientamento dominante nella giurisprudenza
di legittimità, in presenza di una causa di estinzione del reato il giudice è
legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione a norma dell’art. 129,
co. 2, c.p.p., soltanto nei casi in cui, a differenza di quanto riscontrato
nella fattispecie in esame, proprio per la sua particolare complessità,
testimoniata indirettamente anche dal profluvio dei motivi di ricorso, le
circostanze idonee ad escludere l’esistenza del fatto, la commissione del
medesimo da parte dell’imputato e la sua rilevanza penale emergano
dagli atti in modo assolutamente non contestabile, così che la
valutazione che il giudice deve compiere al riguardo appartenga più al
concetto di “constatazione”, ossia di percezione “ictu oculi”, che a quello
di “apprezzamento” e sia quindi incompatibile con qualsiasi necessità di
accertamento o di approfondimento (cfr. Cass., Sez. Un., 28.5.2009, n.
35490, rv. 244274; Cass., sez. VI, 22.1.2014, n. 10284, rv. 259445), .
Con riferimento alle diverse doglianze prospettate dal Cosi attraverso i
motivi sintetizzati nelle pagine precedenti sub n. 5) e n. 6), ne va
ribadita la natura generica e meramente fattuale, oltre alla manifesta
infondatezza di alcuni rilievi ed, in particolare, delle argomentazioni
sviluppate sul presupposto che, nel delitto di bancarotta fraudolenta
patrimoniale per distrazione il fallimento costituisca l’evento del reato e
debba, pertanto, formare oggetto dell’elemento psicologico, fondando su
tale specifico profilo, il ricorrente, la distinzione tra bancarotta
fraudolenta patrimoniale e bancarotta semplice..
Come affermato, infatti, dall’orientamento dominante nella
giurisprudenza di legittimità, condiviso dal Collegio, ai fini della
sussistenza del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale per
distrazione, che ogni atto distrattivo assume rilievo ai sensi dell’art. 216
I. fall., in caso di fallimento, indipendentemente dalla rappresentazione
di quest’ultimo, il quale non costituisce l’ evento del reato che, invece,
coincide con la lesione dell’interesse patrimoniale della massa. (cfr., ex
plurimis, Cass., sez. V, 24.3.2010, n. 16579, rv. 246879).
Ciò in quanto il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato
di pericolo a dolo generico per la cui sussistenza, pertanto, non è
necessario che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza
dell’impresa, né che abbia agito allo scopo di recare pregiudizio ai
creditori, essendo sufficiente la consapevole volontà di dare al
patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle
obbligazioni contratte (cfr. Cass., sez. V, 14.12.2012, n. 3229, rv.
253932; Cass., sez. V, 13.2.2014, n. 21846, rv. 260407; Cass., Sez.
Un., 31.3.2016, n. 22474, rv. 266805).
Né va taciuto che anche in una recente e, per il momento, isolata
pronuncia della Suprema Corte, che, in relazione al reato di bancarotta
fraudolenta prefallimentare, costruisce la dichiarazione di fallimento
come condizione oggettiva di punibilità, si ribadisce come trattasi di un
evento estraneo all’offesa tipica ed alla sfera di volizione dell’agente (cfr.
Cass., sez. V, 8.2.2017, n. 13910, rv. 269388).
Va, dunque, ribadito, anche in questa sede il consolidato e prevalente
orientamento della giurisprudenza di legittimità (rispetto al quale si pone
un solo precedente di segno contrario, ormai risalente nel tempo: cfr.
Cass., sez. V, 24.9.2012, n. 47502), secondo cui in tema di bancarotta
fraudolenta per distrazione a configurare l’elemento soggettivo del reato
è sufficiente il dolo generico, che consiste nella coscienza e volontà di
dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità
dell’impresa, con la consapevolezza che tale destinazione determina un
depauperamento del patrimonio sociale ai danni della classe creditoria,
non essendo invece richiesta la specifica conoscenza dello stato di
dissesto della società h Non si richiede, pertanto, al fine di integrare il
dolo generico del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per
distrazione, che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza
dell’impresa, né che abbia agito allo scopo di recare pregiudizio ai
creditori (cfr. Cass., sez. V, 24/03/2010, n. 16579; Cass., sez. V,
23/04/2013, n. 28514; Cass., sez. V, 14.12.2012, n. 3229, rv. 253932;
Cass., sez. V, 13.2.2014, n. 21846, rv. 260407).
5. Quanto alla posizione del Piconese, si deve ribadire come la maggior
parte dei motivi di ricorso siano generici e di natura meramente fattuale.
Con particolare riferimento alla qualifica di amministratore di fatto
rivestita dal Piconese, la corte territoriale ha reso una motivazione
assolutamente conforme ai principi elaborati al riguardo dalla
giurisprudenza della Suprema Corte.
Ed invero, consolidato appare, all’interno della giurisprudenza di
legittimità, l’orientamento secondo cui la nozione di amministratore di
fatto, introdotta dall’art. 2639 c.c., postula l’esercizio in modo
continuativo e significativo dei poteri tipici inerenti alla qualifica od alla
funzione, anche se “significatività” e “continuità” non comportano
necessariamente l’esercizio di “tutti” i poteri propri dell’organo di
gestione, ma richiedono l’esercizio di un’apprezzabile attività gestoria,
svolta in modo non episodico od occasionale.
La posizione dell’amministratore di fatto, destinatario delle norme
incriminatrici della bancarotta fraudolenta, dunque, va determinata con
riferimento alle disposizioni civilistiche che, regolando l’attribuzione della
qualifica di imprenditore e di amministratore di diritto, costituiscono la
parte precettiva di norme che sono sanzionate dalla legge penale. La
disciplina sostanziale si traduce, in via processuale, nell’accertamento di
elementi sintomatici di gestione o cogestione della società, risultanti
dall’organico inserimento del soggetto, quale “intraneus” che svolge
funzioni gerarchiche e direttive, in qualsiasi momento dell'”iter” di
organizzazione, produzione e commercializzazione dei beni e servizi –
rapporti di lavoro con i dipendenti, rapporti materiali e negoziali con i
finanziatori, fornitori e clienti – in qualsiasi branca aziendale, produttiva,
amministrativa, contrattuale, disciplinare.
Peraltro l’accertamento degli elementi sintomatici di tale gestione o
cogestione societaria costituisce oggetto di apprezzamento di fatto che è
insindacabile in sede di legittimità, se sostenuto da motivazione congrua
e logica (cfr. Cass., sez. V, 14.4.2003, n. 22413, rv. 224948; Cass., sez.
I, 12.5.2006, n. 18464, rv. 234254).
In conclusione può dunque affermarsi che in tema di bancarotta
fraudolenta, i destinatari delle norme di cui agli artt. 216 e 223 I. fall.
vanno individuati sulla base delle concrete funzioni esercitate, non già
rapportandosi alle mere qualifiche formali ovvero alla rilevanza degli atti
posti in essere in adempimento della qualifica ricoperta (cfr. Cass., sez.
V, 13.4.2006, n. 19145, rv. 234428).
Orbene, la corte di appello di Lecce, con motivazione articolata,
esauriente ed immune da vizi, si è mossa nel solco interpretativo
tracciato dalla giurisprudenza di legittimità.
La corte territoriale, infatti, ha individuato una pluralità di indici di
assoluto valore sintomatico della qualifica di “amministratore di fatto”
esplicitati dalle fonti probatorie, evidenziando, tra
l’altro, come il Piconese: 1) curasse, unitamente al Cosi, i rapporti con
gli agenti ed i fornitori, tanto che alcuni di questi ultimi avevano ritenuto
che fosse proprio il Piconese il rappresentante della società, nel cui nome
agiva; 2) operasse nei rapporti con i terzi, come punto di riferimento
delle società fallite; 3) gestisse, al pari del Cosi, i rapporti con i
dipendenti; 4) fosse abilitato ad operare su tutti conti correnti della
s.a.s. e sul conto intestato alla s.r.l. presso la Unicredit Xelion Banca,
“per la quale era, anzi, indicato come “secondo legale rappresentante”,
conto su cui il suddetto Piconese aveva tratto undici assegni, emessi in
favore di fornitori, pur se non contabilizzati o contabilizzati in maniera
impropria” (cfr. pp. 14-16).
Appare, dunque, evidente, come affermato dalla corte territoriale, che,
contrariamente a quanto preteso dalla difesa, il Piconese non può essere
relegato in un ruolo irrilevante, partecipando, in realtà, egli alle scelte
decisive per la vita della società fallita, di cui era di fatto il vero gestore,
in uno con il Cosi.
Ciò posto, l’affermazione di responsabilità di entrambi gli imputati per i
fatti di distrazione, si giustifica proprio alla luce dei consolidati principi,
affermati dalla giurisprudenza di legittimità, ai quali la corte di appello si
è scrupolosamente attenuta.
Con particolare riferimento al reato di bancarotta fraudolenta
patrimoniale per distrazione, si è, infatti, affermato, che affinché
l’amministratore di fatto di una società possa esserne ritenuto
responsabile, occorre che egli abbia posto in essere atti tipici di gestione,
offrendo così un contributo obiettivo alle decisioni adottate da chi è
formalmente investito della qualifica di amministratore, nella
consapevolezza delle implicazioni della condotta tipica del soggetto
qualificato (cfr. Cass., sez. I, 11/01/2012, n. 5063, G.M.).
Quanto all’elemento soggettivo, consistente anche per l’amministratore
“di fatto” nella consapevole volontà dei singoli atti di distrazione e della
idoneità dei medesimi a cagionare danno ai creditori, in quanto privi di
sinallagma rispondente al fine istituzionale dell’impresa, in
considerazione, ad esempio della natura fittizia o della entità
dell’operazione che incide negativamente sul patrimonio della società
(cfr. ex plurimis, Cass., sez. V., 24.3.2010, n. 16579, Fiume, rv.
246879), esso si evince dalla diretta e continuativa partecipazione
dell’imputato all’attività di gestione dell’impresa in cui si sono consumati
i singoli episodi illeciti a lui contestati.
L’amministratore “di fatto” della società fallita, infatti, è da ritenere
gravato dell’intera gamma dei doveri cui è soggetto l’amministratore “di
diritto”, per cui, ove concorrano le altre condizioni di ordine oggettivo e
soggettivo, egli assume la penale responsabilità per tutti i
comportamenti penalmente rilevanti a lui addebitabili (cfr., ex plurimis,
Cass., sez. V, 20.5.2011, n. 39593, rv. 250844).
Egli, inoltre, essendo tenuto ad impedire ex art. 40, co. 2, c.p., le
condotte illecite riguardanti l’amministrazione della società o a
pretendere l’esecuzione degli adempimenti previsti dalla legge, è
responsabile di tutti i comportamenti, sia omissivi che commissivi, posti
in essere dall’amministratore di diritto, al quale è sostanzialmente
equiparato (cfr., ex plurimis, Cass., sez. V, 5.7.2012, n. 33385, rv.
253269).
D’altro canto di bancarotta fraudolenta risponde l’amministratore di
diritto, unitamente all’amministratore di fatto, anche per non avere
impedito l’evento che aveva l’obbligo di impedire, essendo sufficiente,
sotto il profilo soggettivo, la generica consapevolezza che
l’amministratore effettivo distragga, occulti, dissimuli, distrugga o dissipi
i beni sociali, la quale non può dedursi dal solo fatto che il soggetto
abbia accettato di ricoprire formalmente la carica di amministrato,
occorrendo anche la dimostrazione di una sua diretta ed effettiva
ingernza nella gestione dell’impresa (cfr. Cass., sez. V, 7.1.2015, n.
7332, rv. 262767).
Sotto il profilo dell’elemento soggettivo, si è già detto come per la
bancarotta fraudolenta patrimoniale esso si presenti nella forma del dolo
generico, la cui prova può essere desunta dalla concreta ingerenza
dell’amministratore di fatto nella gestione dell’impresa, non
richiedendosi, contrariamente all’assunto difensivo, che il reo abbia agito
allo scopo di recare pregiudizio ai creditori.
In ogni caso, a prescindere da ogni ulteriore considerazione
sull’elemento psicologico del reato, va rilevato che nel caso in esame la
possibilità di configurare il diverso e meno grave delitto di bancarotta
semplice, è esclusa in radice dalla circostanza oggettiva che nessuna
delle condotte in addebito è riconducibile alle singole ipotesi di
bancarotta patrimoniale semplice previste dai da 1) a 5) dell’art. 217,
co. 1, I. fall.
6. Sulla base delle svolte considerazioni i ricorsi di cui in premessa
vanno, dunque, rigettati, con condanna di ciascun ricorrente, ai sensi
dell’art. 616, c.p.p., al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.
Rigetta i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso in Roma il 26.5.2017.

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