Bancarotta Fraudolenta Patrimoniale – Cassazione Penale 07/07/2017 N° 33256

Bancarotta fraudolenta patrimoniale – Cassazione penale 07/07/2017 n° 33256 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 07/07/2017

Numero: 33256

Testo completo della Sentenza Bancarotta fraudolenta patrimoniale – Cassazione penale 07/07/2017 n° 33256:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

Penale Sent. Sez. 5 Num. 33256 Anno 2017
Presidente: BRUNO PAOLO ANTONIO
Relatore: MICHELI PAOLO
Data Udienza: 07/02/2017

SENTENZA
sui ricorsi proposti da
• brio Marisanta, nata a Caserta il 13/07/1973
• brio Luigi, nato a Calvi Risorta il 01/06/1942
avverso la sentenza emessa il 29/09/2015 dalla Corte di appello di Trieste
visti gli atti, la sentenza impugnata ed i ricorsi;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Paolo Micheli;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.
Francesco Salzano, il quale ha concluso chiedendo il rigetto dei ricorsi
RITENUTO IN FATTO
1. Il 29/09/2015, la Corte di appello di Trieste confermava la sentenza
emessa dal Tribunale di Tolmezzo, in data 10/05/2013, nei confronti di Marisanta
e Luigi Iorio, condannati a pene ritenute di giustizia per il delitto di bancarotta
fraudolenta per distrazione, relativamente a condotte da loro commesse nella
gestione della “Biotecnord” s.r.l. società dichiarata fallita nell’ottobre 2005.
Secondo l’ipotesi accusatoria, i due imputati – Marisanta Iorio quale
amministratore unico, il padre Luigi nella veste di procuratore e
coamministratore di fatto – avevano emesso assegni su conti correnti della
fallita per circa 120 milioni di lire (tra il 2000 e il 2002, i più recenti dei quali in
euro), utilizzati per incassare denaro liquido o per pagare prestazioni a titolo
personale: nella quasi totalità dei casi, detti titoli erano stati annotati nella
contabilità della Biotecnord come acconti di fatture ad una società fornitrice,
senza però che le relative somme fossero state mai incassate da quest’ultima.
2. Avverso la pronuncia della Corte territoriale propone ricorso per
cassazione, con atto da lei personalmente sottoscritto, Marisanta brio.
2.1 Con un primo motivo di doglianza, l’imputata lamenta violazione della
legge penale e vizi di motivazione della sentenza impugnata, facendo presente
che la declaratoria di penale responsabilità appare fondarsi sulla mera presa
d’atto della sua qualità di amministratrice di diritto della Biotecnord, senza alcun
approfondimento in ordine alle circostanze in cui avvennero i contestati
prelevamenti di denaro. Al contrario, l’istruttoria dibattimentale aveva chiarito
che le somme in questione erano state impiegate per coprire i costi di
ristrutturazione e adeguamento di immobili siti in Cave del Predil, come
confermato dagli operai che vi avevano lavorato: la Corte di appello non risulta
aver confutato l’assunto che quei pagamenti fossero realmente avvenuti, perciò
(onde confermare la natura distrattiva delle condotte degli imputati, e ritenere
che gli assegni in rubrica fossero stati utilizzati per scopi diversi) avrebbe dovuto
evidenziare l’esistenza di altre uscite dalle casse sociali per quella finalità. In
ogni caso, le somme prelevate dai conti correnti ben avrebbero potuto
«riconoscersi come compensazione, ovvero a copertura delle anticipazioni fatte
dalla famiglia brio».
Quanto alla propria posizione soggettiva, la ricorrente precisa di non avere
«mai prospettato di essere una “testa di legno”, ma soltanto di non aver avuto
mai contezza della natura fraudolenta delle operazioni contestate. Più
semplicemente, è stato invece dedotto – ed ampiamente dimostrato – che la
società Biotecnord era una società di tipo “familiare”, che coinvolgeva l’intero
nucleo . Proprio per tali ragioni, vi era un vincolo fiduciario tra i soggetti, per
cui molte attività gestionali venivano svolte anche dagli altri familiari senza che
la sottoscritta provvedesse ad alcuna supervisione. Seppure la sottoscritta
avesse avuto il dovere di sorvegliare l’operato altrui, in quanto amministratrice
della società, l’inadempimento a tale dovere non potrebbe comunque assumere
rilevanza rispetto ai reati invece addebitati, atteso che la sottoscritta è stata
condannata per un reato tipicamente doloso, con riferimento al quale presunti
giudizi di rimprovero a titolo colposo non appaiono prospettabili». A
quest’ultimo riguardo, si legge nel ricorso che i rapporti con dipendenti ed istituti
bancari erano comunque tenuti da Luigi Iorio, e che ogni operazione curata da
costui era stata dal medesimo rappresentata alla figlia come lecita e finalizzata
agli scopi sociali.
Coerente a tale ricostruzione, al di là del dato formale valorizzato dai giudici
di merito (secondo cui alcuni assegni risultavano comunque intestati alla stessa
Marisanta Iorio), appare il contributo del curatore fallimentare, che – pur
confermando il ruolo di amministratore di diritto della donna, con correlati poteri
e doveri – aveva sottolineato che ella riceveva “suggerimenti” dal coimputato:
sarebbe stato, perciò, «ragionevole ed altamente verosimile presumere che
l’odierna ricorrente – pur essendo soggetto intraneo alla società, a conoscenza
delle operazioni economiche e finanziarie – avesse fatto affidamento nell’operato
del padre». Né, infine, avrebbe potuto intendersi decisiva la circostanza,
sottolineata dai giudici di merito, secondo cui le scritture della Biotecnord – alla
cui tenuta era preposta in primis l’amministratrice di diritto – non ne
rappresentavano fedelmente la realtà economica, sì da far comunque dubitare
l’imputata della liceità delle operazioni compiute: queste, infatti, vennero poste
in essere non oltre il 2002, quando la società non versava ancora nello stato di
dissesto che avrebbe poi portato al fallimento.
2.2 Con un secondo motivo di impugnazione, la Iorio deduce inosservanza
ed erronea applicazione degli artt. 114 e 133 cod. pen., segnalando che la Corte
di appello sarebbe incorsa in una errata differenziazione delle posizioni
soggettive dei due imputati, negando solo in via aprioristica la concessione alla
ricorrente dell’attenuante evidenziata.
3. Propone altresì ricorso il difensore di Luigi brio.
3.1 Nell’interesse del ricorrente si lamentano vizi della motivazione e
violazione delle norme incriminatrici a lui contestate, dovendosi innanzi tutto
escludere che le risultanze processuali abbiano dimostrato il ruolo dello Iorio
come amministratore di fatto della Biotecnord. Un conto, infatti, è considerare
che la società avesse carattere familiare, che l’imputato avesse messo il proprio
know how a servizio dei figli e fosse stato coinvolto nella conduzione dell’attività
imprenditoriale, ben altro è che – nel concreto esercizio di tali facoltà gestionali –
egli avesse realmente goduto di poteri assimilabili a quelli di un vero e proprio
amministratore (la difesa ricorda che «la nozione di amministratore di fatto,
introdotta dall’art. 2639 cod. civ., postula l’esercizio in modo continuativo e
significativo dei poteri tipici, i quali richiedono l’esercizio di un’apprezzabile
attività gestoria, svolta in modo non episodico ed occasionale): sul punto, i
giudici di merito appaiono essersi limitati ad enumerare argomenti di carattere
presuntivo, privi di riscontri fattuali di sorta. Ne deriva, pertanto, che a tutto
voler concedere Luigi Iorio avrebbe potuto considerarsi un concorrente extraneus
in condotte ascrivibili alla figlia (amministratrice di diritto).
3.2 Analoghi vizi vengono prospettati dalla difesa dello Iorio quanto alla
ritenuta non necessità della prova di un nesso causale tra le presunte condotte
distrattive ed il successivo fallimento: l’orientamento a cui aderiscono i giudici di
merito, ove qui confermato, porterebbe all’assurda conseguenza di non intendere
punibile «l’imprenditore che distrae risorse enormi da una società dotata di un
patrimonio attivo considerevole, tale da permetterle di sfuggire al fallimento,
mentre, dall’altro lato, sarebbe invece punito un imprenditore od un
amministratore della società che, moltissimi anni prima del fallimento, abbia
prelevato indebitamente una modestissima somma di denaro (anche se l’impresa
ha poi operato in attivo e pagato regolarmente i propri creditori, e sia poi caduta
in dissesto esclusivamente per congiunture successive)».
A riguardo, il ricorrente richiama l’interpretazione suggerita dalle sentenze
nn. 47502 del 24/09/2012, ric. Corvetta (di questa stessa Sezione), e 41655 del
10/09/2013, ric. Gessi (della Sezione Feriale di questa Corte).
3.3 Il difensore di Luigi Iorio segnala quindi, come già esposto dalla figlia,
che vi era stata compiuta dimostrazione dell’utilizzo delle somme prelevate per
lavori di ristrutturazione di immobili, nell’interesse della società fallita: lavori da
un iato certamente eseguiti, come emerso su base testimoniale (la tesi contraria,
sostenuta da un appartenente alla Guardia di Finanza, si basava su mere
opinioni), e che non necessariamente avrebbero dovuto essere oggetto di
puntuale rendiconto, dato il carattere familiare della Biotecnord (assunto come
pacifico dagli stessi giudici di merito).
3.4 L’ultimo motivo, dedicato alla lamentata violazione degli artt. 114 e 133
cod. pen., riproduce gli argomenti sviluppati, in parte qua, anche nel ricorso a
firma della coimputata.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. I ricorsi non possono trovare accoglimento.
2. Quanto alla contestata veste di amministratore di fatto, che i giudici di
merito risultano avere attribuito a Luigi Iorio, deve ricordarsi che – secondo la
consolidata giurisprudenza di questa Corte – la relativa nozione, «introdotta
dall’art. 2639 cod. civ., postula l’esercizio in modo continuativo e significativo dei
poteri tipici inerenti alla qualifica od alla funzione; nondimeno, significatività e
continuità non comportano necessariamente l’esercizio di tutti i poteri propri
dell’organo di gestione, ma richiedono l’esercizio di un’apprezzabile attività
gestoria, svolta in modo non episodico o occasionale. Ne consegue che la prova
della posizione di amministratore di fatto si traduce nell’accertamento di
elementi sintomatici dell’inserimento organico del soggetto con funzioni direttive
– in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o commerciale
dell’attività della società, quali sono i rapporti con i dipendenti, i fornitori o i
clienti ovvero in qualunque settore gestionale di detta attività, sia esso
aziendale, produttivo, amministrativo, contrattuale o disciplinare – il quale
costituisce oggetto di una valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimità,
ove sostenuta da congrua e logica motivazione» (Cass., Sez. V, n. 35346 del
20/06/2013, Tarantino, Rv 256534; v. anche Cass., Sez. V, n. 8479/2017 del
28/11/2016, Faruolo). Si è anche affermato, più in particolare, che la prova di
detta qualifica può senz’altro ricavarsi «dal conferimento di una procura generale
ad negotia, quando questa, per l’epoca del suo conferimento e per il suo oggetto,
concernente l’attribuzione di autonomi e ampi poteri, sia sintomatica della
esistenza del potere di esercitare attività gestoria in modo non episodico o
occasionale» (Cass., Sez. V, n. 2793/2015 del 22/10/2014, Semeraro, Rv
262630).
Tanto precisato, è la stessa coimputata di Luigi Iorio – al fine di vedere
esclusa o ridimensionata la propria responsabilità – a ricordare nel proprio
ricorso come la Corte territoriale abbia già evidenziato che il padre «era delegato
ad operare sui conti correnti della società fallita, si era dimostrato perfettamente
a conoscenza di tutte le vicende societarie nel corso dei colloqui con il curatore
fallimentare, assumeva direttamente gli operai, concordava il prezzo per le loro
prestazioni ed intratteneva con loro rapporti economici, si presentava ai terzi
come il proprietario della società, interloquiva anche con il commercialista ed
assumeva, pertanto, in prima persona le determinazioni gestionali della stessa».
Tali elementi, peraltro, vengono desunti dalla Corte di appello sulla base delle
stesse indicazioni fornite da Luigi Iorio nel corso del proprio esame in
dibattimento (v. pag. 20 della motivazione della sentenza impugnata), ed
appaiono ribaditi anche all’esito dell’allegazione difensiva secondo cui l’imputato
era stato delegato dalla figlia alla sola gestione dell’attività nei cantieri: delega,
peraltro, che sarebbe stata formalizzata in un documento mai rinvenuto dagli
organi della procedura concorsuale.
3. Per converso, deve comunque osservarsi che la qualità di dominus della
società, da riconoscere a Luigi Iorio, non vale ex se ad escludere il
coinvolgimento di Marisanta Iorio nei fatti di cui alla rubrica. Come sopra
ricordato, è la stessa ricorrente ad escludere di essere mai stata una mera “testa
di legno”, adducendo la propria buona fede per essersi sostanzialmente fidata –
nell’ambito di una società a conduzione familiare – di chi ne curava la gestione
senza curarsi di informare il legale rappresentante delle singole operazioni
compiute; tuttavia, se è innegabile che nel caso di specie si debba discutere di
reati dolosi, è parimenti escluso che la Iorio versasse in semplice colpa, perché
non si limitò ad adagiarsi sui rapporti di fiducia che la legavano al padre o ad
altri parenti.
Da un lato, è necessario qui ribadire che «in tema di bancarotta fraudolenta,
in caso di concorso ex art. 40, comma secondo, cod. pen., dell’amministratore
formale nel reato commesso dall’amministratore di fatto, ad integrare il dolo del
primo è sufficiente la generica consapevolezza che il secondo compia una delle
condotte indicate nella norma incriminatrice, senza che sia necessario che tale
consapevolezza investa i singoli episodi delittuosi, potendosi configurare
l’elemento soggettivo sia come dolo diretto, che come dolo eventuale» (Cass.,
Sez. V, n. 50348 del 22/10/2014, Serpetti, Rv 263225; v. anche Cass., Sez. V,
n. 44826 del 28/05/2014, Regoli, Rv 261814, secondo cui «sussiste la
responsabilità dell’amministratore di diritto, a titolo di concorso nel reato di
bancarotta fraudolenta patrimoniale, con l’amministratore di fatto non già ed
esclusivamente in virtù della posizione formale rivestita all’interno della società,
ma in ragione della condotta omissiva dallo stesso posta in essere, consistente
nel non avere impedito, ex art. 40, comma secondo, cod. pen., l’evento che
aveva l’obbligo giuridico di impedire e cioè nel mancato esercizio dei poteri di
gestione della società e di controllo sull’operato dell’amministratore di fatto,
connaturati alla carica rivestita»). In secondo luogo, e soprattutto, nella
fattispecie concreta l’imputata non fu solo una spettatrice inerte di
comportamenti fraudolenti altrui, che ella avrebbe dovuto scongiurare, ma si
atteggiò a concorrente diretta delle condotte de quibus, ove si consideri – a
tacer d’altro – che in alcuni casi la Iorio risultò financo intestataria degli assegni
attraverso i quali vennero realizzate le distrazioni contestate, mentre uno dei
titoli de quibus fu versato direttamente su un conto corrente a lei personalmente
intestato (come illustrato con dovizia di particolari dalla Corte territoriale, a pag.
25 della motivazione della pronuncia in epigrafe).
Inoltre, se è vero che il curatore diede contezza di “suggerimenti” che la
Iorio aveva ricevuto dal padre, il riferimento non riguardava la gestione
dell’attività imprenditoriale in genere, bensì le indicazioni che ella aveva fornito
agli organi della procedura all’atto della propria audizione quale amministratrice
di diritto della società fallita, con riguardo a specifici particolari, essendo pur
sempre emerso come l’imputata fosse certamente a conoscenza delle situazioni
afferenti la conduzione ed il patrimonio dell’impresa (ibidem).
A nulla rileva, infine, la circostanza che le operazioni di depauperamento
economico vennero realizzate quando la società non era ancora in stato di
dissesto, per le ragioni che saranno illustrate analizzando le doglianze della
difesa di Luigi Iorio in punto di pretesa ravvisabilità di un nesso causale tra
condotta distrattiva ed insolvenza: in ogni caso, quanto alla non aderenza al vero
delle scritture ed alla conseguente evidenza (per chi avrebbe dovuto garantirne
la regolare tenuta e la fedeltà) dell’illiceità dei prelevamenti in rubrica, è decisivo
segnalare come gli assegni più volte ricordati trovassero apparente
giustificazione contabile nella necessità di anticipare pagamenti di fatture, senza
che però il soggetto indicato come emittente delle stesse ebbe mai ad incassarne
i relativi importi.
4. Le argomentazioni con cui entrambi gli imputati mirano a confutare la
ricostruzione della Corte di appello (circa la non rispondenza al vero dei
pagamenti che, attraverso i prelevamenti in rubrica, sarebbero stati fatti a fronte
di lavori di ristrutturazione) afferiscono ictu ocull a profili di merito, non
ulteriormente rivalutabili in questa sede. Del resto, come si legge diffusamente
a pag. 22 della motivazione della pronuncia oggetto di ricorso, non è affatto
sostenibile che l’istruttoria dibattimentale avesse offerto riscontro alle tesi
difensive: gli operai che sarebbero stati così remunerati per le prestazioni
lavorative rese presso il compendio immobiliare della società, infatti, entrarono
in gravi e non sanabili contraddizioni, vuoi circa l’epoca e la durata complessiva
di quelle attività, vuoi sulle modalità di erogazione dei compensi (in ordine a
quest’ultimo punto, inverosimilmente, l’assunto degli imputati era stato di aver
corrisposto le somme in questione, in alcuni casi, nelle mani di parenti dei
suddetti operai residenti nel casertano, quando invece era stato dimostrato che i
lavoratori medesimi dimoravano a Tarvisio). Ancor meno plausibile, inoltre,
doveva considerarsi l’assunto di Luigi Iorio, secondo cui l’emissione di un
assegno della fallita, negoziato a Montecatini Terme, derivava dal pernottamento
degli stessi lavoratori presso un locale albergo: struttura che però veniva a
distare circa 500 km. dagli immobili oggetto del preteso intervento edilizio curato
da quelle maestranze.
Meramente allegata è infine la ricostruzione di Marisanta Iorio, in base alla
quale i prelievi di denaro sarebbero stati comunque giustificati, a fronte della
necessità degli imputati di recuperare le anticipazioni operate in favore della
società: oltre al difetto di elementi concreti a sostegno dell’effettività delle
dazioni presupposte, va ricordato che il recupero di un proprio credito da parte di
chi sia amministratore della società poi fallita integra in ogni caso il delitto di
bancarotta per distrazione, non già quello previsto dall’art. 216, terzo comma,
legge fall. (v. Cass., Sez. V, n. 34505 del 06/06/2014, Marchesi).
5. Quanto ai temi esposti dalla difesa di Luigi brio in punto di rapporto di
causalità, richiamando i principi esposti in alcune pronunce di questa Corte
(rimaste però del tutto isolate), si impongono alcuni approfondimenti.
5.1 La giurisprudenza di legittimità si è da tempo orientata nell’affermare
che nel reato di bancarotta fraudolenta «i fatti di distrazione, una volta
intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilevanza penale in
qualunque tempo essi siano stati commessi, e quindi anche se la condotta si è
realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza. Tutte
le ipotesi alternative previste dalla norma si realizzano mediante condotte che
determinano una diminuzione del patrimonio, diminuzione pregiudizievole per i
creditori: per nessuna di queste ipotesi la legge richiede un nesso causale o
psichico tra la condotta dell’autore e il dissesto dell’impresa, sicché né la
previsione dell’insolvenza come effetto necessario, possibile o probabile, dell’atto
dispositivo, né la percezione della sua preesistenza nel momento del compimento
dell’atto, possono essere condizioni essenziali ai fini dell’antigiuridicità penale
della condotta. E del resto, quando il legislatore ha ritenuto necessaria
l’esistenza di un tal nesso lo ha previsto espressamente nell’ambito della legge
fallimentare, all’art. 223, distinguendo le condotte previste dall’art. 216 (art.
223, comma 1, legge fall.) da quelle specificamente volte a cagionare il dissesto
economico della società (art. 223, comma 2), per modo che solo in tali ultime
fattispecie delittuose è previsto un nesso causale o psichico tra condotta ed
evento» (Cass., Sez. V, n. 39546 del 15/07/2008, Bonaldo). Ancor più
analiticamente, gli stessi principi risultano ribaditi nel 2011, quando si è rilevato
che «il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di pericolo, ed è
pertanto irrilevante che al momento della consumazione l’agente non avesse
consapevolezza dello stato d’insolvenza dell’impresa per non essersi lo stesso
ancora manifestato» (Cass., Sez. V, n. 44933 del 26/09/2011, Pisani, Rv
251214). Nella motivazione di quest’ultima pronuncia, si è segnalato che «il
reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non richiede il dolo specifico, ma si
perfeziona con il dolo generico, ossia con la consapevolezza di dare al patrimonio
sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni
contratte», precisandosi che non può intendersi rilevante la circostanza che
all’epoca della distrazione non si fosse ancora manifestato uno stato
d’insolvenza: «infatti, ad integrare il reato non è richiesta la conoscenza dello
stato d’insolvenza dell’impresa, in quanto ogni atto distrattivo viene ad assumere
rilevanza ai sensi dell’art. 216, legge fall., in caso di fallimento,
indipendentemente dalla rappresentazione di quest’ultimo. Qualora, poi, la
deduzione debba intendersi rapportata alla asserita insussistenza del dissesto
all’epoca dei fatti, così implicitamente evocandosi la teoria c.d. della zona di
rischio penale , ugualmente deve essere disattesa in quanto, per la speciale
configurazione del precetto, la protezione penale degli interessi creditori è
assicurata mediante la sua connotazione di reato di pericolo. L’offesa
penalmente rilevante è conseguente anche all’esposizione dell’interesse protetto
alla probabilità di lesione, onde la penale responsabilità sussiste non soltanto in
presenza di un danno attuale ai creditori, ma anche nella situazione di messa in
pericolo dei loro interessi. Conseguentemente, il delitto di bancarotta non
impone contestualità tra l’azione antidoverosa ed il pregiudizio derivante dalla
stessa, ma ammette anche uno sfasamento temporale, se esso non elide il
portato dannoso dell’azione: sicché la tutela penale dispiega la sua efficacia
retroattivamente, risalendo a ritroso, a far data dalla dichiarazione di fallimento,
ricapitolando ogni passaggio della gestione dell’impresa fallita nel pregiudizio che
viene accertato al momento della dichiarazione di insolvenza con la verifica delle
passività gravanti sulla stessa».
5.2 L’orientamento ora illustrato risulta contraddetto da altra pronuncia di
questa stessa Sezione, richiamata nell’odierno ricorso, secondo cui «nel reato di
bancarotta fraudolenta per distrazione lo stato di insolvenza che dà luogo al
fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in qualità di evento dello
stesso, e pertanto deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e
deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo» (Cass., Sez. V,
n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, Rv 253493). L’impianto motivazionale di
quest’ultima sentenza muove dal presupposto che «non può da un lato ritenersi
che qualsiasi atto distrattivo sia di per sé reato, dall’altro che la punibilità sia
condizionata ad un evento» (la dichiarazione di fallimento, di cui viene
diffusamente discussa la natura all’interno della struttura della fattispecie
incriminatrice) «che può sfuggire totalmente al controllo dell’agente, e dunque
ritorcersi a suo danno senza una compartecipazione di natura soggettiva e, ancor
peggio, senza che sia necessaria una qualche forma di collegamento eziologico
tra la condotta e il verificarsi del dissesto»; l’analisi viene peraltro parametrata
sulle peculiarità del caso allora sub judice, dove – a differenza delle varie
fattispecie concrete di cui alla precedente giurisprudenza, nelle quali «si trattava
di episodi distrattivi compiuti nel periodo immediatamente antecedente alla
dichiarazione di fallimento, che avevano impoverito l’impresa al punto da
provocarne od aggravarne in modo irreversibile la crisi» – a quegli imputati era
riferibile una amministrazione «priva di contiguità con il fallimento, essendo stata
seguita da altre gestioni totalmente estranee», con tanto di amministrazione
giudiziale ex art. 2409 c.c., medio tempore conclusasi «senza alcun rilievo
dell’amministratore su eventuali situazioni di insolvenza ed addirittura con una
vendita della società a terzi dietro corrispettivo».
Nella sentenza Corvetta si evidenzia quindi che se il fallimento è «il risultato
di un’azione dell’imprenditore, da cui la legge (o, meglio, la giurisprudenza
conforme) fa dipendere l’esistenza stessa del delitto», lo stesso fallimento, «o
meglio il suo presupposto di fatto, cioè lo stato di insolvenza, deve essere
dall’agente preveduto e voluto, quantomeno a titolo di dolo eventuale. Il
soggetto, cioè, deve prefigurarsi che il suo comportamento depauperativo
porterà verosimilmente al dissesto (il cui risvolto è la lesione del diritto di
credito, che costituisce l’interesse principale protetto dalla norma penale) ed
accettare tale rischio. Ogni diversa soluzione in punto dolo costituisce una
violazione dei principi generali di cui agli artt. 42 e 43 cod. pen., che
costituiscono l’ossatura della responsabilità penale personale del nostro
ordinamento». Ne deriverebbe l’opzione interpretativa secondo cui «la
bancarotta è un reato di evento e tale evento consiste nella insolvenza della
società, che trova riconoscimento formale e giuridicamente rilevante nella
dichiarazione di fallimento. Questa è la unica ricostruzione strutturale del reato
coerente con le premesse; il fallimento è elemento costitutivo dell’illecito in
qualità di evento e si pone quale conseguenza (esclusiva o concorrente) della
condotta distrattiva dell’imprenditore. L’interesse protetto dalla norma, dunque,
non è solo il potenziale pregiudizio del ceto creditorio, ma la lesione definitiva dei
diritti di credito che si determina con il fallimento; tanto è vero che, occorre
ribadirlo, per quanto siano consistenti e ripetuti gli atti di spoliazione del
patrimonio dell’impresa, l’imprenditore non è punito se non viene
successivamente dichiarato il fallimento». Con la richiamata pronuncia si avverte
peraltro che «la tesi secca della non necessarietà del rapporto di causalità tra la
condotta dell’imprenditore e il fallimento (che si accompagna alla ritenuta non
necessarietà del dolo a copertura dell’insolvenza), porterebbe a conseguenze
assurde; da un lato non sarebbe punibile l’imprenditore che drena risorse enormi
da una società dotata di un patrimonio attivo considerevole, tale da permetterle
di sfuggire al fallimento, dall’altra sarebbe invece punito con la pesante sanzione
di cui alla legge fall., art. 216, un imprenditore o un amministratore della società
che moltissimi anni prima del fallimento abbia prelevato indebitamente una
modestissima somma di denaro (anche se l’impresa ha poi operato in attivo e
pagato regolarmente i propri creditori e sia poi caduta in dissesto esclusivamente
per le condotte spoliative di successivi amministratori) . Sarebbe esente da
responsabilità quell’imprenditore che, pur avendo causato il dissesto della sua
impresa con gravi atti di spoliazione, riuscisse ad ottenere il consenso dei
creditori ad una procedura di soluzione negoziale della crisi (salvo il concordato,
per l’imprenditore collettivo), mentre sarebbe penalmente sanzionato
l’imprenditore che compie un atto di distrazione di modesta entità e molto
risalente nel tempo, se non incontra il favore dei creditori. E ciò anche se il
dissesto dell’impresa dipende esclusivamente da fattori esterni alla sua condotta,
e cioè, per esempio, da una congiuntura economica negativa o da circostanze
comunque imprevedibili o ancor più da condotte successive di altre persone».
5.3 Una pronuncia della Sezione Feriale di questa Corte (n. 41655 del
10/09/2013, ric. Gessi, parimenti menzionata dal difensore di Luigi Iorio) sembra
avere espresso principi in apparente, per quanto non esplicitata, adesione
all’indirizzo ora ricordato. Nella motivazione di quest’ultima sentenza si legge che
«i comportamenti posti in essere dal fallito devono essere idonei a recare
offesa agli interessi della massa dei creditori a causa della perdita di ricchezza
che gli stessi hanno determinato e della mancanza di un riequilibrio economico
medio tempore. L’elemento soggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta
implica un’adeguata conoscenza della concreta situazione aziendale e, in genere,
patrimoniale, e la rappresentazione della futura dichiarazione di fallimento,
rappresentazione fondata sull’attualità del dissesto con volontarietà dell’atto
distrattivo; soltanto nella consapevole prospettiva del dissesto finanziario gli
episodi distrattivi assumono – anche sotto il profilo psicologico – un potenziale
offensivo. Il soggetto agente deve, quindi, prefigurarsi che la sua condotta
depauperativa cagionerà verosimilmente il dissesto – cui si correla la lesione del
diritto di credito costituente il principale interesse protetto dalla norma
incriminatrice – ed accettare questo rischio. Se la situazione di dissesto che dà
luogo al fallimento deve essere rappresentata e voluta (o quanto meno accettata
come rischio concreto della propria azione) dall’imprenditore, non integra il dolo
di bancarotta per distrazione la volontà di porre in essere una condotta
finalizzata ad estinguere posizioni debitorie della società».
In tal modo, la sentenza Gessi giunge a ritenere di rilievo penale la condotta
di chi compì atti depauperativi «in un’epoca in cui era prevedibile il dissesto della
società», ipotizzando però il reato di bancarotta preferenziale, piuttosto che
quello di bancarotta per distrazione, in presenza di condotte animate dall’intento
di «definire le più importanti esposizioni debitorie e di soddisfare le ragioni
dei principali creditori».
5.4 La giurisprudenza di questa Sezione, successiva alla sentenza Corvetta,
risulta invece essere tornata a sposare l’orientamento precedente, ritenendo che
«ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è
necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo
fallimento» (Cass., Sez. V, n. 7545 del 25/10/2012, Lanciotti, Rv 254634; v.
anche Cass., Sez. V, n. 27993 del 12/02/2013, Di Grandi). In una quasi coeva
decisione, identicamente massimata (Rv 254061) questa Sezione ha precisato
che «anche dopo l’entrata in vigore del d.lgs. 11 aprile 2002, n. 61, ad integrare
il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione non si richiede l’esistenza di un
nesso causale tra i fatti di distrazione e il successivo fallimento . Al riguardo
vale la pena di rimarcare che il rapporto eziologico fra la condotta vietata e il
dissesto della società è richiesto dalla L. Fall., art. 223, comma 2, n. 1, nel testo
novellato, con esclusivo riferimento alle ipotesi di bancarotta da reato societario,
il cui elemento oggettivo – nel modello descrittivo recato dagli artt. 2621, 2622,
2626, 2627, 2628, 2629, 2632, 2633 e 2634 c.c., richiamati dalla norma
incriminatrice – è del tutto diverso da quello che caratterizza le condotte vietate
dall’art. 216 della stessa legge, richiamato invece dal citato art. 223, comma 1»
(Cass., Sez. V, n. 232 del 09/10/2012, Sistro).
5.5 Il collegio ritiene di aderire alla consolidata e “tradizionale”
giurisprudenza, anche in ragione delle indicazioni delle Sezioni Unite di questa
Corte che nell’analisi del reato di bancarotta hanno avallato «l’abbandono
definitivo della concezione del fallimento come evento» (v. Cass., Sez. U, n.
21039 del 27/01/2011, Loy).
Uno degli elementi fondamentali, per orientare la decisione nel senso
indicato, si rinviene in effetti nelle già ricordate divergenze strutturali tra la
fattispecie disegnata dall’art. 216, legge fall., e quella risultante dalle varie
ipotesi previste dal successivo art. 223, comma 2: solo in queste ultime, infatti,
il legislatore ha inteso conferire immediato rilievo a condotte che cagionino il
fallimento, ovvero cagionino o concorrano a cagionare il dissesto della società.
Non sembra pertanto che i pur pregevoli sforzi argomentativi contenuti nella
sentenza Corvetta, né gli spunti contenuti nella sentenza Gessi, riescano a
superare il dato letterale: laddove il legislatore ha inteso individuare la necessità
di un nesso causale, prima ancora di una riferibilità psicologica, fra il
comportamento del soggetto attivo del reato ed il successivo dissesto, od il
fallimento che ne sia derivato, ciò è espressamente prescritto. Né pare possibile
interpretare l’art. 223, comma 2, legge fall., come una sorta di norma di
chiusura, con funzioni interpretative dell’intero sistema sanzionatorio: da un lato,
si tratta di una previsione recentemente modificata (nel 2002), e se si fosse
avvertita l’esigenza di uniformare le varie previsioni incriminatrici in tema di
bancarotta (volendo intendere, come si sostiene nella richiamata sentenza, che
«i fatti di bancarotta di tipo patrimoniale in tanto rilevano in quanto abbiano in
qualche modo rilevanza nella produzione del dissesto») il legislatore ben avrebbe
potuto porre mano anche al precedente art. 216; dall’altro, se è vero che la
lettura delle plurime ipotesi di rilievo penale di cui alla legge fallimentare rende
palesi alcuni difetti di coordinamento (come parimenti avvertito nella sentenza
Corvetta), è ancor più evidente che non vi sarebbe necessità di reprimere la
condotta di chi abbia “cagionato con dolo il fallimento della società” (art. 223,
comma 2, n. 2) se già il comma precedente venisse a sanzionare, per le società
commerciali, condotte di distrazione ex art. 216, di cui possa affermarsi la
rilevanza penale soltanto qualora siano fattore causale del fallimento medesimo.
Deve perciò ritenersi che, tornando ad esaminare il precetto normativo, la
condotta sanzionata dall’art. 216 legge fall. – e, per le società, dall’art. 223,
comma 1 – non sia quella di avere cagionato lo stato di insolvenza o di avere
provocato il fallimento, bensì – assai prima – quella di depauperamento
dell’impresa, consistente nell’averne destinato le risorse ad impieghi estranei
all’attività dell’impresa medesima. La rappresentazione e la volontà dell’agente
debbono perciò inerire alla deminutio patrimonii (semmai, occorre la
consapevolezza che quell’impoverimento dipenda da iniziative non giustificabili
con il fisiologico esercizio dell’attività imprenditoriale): tanto basta per giungere
all’affermazione del rilievo penale della condotta, per sanzionare la quale è sì
necessario il successivo fallimento, ma non già che questo sia oggetto di
rappresentazione e volontà – sia pure in termini di semplice accettazione del
rischio di una sua verificazione – da parte dell’autore.
Come efficacemente segnalato in una precedente sentenza di questa Corte,
«ogni atto distrattivo assume rilievo ai sensi della L. Fall., art. 216, in caso di
fallimento, indipendentemente dalla rappresentazione di quest’ultimo, il quale
non costituisce l’evento del reato che, invece, coincide con la lesione
dell’interesse patrimoniale della massa, posto che se la conoscenza dello stato di
decozione costituisce dato significativo della consapevolezza del terzo di arrecare
danno ai creditori ciò non significa che essa non possa ricavarsi da diversi fattori,
quali la natura fittizia o l’entità dell’operazione che incide negativamente sul
patrimonio della società» (Cass., Sez. V, n. 16579 del 24/03/2010, Fiume, Rv
246879).
È del resto innegabile che ci si trovi dinanzi ad una fattispecie disegnata
come reato di pericolo, come già avvertito nella motivazione della sentenza
Pisani, sopra richiamata; fattispecie in relazione alla quale il giudice delle leggi
ebbe da tempo a rilevare che «il legislatore avrebbe potuto considerare la
dichiarazione di fallimento come semplice condizione di procedibilità o di
punibilità, ma ha invece voluto richiedere l’emissione della sentenza per
l’esistenza stessa del reato. E ciò perché, intervenendo la sentenza dichiarativa
di fallimento, la messa in pericolo di lesione al bene protetto si presenta come
effettiva e reale» (Corte Cost., sentenza n. 146 del 27/06/1982); la bancarotta
fraudolenta patrimoniale è dunque, più propriamente, reato di pericolo concreto,
dove la concretezza del pericolo assume una sua dimensione effettiva soltanto
nel momento in cui interviene la dichiarazione di fallimento, condizione peraltro
neppure indispensabile per l’esercizio dell’azione penale o per l’adozione di
provvedimenti de libertate, ai sensi del combinato disposto degli artt. 7 e 238
legge fall.
Ed è per questo che rimane esente da pena il soggetto che impoverisca una
società di risorse enormi, quando questa può comunque continuare a disporne di
ben più rilevanti, idonee a fornire garanzia per le possibili pretese creditorie:
perché in quel caso, a differenza dell’ipotesi dell’imprenditore che si renda
responsabile di una distrazione modesta (ma a fronte di un patrimonio
suscettibile di risentirne significativamente), il pericolo di un pregiudizio per i
creditori non avrà assunto la concretezza richiesta dal dato normativo.
Anche le indicazioni della giurisprudenza di legittimità in tema di c.d.
“bancarotta riparata” avvalorano la conclusione appena illustrata; vero è che in
quegli interventi si è ritenuto che «non integra il delitto di bancarotta fraudolenta
per distrazione il finanziamento concesso al socio e da questi restituito in epoca
anteriore al fallimento, in quanto la distrazione costitutiva del delitto di
bancarotta si ha solo quando la diminuzione della consistenza patrimoniale
comporti uno squilibrio tra attività e passività, capace di porre concretamente in
pericolo l’interesse protetto e cioè le ragioni della massa dei creditori», ma si è al
contempo precisato che il momento cui fare riferimento per verificare la
consumazione dell’offesa è pur sempre «quello della dichiarazione giudiziale di
fallimento e non già quello in cui sia stato commesso l’atto, in ipotesi,
antidoveroso» (Cass., Sez. V, n. 39043 del 21/09/2007, Spitoni, Rv 238212; v.
anche Cass., Sez. V, n. 8402 del 03/02/2011, Cannavale).
In sostanza, e in definitiva, l’imprenditore deve considerarsi sempre tenuto
ad evitare l’assunzione di condotte tali da esporre a possibile pregiudizio le
ragioni dei creditori, non nel senso di doversi astenere da comportamenti che
abbiano in sé margini di potenziale perdita economica, ma da quelli che
comportino diminuzione patrimoniale senza trovare giustificazione nella
fisiologica gestione dell’impresa.
Conclusione, da ultimo, definitivamente ribadita dal massimo organo di
nomofilachia, con la rinnovata affermazione del principio secondo cui «ai fini
della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è
necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo
fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento
dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività»
(Cass., Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv 266804: nella
motivazione della pronuncia, si è ancora una volta precisato che i fatti di
distrazione, intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilievo in
qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è
realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza).
6. I motivi inerenti l’omessa applicazione dell’attenuante ex art. 114 cod.
pen., comuni ad entrambi i ricorsi ma impostati su presupposti speculari ed in
reciproca contraddizione, appaiono manifestamente infondati. Quanto a Luigi
Iorio, la sua posizione di reale dominus della società fallita ne esclude in radice la
marginalità del contributo ai fini della realizzazione dei reati contestati;
analogamente è a dirsi, peraltro, in ordine alla coimputata, resasi direttamente
responsabile di una parte significativa delle condotte distrattive (v. le puntuali
osservazioni della Corte territoriale, a pag. 26 della motivazione della sentenza
impugnata).
La presunta violazione dell’art. 133 cod. pen. è, da entrambi i ricorrenti,
soltanto evocata e non meglio argomentata; deve comunque ricordarsi che, per
consolidata giurisprudenza, «la graduazione della pena, anche rispetto agli
aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti,
rientra nella discrezionalità del giudice di merito, il quale la esercita, così come
per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli artt. 132 e 133
cod. pen., sicché è inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri
ad una nuova valutazione della congruità della pena» (Cass., Sez. III, n.
1182/2008 del 17/10/2007, Cilia, Rv 238851).
7. Il rigetto dei ricorsi comporta la condanna di ciascun imputato al
pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

P. Q. M.
Rigetta i ricorsi, e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 07/02/2017.

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine