Bancarotta Fraudolenta – Cassazione Penale 26/09/2017 N° 44399

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 26/09/2017

Numero: 44399

Testo completo della Sentenza Bancarotta fraudolenta – Cassazione penale 26/09/2017 n° 44399:

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CORTE di CASSAZIONE, sezione penale, sentenza n. 44399 depositata il 26 settembre 2017

RITENUTO IN FATTO

1. PV, PC, CS e PCs, sono stati condannati, all’esito del giudizio di primo grado celebrato nelle forme del giudizio abbreviato, per il delitto di associazione per delinquere finalizzato alla commissione di delitti di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici relativi agli anni di imposta 2005 e 2006 (essendo stati prosciolti dagli analoghi delitti riferentesi agli anni di imposta 2004 e 2007), e per il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, in relazione al fallimento della UT S.r.l., dichiarato dal Tribunale di Ancona in data 8 ottobre 2008. Secondo l’ipotesi accusatoria, integralmente recepita dal Giudice dell’udienza preliminare, gli odierni ricorrenti avevano costituito un sodalizio criminale, che si era avvalso delle attitudini professionali di ciascuno dei partecipi e della struttura operativa della UT S.r.l., posta sotto la direzione formale di PCs, per realizzare, nel corso di almeno un triennio, azioni fraudolente in danno dell’Erario compiute attraverso l’utilizzo di due società aventi sede nel Delaware, la GC LDT e la WT LDT, di fatto controllate dal sodalizio soprattutto per mano di PC, gestore della società fiduciaria di diritto inglese CC LIMITED – titolare del 94% delle quote della società fallita -, che venivano fittiziamente interposte tra i venditori all’ingrosso di traffico telefonico e l’effettivo acquirente, la UT S.r.l., la quale, in tal modo, aveva la disponibilità di traffico telefonico a buon mercato, essendo questo, giacché ‘cartolarmente’ ceduto alle società americane, non assoggettato ad IVA in ragione della residenza extracomunitaria dei cessionari. CS, quale responsabile commerciale della UT, ma, di fatto, amministratore della stessa, riusciva così a proporre ai clienti della società marchigiana – i cd. ‘reselleri -, che fungevano da anello di collegamento rispetto agli utilizzatori finali, traffico telefonico a prezzi vantaggiosi, ottenendo da questi che il loro acquisto non fosse fatturato affatto o lo fosse in minima percentuale (nella misura del 20%). Concordava, altresì, con i ridetti acquirenti che il pagamento del traffico telefonico avvenisse in contanti o mediante la ricarica di carte ‘postpay’, così da raggiungere il duplice scopo di non rendere tracciabili i ricavi conseguiti dalle transazioni avvenute in frode al fisco e di monetizzare i ridetti illeciti profitti i quali, per il tramite di PV, depositario delle scritture contabili della UT nonché socio occulto della stessa, venivano trasferiti dapprima in Svizzera e da qui sui conti correnti delle due società statunitensi accesi presso la Barclays Bank di Londra, sui quali PC aveva il potere di operare. In ragione della mancata ) contabilizzazione degli elementi attivi del reddito conseguiti dalla UT per effetto di questo meccanismo di frode e per il sinergico distacco delle corrispondenti provviste monetarie che venivano fatte confluire sui conti esteri della GC e della WT, la società dorica esponeva costantemente nei bilanci e nelle altre scritture contabili una fittizia situazione di perdita che la conduceva al fallimento: ‘default’ che, secondo il ragionamento decisorio, rappresentava il logico e preordinato risultato di un programma criminoso ben congegnato che aveva utilizzato la UT non per conseguire gli utili derivanti dall’esercizio di un’attività imprenditoriale, ma esclusivamente quale strumento operativo per accumulare consistenti profitti in frode al fisco, dirottati all’estero per porli al riparo, oltretutto, da azioni di recupero coattivo.
La Corte di appello di Ancona, con la sentenza impugnata, ha dichiarato non doversi procedere nei confronti degli odierni ricorrenti in ordine ai reati loro ascritti concernenti l’evasione IVA anche per l’anno 2005 e 2006, perché estinti per prescrizione, rideterminando la pena loro inflitta e confermando nel resto la sentenza di primo grado.
– Avverso l’anzidetta sentenza hanno proposto ricorso tutti gli imputati presentando distinti atti di impugnazione.
2. Con il ricorso proposto nell’interesse di PV, la difesa, nelle persone dell’Avv. Giancarlo Giulianelli e dell’Avv. Prof. Roberto Zannotti, deduce quattro ragioni di censura.
2.1. Con il primo motivo lamenta l’inosservanza o l’erronea applicazione degli artt. 110, 81 cpv. e 416 cod.pen., nonché l’omissione o la palese contraddittorietà della motivazione, per avere la Corte territoriale, dapprima, enunciato gli elementi costitutivi del delitto di associazione per delinquere (struttura organizzata, sostenuta da uno stabile vincolo associativo, diretto a commettere una serie indeterminata di delitti, la cui esistenza prescinde dalla commissione dei reati scopo, con la consapevolezza da parte di ciascuno degli aderenti di fornire il proprio contributo per assicurare la permanenza della stessa) per poi smentirne la necessità (sufficienza di una vincolo associativo costituito anche per un breve periodo di tempo, tenuto insieme dalla mera affectio societatis scelerum, la prova della cui esistenza è desumibile da facta concludentia) così da ritenere sussistente l’associazione per delinquere pur ricorrendo, rispetto a ciascun elemento di fattispecie, le situazioni di eccezione. Rileva, altresì, l’inconsistenza degli argomenti posti a sostegno dell’attribuzione di responsabilità per il delitto di cui all’art. 416 cod. pen. all’imputato osservando come dalla lettura del provvedimento impugnato non emerga un preordinato disegno criminoso diretto alla realizzazione di un numero indeterminato di reati, sebbene della stessa specie, quanto piuttosto un preordinato e limitato accordo diretto alla commissione di ben specificati reati diretti alla elusione delle imposte sulle transazioni commerciali e alla distrazione dei beni della società poi dichiarata fallita: donde la possibilità di ricondurre, piuttosto, la fattispecie concreta alla fenomenologia del concorso di persone nel reato continuato.
2.2. Con il secondo motivo denuncia la violazione degli artt. 521 e 522 cod. proc. pen., deducendo che sebbene al PV fosse stato contestato nei capi B) e C) della rubrica, che si riferiscono ai reati propri di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, di avervi partecipato quale titolare dello studio di dottore commercialista depositario delle scritture contabili della UT S.r.l., per effetto del richiamo alla qualifica indicata nel capo A) della rubrica, i giudici di merito ne avrebbero affermato la responsabilità, in relazione agli indicati delitti, quale amministratore di fatto della società fallita in primo grado, e quale ‘concorrente extraneus’ in grado di appello. Ne sarebbe derivata la sostanziale immutazione della condotta attribuita all’imputato, con conseguente modifica sostanziale del fatto per cui è intervenuta condanna.
2.3. Con il terzo motivo si duole dell’inosservanza o dell’erronea applicazione degli artt. 133 e 62-bis cod.pen. e del corrispondente vizio di motivazione, avendo la Corte territoriale omesso di rendere effettiva applicazione dei criteri di determinazione della pena sì da renderla proporzionale alla gravità in concreto del fatto ascritto all’imputato e per avere immotivatamente escluso la concessione in favore di questi delle attenuanti generiche, elidendo in tal modo la funzione di individualizzazione della pena ad esse riconosciuta.
2.4. Con il quarto motivo eccepisce il vizio di violazione di legge processuale, in relazione all’art. 407, comma 3, cod. proc. pen., sotto il profilo del mancato riscontro da parte della Corte di appello della denunciata inutilizzabilità della C.N.R. del 24 febbraio 2011 proveniente dalla Guardia di Finanza di Ancona, depositata ben oltre la scadenza dei termini di durata delle indagini preliminari, dei cui risultati l’Ufficio del Pubblico Ministero si è avvalso per formulare la contestazione per il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale.
2.5. Con memoria depositata in data 3 giugno 2017, la difesa di PV ha proposto due motivi aggiunti.
2.5.1. Con il primo motivo denuncia il vizio di violazione di legge, in relazione all’art. 416 cod. pen., ed il vizio di motivazione, perché, sebbene nella contestazione di addebito di cui al capo A) della rubrica al PV fosse stato attribuito un ruolo meramente esecutivo delle scelte decisionali da altri operate, essendo stato indicato come il depositario delle scritture contabili della UNIVERSAL I TEL S.r.l. e l’incaricato di effettuare i trasferimenti di denaro all’estero, così da ricondurne la funzione a quella della figura del partecipe dell’associazione medesima prevista dall’art. 416, comma 2, cod.pen., questi era stato riconosciuto apoditticamente come capo o promotore dell’organizzazione criminale e, pertanto, condannato per il delitto di cui all’art. 416, comma 1, cod. pen..
2.5.2. Con il secondo motivo deduce il vizio di violazione di legge, in riferimento all’art. 216, comma 4, L.F., norma, quest’ultima, della quale è denunciato il contrasto con gli artt. 3 e 27, comma 3, della Costituzione. Ad avviso della difesa, la condanna del ricorrente alla pena accessoria della inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale per la durata di dieci anni e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa determina uno iatus insanabile nella tenuta complessiva del sistema delle pene criminali, poiché, in ragione della sua misura fissa, non solo si pone in contrasto con il principio di ragionevolezza di cui all’art. 3 della Costituzione, in considerazione della differente previsione di variabilità tra un minimo ed un massimo della pena principale, ma anche con il principio di rieducatività della sanzione criminale di cui all’art. 27, comma 3, cod. pen., la detta misura fissa della pena accessoria, con il non consentire di adeguarne il contenuto e la durata all’effettivo disvalore del fatto ed alla personalità del colpevole, conculcando la possibilità di perseguirne la finalità risocializzante. Insiste, pertanto, perché questa Corte sollevi la relativa eccezione di illegittimità costituzionale.
3. Con il ricorso di PC, a firma dell’Avvocato Franco Argentati, vengono articolati cinque motivi di impugnazione.
3.1. Con il primo motivo si deduce l’inosservanza dell’art. 63 cod. proc. pen. quale norma stabilita., a pena di inutilizzabilità delle dichiarazioni assunte in violazione di essa, poiché i cosiddetti “reseller”, vale a dire Boccia, Balage e Phalash, quali clienti della UT S.r.l. acquirenti ‘in nero’ del traffico telefonico commercializzato dalla detta società, avrebbero dovuto essere sentiti ab origine in qualità di coindagati, quantomeno nel delitto di cui all’art. 3 d.lgs. 74/2000 ascritto al PC, con la conseguenza che, a tanto non essendosi provveduto, le loro dichiarazioni dovevano considerarsi inutilizzabili tanto contra sé quanto contra alios.
3.2. Con il secondo motivo si lamenta il vizio di violazione di legge ed il vizio di motivazione, declinato nei termini del travisamento della prova. Invero, la sentenza impugnata aveva acriticamente avallato le conclusioni raggiunte dal primo giudice in ordine alla ‘fittizietà’ delle società statunitensi ed alla ‘territorialità’ delle prestazioni fornite dalle società di commercializzazione di traffico telefonico in favore della UT S.r.l., con la conseguente assoggettabilità al I regime IVA, senza per nulla esaminare le specifiche prove — in particolare le dichiarazioni rese dai fornitori italiani delle società statunitensi; le dichiarazioni dei dipendenti della UT S.r.l.; la decisione del Tribunale di Ancona in ordine al tentativo di insinuazione nel passivo della fallita di un fornitore delle società statunitensi — che il postulato accusatorio accolto nella decisione di primo grado sarebbero state in grado di screditare ove al loro contenuto fosse stato attribuito il significato oggettivamente spettante.
3.3. Con il terzo motivo si denuncia la violazione della legge penale nella parte in cui la sentenza impugnata ha riconosciuto l’esistenza del reato associativo, pur in difetto dei presupposti richiesti dalla norma penale incriminatrice, nonché mancanza di motivazione in ordine agli elementi idonei ad escludere la sussistenza dell’ipotesi delittuosa contestata. In particolare la Corte territoriale non avrebbe tenuto conto che il PC si sarebbe limitato ad un contributo tecnico professionale diretto alla definizione del contratto di mandato fiduciario ed alla connessa attività di consulenza fiscale e che, anzi, avrebbe contestato l’operato del CS allorché con questi sarebbero insorte insanabili divergenze circa la prosecuzione del rapporto contrattuale. Le descritte condotte, tutte pienamente conformi allo statuto di un’attività professionale riconosciuta, non erano, dunque, tali da evidenziare quel quid pluris richiesto per colorare di illiceità l’esplicazione delle prestazioni erogate in favore della UT S.r.l..
3.4. Con il quarto motivo ci si duole dell’erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 216 L.F. e del correlato vizio argomentativo. Tanto perché, la Corte territoriale, senza prendere in alcuna considerazione gli argomenti tecnico difensivi sviluppati nella consulenza di parte a firma del Prof. Ripa, ha apoditticamente accolto il costrutto decisorio del Tribunale, secondo il quale i delitti di bancarotta fraudolenta documentale e patrimoniale sarebbero venuti in essere ad effetto della mancata contabilizzazione dei ricavi conseguiti ‘in nero’ dalla UT S.r.l. e, per tale via, del distoglimento di questi profitti dal patrimonio della fallita. Invero, secondo una ricostruzione più aderente alle risultanze di causa, si sarebbe dovuto prendere atto che le somme addebitate come distratte non avrebbero potuto essere oggetto di alcuna manovra depauperativa del patrimonio sociale perché in esso mai entrate per essere di esclusiva pertinenza delle società statunitensi.
3.5. Con il quinto motivo si denuncia l’inosservanza o l’erronea applicazione degli artt. 133 e 62-bis cod.pen. e il vizio di motivazione. Avendo riguardo alla determinazione del trattamento sanzionatorio, rileva il riferimento di mero stile ai criteri di governo della discrezionalità del giudice, dei quali, invece, si sarebbe dovuta più che mai rendere sostanziale applicazione nel caso di specie onde calibrare la pena al ruolo effettivamente svolto dal PC, che aveva agito nell’esercizio di un mandato fiduciario conferitogli dagli organi gestori della UT. Lamenta, inoltre, la mancata concessione delle attenuanti generiche, essendosi attribuito all’unico elemento del ‘danno patrimoniale arrecato di rilevante gravità’ un immotivato peso decisivo ai fini del loro diniego. Ha concluso chiedendo l’annullamento dell’impugnata sentenza con ogni conseguente statuizione.
4. Con il ricorso di CS, a firma del difensore, Avv. Roberta Pizzarulli, si sviluppano tre profili di censura.
4.1. Con il primo motivo si eccepisce la violazione della legge processuale, in relazione agli artt. 438, 441 e 421 cod. proc. pen., per essere stato negato all’imputato di essere sottoposto ad interrogatorio, quale strumento di difesa del tutto diverso dalle dichiarazioni spontanee, e che, in conformità alle pronunzie di questa Suprema Corte avrebbe dovuto trovare spazio applicandosi, nel rito abbreviato, le regole dell’udienza preliminare: donde, in difetto di espressa esclusione, il diritto all’interrogatorio deve essere sempre assicurato anche se non richiesto prima della scelta del rito.
4.2. Con il secondo motivo ci si duole dell’inosservanza dell’art. 63 cod. proc.pen., poiché Boccia, Balage e Phalsh, quali acquirenti ‘in nero’ di volumi di traffico telefonico dalla UT S.r.l. avrebbero dovuto essere sentiti ab origine con le garanzie difensive, in quanto coindagati del CS quantomeno nel delitto di cui all’art. 3 d.lgs. 74/2000, con la conseguente inutilizzabilità, in difetto dei detti presidi, delle loro dichiarazioni.
4.3. Con il terzo motivo si denuncia il vizio di violazione di legge ed il vizio argomentativo, sotto il profilo del travisamento della prova, in relazione ai reati di cui all’art. 3 d.l.gs. 74/2000, conservando, gli stessi, pur se prescritti, una valenza probatoria in relazione all’intero impianto accusatorio. Si osserva, in particolare, che i giudici del merito avevano fondato l’affermazione di responsabilità richiamando un’ipotetica interposizione fittizia di società, senza, peraltro, neppure chiarire se le due società statunitensi fossero effettivamente esistenti e operanti ma utilizzate come mero schermo giuridico in relazione alle transazioni triangolari nelle quali era coinvolta la UT S.r.l. ovvero se le stesse fossero un vuoto simulacro creato ad hoc per consentire il meccanismo in frode alle pretese erariali. Invero l’ordito congetturale del quale era intessuto il ragionamento decisorio sarebbe stato agevolmente smantellato se solo nel giudizio di merito fosse stato accertato il traffico telefonico in uscita dalle piattaforme server in uso alle due società statunitensi e alla UT.. Ciò tanto più che a sostegno della effettiva esistenza della GC e della WT deponevano le dichiarazioni dei fornitori italiani del traffico telefonico, il cui contenuto era stato appunto travisato dalla Corte territoriale, la quale, peraltro, aveva assegnato una indebita valenza probatoria ad un documento, quello relativo ai cd. ‘patti parasociali’, neppure sottoscritto dagli imputati. Si conclude, dunque, nel senso che solo una parziale o distorta lettura degli atti d’indagine aveva consentito di attribuire al CS il ruolo di amministratore di fatto di una società – la UT – utilizzata quale centro di imputazione di ricavi realizzati eludendo il versamento dell’IVA, risultando le società americane alla stregua di meri schermi giuridici, perché, invero, da questi stessi atti sarebbe stato possibile desumere la prova che il ricorrente era un mero direttore commerciale di una società incaricata dalle due società americane della vendita del loro traffico telefonico. Questi, peraltro, vuoi per il ruolo di agenzia dispiegato dalla società italiana rispetto alle società americane, vuoi per le mansioni svolte, cui non si associavano poteri direttivi dell’organismo commerciale, non poteva avere neppure cooperato a svuotare il patrimonio di quest’ultima: e ciò per la ragione fondamentale che nessuna somma era transitata nelle casse della UT essendo le somme corrispondenti al pagamento da parte dei clienti del traffico telefonico venduto destinate alla GC ed alla WT.
5. Con il ricorso di PCs, a firma del difensore Avvocato Giancarlo Giulianelli, presentato in data 9 giugno 2016, si prospettano cinque ragioni di censura.
5.1. Con il primo motivo si deduce l’inosservanza dell’art. 63 cod. proc. poiché Boccia, Balage e Phalash, quali acquirenti ‘in nero’ di volumi di traffico telefonico dalla UT S.r.l. avrebbero dovuto essere sentiti ab origine con le garanzie difensive, in quanto concorrenti nel delitto di cui all’art. 3 d.lgs. 74/2000, con la conseguente inutilizzabilità, in difetto dei detti presidi, delle loro dichiarazioni: tanto perché se l’attività d’indagine verteva su di un’associazione per delinquere che aveva come scopo la commissione di una serie indeterminata di reati tributari era inevitabile che i detti dichiaranti assumessero, sin dall’inizio, una posizione di particolare importanza, essendo i consumatori finali attraverso i quali venivano a realizzarsi i reati tributari costituenti i reati scopo dell’associazione per delinquere.
5.2. Con il secondo motivo si lamenta il vizio di violazione di legge ed il vizio di motivazione, palesatosi anche nelle forme del travisamento della prova. Invero, con peculiare riguardo ai delitti di cui al capo B) della rubrica – i quali pur se dichiarati prescritti continuano a dispiegare, come detto, una decisiva valenza probatoria – la sentenza impugnata aveva acriticamente avallato le conclusioni raggiunte dal primo giudice in ordine alla ‘fittizietà/ delle società statunitensi ed alla territorialità delle prestazioni fornite dalle società di commercializzazione di traffico telefonico in favore della UT S.r.l., con la conseguente assoggettabilità al regime IVA, senza per nulla esaminare le specifiche prove – in particolare le dichiarazioni rese dai fornitori italiani delle società statunitensi; le dichiarazioni dei dipendenti della UT S.r.l.; la decisione del Tribunale di Ancona in ordine al tentativo di insinuazione nel passivo della fallita di un fornitore delle società statunitensi – che il postulato accusatorio accolto nella decisione di primo grado sarebbero state in grado di screditare ove al loro contenuto fosse stato attribuito il significato oggettivamente spettante. Infatti, sulla base di queste evidenze probatorie, si sarebbe dovuto riconoscere che la GC Ltd. e la WT Ltd. erano organismi imprenditoriali effettivamente esistenti ed operanti nello stato americano del Delaware e che la UNIVERSALTEL S.r.l., proprietaria della piattaforma telefonica attraverso la quale veniva convogliato il traffico telefonico, si occupava del ‘controllo’ del traffico medesimo e della fatturazione effettuata nei confronti delle società statunitensi dai fornitori nazionali.
5.3. Con il terzo motivo si prospetta la violazione di legge ed il vizio di motivazione, con riguardo alla ritenuta esistenza del delitto di associazione per delinquere di cui all’art. 416 cod. pen.. La Corte dorica, con motivazione, peraltro, per nulla pertinente, avrebbe fondato l’affermazione di responsabilità gei riguardi del ricorrente, quale partecipe del sodalizio, confondendo la predisposizione di accorgimenti organizzativi pur complessi finalizzati allo scopo di realizzare i reati fiscali preventivamente individuati, suscettibile di integrare il delitto continuato di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici in concorso, con la realizzazione di una struttura stabile funzionalmente destinata alla commissione di una serie indeterminata di delitti; ipotesi questa smentita dai dati processuali, poiché il programma dell’associazione criminale contestata era sin dall’inizio destinato ad esaurirsi attraverso la distrazione dei fondi ricavati dal meccanismo fraudolento che ha portato la UT S.r.l. al fallimento.
5.4. Con il quarto motivo ci si duole dell’erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 216 L.F. e del correlato vizio argomentativo, evidenziandosi come la Corte territoriale, omettendo di considerare le deduzioni tecniche sviluppate nella consulenza di parte a firma del Prof. Ripa, abbia apoditticamente accolto le illazioni formulate dagli organi investigativi in virtù del loro integrale travaso nella motivazione della sentenza di primo grado e, perciò, abbia confermato la condanna pronunciata a carico degli imputati per il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale sovrapponendo la prova richiesta per il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici con quella necessaria per il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale. Invero l’affermazione secondo la quale i ricavi derivanti dalla vendita del traffico telefonico dovessero essere ‘fiscalmente’ considerati come realizzati in Italia non esaurisce la dimostrazione che i predetti ricavi fossero effettivamente entrati nel patrimonio della fallita UT e da questo fossero stati distolti mediante il loro trasferimento sui conti delle due società statunitensi.
5.5. Con il quinto motivo denuncia, infine, l’inosservanza o l’erronea applicazione degli artt. 133 e 62-bis cod.pen. ed il vizio di motivazione, avendo la Corte territoriale omesso di rendere effettiva applicazione dei criteri di determinazione della pena sì da renderla proporzionale alla gravità in concreto del fatto ascritto all’imputato e per avere immotivatamente escluso la concessione in favore di questi delle attenuanti generiche, elidendo in tal modo la funzione di individualizzazione della pena ad esse riconosciuta.
5.6. Con il ricorso depositato in data 10 giugno 2016, la difesa di PCs ha articolato un ulteriore motivo. In particolare, sviluppando i già denunciati vizi di violazione di legge e di motivazione in relazione alla tesi accolta nelle conformi sentenze di merito, per le quali i ricavi derivanti dalla vendita del traffico telefonico non contabilizzati tra gli elementi attivi della UT S.r.l. erano di pertinenza di quest’ultima, quale polo effettivo delle transazioni commerciali poste in essere attraverso il meccanismo fraudolento di evasione dell’IVA, sicchè il loro distoglimento dal patrimonio sociale mediante la loro destinazione ai conti delle società statunitensi era tale da integrare il delitto di bancarotta, ha rilevato come l’erroneità di questa impostazione emergesse sia dalle modalità prepagate del traffico telefonico venduto dalle società fornitrici – in virtù delle quali l’impresa cliente (nel caso di specie la GC e la WT) effettuava un pagamento preliminare in forza del quale l’azienda erogatrice forniva il traffico richiesto in relazione alle tariffe applicate a seconda dei vari Waesi verso i quali le telefonate erano indirizzate fino ad esaurimento del credito -, sia dalle dichiarazioni rese dai responsabili di queste ultime e dalla documentazione bancaria acquisita agli atti, che erano lì ad attestare che gli organismi economici di riferimento della vendita del traffico telefonico erano effettivamente le due società statunitensi.

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