Bancarotta Fraudolenta – Cassazione Penale 17/08/2016 N° 34951

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 17/08/2016

Numero: 34951

Testo completo della Sentenza Bancarotta fraudolenta – Cassazione penale 17/08/2016 n° 34951:

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SENTENZA sul ricorso proposto da: TINTI GIANCARLO nato il 05/08/1952 a BOLOGNA avverso la sentenza del 19/05/2015 della CORTE APPELLO di BOLOGNA visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso udito in PUBBLICA UDIENZA del 24/06/2016, la relazione svolta dalConsigliere ENRICO VITTORIO STANISLAO SCARLINI Udito il Procuratore G rrale in pe sona del oNRICO DELEHAYE , che ha concluso per 0%, 712u-A-a- 24(-6,v0 tft/ 19A- 14,, 2A ti 301,2 _ScA ArduA (Ax7(94%, RITENUTO IN FATTO 1 – Con sentenza del 19 maggio 2014 la Corte di appello di Bologna, in parziale riforma della sentenza del locale Tribunale del 1 dicembre 2011, giudicava le già concesse circostanze attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti contestate e così riduceva la pena inflitta a Giancarlo Tinti ad anni 2 di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale. Proscioglieva il coimputato Alberto Lucchi perché, nelle more, deceduto. Giancarlo Tinti era stato ritenuto responsabile del delitto contestatogli, di bancarotta fraudolenta patrimoniale, per avere, quale consulente ed amministratore della s.p.a. Ludostore Network, in concorso con Lucchi, amministratore e socio della s.n.c. Computer One, dichiarata fallita il 15 aprile 2004, distratto dal patrimonio di quest’ultima: a – 1 – il ramo di azienda di e-commerce di materiale ludico (gestito attraverso il sito computerone.it con 71.469 clienti) perché ceduto alla Ludostore.it s.p.a. (che Tinti e Lucchi avevano costituito il 19 luglio 2000, divenuta attiva dal 1 aprile 2001, dagli stessi amministrata) per il corrispettivo di lire 100 milioni, quando il suo valore era stimato in una somma oscillante fra i 5 miliardi ed i 5,875 miliardi di lire; a – 2 – il corrispettivo versato alla s.r.l. Game Time Distribuzione, di cui Lucchi era liquidatore, per l’acquisto dell’attività di commercio all’ingrosso di videogiochi, con un magazzino di lire 2,050 miliardi di lire, sovrastimato per almeno 644,597 milioni di lire; a – 3 – i rami di azienda del commercio all’ingrosso e del commercio al dettaglio, ceduti senza corrispettivo alla Ludostore Network spa (costituita da Lucchi e Tinti il 19 luglio 2000, attiva dal 16 luglio 2001 ed amministrata dagli stessi), nonostante il primo avesse un valore stimato di euro 1,950 milioni ed il secondo vantasse 7 punti vendita. 1 – 1 – Quanto alla distrazione descritta al punto 1 la cessione del dominio aveva comportato la cessione della clientela, il passaggio dei dipendenti, che avevano conservato l’anzianità, ed era dimostrata anche dal fatto che, a fronte del calo del fatturato della cedente, era parallelamente aumentato quello della cessionaria. Il magazzino era poi lo stesso, come si era provato in sede di inventario dei beni, e così gli uffici e l’amministrazione. Era stata poi ordinata, dalla Ludostore.it s.p.a. alla società di revisione Deloitte & Touche, una perizia per valorizzare il ramo d’azienda, nella prospettiva di acquisto di azioni da parte di nuovi soci, in specie la Logital s.p.a., che, proprio a seguito di tale valutazione, aveva acquisito, partecipando ad un aumento di 1 capitale, il 10 % delle azioni complessive, versando lire 500 milioni e così confermando in circa 5 miliardi di lire la stima dell’azienda. La valutazione del consulente tecnico del pubblico ministero del ramo ceduto si era, poi, fondata anche su altri criteri (oltre a quello empirico appena ricordato): sul fatturato generato (aumentato, come di norma, di 1,5 volte), sul numero degli utenti registrati (che si è visto essere oltre 70.000). Il Tribunale aveva poi osservato (e la Corte territoriale ribadiva la validità di tale elemento) che un’altra perizia di stima (affidata ad Alberto Pontini, membro del collegio sindacale) ordinata dalla controllante (della Ludostore.it s.p.a), la Ludostore Network spa, aveva fissato il valore della controllata (la Ludostore.it s.p.a.) sempre in lire 5 miliardi. 1 – 2 – Era poi, annotavano i giudici del merito, la stessa scansione delle operazioni societarie a dimostrare come si fosse inteso svuotare la società fallita a favore delle nuove società del gruppo, sempre facenti capo al Lucchi, di cui l’operazione descritta al capo 1 era solo un segmento. Si erano, infatti, abbandonate le due vecchie società del gruppo Lucchi, la Game Time s.r.l. e la poi fallita Computer One s.n.c., svuotando la prima, che aveva ceduto l’azienda alla seconda, concentrando in quest’ultima (com e si vedrà appresso) tutti i debiti e sopravvalutando l’attivo, e la si era condotta, così al fallimento, sottraendole, anche, a favore delle nuove società che venivano costituite, le attività commerciali: prima l’e-commerce e, poi, la rete di vendita all’ingrosso ed al dettaglio, con gli annessi, il magazzino e la struttura amministrativa. Le due società di nuova costituzione erano le società prima citate la Ludostore.it. s.p.a. e la Ludostore Network s.p.a.. delle quali Lucchi, ma anche Tinti, erano soci ed amministratori. Del resto tale complessiva strategia era stata realizzata dopo che Tinti, quale consulente del gruppo (come legale rappresentante della società di consulenza Dyed ed Associati), aveva redatto un piano di “rilancio”. 1 – 3 – Proseguendo nell’analisi delle imputazioni, la Corte territoriale annota come, con l’operazione descritta al punto 2, la fallita avesse acquistato l’azienda della s.r.l. Game Time Distribuzione (la vecchia società del gruppo Lucchi deputata al commercio all’ingrosso) a prezzo del tutto incongruo posto che, accollandosi tutti i debiti della cedente, la sopravvalutazione del magazzino, e quindi dell’attivo, di oltre 640 milioni di lire (un dato incontestato ed emerso dalla verifica della Guardia di finanza, che aveva accertato l’emissione, da parte della Game Time, di fatture per operazioni inesistenti), aveva cagionato alla fallita il corrispettivo danno. 1 – 4 – Quanto alla terza complessa operazione era accaduto quanto segue. 2 Il ramo di azienda deputato alla vendita all’ingrosso, ceduto alla fallita dalla Game Time s.r1. era stato assorbito dalla nuova capofila del gruppo, la Ludostore Network s.p.a., posto che, a fronte della realizzata sovrapposizione di tutti gli elementi aziendali (il magazzino, gli uffici amministrativi, la rete informatica), il fatturato della prima si era vistosamente contratto e quello della seconda si era, invece, corrispettivamente espanso. Il ramo di azienda relativa alla vendita all’ingrosso era stato quindi sottratto alla fallita, senza alcuna formalizzazione, senza il versamento di alcun corrispettivo. L’attività di vendita al dettaglio era stata ceduta grazie alla costruzione di un anomalo contratto di franchising, stipulato fra la fallita Computer One s.n.c. e la Ludostore Netwark s.p.a. (che alla sua costituzione aveva assunto il nome di Computer One Network s.p.a., nell’evidente intento di sovrapporsi, anche nel nome, alla Computer One s.n.c.), anomalo perché avrebbe dovuto essere la società che aveva un nome e l’esperienza a porsi come concedente e la nuova realtà come utilizzatrice del marchio, ed invece era accaduto il contrario. 1 – 5 – Sulle censure mosse dalla difesa con l’atto di appello la Corte territoriale così, ancora, argomentava. Quanto alla distrazione contestata al punto 1. L’e-commerce costituiva un ramo d’azienda perché era finalizzato a raggiungere, con i mezzi propri di tale canale di commercializzazione, una clientela diversa da quella che frequentava i punti di vendita fisici. Con il nome del dominio si trasferito il sito e il suo supporto hardware, posto che era proprio il nome a rivestire un valore di attrazione commerciale per la clientela che ad esso faceva riferimento. La sola presenza di un portafoglio di clienti registrati aveva un valore economico, anche in assenza di generazione di utili. L’emissione di fatture per operazioni inesistenti da parte della Game Time s.r.l. aveva inciso solo sul valore del magazzino e non sugli altri elementi valutati dal consulente del pubblico ministero. Quanto alla distrazione contestata al punto 2. In imputazione si era indicata la complessiva operazione e, per la fallita, il danno era derivato dall’acquisto di un’azienda largamente sovrastimata. Quanto alla distrazione contestata al punto 3. Il calo di redditività dell’attività di commercio all’ingrosso non era derivato dall’abbandono del ramo ma dal trasferimento dello stesso, di fatto, alla nuova società. Quanto alla rete di vendita al dettaglio era stato lo scambio di ruoli fra società affiliata e franchisor a causare ingenti danni alla fallita. Che era pur 3 rimasta nella titolarità della rete di vendita che il curatore aveva potuto alienare per 130.000 euro. Né aveva rilievo dirimente il prezzo da questo realizzato posto che è noto come le vendite fallimentari realizzino solo una quota minima del valore di quanto ceduto. Quanto al ruolo rivestito dal Tinti. Si erano ripercorsi i passaggi cronologici e logici grazie ai quali si era dimostrato il consapevole coinvolgimento dell’imputato nelle scelte strategiche delle società interessate alle condotte distrattive, con la cointeressenza personale del medesimo nella Ludostore.it s.r.l. poi s.p.a.. Si accoglieva il solo motivo attinente il trattamento sanzionatorio, valorizzando il tardivo risarcimento del danno al fine di pervenire ad un giudizio di prevalenze delle circostanze attenuanti con conseguente riduzione della pena. 2 – Avverso la predetta sentenza propone ricorso Giancarlo Tinti a mezzo del proprio difensore. 2 – 1 – Con il primo motivo deduce la violazione di legge, ed in particolare dell’art. 216, 222 e 223 I. fall., 521 e 522 cod. proc. pen., ed il difetto di motivazione. La Corte territoriale aveva selezionato in modo arbitrario le censure di merito mosse con l’atto di appello. 2 – 1 – 1 – Quanto alla distrazione descritta al punto 1. Non si era dimostrato che la commercializzazione dei prodotti attraverso il dominio, il cui nome era stato ceduto, costituisse un ramo di azienda. Non si era tenuto conto del fatto che era stato ceduto il solo nome e non le componenti hardware e software del sito. Non si era dimostrato che sussistesse un autentico portafoglio clienti, posto che il dominio non coincideva con il marchio dei beni venduti. L’avviamento non aveva valore alcuno non generando il dominio degli utili. La fallita era in perdita da anni e non era più in grado di produrre utili. L’avv. Brini aveva anche riferito delle difficoltà di funzionamento del sito. Il consulente di parte aveva poi argomentato in ordine alla erronea ricostruzione da parte del consulente dell’accusa del valore dell’e-commerce, che doveva invece stimarsi pari al prezzo corrisposto in considerazione della incapacità del settore a produrre reddito. Non si era poi tenuto conto di quanto rilevato dalla Guardia di finanza in ordine alla emissione di fatture per operazioni inesistenti che avevano inevitabilmente inciso sul fatturato. 4 Del tutto congetturale era l’asserzione che il sovrapprezzo corrisposto da s.p.a. Logital per le azioni di Ludostore.it fosse determinato dal valore del dominio, piuttosto che dalla presumibile forte crescita della start up. Né forniva elementi utili la perizia Deloitte stilata tenendo in considerazione gli utili futuri. Né infine si poteva ritenere oggetto di possibile distrazione un avviamento commerciale in quanto lo stesso concreta solo un’aspettativa di reddito e non un ricavo concreto. E non aveva senso identificarlo con il nome del dominio. 2 – 1 – 2 – Quanto alla condotta descritta al punto 2. La condotta descritta in imputazione faceva ritenere che si lamentasse la distrazione della sola somma versata in corrispettivo. In ogni caso si era agito così su richiesta degli istituti di credito che così si trovavano a gestire il debito di un solo soggetto. Poiché Rolo Banca non aveva consentito all’accollo, il passaggio dei debiti non si era perfezionato. Non si era comunque distratta alcuna parte del patrimonio ma solo eventualmente assunto un altro debito, e, quindi, secondo la giurisprudenza di legittimità, si era compiuta un’operazione dolosa. Che, peraltro, non aveva certo causato il fallimento posto che il debito non era stato effettivamente assunto. 2 – 1 – 3 – Quanto alla condotta descritta al punto 3. Sulla distrazione dell’attività di commercio all’ingrosso. Il ramo d’azienda ceduto era privo di ogni valore. Anche il consulente dell’accusa aveva dato atto che il ramo della srl Game Time (da questa società proveniva tale attività) era privo di redditività e il fatturato relativo continuava a calare. I ricavi erano stati poi alterati dall’emissione di fatture per operazioni inesistenti ad opera della stessa Game Time. Ciò premesso era apodittica ed illogica l’argomentazione spesa dalla Corte secondo la quale si era distratta la clientela, così finendo per distrarre il ramo d’azienda. Né poteva ricavarsi argomento alcuno dalla constatazione che, al calo del fatturato del ramo della fallita, corrispondesse un aumento del fatturato della nuova società, la Computer One Network. Anche perché la contrazione dei ricavi datava ad anni precedenti al momento di costituzione della nuova società. Errato era anche il calcolo del presunto valore del ramo visto che muoveva dal fatturato che era però gonfiato dalla falsa fatturazione. Ed anche in tal caso si era ritenuto lo sviamento della clientela e, quindi, la distrazione dell’avviamento. Sulla distrazione dell’attività di vendita al dettaglio. I punti di vendita erano rimasti nella proprietà della fallita tanto da essere venduti dalla curatela per euro 130.000. 5 Inconferenti, data tale circostanza di fatto, erano allora le argomentazioni spese sulla struttura del contratto di franchising. 2 – 1 – 4 – Sul ruolo e sulla responsabilità dell’imputato in ordine alle contestate condotte. La Corte si era limitata a riportare le considerazioni del primo giudice che peraltro riguardavano la solo condotta descritta al punto 1. In realtà Tinti era entrato in contatto con il Lucchi ed aveva proposto un business innovativo basato sul franchising ed aveva poi ricoperto cariche amministrative in alcune società anche per le specifiche richieste in tal senso dei nuovi investitori. E, quanto all’imputazione di cui al punto 1, la prelazione era stata concessa alla Ludostore in epoca precedente alla assunzione della carica da parte dell’imputato e la contrattualistica era stata predisposta dall’avv. Brini. Né aveva fornito alcun contributo alle due ulteriori operazioni. Nulla provava il fatto che l’imputato avesse predisposto dei piani di ristrutturazione della vecchia società e di ricapitalizzazione della vecchia e della nuova società. Il primo era solo uno studio prospettico, il secondo un mero studio basato su dati ipotetici. L’imputato aveva poi ceduto le quote di Ludostore senza ricavare alcun compenso. Non si era poi accertato in alcun modo la sussistenza del dolo. 2 – 2 – Con il secondo motivo lamenta, in subordine a quanto argomentato con il primo, la mancata disposizione di una perizia tecnico contabile onde ricondurre ad unità le conclusioni opposte raggiunte dai consulenti di parte. Un’istanza che la Corte aveva respinto senza adeguata motivazione. 2 – 3 – Con il terzo motivo eccepisce la violazione dell’art. 29 cod. proc. pen. ed il difetto di motivazione in relazione alla mancata revoca della sanzione accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici. CONSIDERATO IN DIRITTO I primi due motivi di ricorso sono infondati e vanno pertanto rigettati, il terzo motivo, di censura della conferma da parte della Corte territoriale dell’applicazione della pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici, é, invece, fondato e la sanzione va pertanto eliminata. 1 – Con il primo motivo la difesa ripropone le argomentazioni già spese nell’atto di appello e che avevano trovato congrua risposta nella esauriente argomentazione della Corte territoriale. Si erano infatti individuati, discussi e valorizzati una pluralità di elementi di fatto che conducevano e conducono, se analizzati nel loro complessivo significato e non parcellizzandoli come ha fatto la difesa anche nell’atto di ricorso. Peraltro la difesa ha svolto considerazioni in fatto senza allegare al ricorso tutto il materiale probatorio di supporto, producendo solo quelle parti che ne avrebbero, a suo dire, sostenuto le argomentazioni. 1 – 1 – Va innanzitutto ricordato il contesto in cui le tre operazioni distrattive trovano la loro collocazione e la loro ragion d’essere. All’inizio del luglio del 2000 veniva redatto il progetto di rilancio del gruppo Lucchi ad opera del Tinti (attraverso la sua società di consulenza) ed in particolare della poi fallita Computer One s.n.c.. Pochi giorni dopo, il 19 luglio 2000, vengono costituite le nuove società del gruppo Lucchi, la Ludostore.it s.r.l. (divenuta s.p.a. alla fine del 2000) e la Ludostore Network s.p.a. (nata come Computer One s.r.I., con cambio della denominazione a fine 2000 e divenuta s.p.a. a fine 2001). Le nuove società non sviluppavano un’attività commerciale distinta dalle vecchie società ma a queste subentravano, occupandosi di vendita del medesimo materiale attraverso gli stessi tre canali: la vendita sul web, la vendita all’ingrosso e la vendita al dettaglio. Le due vecchie società, la Game Distribuzione s.r.l. in liquidazione (liquidatore il Lucchi) e la Computer One s.n.c., venivano condotte, la prima alla liquidazione (liberandola dai debiti, ceduti con l’azienda, alla Computer One s.n.c.), la seconda al fallimento, lasciandovi i debiti dei tre diversi canali commerciali, concentrandovi i debiti della Game Distribuzione s.r.I., e sottraendole le attività per affidarle alle nuove società, visto che, ipoteticamente titolare dei tre canali commerciale, cedeva, a prezzo vile, l’e-commerce e rinunciava a favore delle nuove società, alla vendita all’ingrosso ed alla vendita al dettaglio. 1 – 2 – L’e-commerce era così passato, nel corso del 2001, dalla Computer One s.n.c. alla Ludostore.it s.p.a., attraverso la cessione del dominio. A questo, del resto, gli oltre 70.000 clienti erano registrati e così fidelizzati. Inconferente era l’argomentazione spesa dalla difesa circa la possibile fidelizzazione al solo marchio dei prodotti perché, al contrario, anche i siti, i domini, di mera vendita di beni prodotti da altri, costituiscono dei valori tangibili (si pensi ad Amazon, ma anche a tanti altri, quotati nelle Borse valori di tutto il mondo). Come è logico, del resto, dedurre dal fatto che i clienti si erano registrati sul sito di vendita, in assenza o preferendolo al dominio della casa di produzione del bene. 7 Cedendo il dominio si era così ceduto l’intero canale di vendita (del quale hardware e software non erano altro che meri strumenti) e gli inevitabili accessori: il personale amministrativo, che gestiva gli ordini, ed il magazzino, necessario per inviare, rapidamente come il canale di vendita impone, la merce. E questo era, difatti, accaduto. Si era pertanto ceduto l’intero ramo di azienda dedicato a quel tipo di vendita. Il cui valore non era certo quello rappresentato dal compenso stabilito dalle parti ma era quello dedotto dal consulente del pubblico ministero da una serie di parametri che andavano dal fatturato realizzato (che dimostrava quantomeno la capacità di reddito del sito se non quella di generare immediati utili) al numero di clienti che avevano deciso di registrarsi, dimostrando così un interesse non occasionale per quanto il dominio vendeva. La valutazione del consulente dell’accusa trovava poi riscontro in ambedue le perizie ordinate all’interno dello stesso gruppo Lucchi. Che individuavano il valore della Ludostore.it s.p.a. (che, per quanto è dato conoscere, non svolgeva ulteriore attività rispetto a quella di vendita on-line, cedutagli dalla fallita) in quegli stessi 5 miliardi di lire indicati dal consulente dell’accusa. L’operazione doveva pertanto considerarsi distrattiva per la differenza fra il prezzo corrisposto per il ramo d’azienda ed il suo reale valore. Il ricorrente Tinti era stato uno dei protagonisti dell’operazione: come consulente della depauperata Computer One s.n.c., come socio ed amministratore della beneficiata Ludostore.it S.p.a.. 1 – 3 – L’attività di svuotamento patrimoniale della Computer One s.n.c. si era realizzata anche con l’operazione descritta al punto 2, con la quale la Game Distribuzione s.r.I., sempre del Lucchi, le aveva ceduto l’azienda ad un prezzo eccessivo. La fallita aveva, infatti, versato alla Game Distribuzioni la somma di lire 1.399.600, calcolata sottraendo dall’attivo del ramo, il passivo. Solo che, mentre il passivo, i debiti, erano reali, l’attivo era sovrastimato posto che il magazzino, valutato poco più di 2 miliardi di lire, ne valeva invece 643 milioni di lire in meno, come aveva accertato la Guardia di finanza in sede di verifica. Il danno della fallita era stato pertanto pari alla somma fra la sopravvalutazione del magazzino ed il prezzo corrisposto per l’acquisto dell’azienda, poco più di 644 milioni di lire. Il capo di imputazione, poi, contrariamente a quanto si afferma nel ricorso, non si limita ad indicare come distratta la sola somma pagata dalla fallita per l’acquisto del ramo di azienda, ma descrive l’intera operazione, citando anche la 8 sovrastima del magazzino, individuando così nel suo complesso, come hanno ritenuto i giudici del merito, la realizzata distrazione. Generica, perché priva di allegazione dell’apposita documentazione al ricorso, e comunque infondata è l’argomentazione difensiva con cui si sostiene che un istituto bancario non avrebbe assentito alla cessione di uno dei debiti contratti dalla Game Distribuzione, posto che tale mancato assenso avrebbe al più determinato la mancata liberazione dal debito della cedente l’azienda ma non avrebbe certo escluso la responsabilità patrimoniale della fallita, che si trovava così, comunque, gravata della passività. Infondata è anche la pretesa difensiva di qualificare tale operazione come un’ipotesi di bancarotta impropria piuttosto che un fatto distrattivo. Si deve, infatti, considerare che, con l’operazione in oggetto, si era determinato, fra due società del Lucchi, una diversa allocazione di mezzi finanziari dalla società danneggiata alla società favorita, pari esattamente a quei 644 milioni di lire che il capo di imputazione indica e che, pertanto, devono considerarsi distratti dalla prima e ricollocati nella seconda. L’operazione ha avuto luogo nell’aprile del 2001. Da mesi Tinti era il consulente delle società del Lucchi, non ultima della Computer One s.n.c., poi fallita, depauperata ulteriormente da questo acquisto. Il ramo di azienda, la vendita all’ingrosso, sarà poi acquisito dalla Ludostore Network s.p.a di cui era socio ed amministratore ed era pertanto priva di vizi logici la decisione dei giudici del merito di ritenerlo responsabile anche di tale operazione. 1 – 4 – L’attività di vendita all’ingrosso era stata acquistata dalla Computer One s.n.c., con il ramo di azienda della Game Distribuzione s.r.I., ma ciò non ne aveva determinato il rilancio posto che, in esecuzione del disegno complessivo di cui si è già detto, di tale ramo si era appropriata (lasciandone i debiti alla fallita) la nuova Ludostore Network s.p.a. (costituita con il nome di Computer One Network per meglio sovrapporsi alla vecchia entità). Ancora una volta la commistione fra locali in cui si operava, magazzino e personale addetto, aveva favorito il trapasso, rivelato dalla contrazione del fatturato della fallita e dal corrispettivo aumento della nuova società, avvenuto senza alcuna formalizzazione e senza, quindi, il pagamento di alcun corrispettivo. Infondata è l’eccezione inerente alla errata stima del valore del ramo. La Game Distribuzione s.r.l. (dalla quale il ramo proviene), pur se in parte operava con fatture relativa ad operazioni inesistenti, deteneva, per averlo verificato la Guardia di finanza, un magazzino del valore, effettivo, di circa 1.400 milioni di lire (i 640 milioni circa di accertata sopravvalutazione andavano dedotti dai poco più di 2 miliardi di lire che era il valore stimato del magazzino nella cessione del ramo dalla Game Distribuzione alla fallita). Il ramo era pertanto, solo in parte (non la preponderante parte, in considerazione dei valori delle merci in deposito), fittizio e non era pertanto viziata da manifesta illogicità la stima fattane dal consulente del pubblico ministero. Il ricorrente, come già rilevato, era il socio e l’amministratore della società che aveva beneficiato dello spossessamento del ramo ai danni della fallita. 1 – 5 – Anche la vendita al dettaglio aveva subito la stessa sorte. La fallita aveva stipulato con la nuova società, sempre la Ludostore Network s.p.a., un contratto di franchising, ma a parti invertite rispetto a quanto sul piano logico ed economico ci sarebbe dovuti attendere: affiliante non era la vecchia società, proprietaria del marchio e della rete di vendita, ma la nuova società che iniziava solo allora la sua attività. Con la conseguenza che le royalty invece di essere versate dalla nuova società alla vecchia, erano corrisposte dalla vecchia alla nuova. Così ancora trasferendo, senza ragione, risorse finanziarie dalla Computer One s.n.c. alla capofila del gruppo Lucchi di nuova costituzione. A fronte di questa inversione del flusso finanziario perde rilevanza, come ha congruamente affermato la Corte territoriale, il fatto che i negozi, nella loro consistenza fisica, fossero rimasti di proprietà della fallita visto che era stato il ramo di vendita al dettaglio ad essere ceduto, con l’inversione delle parti che avevano stipulato il contratto di franchising. Il ricorrente era il consulente della fallita e l’amministratore della beneficiaria ed era pertanto del tutto logico che fosse stato ritenuto dai giudici del merito responsabile anche di tale operazione distrattiva. 2 – Il secondo motivo di ricorso è infondato. Congrua appare la valutazione della Corte territoriale circa la superfluità di una perizia contabile in considerazione dei divergenti risultati raggiunti dal consulente dell’accusa e dal consulente della difesa. Le osservazioni ed i giudizi del consulente del pubblico ministero, infatti, avevano tro vato ampi riscontri in altri elementi di fatto del tutto autonomi rispetto alle sue ricostruzioni (si pensi alla valutazione della rete di e-commerce ed alla stima del ramo di vendita all’ingrosso), così da conferire loro piena attendibilità, e da smentire i contrari giudizi del consulente della difesa. 3 – Il terzo motivo è, invece, fondato. La rideterminazione della pena principale da parte della Corte territoriale ad anni 2 di reclusione, comportava la revoca della pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici – prevista dall’art. 29, comma 1, cod. pen. per la pena della reclusione non inferiore ad anni 3 – correttamente applicata dal Tribunale che aveva inflitto una pena di anni 4 di reclusione. 10 Tale revoca non è stata disposta e, sul punto, la sentenza va annullata e la pena eliminata. Annulla la sentenza impugnata senza rinvio limitatamente alla pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici, che elimina. Rigetta nel resto il ricorso. Così deciso in Roma, il 24 giugno 2016.

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