Bancarotta Fraudolenta – Cassazione Penale 16/07/2018 N° 32654

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 16/07/2018

Numero: 32654

Testo completo della Sentenza Bancarotta fraudolenta – Cassazione penale 16/07/2018 n° 32654:

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SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
CASTIELLO GUALTIERO nato a GENOVA il 27/09/1953
ASTOLFI MARCEL nato a ESBJERG( DANIMARCA) il 31/10/1960
TORCIANO NICOLA nato a LAVELLO il 20/05/1951
RUBINI DIEGO nato a MARTINENGO il 14/01/1971
avverso la sentenza del 06/12/2016 della CORTE APPELLO di MILANO
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere GIUSEPPE DE MARZO;
udito il Procuratore Generale, dott. FELICETTA MARINELLIche ha concluso chiedendo
il rigetto del ricorso del Rubini e la declaratoria di inammissibilità dei restanti ricorsi
udito i difensori, Avv. Alfredo Gaito per il Castiello, l’avv. Roberto Bruni per il Torciano
e il Rubini, l’Avv. Angelo Staniscia per l’Astolfi, i quali hanno concluso per
l’accoglimento dei rispettivi ricorsi. L’Avv. Staniscia ha chiesto, inoltre, l’annullamento
senza rinvio in relazione al capo C, prescritto

Ritenuto in fatto
1. Per quanto ancora rileva, con sentenza del 06/12/2016, la Corte d’appello di
Milano, ha confermato l’affermazione di responsabilità di Marcel Astolfi, Nicola
Torciano, Diego Rubini e Gualtiero Castiello, in relazione ai reati di seguito
indicati.
In particolare, l’Astolfi è stato ritenuto responsabile: a) dei reati di bancarotta
fraudolenta distrattiva e documentale (capi Al e A2), nella qualità di
amministratore di fatto della Matrics s.r.I., dichiarata fallita in data 07/07/2009;
b) dei reati di bancarotta fraudolenta distrattiva (capi B1 e B2) e documentale
(capo B3), nella qualità di presidente del consiglio di amministrazione, prima, e
di amministratore delegato, poi, della Nuovi Metalli Preziosi s.p.a., dichiarata
fallita in data 07/07/2009; c) del reato di ricorso abusivo al credito, nella
medesima qualità appena indicata (capo C); d) del reato di bancarotta
fraudolenta distrattiva (capo D1) e di bancarotta impropria (capo D2) per avere
concorso, commettendo il reato di cui all’art. 2621 cod. civ., a cagionare il
dissesto della I.S.T. s.r.I.- dichiarata fallita in data 07/07/2009 -, nella qualità di
amministratore unico di tale società; e) del reato di bancarotta fraudolenta
patrimoniale, in relazione alla Lares s.p.a. (capo E), della quale era stato
amministratore unico dal 2006 sino alla data del fallimento, dichiarato il
07/07/2009.
Il Castiello, quale presidente del collegio sindacale, e il Torciano, quale
amministratore di fatto, sono stati ritenuti responsabili del reato di cui al capo
B3; il Rubini del reato di cui al capo C.
2. Sono stati presentati distinti ricorsi nell’interesse dell’Astolfi, del Torciano, del
Rubini e del Castiello.
3. Il ricorso proposto nell’interesse dell’Astolfi è affidato ai seguenti motivi.
3.1. Con il primo motivo si lamenta mancanza, contraddittorietà e manifesta
illogicità della motivazione, con riguardo alla ritenuta sussistenza della
bancarotta fraudolenta patrimoniale.
Si rileva: a) che l’esistenza del gruppo Astolfi, ossia di una pluralità di imprese
facenti capo all’imputato era ben nota al mercato e alle banche e riconosciuta
dalla stessa sentenza impugnata, con la conseguenza che il depauperamento nel
quale si sostanzia il disvalore del reato attribuito deve essere apprezzato non
riguardo alla singola impresa, ma con riferimento al patrimonio complessivo
costituente la garanzia dei creditori; b) che, con riferimento alle “somme
distratte da Matrics a titolo di spese personali”, la sentenza impugnata aveva
illegittimamente posto a carico dell’imputato l’onere della prova, laddove, al
netto della somma di euro 70.000 – il cui titolo compensativo era giustificato in
relazione all’entità del fatturato -, delle restanti somme l’imputato aveva indicato
la ragione giustificativa, senza che la pubblica accusa dimostrasse la
destinazione ad uso personale; c) che analogamente si era ritenuta dimostrata la
distrazione, con riguardo alla somma di euro 684.530,35, in considerazione della
non ascrivibilità certa della stessa al “pagamento delle quote di IST in favore del
Mollificio S. Ambrogio”; d) che lo stesso vizio argonnentativo era ravvisabile nella
distrazione degli “altri importi di cui all’imputazione Al”, in quanto, per un verso,
il fine dell’imputato di salvaguardare i posti di lavoro — documentato dalle buste
paga – non era oggetto di mera e indimostrata affermazione difensiva e, per
altro verso, il fine di solidarietà sociale è incompatibile con il carattere
fraudolento ed egoistico della bancarotta distrattiva; e) che, con riguardo alla
distrazione dell’argento, la Corte territoriale aveva illogicamente svalutato sia la
rilevanza dell’esposto con il quale l’Astolfi aveva denunciato ai carabinieri le
sottrazioni dal magazzino durante la procedura di concordato preventivo sia il
fatto che 6.541 kg di argento fossero sequestrati, in quanto di proprietà di terzi;
f) che, con riferimento alla distrazione di 410.000 euro, la Corte territoriale
aveva illogicamente escluso la rilevanza degli assegni per 400.000 euro prodotti
dall’imputato, in tal modo documentando il mancato incasso della somma,
laddove priva di giustificazione era la congetturale spiegazione alternativa della
detenzione di tali assegni prospettata dalla sentenza impugnata.
3.2. Con il secondo motivo si lamenta violazione di legge, sottolineando che
l’attribuzione del reato di bancarotta fraudolenta presuppone l’accertamento del
nesso eziologico e psicologico tra la condotta e l’insolvenza, da qualificarsi come
evento del reato.
Il ricorrente sottolinea il carattere risalente delle condotte — sia di quelle
distrattive sia di quelle tradottesi nella violazione dell’art. 2621 cod. civ. – e le
risultanze oggettive che documentano l’immissione nelle società del gruppo di
ingenti capitali.
3.3. Con il terzo motivo si lamentano vizi motivazionali, sempre con riferimento
al necessario accertamento del nesso eziologico e psicologico tra condotte e
dissesto, al contrario provocato alla crisi della società Lares acquisita dal gruppo,
e si aggiunge, con riferimento alla cessione di un credito di euro 933.848,01 da
I.S.T. s.r.l. e I.S.T. COM s.r.I., che la cessione di un credito infragruppo è
logicamente inconfigurabile come condotta che cagiona il dissesto del gruppo.
3.4. Con il quarto motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, in
relazione alla distrazione di argento in danno della Nuovi Metalli Preziosi s.r.I.,
alla luce delle dichiarazioni della teste Puggioni, impiegata addetta alla
contabilità del magazzino della società, la quale aveva indicato nel Violet o nel
Sestili la persona che le aveva dato disposizioni sulla annotazione da eseguire
con riferimento alla differenza di argento “tra il contabile e il fisico”.
Si aggiunge: a) che l’imputato agiva nella società come un mero tecnico; b) che
le contrarie dichiarazioni del Sestili, quanto al fatto che un quantitativo di circa
200 kg di argento fosse stato caricato sull’autovettura dell’Astolfi, erano state
smentite da quanto riferito dal responsabile della sicurezza, il quale aveva
escluso che l’Astolfi avesse le chiavi del magazzino o che potesse accedervi
senza lasciare traccia; c) che gli importi incassati dalla vendita erano stati
utilizzati per l’amministrazione ordinaria della società.
3.5. Con il quinto motivo si lamenta erronea applicazione degli artt. 62-bis e 133
cod. pen., in relazione al diniego della invocata riduzione della pena e della
prevalenza delle circostanze attenuanti generiche.
3.6. Nell’interesse dell’Astolfi sono stati depositati motivi aggiunti che hanno
ribadito e sviluppato le ragioni di critica sopra riassunte.
4. Il ricorso proposto nell’interesse del Torciano è affidato ai seguenti motivi.
4.1. Con il primo motivo si lamenta motivazione meramente apparente, con
riguardo all’affermazione di responsabilità per il reato di bancarotta fraudolenta
documentale.
Rileva il ricorrente: a) che il meccanismo di fatturazione triangolare o bilaterale
era destinato inevitabilmente a chiudersi con un azzeramento delle relative poste
contabili, con la conseguenza che poteva facilmente essere ricostruito mediante
un esame incrociato della contabilità; b) che, pertanto, l’utilizzazione, da parte
delle curatrici, delle dichiarazioni di alcuni dipendenti era solo uno degli
strumenti a disposizione per ricostruire agevolmente il meccanismo di
falsificazione.
4.2. Con il secondo motivo si lamenta l’apparenza della motivazione con riguardo
alla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, sottolineando; a) che
il disvalore del reato di bancarotta fraudolenta documentale si coglie nella
impossibilità o difficoltà di ricostruire il patrimonio e il movimento degli affari,
una volta intervenuto il fallimento, mentre non assumono rilievo le modalità di
tenuta anteriori, laddove si sia, prima della dichiarazione di fallimento, proceduto
alla regolarizzazione della situazione; b) che, nel caso di specie, indiscussa la
consapevole partecipazione del Torciano al meccanismo delle false fatturazioni, si
era piuttosto sottolineato che, a seguito della scrittura privata del 02/12/2008,
l’imputato aveva rescisso ogni legame con la Nuova Metalli Preziosi s.p.a. e
aveva fatto tutto il possibile per regolarizzare la contabilità delle società
coinvolte; c) che, in particolare, quando la Nuova Metalli Preziosi s.p.a. non
aveva emesso la concordata nota di accredito nei confronti della Rubini
Sinterizzati s.r.I., società facente capo al Torciano, quest’ultima aveva emesso
note di addebito a storno di fatture emesse dalla prima, così come aveva emesso
note di accredito a storno di fatture emesse nei confronti della Nuova Metalli
Preziosi s.p.a.; d) che quest’ultima aveva trascurato di contabilizzare le note di
credito emesse nei confronti della C.T.S. s.r.I., altra società facente capo al
Torciano; e) che, in definitiva, se la Nuova Metalli Preziosi s.p.a. avesse agito
come richiestole dal Torciano e come concordato con la scrittura del 02/12/2008,
nel momento in cui è intervenuto il fallimento della società, la curatela avrebbe
potuto ricostruire il patrimonio e il movimento degli affari in modo ancora più
agevole.
4.3. Con il terzo motivo si lamenta manifesta illogicità della motivazione della
sentenza impugnata, la quale, nel disattendere la richiesta di riduzione della
pena base, fissata in quattro anni di reclusione, ossia in misura superiore al
minimo edittale, aveva valorizzato un dato – l’entità del passivo fallimentare –
del tutto incongruo rispetto alla bancarotta documentale e comunque da
considerare alla luce della completa ricostruzione del patrimonio e del
movimento degli affari.
5. Il ricorso proposto nell’interesse del Rubini è affidato ai seguenti motivi.
5.1. Con il primo motivo si lamentano vizi motivazionali ed erronea applicazione
dell’art. 164 cod. pen., per non avere l’imputato mai beneficiato della
sospensione condizionale della pena.
Si rileva: a) che dall’esame del certificato del casellario giudiziale emergeva che
le condanne riportate dal Rubini ed inizialmente sospese erano state oggetto di
richiesta ex art. 671 cod. pen., accolta dal giudice dell’esecuzione che aveva
applicato la disciplina della continuazione, provvedendo alla determinazione della
complessiva sanzione di euro 32.080,00 di multa, non sospesa.
5.2. Con il secondo motivo si lamenta omessa motivazione in relazione alla
prognosi negativa formulata, sempre con riguardo alla invocata sospensione
condizionale della pena, dalla Corte territoriale che aveva sostanzialmente
parafrasato in termini generici la disposizione normativa, eludendo il dovere di
indicare le circostanze che sorreggevano siffatta conclusione.
5.3. Con il terzo motivo si sottolinea l’intervenuta prescrizione del reato di
ricorso abusivo al credito.
6. Il ricorso proposto nell’interesse del Castiello è affidato ai seguenti motivi.
6.1. Con il primo motivo si lamenta erronea applicazione della legge penale e
manifesta illogicità della motivazione.
Si rileva: a) che l’affermazione di responsabilità dell’imputato, presidente del
collegio sindacale della Nuova Metalli Preziosi s.p.a., riposa sulla sua
consapevolezza della prassi di emissione di fatture di comodo concernenti la
vendita di metalli nei confronti di società delle quali era o era stato legale
rappresentante; b) che l’imputato, resosi conto della particolare gravità della
situazione nella quale versava la società, aveva immediatamente provveduto,
d’intesa con gli altri componenti del collegio sindacale, ad imporre all’organo
amministrativo una approfondita verifica dei crediti verso i clienti annotati in
contabilità, al fine di accertarne l’effettiva esigibilità, provvedendo in seguito ad
emettere note di credito; c) che il provento derivante dallo sconto in banca delle
fatture di vendita si era tradotto in un incremento patrimoniale della Nuova
Metalli Preziosi s.p.a.; d) che, all’esito del “protocollo operativo” utilizzato da
quest’ultima società, le cui fasi erano esattamente descritte in contabilità, il
patrimonio della stessa non aveva subito alcuna riduzione; e) che, in definitiva,
la Corte territoriale si era disinteressata della effettiva potenzialità decettiva della
annotazione di simili operazioni nelle scritture contabili, le quali non avevano
comportato alcuna modifica della consistenza del patrimonio della società, né
avevano comportato alcuna difficoltà nella ricostruzione dell’attività; f) che, del
tutto irrilevante, nella prospettiva della ritenuta bancarotta documentale, era la
destinazione impressa da altri al profitto delle operazioni di sconto; g) che,
peraltro, accertato che l’annotazione delle fatture di vendita e l’iscrizione del
ricavo derivante dal loro sconto non aveva comportato alcuna immutazione
quantitativa del patrimonio né determinato una modifica dei dati contabili, non
era dato intendere su quali basi riposasse l’attribuzione al Castiello della volontà
di danneggiare i creditori.
6.2. Con il secondo motivo si lamenta erronea applicazione della legge penale,
rilevando che la Corte d’appello non aveva espresso alcuna valutazione con
riferimento alla entità del danno correlabile alla condotta attribuita all’imputato,
ossia con riguardo a profili rilevanti ai fini della applicazione della circostanza
attenuante di cui all’art. 219, ult. co ., I. fall.
Considerato in diritto
1. Il primo motivo del ricorso proposto nell’interesse dell’Astolfi è inammissibile.
Prima di esaminare le singole condotte distrattive attribuite all’imputato, occorre
affrontare la questione della rilevanza che può assumere in subiecta materia
l’esistenza di un gruppo di imprese, alla luce della natura e della oggettività
giuridica del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale.
La giurisprudenza di legittimità è consolidata attorno ad alcuni pilastri
ricostruttivi.
In particolare, va ribadito: a) che, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta
fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i
fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente
abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad
impieghi estranei alla sua attività (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli,
Rv. 266804); b) che l’elemento soggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta
per distrazione è costituito dal dolo generico, per la cui sussistenza non è
necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, né lo scopo
di recare pregiudizio ai creditori, essendo sufficiente la consapevole volontà di
dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle
obbligazioni contratte (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli cit.; c) che il
reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale prefallirnentare è un reato di
pericolo concreto, in quanto l’atto di depauperamento, incidendo negativamente
sulla consistenza del patrimonio sociale, deve essere idoneo a creare un pericolo
per il soddisfacimento delle ragioni creditorie, che deve permanere fino al tempo
che precede l’apertura della procedura fallimentare (Sez. 5, n. 50081 del
14/09/2017, Zazzini, Rv. 271437).
I creditori la cui posizione viene in rilievo, ai fini della valutazione della
concretezza del pericolo, sono coloro che possono contare sulla garanzia
generica rappresentata, ai sensi dell’art. 2740 cod. civ., dal patrimonio del
proprio debitore.
In tale contesto, l’attuale sistema normativo è saldamente ancorato al principio
in forza del quale il collegamento societario è fenomeno meramente economico
che non dà vita ad un unitario centro imprenditoriale dotato di una sua propria
soggettività (Sez. 5, n. 6904 del 04/11/2016 – dep. 14/02/2017, Gandolfi, Rv.
269107, che ne trae la coerente conseguenza che, in tema di reati fallimentari,
qualora il fallimento riguardi società appartenenti ad un gruppo ma dotate di
autonoma personalità giuridica, non è ravvisabile un reato unitario di bancarotta
ma, ove ne sussistano i presupposti, un’ipotesi dì reato continuato), ossia, può
aggiungersi, di una unitaria responsabilità sulla quale il creditore possa fare
affidamento nel momento in cui le sue ragioni sono fatte valere (direttamente o
per il tramite del curatore, una volta intervenuto il fallimento).
In tale contesto è certamente esatto che la giurisprudenza di legittimità si è
ormai orientata nel senso di ritenere che la natura distrattiva di un’operazione
infra-gruppo possa essere esclusa in presenza di vantaggi compensativi che
riequilibrino gli effetti immediatamente negativi per la società fallita e
neutralizzino gli svantaggi per i creditori sociali (v., ad es., di recente, Sez. 5, n.
16206 del 02/03/2017, Magno, Rv. 269702).
In particolare, si è rilevato che la previsione di cui all’art. 2634 cod. civ. – che
esclude, relativamente alla fattispecie incriminatrice dell’infedeltà patrimoniale
degli amministratori, la rilevanza penale dell’atto depauperatorio in presenza dei
c.d. vantaggi compensativi dei quali la società apparentemente danneggiata
abbia fruito o sia in grado di fruire in ragione della sua appartenenza a un più
ampio gruppo di società – conferisce valenza normativa a principi – già desumibili
dal sistema, in punto di necessaria considerazione della reale offensività –
applicabili anche alle condotte sanzionate dalle norme fallimentari e,
segnatamente, a fatti di disposizione patrimoniale contestati come distrattivi o
dissipativi. Pertanto, ove si accerti che l’atto compiuto dall’amministratore non
risponda all’interesse della società ed abbia determinato un danno al patrimonio
sociale, è onere dello stesso amministratore dimostrare l’esistenza di una realtà
di gruppo, alla luce della quale quell’atto assuma un significato diverso, si che i
benefici indiretti della società fallita risultino non solo effettivamente connessi ad
un vantaggio complessivo del gruppo, ma altresì idonei a compensare
efficacemente gli effetti immediati negativi dell’operazione compiuta, di guisa che
nella ragionevole previsione dell’agente non sia capace di incidere sulle ragioni
dei creditori della società (Sez. 5, n. 49787 del 05/06/2013, Bellemans, Rv.
257562; Sez. 5, n. 8253 del 26/06/2015 – dep. 29/02/2016, Moroni, Rv.
271149, che insiste sull’onere dell’interessato di dimostrare il saldo finale
positivo delle operazioni compiute nella logica e nell’interesse del gruppo,
elemento indispensabile per considerare lecita l’operazione temporaneamente
svantaggiosa per la società depauperata; Sez. 5, n. 7079 del 13/10/2015 – dep.
23/02/2016, Roccetti, Rv. 266512, secondo cui, i cd. vantaggi compensativi per
la società fallita facente parte di una realtà di “gruppo” non possono essere
successivi al fallimento né possono consistere in una diminuzione dell’entità del
passivo, conseguente a concordato preventivo cui venga ammessa altra società
controllante, appartenente allo stesso gruppo, grazie a mutui fondiari concessi
per la destinazione del patrimonio immobiliare della società fallita; Sez. 5, n.
30333 del 12/01/2016, Falciola, Rv. 267883, per la quale, qualora il fatto si
riferisca a rapporti fra società appartenenti al medesimo gruppo, il reato deve
ritenersi insussistente se, operando una valutazione ex ante, i benefici indiretti
per la società fallita si dimostrino idonei a compensare efficacemente gli effetti
immediatamente negativi e siano tali da rendere il fatto incapace di incidere sulle
ragioni dei creditori della società).
La veloce rassegna della giurisprudenza di questa Corte mostra, in definitiva, che
l’ordinamento non giustifica qualunque operazione infragruppo, ma solo quelle
attività, immediatamente svantaggiose per un soggetto imprenditoriale, che
possano trovare efficace correlazione in vantaggi, economicamente valutabili,
per lo stesso soggetto, tali da elidere, prima della dichiarazione di fallimento, il
depauperamento realizzato e, in ultima analisi, il pericolo rappresentato dalla
originaria iniziativa per le ragioni dei creditori.
Vi è un’altra puntualizzazione necessaria, sollecitata dall’analisi delle decisioni di
legittimità e dallo stesso ricorso, quanto ai profili probatori.
Premesso che la responsabilità per il delitto di bancarotta per distrazione richiede
l’accertamento della previa disponibilità, da parte dell’imputato, dei beni non
rinvenuti in seno all’impresa (Sez. 5, n. 7588 del 26/01/2011, Buttitta, Rv.
249715), va ribadito che la prova della distrazione o dell’occultamento dei beni
della società dichiarata fallita può essere desunta dalla mancata dimostrazione,
ad opera dell’amministratore, della destinazione dei beni suddetti (Sez. 5, n.
22894 del 17/04/2013, Zanettin, Rv. 255385), in quanto le condotte descritte
all’art. 216, comma primo, n. 1 I. fall., hanno (anche) diretto riferimento alla
condotta infedele o sleale del fallito nel contesto della garanzia che su di lui
grava in vista della conservazione delle ragioni creditorie. È in funzione di siffatta
garanzia che si spiega l’onere dimostrativo posto a carico del fallito, nel caso di
mancato rinvenimento di cespiti da parte della procedura. Trattasi, invero, di
sollecitazione al diretto interessato della dimostrazione della concreta
destinazione dei beni o del loro ricavato, risposta che (presumibilmente) soltanto
egli, che è (oltre che il responsabile) l’artefice della gestione, può rendere (Sez.
5, n. 7588 del 2011 cit., in motivazione).
In altri termini – e quanto detto vale sia con riferimento alla specifica tematica
della insussistenza o della sussistenza dei vantaggi compensativi sia con
riguardo, in generale, all’accertamento della pericolosità o non dell’atto
dispositivo rispetto alle ragioni dei creditori -, laddove gli elementi probatori
consentano di concludere in termini univoci per l’estraneità dell’atto alle finalità
imprenditoriali, l’imputato ha l’interesse a dedurre verosimili circostanze idonee
quantomeno a sollevare un ragionevole dubbio in ordine a tali risultati, rendendo
razionale la doverosa attività di accertamento del giudice.
In termini generali, il ricorrente anche in ricorso continua a non indicare quale
sarebbe stato il vantaggio conseguito da Matrics s.r.l. in correlazione con le
condotte depauperative che si esamineranno dettagliatamente immediatamente
infra (e ciò può dirsi, sin da ora, salvo tornare sul punto, con riguardo alle
confuse indicazioni del secondo motivo di ricorso).
Ciò posto, si osserva, con riferimento alle singole ipotesi distrattive, quanto
segue.
1.1. La prima distrazione attribuita all’imputato nel capo Al, concernente la
Matrics s.r.I., riguarda la somma complessiva di euro 457.000,00.
Le deduzioni del ricorrente si caratterizzano per assoluta genericità.
In primo luogo, viene invocato un “titolo compensativo”, con riguardo alla
somma di 70.000,00 euro, del quale non s’intende il fondamento, visto che,
secondo l’incontestato accertamento dei giudici di merito, l’Astolfi non risulta
aver ricoperto alcuna carica nella società fallita successiva all’ottobre del 2002.
In secondo luogo, si insiste nel dedurre di avere indicato i titoli personali di tutti
gli esborsi, ma non li si indica in ricorso e soprattutto non ci si confronta con
l’affermazione della sentenza impugnata, secondo la quale non era stata
sollevata alcuna contestazione rispetto alle somme indicate nei numeri 1, 2, 4, 5,
6, 7 e 11 della tabella allegata al foglio 2897, in atti, comprensive dell’importo
che l’amministratore della Matrics s.r.l. aveva ricondotto alla garanzia di un
mutuo erogato in favore della moglie dell’Astolfi.
In tale contesto, non vi è alcun ulteriore onere dimostrativo da parte dell’accusa,
giacché, in difetto di specificazioni delle quali non si intravede traccia in ricorso,
è del tutto ragionevole avere concluso per l’estraneità degli esborsi alle esigenze
imprenditoriali.
1.2. Con riguardo alla somma di 684.530,35 euro, che, secondo il capo di
imputazione, sarebbe stata distratta dalle casse di Matrics s.r.l. per il pagamento
delle quote di I.S.T. s.r.l. in favore del Mollificio Sant’Ambrogio, il ricorrente si
concentra sull’affermazione della non certa riconducibilità dell’esborso a tale
titolo, ma omette completamente di confrontarsi sull’ulteriore, decisivo rilievo
della Corte territoriale, secondo il quale, anche a voler seguire la prospettazione
difensiva, le somme erano state rivolte a vantaggio del medesimo Astolfi, che si
rendeva titolare delle quote, e non di Matrics s.r.l.
1.3. Manifestamente infondate e generiche sono le critiche, con le quali si
ribadisce che il fine sociale dell’imputato di salvaguardare posti di lavoro sarebbe
incompatibile con la bancarotta per distrazione.
In realtà, la fattispecie delittuosa si perfeziona una volta che l’atto di distacco del
bene dal patrimonio sociale si sia realizzato con conseguente concreto
pregiudizio per le ragioni dei creditori sociali, mentre le direzioni, più o meno
nobili, verso le quali il bene sia stato indirizzato restano completamente
irrilevanti.
E allora il dato centrale, completamente omesso nel ricorso, è che i lavoratori dei
quali si discute sono i dipendenti di società diverse dalla Matrics s.r.l. Tale
assorbente rilievo, in punto di diritto, consente di non soffermarsi sulla assoluta
genericità di formulazione della censura, in punto di fatto.
1.4. La critica successiva del primo motivo investe la distrazione d’argento dalla
Nuovi Metalli Preziosi s.p.a. (capo B1) e si caratterizza per l’assoluta genericità.
È inutile soffermarsi sulle argomentazioni che la Corte d’appello ha dedicato per
illustrare le ragioni in forza delle quali non ha condiviso le conclusioni del
Tribunale che ha ridotto, rispetto alle indicazioni del capo di imputazione, in 900
kg, la quantità sottratta.
La sentenza impugnata ha, infatti, ribadito di essere vincolata dalla
determinazione, più favorevole all’imputato, operata dal Tribunale.
Il punto centrale della motivazione è che la tesi difensiva della distrazione ad
opera di terzi, durante la procedura di concordato preventivo, quale sarebbe
emersa da voci riferite dal dott. Luca Brivio all’Astolfi, il quale, a sua volta,
avrebbe denunciato la circostanza ai carabinieri, è stata razionalmente ritenuta
del tutto inverosimile.
E ciò non perché si sia chiesto all’Astolfi di svolgere indagini per dare sostegno
alle propalazioni sulle quali la denuncia era fondata – come il ricorso mostra di
credere -, ma perché le mancanze riferite dai testi Sestili e Puggiani risalgono ad
un periodo anteriore. E sul punto il ricorso è silente.
E ciò senza dire che proprio il Sestili ha riferito di varie condotte di sottrazione
riconducibili all’Astolfi.
L’appartenenza a terzi di beni non esclude la sussistenza della bancarotta
fraudolenta per distrazione, come confermato dal consolidato orientamento di
questa Corte, a proposito dei beni entrati nella effettiva disponibilità della società
fallita in virtù di un contratto di leasing: quel che rileva, a tal fine, è, infatti, la
disponibilità di fatto, in capo all’utilizzatore, dei beni successivamente distratti,
considerato che, comunque, la sottrazione del bene comporta un pregiudizio per
la massa fallimentare che viene gravata dell’onere economico derivante
dall’inadempimento dell’obbligo di restituzione (Sez. 5, n. 44350 del 17/06/2016,
Guerri, Rv. 268469).
Per ragioni di economia espositiva, i superiori rilievi verranno ripresi infra nella
trattazione del quarto motivo di ricorso dedicato a tale vicenda.
1.5. La quinta censura del primo motivo investe specificamente la distrazione in
danno della I.S.T. s.r.l. della somma, contestata nell’ammontare di euro
410.000,00. L’operazione, rivolta a vantaggio dell’Astolfi, sarebbe stata resa
possibile attraverso il pagamento da parte della I.S.T. s.r.l. della fattura n. 3 del
27/12/2006 emessa dalla Penta Immobiliare in relazione ad una cessione di
immobile, in realtà mai avvenuta.
Le critiche dell’Astolfi ruotano attorno all’esistenza di quattro assegni per euro
400.000,00, da lui esibiti all’udienza del 11/01/2012, in quanto mai incassati.
Tuttavia, la reiterazione di tale difesa, si confronta solo genericamente col fatto
che, secondo i giudici di merito, tali assegni corrispondevano alla liquidazione, di
importo esattamente corrispondente e avvenuta nel 2008, delle quote che
l’Astolfi possedeva, per il tramite della moglie, nella società Penta Immobiliare,
laddove la distrazione concerne il precedente momento dell’ingresso dell’Astolfi,
attraverso l’intestazione delle quote, come detto, alla moglie. In quell’occasione,
la provvista, fu fornita, secondo l’altro socio della Penta Immobiliare, Luigi
Martinelli, da I.S.T. s.r.l. con quattro assegni di complessivi euro 410.000,00
aventi come beneficiario proprio la Penta Immobiliare.
I giudici di merito hanno sottolineato che conferma della vicenda si trae proprio
dalla fittizia cessione di un immobile dalla società Penta Immobiliare alla I.S.T.
s.r.l. nel 2006, cessione che determinò per quest’ultima l’acquisizione di un
credito i.v.a. di 300.000 euro per la Penta e, per quest’ultima, per effetto dello
storno parziale del prezzo pattuito (euro 1.440.000 rispetto agli euro 1.800.00 di
corrispettivo), la sicura acquisizione – perché annotata delle scritture contabili –
della somma di euro 360.000,00 che figura come acconto.
Il ricorrente torna ad osservare che quest’ultimo importo non coincide con la
somma di euro 410.000, ma trascura di considerare che la traccia contabile della
prima somma, derivante proprio da un rapporto negoziale con I.S.T. s.r.I.,
rappresenta una mera conferma delle dichiarazioni del Martinelli, che indicano
con esattezza l’ammontare della distrazione.
E su tale profilo si registra, ancora una volta, il silenzio del ricorrente.
2. Anche il secondo motivo è inammissibile, per manifesta infondatezza e
genericità.
Richiamato quanto osservato supra a proposito della struttura del reato di
bancarotta distrattiva e del significato che, rispetto ad esso, può assumere
l’esistenza di un gruppo di imprese, deve solo aggiungersi, con riferimento a
censure ulteriori: a) che, nella valutazione della concretezza del pericolo per le
ragioni creditorie, il dato temporale rappresenta uno dei criteri di valutazione da
combinare, evidentemente, con le caratteristiche dell’atto dispositivo; b) che,
pertanto, seguendo l’ordine delle critiche, la liquidazione delle quote del Mollificio
San’Ambrogio si è tradotta, a voler seguire la prospettazione difensiva che
individua tale causale nell’esborso di euro 684.530,35, in una distrazione di
somme ingenti a favore della I.S.T. COM s.r.I., ormai cancellata dal registro
dell’imprese, secondo la collocazione cronologica emergente dalla sentenza di
primo grado, ossia tra l’agosto 2006 e il marzo 2007 (e ciò restringe
significativamente la distanza dall’epoca della dichiarazione di fallimento: e ciò
senza dire che, sempre dalla sentenza di primo grado, emerge che la concreta
operatività della Matrics s.r.l. si era arrestata nella seconda metà del 2006); c)
che lo stesso ricorrente ammette che analoghi riferimenti temporali valgono per
il pagamento di stipendi e contributi assicurativi dei dipendenti di altre società
(nel capo di imputazione, l’importo di tali distrazioni è quantificato in circa euro
600.000); d) che in termini meramente asserviti – e smentiti da quanto rilevato
supra sub 1 – il ricorrente indica in soli euro 70.000,00 l’importo delle spese
personali.
Altre critiche attengono agli apporti derivanti da varie operazioni, enunciate in
termini assertivi e che avrebbero recato “utili notevolissimi” alle società del
gruppo. Ma proprio questo generico riferimento rende palese la non concludenza
dei rilievi persino sul piano astratto, giacché il ricorrente avrebbe dovuto indicare
quale concreto vantaggio è derivato alla società pregiudicata dal singolo atto
distrattivo.
Ulteriore censura investe la contestazione sub D2, che concerne il fallimento
della I.S.T. s.r.l.
Al riguardo, si osserva che il delitto di cui all’art. 223, comma secondo, n. 1, I.
fall. siconsuma nel momento in cui la commissione di uno dei fatti ivi indicati
(nel caso di specie, quello previsto dall’art. 2621 cod. civ.) cagiona o concorre a
cagionare il dissesto già in atto della società (v., di recente, a tale proposito,
Sez. 5, n. 29885 del 09/05/2017, Merlo, Rv. 270877).
In tale prospettiva sono inconferenti, già sul piano astratto, le considerazioni
dedicate dal ricorrente al ruolo che, nel fallimento della I.S.T. s.r.I., ebbe a
giocare l’acquisizione della Lares s.p.a., in quanto la fattispecie incriminatrice
non sanziona solo la condotta che si ponga come causa esclusiva del dissesto,
ma anche la commissione di fatti che concorrono a cagionare il dissesto.
Ne discende che le critiche del ricorrente – invece del tutto assenti – avrebbero
dovuto essere indirizzate nei confronti della idoneità causale, ritenuta sussistente
dai giudici di merito, della iscrizione, all’attivo dello stato patrimoniale, di euro
1.500.000,00, corrispondente ad un inesistente valore di marchi e brevetti, e di
euro 800.000,00, corrispondenti ad un inesistente valore di macchinari, ossia di
dati ragionevolmente ritenuti in grado di rappresentare la società (che aveva
chiuso i bilanci dal 2002 al 2004 sempre in perdita) come in espansione e in
grado di finanziarsi senza ricorrere al credito bancario.
3. Il terzo motivo è inammissibile per manifesta infondatezza e genericità.
Senza ritornare sui profili generali già esaminati supra sub 1, va solo ribadito: a)
che l’accertamento di un nesso di causalità è richiesto dal legislatore con
riguardo alla fattispecie di cui all’art. 223, comma secondo, n. 2, I. fall., non con
riferimento alla bancarotta fraudolenta per distrazione; b) che, pertanto, del
tutto irrilevante diviene il tema della acquisizione della Lares s.p.a.; c) che la
collocazione cronologica delle distrazioni è stata ponderata dai giudici di merito,
considerando l’entità delle stesse e l’evidente assenza di qualunque
giustificazione delle operazioni.
Un cenno va dedicato alla operazione genericamente indicata in ricorso come di
cessione di credito infragruppo, che afferma, in termini meramente assertivi,
l’inesigibilità del credito di IST s.r.l. verso Matrics s.r.l. ceduto a IST COM s.r.I., a
fronte di operazioni fittizie.
4. Il quarto motivo è inammissibile per genericità.
Esso concerne la distrazione dell’argento di cui al capo B1 e il suo esame
presuppone anche quanto detto supra sub 1, a proposito di alcune critiche svolte
in quella sede dal ricorrente.
Per il resto, il ricorrente reitera prospettazioni difensive che, nella migliore delle
ipotesi, si traducono nella aspirazione ad una rivalutazione delle risultanze
istruttorie, inammissibile in sede di legittimità.
Al riguardo, occorre considerare: a) che le dichiarazioni della teste Puggioni, che
ha riferito di ordini a lei impartiti da Violet o da Sestili sono state razionalmente
ritenute inidonee ad escludere la responsabilità dell’Astolfi, logicamente fondata
sul ruolo dominante della società (che assertivamente il ricorrente minimizza nei
termini di un mero apporto tecnico, senza indicare in quali atti processuali
riposerebbe tale conclusione “chiaramente messa in luce” dall’intera indagine) e
sul fatto che il metallo mancante era contabilmente imputato a società riferibili al
medesimo Astolfi; b) che le dichiarazioni del teste Vilonna – al di là dei profili di
inattendibilità sui quali indugia la sentenza di primo grado – sono smentite da
quelle del Sestili; c) che, infine, del tutto generiche, perché isolate dal contesto
argomentativo della sentenza impugnata, sono le restanti considerazioni, relative
alla deposizione della teste Peronetti.
5. Il quinto motivo è inammissibile, in quanto la graduazione della pena, anche
in relazione agli aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti
ed attenuanti, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che la esercita,
così come per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli artt.
132 e 133 cod. pen.; ne discende che è inammissibile la censura che, nel
giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della pena
la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico
(Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013 – 04/02/2014, Ferrario, Rv. 259142), ciò che –
nel caso di specie – non ricorre.
Inoltre, le statuizioni relative al giudizio di comparazione tra opposte circostanze,
implicando una valutazione discrezionale tipica del giudizio di merito, sfuggono al
sindacato di legittimità quando, come nella specie, non siano frutto di mero
arbitrio o di ragionamento illogico e siano sorrette da sufficiente motivazione,
tale dovendo ritenersi quella che per giustificare la soluzione dell’equivalenza si
sia limitata a ritenerla la più idonea a realizzare l’adeguatezza della pena irrogata
in concreto (Sez. U, n. 10713 del 25/02/2010, Contaldo, Rv. 245931).
6. In sede di discussione il difensore dell’Astolfi ha rilevato l’intervenuta
prescrizione del reato di cui al capo C.
Al riguardo, deve, tuttavia, osservarsi: a) che l’affermazione di responsabilità in
relazione a tale fattispecie non è stata oggetto di ricorso, con la conseguenza
che, in ragione della autonomia dei rapporti processuali, è precluso ogni rilievo
della prescrizione; b) in ogni caso, tale rilievo non sarebbe consentito, attesa
l’inammissibilità del ricorso, per le ragioni indicate infra sub 11.
7. I primi due motivi del ricorso proposto nell’interesse del Torciano, esaminabili
congiuntamente per la loro stretta connessione, sono inammissibili, per
manifesta infondatezza e assenza di specificità.
Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, sussiste il reato di
bancarotta fraudolenta documentale non solo quando la ricostruzione del
patrimonio si renda impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state
tenute, ma anche quando gli accertamenti, da parte degli organi fallimentari,
siano stati ostacolati da difficoltà superabili solo con particolare diligenza (Sez. 5,
n. 45174 del 22/05/2015, Faragona, Rv. 265682).
Poiché viene in questione la bancarotta documentale che scaturisce dalle
concrete modalità di tenuta delle scritture contabili, è, del resto, evidente che è
sufficiente il dolo generico, costituito dalla consapevolezza nell’agente che la
confusa tenuta della contabilità potrà rendere impossibile la ricostruzione delle
vicende del patrimonio, non essendo, per contro, necessaria la specifica volontà
di impedire quella ricostruzione (Sez. 5, n. 5264 del 17/12/2013 – dep.
03/02/2014, Manfredini, Rv. 258881; v., di recente, anche Sez. 5, n. 43977 del
14/07/2017, Pastechi, Rv. 271753).
In tale cornice di riferimento, appare evidente che la ricostruibilità del
meccanismo di triangolazione sottostante all’emissione di fatture per operazioni
inesistenti – al quale il Torciano ha partecipato in termini incontestati – sarebbe
stata resa possibile, anche secondo il ricorso, per effetto di un esame incrociato
della contabilità, ossia attraverso un confronto dei documenti di più società.
E, tuttavia, tale deduzione rappresenta proprio la conferma della sussistenza del
reato, dal momento che la ricostruzione aliunde della documentazione non
esclude la bancarotta fraudolenta documentale, atteso che la necessità di
acquisire presso terzi la documentazione costituisce la riprova che la tenuta dei
libri e delle altre scritture contabili era inidonea a rendere percepibile la reale
rappresentazione del patrimonio o del movimento di affari della società (Sez. 5,
n. 2809 del 12/11/2014 – dep. 21/01/2015, Ronchese, Rv. 262588).
Solo per completezza, deve aggiungersi che la situazione, accertata dalla
curatela fallimentare per effetto delle dichiarazioni dell’Astolfi e dei dipendenti
della Nuovi Metalli Preziosi s.p.a., non era affatto stata regolarizzata prima della
dichiarazione di fallimento (e, infatti, le curatrici avevano dovuto operare
rettifiche in bilancio per oltre sei milioni di euro).
Tale conclusione della sentenza impugnata rende del tutto prive di conducenza le
osservazioni svolte nel secondo motivo.
D’altra parte, le attività contabili che il Torciano avrebbe svolto con riferimento
alle società a lui riferibili, oltre ad essere genericamente dedotte, sono irrilevanti,
una volta che si discuta del contributo fornito dall’imputato in relazione al ruolo
fattuale svolto nella Nuova Metalli Preziosi s.p.a.
Per altro verso, la scrittura del 02/12/2008, per come riportata nell’atto di
appello allegato al ricorso, indica soltanto un procedimento da svolgersi in
contraddittorio tra i contraenti, al fine di arrivare ad una “parificazione dei conti”,
per poi determinare i saldi attivi e passivi. Si tratta di espressioni talmente
generiche da non consentire di cogliere alcuna condotta concretamente idonea a
condurre alla regolarizzazione delle scritture contabili della società fallita.
8. Inammissibile è il terzo motivo del medesimo ricorso, giacché, anche in
relazione al reato di bancarotta documentale, assume rilievo la gravità del danno
correlato alla condotta posta in essere.
Per il resto, va ribadito quanto osservato supra sub 5.
9. Il primo e il secondo motivo del ricorso proposto dal Rubini, esaminabili
congiuntamente per la loro stretta connessione logica, sono inammissibili, in
quanto l’assorbente riferimento all’assenza di elementi idonei a sorreggere una
prognosi favorevole (evidentemente da leggere in correlazione col dato
sostanziale delle precedenti condanne inutilmente sofferte), è criticato in termini
privi di qualunque specificità.
10. L’inammissibilità del ricorso preclude il rilievo della eventuale prescrizione
maturata il 07/01/2017 (al netto di eventuali sospensioni) successivamente alla
data (06/12/2016) della sentenza impugnata (Sez. Un., n. 32 del 22/11/2000,
De Luca, Rv. 217266).
11. Il primo motivo del ricorso proposto nell’interesse del Castiello è
inammissibile per le medesime ragioni già esposte analizzando la posizione del
Torciano, con le ulteriori puntualizzazioni: a) che la registrazione delle operazioni
di emissione di false fatture era tutt’altro che neutra, se ha comportato rettifiche
per oltre sei milioni di euro, ed è stata ricostruita solo attraverso l’audizione di
testi; b) che la posizione del primo è caratterizzata anche dal ruolo di presidente
del collegio sindacale e dalla frenetica attività di integrazione con firme false dei
verbali dai quali emergerebbero le segnalazioni che sarebbero state rivolte
all’organo amministrativo; c) che in ogni caso – e la considerazione ha carattere
assorbente – siffatte attività sono del tutto genericamente indicate in ricorso,
senza alcun concreto riferimento agli atti processuali dai quali esse si
desumerebbero.
12. Il secondo motivo del medesimo ricorso è inammissibile, giacché del tutto
razionalmente la Corte territoriale ha valorizzato la gravità delle condotte di
occultamento della realtà economica della società e del pregiudizio provocato ai
creditori.
13. Alla pronuncia di inammissibilità consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., la
condanna di ciascuno dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali, nonché
al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, in
ragione delle questioni dedotte, appare equo determinare in euro 2.000,00.

P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascuno dei ricorrenti al pagamento
delle spese processuali e della somma di euro 2.000,00 in favore della Cassa
delle Ammende.
Così deciso il 21/05/2018

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