Bancarotta Fraudolenta – Cassazione Penale 15/09/2017 N° 42046

Bancarotta fraudolenta – Cassazione penale 15/09/2017 n° 42046 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 15/09/2017

Numero: 42046

Testo completo della Sentenza Bancarotta fraudolenta – Cassazione penale 15/09/2017 n° 42046:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

Penale Sent. Sez. 5 Num. 42046 Anno 2017
Presidente: SABEONE GERARDO
Relatore: PEZZULLO ROSA
Data Udienza: 26/05/2017

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
CANTONE MICHELE nato il 05/04/1965 a GIUGLIANO IN CAMPANIA
GANZERLI QUIRINO nato il 14/07/1967 a CASANDRINO
DI LORENZO ANGELO nato il 04/04/1944 a GRUMO NEVANO
avverso la sentenza del 05/10/2015 della CORTE APPELLO di NAPOLI
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ROSA PEZZULLO
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore ANTONIO
BALSAMO
che ha concluso per
Il PG, valutata la fondatezza del gravame, chiede, relativamente alla posizione di
DI LORENZO, l’ annullamento con rinvio della sentenza impugnata, e, in
relazione agli altri due imputati, l’annullamento con rinvio in accoglimento del 3°
motivo di ricorso.

Udito il difensore
I difensori presenti nei loro interventi si riportano sostanzialmente ai motivi e,
associandosi al PG nella richiesta dell’annullamento della sentenza gravata,
espongono alla Corte le considerazoni a sostegno di tale richiesta.
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
Generale, dott. Antonio Balsamo, che ha concluso per l’annullamento con
rinvio della sentenza impugnata quanto a Di Lorenzo Angelo e per
l’annullamento con rinvio per gli altri imputati, in accoglimento del terzo
motivo di ricorso;
udito il difensore di Cantone Michele, avv.to Giuseppe Pellegrino, che ha
concluso riportandosi ai motivi di ricorso, associandosi alle richieste del P.G.;
udito il difensore di Ganzerli Quirino, avv.toErnesto Cicatiello, che ha
concluso riportandosi ai motivi di ricorso, associandosi alle richieste del P.G.;
udito il difensore di Di Lorenzo Angelo, avv.to Domenico Di Donato, che
ha concluso riportandosi ai motivi di ricorso, associandosi alle richieste del
P.G..

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 5.10.2015 la Corte d’Appello di Napoli, in
accoglimento dell’appello del P.M., in riforma della sentenza del G.u.p. del
locale Tribunale in data 27.6.2013, con la quale Cantone Michele, Ganzerli
Quirino, Di Lorenzo Angelo, erano stati assolti per non aver commesso il
fatto, ha ritenuto, invece, questi ultimi, componenti del collegio sindacale
della D.A. s.r.I., dichiarata fallita dal Tribunale di Napoli con sentenza del
4.12.2004, responsabili del reato di cui agli artt. 110, 40/2 c.p., 216/1 n. 1 e
223 del R.D. n. 267/1942 – per aver omesso dolosamente di esercitare la
dovuta vigilanza (da intendersi non solo come controllo contabile, ma anche
come controllo della gestione, quale riscontro tra realtà effettiva e la sua
rappresentazione contabile) e di adottare i necessari consequenziali
comportamenti ( azione ex art. 2409 c.c. con denuncia all’ ufficio di Procura),
cagionando così il fatto di bancarotta fraudolenta patrimoniale prefallimentare,
riguardante l’ operazione di “restituzione dei finanziamenti ai soci”, del 19-20
luglio del 2001- ed esclusa la contestazione di cui all’ art. 219/2 n. 1 I. fall.,
concesse a tutti gli imputati le circostanze attenuanti generiche, condannava
ciascuno alla pena di anni uno mesi quattro di reclusione, oltre alle pene
accessorie.
1.1. L’episodio per il quale è intervenuta la condanna degli imputati in
appello, con ribaltamento della sentenza di primo grado, attiene
all’effettuazione delle operazioni di prelievo dai conti della società poi fallita
dell’importo complessivo di £ 800 milioni, quale corrispettivo della alienazione
di quote che la D.A. s.r.l. possedeva nella Antonio D’Errico UK, appreso in
data 19.7.2001, per £ 400 milioni, dal conto corrente acceso presso la filiale
del San Paolo Imi di Frattamaggiore, con assegno intestato a Antonio D’Errico,
e in data 20.7.2001 per ulteriori £ 400 milioni, dal conto della fallita acceso
presso il Monte dei Paschi di Siena di Frattamaggiore, prelievi questi
giustificati in contabilità, secondo la prospettazione difensiva, quali restituzioni
di finanziamento ai soci, mentre in alcuna delibera della D.A. s.r.l. risultava
che fosse stato chiesto un finanziamento ai soci e che fosse stata deliberata la
restituzione di detto finanziamento, precedentemente concesso; l’addebito
mosso agli imputati, nella qualità di sindaci, riguarda specificamente il
verbale di verifica del 4.8.2001 da essi redatto, nel quale non risulta essere
stata effettuata alcuna menzione della relativa restituzione, mentre risulta
riportato che il controllo operato dall’organo non aveva riscontrato problemi,
avendo la società ottemperato alle disposizioni riguardanti le registrazioni
contabili esaminate a campione.
2. Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso gli imputati, a mezzo
dei difensori di fiducia, lamentando:
2.1. Di Lorenzo Angelo, con un unico motivo, la ricorrenza del vizio di
cui all’art. 606, primo comma, lett.c) c.p.p. in relazione all’art. 179 c.p.p.,
atteso che la Corte territoriale ha omesso la sua citazione al domicilio eletto
presso l’avv.to Domenico Di Donato, che, come risulta dal fascicolo
processuale, è stato tale sin dall’inizio del procedimento; dall’allegata
documentazione, risulta, invece, che la notifica a lui relativa è stata effettuata
presso altro omonimo difensore con relativa diversa pec
(domenicodidonato1avvocatinapoli.legalmail.it ) e diverso codice fiscale
(DDNDNC83H28F839H), con evidente ipotesi di nullità assoluta ed insanabile.
2.2. Ganzerli Quirino, con tre motivi di ricorso:
– con il primo motivo, la inammissibilità dell’appello proposto dal P.M.,
sia per genericità dell’atto, che per carenza di interesse, ribadendo l’eccezione
già proposta in appello, circa l’assenza di una vera censura alla sentenza
assolutoria, limitandosi l’appellante ad una mera critica della ricostruzione
offerta dal G.u.p.; anzi il P.M. si duole, non tanto dell’assoluzione degli
imputati, quanto del fatto che gli stessi siano stati giudicati non colpevoli
addirittura con la formula più ampia;
-con il secondo motivo, la ricorrenza del vizio di cui all’art. 606, primo
comma, lett. c) c.p.p., per nullità della sentenza impugnata, stante il difetto
di contestazione ex art. 522 c.p.p., ovvero per violazione del principio di
correlazione tra accusa e sentenza; invero, la Corte territoriale contrariamente
a quanto evidenziato in imputazione attribuisce un fatto nuovo all’imputato,
ossia che avrebbe dovuto, quale componente del collegio sindacale
specificare, o sollecitare l’amministratore a chiarire nel verbale di verifica
dell’agosto del 2001 e nella relazione di accompagnamento al bilancio,
l’effettiva natura del conferimento operato dai soci alla società, onde inferirne
la legittimazione all’operata restituzione indicata nel libro giornale alla data
del 31.3.2001; in tale contesto, l’impostazione accusatoria su cui si fonda il
giudizio di condanna, è palesemente nuova e diversa da quella prospettata nel
capo di imputazione, mai modificato, con la conseguente configurabilità del
vizio di cui all’art. 522 c.p.p.;
-con il terzo motivo, la ricorrenza dei vizi di cui all’art. 606, primo
comma, lett. b) ed e) c.p.p., atteso che il ricorrente è stato membro del
collegio sindacale per un solo anno dal 20.2.2001 al 15.2.2002 e non era
membro dello studio Cantone- Di Lorenzo, ove era ubicata la sede della
società fallita; inoltre, contrariamente a quanto evidenziato dalla Corte
territoriale l’imputato non è mai stato membro del Collegio sindacale della
Blue Brother, in quanto tale società non si è dotata di un collegio sindacale;
sul punto vi è un evidente travisamento della prova documentale raccolta,
che finisce per immettere nella motivazione un’informazione rilevante non
presente nel processo; inoltre, la Corte territoriale avrebbe dovuto
approfondire la sussistenza di un fatto di bancarotta ascrivibile agli
amministratori della D.A., il cui procedimento penale si trova ancora in fase di
giudizio e non risulta concluso neanche in primo grado; peraltro, manca nella
sentenza impugnata qualsivoglia indagine, ex art. 43 c.p., circa la sussistenza
in capo al ricorrente dell’elemento psicologico del reato contestato, laddove la
Corte ritiene di ricavarlo dalla situazione della società fallita al 31.12.2001,
mentre la condotta contestata risale al 4.8.2001; in ogni caso la D.A. s.r.l.
aveva maturato avanzi di utili non distribuiti a favore dei soci dal 1989 (anno
della costituzione) fino al 31.12.2000 per il consistente ammontare di £
984.696.859;
2.3, Cantone Michele,
-con il primo motivo, la nullità della sentenza ex art. 606, primo
comma, lett. c) ed e) c.p.p. e segnatamente degli artt. 569, 581 e 591
c.p.p., quanto alla mancata dichiarazione di inammissibilità dell’appello
proposto dal P.M.; invero, la sentenza impugnata affronta la questione
dell’inammissibilità dell’appello del P.M. in via generale, limitandosi
genericamente ad affermare che la verificherà punto per punto, ma non
contiene, alcuna risposta all’eccezione di assoluta e totale genericità
dell’appello del P.M.; l’appello del P.M. ictu ocull non contiene alcuna censura
vera alla sentenza di primo grado, limitandosi, infatti, ad una generica critica
avverso le affermazioni in essa contenute, senza fornire una chiave
interpretativa alternativa dei fatti così come ricostruiti;
-con il secondo motivo, la nullità della sentenza per inosservanza di
norme processuali, ex art. 606, primo comma, lett. c) c.p.p., specificamente
degli arti 521, 522, 597 e 604 c.p.p., in merito alla violazione del principio di
correlazione tra imputazione e sentenza; invero, secondo l’ipotesi accusatoria,
il comportamento dell’organo di controllo sarebbe da censurare, perché nel
verbale del collegio non si sarebbe dato atto, né della fuoriuscita di denaro, né
soprattutto del carattere puramente fittizio della causale “restituzione
finanziamento dei soci”, pur essendo stata dimostrata, attraverso i bilanci
depositati presso il registro delle imprese, l’esistenza di una voce di
finanziamento terzi, scomparsa proprio con il bilancio del 2001; la Corte di
appello ricostruisce in termini completamente diversi la vicenda, senza
contestare l’affermazione del G.u.p., secondo cui non vi era prova alcuna che
il finanziamento non era stato erogato, ammettendo che poteva esserci stato,
e individua tutta la responsabilità omissiva del collegio, non sul presupposto
di una fuoriuscita sine titulo della somma, ma sulla sua natura, comunque,
distrattiva, atteso che nel momento in cui quella fuoriuscita si sarebbe
verificata la società era in difficoltà economiche; ai componenti del collegio
sindacale non si contesta più l’omesso rilievo di una restituzione, ma l’omesso
rilievo delle conseguenze economiche di una elargizione che potrebbe avere
una natura, comunque, distrattiva rispetto al depauperamento del patrimonio
sociale, con evidente violazione delle norme invocate;
-con il terzo motivo, la nullità della sentenza per mancanza di
motivazione, ex art. 606, primo comma, lett. b) ed e) c.p.p., in ordine al
nesso di causalità tra la condotta omissiva contestata e l’evento di
bancarotta, nonchè in ordine al dolo del reato omissivo contestato; invero, la
sentenza impugnata merita ampia censura, sia per avere omesso la
motivazione in ordine alle ragioni per cui è stata riformata la sentenza
assolutoria di primo grado, sia per erronea applicazione delle disposizioni di
cui all’art. 40 cpv. c.p., 43 c.p. e 216 1. fall, con omessa motivazione sugli
aspetti, nella ricostruzione della fattispecie contestata, di concorso omissivo
in un’altrui bancarotta fraudolenta prefallimentare; in particolare, per poter
riformare in peius una sentenza assolutoria occorre argomentare circa la
configurabilità del diverso apprezzamento, al di là di ogni ragionevole dubbio,
laddove la sentenza impugnata presenta:
-mancanza di motivazione sulla sussistenza della bancarotta
fraudolenta, non contenendo un minimo approfondimento circa la sussistenza
di un fatto di bancarotta ascrivibile agli amministratori della D.A.;
-mancanza di motivazione in ordine alle prospettazioni difensive,
essendo state pretermesse le indicazioni che provenivano dall’imputato circa il
fatto che venivano dati per scontati fatti non veri, quali le condizioni non
floride della società;
-mancanza di motivazione sul nesso di causalità tra l’omissione e la
bancarotta, tenuto conto della particolare natura del reato contestato; sul
punto la sentenza impugnata si limita ad affermare che il collegio sindacale
avrebbe dovuto informare il P.M. per l’attivazione dei poteri ex art. 2409 c.c.
e a segnalare l’irregolarità all’assemblea, ma non si comprende in che modo lo
stimolo di poteri ex art. 2409 c.c. – che come è noto venivano esercitati dai
P.M. con particolare “parsimonia” – avrebbe potuto impedire un evento già
verificatosi e cioè la presunta appropriazione degli 800 milioni;
-mancanza ed illogicità della motivazione in ordine alla sussistenza del
dolo, atteso che se i segnali di allarme erano agevolmente percepibili dal
bilancio del 31 dicembre 2001, tale bilancio è successivo ai fatti oggetto di
causa; inoltre, non risulta valutata la circostanza che nel fallimento D.A. non
sono mai state depositate le scritture contabili e tale fatto è ascrivibile
(secondo il capo di imputazione) agli amministratori della società, mentre
l’operazione degli 800 milioni è stata ricostruita soltanto perché il ricorrente
ha depositato stralcio del libro giornale che faceva riferimento della cosa al
curatore fallimentare.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.11 ricorso Di Lorenzo Angelo è fondato. Ed invero, come si rileva dalla
documentazione allegata al ricorso, la notifica all’imputato del decreto di
citazione in appello risulta effettuata a mezzo “PEC” presso l’avv.to Domenico
Di Donato (DDNDNC83H28F839H), invece che presso l’omonimo avv.to
Domenico Di Donato (DDNDNC66B02F839Z) eff ettivo domiciliatario del Di
Lorenzo . Tale omessa notifica non risulta rilevata dalla Corte territoriale che,
anzi, nelle varie udienze tenute in appello, a partire dalla prima del 6.5.2015,
neppure ha provveduto a nominare un sostituto ex art. 97 c.p.p..
1.1. Sul punto, è sufficiente richiamare il principio affermato da questa
Corte, secondo cui in tema di notificazione della citazione dell’imputato, la
nullità assoluta e insanabile prevista dall’art. 179 cod. proc. pen. ricorre nel
caso in cui la notificazione della citazione sia stata omessa (come nella
fattispecie) o quando, essendo stata eseguita in forme diverse da quelle
prescritte, risulti inidonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da
parte dell’imputato, mentre non ricorre nei casi in cui vi sia stata
esclusivamente la violazione delle regole sulle modalità di esecuzione, alla
quale consegue la applicabilità della sanatoria di cui all’art. 184 cod. proc.
pen. (Sez. U, n. 7697 del 24/11/2016).
2. I ricorsi di Cantone Michele e Ganzerli Quirino sono fondati per
quanto di ragione, in relazione al terzo motivo di ricorso, ma vanno respinti
quanto alle eccezioni processuali, oggetto dei primi due motivi dei ricorsi.
2.1. Il primo motivo dei ricorsi, relativo alla nullità della sentenza
impugnata per essere inammissibile l’appello proposto dal P.M. siccome
generico, è infondato. Invero, la sentenza impugnata ha dato esauriente
risposta ad analoga eccezione proposta in appello dagli imputati e sul punto,
contrariamente a quanto dedotto dai ricorrenti, la Corte territoriale ha
esaminato l’appello del P.M. considerando i singoli punti delle varie censure
sviluppate, ma anche nel suo complesso, giungendo alla conclusione che
l’appello in questione fosse rispettoso dell’indicazione dei motivi di cui al
combinato disposto degli artt. 591 lett. c) c.p.p. e 581 lett. c) c.p.p., non
limitandosi a richieste prive di specificità, o al rinvio generico a fonti di prova
non valutate, bensì articolando doglianze pertinenti rispetto allo snodo
argomentativo sviluppato nella sentenza impugnata.
2.1.1. Tale valutazione, non illogica, supportata da motivazione
sufficiente e congrua, va letta in relazione ai principi recentemente espressi
dalle S.U. di questa Corte, con sentenza n. 8825 del 27/10/2016, secondo cui
l’appello, al pari del ricorso per cassazione, è inammissibile per difetto di
specificità dei motivi, quando non risultano esplicitamente enunciati e
argomentati i rilievi critici rispetto alle ragioni di fatto o di diritto poste a
fondamento della decisione impugnata, fermo restando che tale onere di
specificità, a carico dell’impugnante, è direttamente proporzionale alla
specificità con cui le predette ragioni sono state esposte nel provvedimento
impugnato.
2.1.2. Alla stregua di siffatti principi, non si ritiene che l’appello del P.M.
sia generico, in relazione a quanto evidenziato dalla Corte territoriale, ed, in
particolare, per quanto concerne specificamente l’episodio relativo alla
restituzione dei finanziamenti ai soci (par. 5 della sentenza del G.u.p. del
27.6.2013), il P.M. ha compiutamente indicato i rilievi critici avverso la
sentenza di primo grado, mettendo in risalto come il Tribunale non abbia in
alcun modo considerato il dato di fatto che il Collegio sindacale, pur essendovi
tenuto, non aveva speso alcuna parola in merito alla fuoriuscita dalle casse
della società dell’importo di 800 milioni di lire nei giorni 19 e 20.7.2001,
laddove il ragionamento del Tribunale -che ha avanzato l’ipotesi per la quale
l’operazione in questione fu effettivamente scrutinata dal Collegio sindacale,
non emergendo discrasie sintomatiche di una volontà degli amministratori di
depauperare la società- si presenta, invece, meramente ipotetico. Dunque, il
nodo fondamentale delle censure mosse agli amministratori- sul quale è stato
fondato il ribaltamento della decisione da parte dei giudici d’appello- risulta
ben enucleato, a prescindere dalla fondatezza, o meno di esso – a dispetto
della censura di genericità addotta dagli imputati.
2.1.3. La circostanza, poi, che il P.M. si sia lamentato della pronuncia
assolutoria del G.u.p., ai sensi del primo comma dell’art. 530 c.p.p., certo
non lascia intendere- come dedotto dai ricorrenti- che lo stesso abbia inteso
censurare solo l’aspetto della formula assolutoria (formula piena e non
piuttosto quella di cui all’art. 530 /2 c.p.p.), essendo, invece, il ricorso volto a
criticare l’impianto della sentenza, che non avrebbe considerato proprio il
dolo caratterizzante la condotta degli imputati.
2.2. Infondato si presenta, altresì, il secondo motivo dei ricorsi degli
imputati Ganzerli e Cantone, circa la violazione del disposto di cui all’art. 522
c.p.p..
2.2.1. In proposito, giova premettere che, secondo i principi più volte
affermati da questa Corte, per “fatto nuovo” si intende un fatto ulteriore ed
autonomo rispetto a quello contestato, ossia un episodio storico che non si
sostituisce ad esso, ma che eventualmente vi si aggiunge, affiancandolo quale
autonomo “thema decidendum”, trattandosi di un accadimento
naturalisticamente e giuridicamente autonomo; per “fatto diverso”, invece,
deve intendersi non solo un fatto che integri una imputazione diversa,
restando esso invariato, ma anche un fatto che presenti connotati materiali
difformi da quelli descritti nella contestazione originaria, rendendo necessaria
una puntualizzazione nella ricostruzione degli elementi essenziali del reato
(Sez. 6, n. 26284 del 26/03/2013;Sez. 5, n. 2295 del 03/07/2015). Inoltre,
in tema di correlazione tra l’imputazione contestata e la sentenza, il fatto di
cui agli artt. 521 e 522 cod. proc. pen. va definito come l’accadimento di
ordine naturale dalle cui connotazioni e circostanze soggettive ed oggettive,
geografiche e temporali, poste in correlazione fra loro, vengono tratti gli
elementi caratterizzanti la sua qualificazione giuridica, sicchè la violazione del
principio postula una modificazione – nei suoi elementi essenziali – del fatto,
inteso come episodio della vita umana, originariamente contestato
(Sez. 1, n. 35574 del 18/06/2013); in particolare, l’obbligo di correlazione tra
accusa e sentenza è violato non da qualsiasi modificazione rispetto all’accusa
originaria, ma soltanto nel caso in cui la modificazione dell’imputazione
pregiudichi la possibilità di difesa dell’imputato: la nozione strutturale di
“fatto” va coniugata con quella funzionale, fondata sull’esigenza di reprimere
solo le effettive lesioni del diritto di difesa, posto che il principio di necessaria
correlazione tra accusa contestata (oggetto di un potere del pubblico
ministero) e decisione giurisdizionale (oggetto del potere del giudice) risponde
all’esigenza di evitare che l’imputato sia condannato per un fatto, inteso come
episodio della vita umana, rispetto al quale non abbia potuto difendersi.
2.2.2. Alla stregua dei riportati principi, nella fattispecie in esame, non è
dato ravvisare, né un fatto nuovo, né tantomeno un fatto diverso rispetto a
quello oggetto di contestazione, in relazione al quale il diritto di difesa
dell’imputato sarebbe stato pregiudicato.
2.2.2.1. Ed invero, la deduzione del Ganzerli, secondo la quale
integrerebbe un fatto nuovo, con conseguente violazione del disposto di cui
all’art. 522 c.p.p., la contestazione della Corte territoriale di aver il deducente
omesso, quale componente del collegio sindacale, di specificare o sollecitare
l’amministratore a chiarire nel verbale di verifica dell’agosto del 2001 e nella
relazione di accompagnamento al bilancio, l’effettiva natura del conferimento
operato dai soci alla società, non si confronta compiutamente con
l’imputazione nei confronti degli imputati – di non aver, all’esito del controllo
loro demandato in qualità di sindaci, riscontrato problemi, pur a fronte della
fuoriuscita di un ingente importo dalle casse sociali, in mancanza di
documentazione giustificativa dell’operazione (restituzione ai soci di un
precedente – in realtà inesistente -finanziamento)- imputazione in relazione
alla quale gli imputati sono stati appunto condannati (cfr. pg . 26 e 27 della
sentenza nella quale la Corte territoriale, dopo aver ricostruito i fatti, ha
evidenziato come il Collegio sindacale non abbia fatto alcuna segnalazione in
relazione all’ingente entità dei prelievi effettuati e che la documentazione
prodotta dalla difesa “contrasti con la produzione documentale in atti e con
una schiacciante prova logica … g.
2.2.2.2. Le considerazioni sviluppate dalla Corte territoriale, estrapolate
dal Ganzerli da un contesto argomentativo molto più ampio, si limitano a
confutare le argomentazioni difensive- considerando che ove anche esse
fossero fondate nella premessa fattuale (esistenza di una delibera di
restituzione dei finanziamenti) ciò non sarebbe sufficiente ai fini voluti dagli
imputati, perché occorreva chiarire l’effettiva natura del finanziamento- con
tale valutazione effettuando all’evidenza considerazioni che non intendevano
superare il dato saliente dell’assenza/mancato rinvenimento della delibera
ben definita in imputazione.
2.2.2.3. Peraltro, il ragionamento in questione, costituendo logico
sviluppo della premessa, sulla quale hanno insistito gli stessi imputati, circa la
presenza delle delibera di finanziamento e di restituzione dei finanziamenti,
non può ritenersi effettuato in violazione del diritto di difesa degli imputati
risultando, all’evidenza, ben diverso il regime della restituzione a seconda del
titolo delle “erogazioni” eventualmente operato dai soci. Lo stesso consulente
del P.M., nel contraddittorio tra le parti, aveva messo in risalto tale aspetto,
distinguendo i conferimenti dai finanziamenti in senso stretto per il diverso
regime che governa la deliberazione e la restituzione dei diversi tipi di
finanziamento, sicchè gli imputati erano perfettamente a conoscenza del
possibile snodo argomentativo derivante dalla sussistenza della delibera di
restituzione.
2.2.3 Neppure può condividersi l’assunto dell’imputato Cantonesecondo cui sussisterebbe la violazione del principio di correlazione tra accusa
e sentenza, laddove la Corte territoriale ha ritenuto la responsabilità omissiva
del collegio, non sul presupposto di una fuoriuscita sine titulo della somma,
ma sulla base della sua natura, comunque, distrattiva, essendo la società, nel
momento in cui quella fuoriuscita si sarebbe verificata, in difficoltà
economiche- emergendo chiaramente la natura distrattiva dell’operazione
posta in essere dall’amministratore della D.A. s.r.l. con il prelievo dai c/c della
società di £ 800 milioni per finalità non sociali, dalla stessa imputazione,
essendo stato con essa contestato il reato di cui agli art. 223- e 216/1 n. 1
L.Fall. e 40/2 c.p. per avere omesso i sindaci di esercitare la dovuta vigilanza
e quindi cagionando i fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale connessi alle
operazioni del 19 e 20 luglio del 2001.
2.3. Il terzo motivo dei ricorsi di Cantone Michele e Ganzerli Quirino va
in gran parte condiviso.
2.3.1.Prima di analizzare le doglianze degli imputati relative
all’insussistenza dei presupposti per l’intervenuta condanna di essi nella
qualità di sindaci della D.A. s.r.I., per le operazioni distrattive del 19 e 20
luglio, appare opportuno premettere che in tema di motivazione della
sentenza, il giudice di appello che riformi totalmente la decisione di primo
grado ha l’obbligo di delineare le linee portanti del proprio, alternativo,
ragionamento probatorio e di confutare specificamente i più rilevanti
argomenti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni
della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del
provvedimento impugnato (Sez. U, n. 33748 del 12/07/2005) non potendo,
invece, limitarsi ad imporre la propria valutazione del compendio probatorio
perché preferibile a quella coltivata nel provvedimento impugnato (Sez. 5,
n.8361 del 17/01/2013).
2.3.2. In particolare, la sentenza di appello di riforma totale del giudizio
assolutorio di primo grado deve confutare specificamente, pena altrimenti il
vizio di motivazione, le ragioni poste dal primo giudice a sostegno della
decisione assolutoria, dimostrando puntualmente l’insostenibilità sul piano
logico e giuridico degli argomenti più rilevanti della sentenza di primo grado,
anche avuto riguardo ai contributi eventualmente offerti dalla difesa nel
giudizio di appello, e deve quindi corredarsi di una motivazione che,
sovrapponendosi pienamente a quella della decisione riformata, dia ragione
delle scelte operate e della maggiore considerazione accordata ad elementi di
prova diversi o diversamente valutati (Sez. 6, n. 6221 del 20/04/2005; Sez.
5, n. 42033 del 17/10/2008; Sez. 6, n. 10130 del 20/01/2015).
2.3.3. Ciò premesso, si osserva che la sentenza impugnata non pare
abbia adeguatamente rispettato i principi innanzi enunciati, atteso che -a
fronte di una argomentata illustrazione da parte del giudice di primo grado
quanto delle ragioni dell’assoluzione degli imputati per l’episodio per il quale,
invece, è avvenuto il ribaltamento della decisione in appello, la Corte
territoriale risulta essersi limitata, quanto al profilo argomentativo, a
sovrapporre la propria valutazione a quella del primo giudice, senza tener
conto di alcune specifiche circostanze addotte dalla difesa.
2.3.4. Ed invero, come già accennato, è stato contestato agli imputati
componenti del Collegio sindacale della D.A. s.r.I., di aver dato atto nel
verbale del 4.8.2001, della “mancanza di problemi” all’esito della verifica
trimestrale e del controllo demandato appunto ai sindaci, om ettendo di
soffermarsi (non spendendo dunque alcuna parola in proposito) sulle
operazioni contabili dei giorni 19 e 20 luglio, a mezzo delle quali la somma
complessiva di 800 milioni di lire, era uscita dal patrimonio della società e per
la quale era stata indicata la causale della restituzione di un finanziamento ai
soci. Le predette operazioni, in particolare, riguardavano il corrispettivo della
alienazione di quote che la fallita D.A. possedeva nella Antonio D’Errico UK,
prelevato in data 19.7.2001 per £. 400 milioni dal conto corrente acceso
presso la filiale del San Paolo Imi di Frattamaggiore, con assegno intestato ad
Antonio D’Errico, nonché in data 20.7.2001 per ulteriori £. 400 milioni,
prelevati dal conto della fallita presso il Monte dei Paschi di Siena di
Frattamaggiore. I prelievi risultavano giustificati in contabilità, secondo la
prospettazione difensiva, quali restituzioni di finanziamento ai soci, mentre in
nessuna delibera della DA s.r.I., secondo la tesi di accusa, risultava chiesto un
finanziamento ai soci, né la restituzione di detto finanziamento
precedentemente concesso; in particolare, la quota detenuta dalla DA s.r.l.
fallita nella Antonio D’Errico UK di £ 801.157.000 era stata venduta al valore
nominale a Nicola, Domenico e Antonio D’Errico, con corrispettivo pagato
presso l’Istituto San Paolo in data 19.7.2001 per £. 401.157.000 e presso la
MPS per 400 milioni in pari data; tali importi erano affluiti sui c/c della fallita
ed essi erano stati prelevati appunto il 19.7 e il 20.7.2001 a mezzo assegni
intestati a Salvatore e Antonio D’Errico sottoscritti dal legale rappresentante
della società.
2.3.5. Nel contesto descritto il G.u.p., pur dando atto che la difesa degli
imputati è risultata generica, omettendo di precisare in che cosa siano
consistite le verifiche relative all’esposizione debitoria della D.A. ha, tuttavia,
evidenziato, tra l’altro, che il Pubblico Ministero non aveva spiegato in qual
modo l’omissione del controllo delle posizioni debitorie aveva avuto
ripercussione sulla bancarotta patrimoniale come il delitto che gli imputati
avrebbero omesso di impedire, né chiariva le circostanze per le quali detta
omissione, quantunque ritenuta causalmente rilevante, avrebbe dovuto essere
ritenuta dolosa, anziché ascrivibile a negligenza od imprudenza, e non
risultando nel contempo provato che i sindaci avessero avuto conoscenza
effettiva o nella misura indicata nell’imputazione dell’esposizione debitoria
della D.A. s.r.L.
2.3.6. La Corte territoriale, ha ribaltato, invece, il giudizio assolutorio,
con riguardo all’operazione distrattiva del 19 e 20 luglio 2001, sulla base del
seguente snodo argomentativo:
– la difesa del Cantone (in merito al fatto che delle operazioni in
questione non sarebbe stata fatta menzione nel verbale del collegio sindacale
del 4.8.2001, trattandosi di operazioni giustificate nelle scritture contabili a
titolo di restituzione di finanziamenti ai soci e che la situazione della società al
momento dell’operata restituzione era florida), risulta smentita dai dati del
bilancio al 31.12.2000, dal quale se è pur vero che in esso risulta indicata la
voce finanziamento conto soci infruttifero per un minore importo di £ 710
milioni, tuttavia, tale voce va letta in uno agli altri dati di bilancio dai quali
emerge il notevole dislivello di debiti da pagare entro 12 mesi, rispetto ai
crediti da riscuotere, dando conto nel loro complesso della situazione “in
perdita” in cui già dal 2000 versava la società;
-anche a voler reputare provato l’assunto difensivo- comunque, non
documentato (stante la mancata produzione dei verbali di assemblea)- circa
una delibera assembleare che disponeva il finanziamento e poi la sua
restituzione ai soci, in ogni caso il collegio sindacale avrebbe dovuto
specificare o sollecitare l’amministratore a chiarire nel verbale del 2001 e
nella relazione di accompagnamento al bilancio, l’effettiva natura del
conferimento operato dai soci alla società, onde inferirne la legittimazione
all’operata restituzione indicata nel libro giornale alla data del 31.3.2001,
anche perché il diritto alla restituzione di somme versate dal socio alla società
di capitali non può fondarsi esclusivamente sulla denominazione con la quale il
versamento è stato registrato nelle scritture contabili della società;
-sussistono ulteriori risultanze probatorie, non valutate dal primo
giudice, e segnatamente che l’operazione si colloca in un momento in cui era
avvenuta anche la vendita dell’immobile di proprietà della D.A. s.r.l. alla
Blues Brother s.r.l. della quale gli imputati erano componenti del collegio
sindacale, sicchè i predetti all’agosto del 2001 erano senz’altro a conoscenza
delle ulteriori contestuali operazioni poste in essere dall’amministratore della
DA s.r.I., comunque, incidenti sulla consistenza dell’attivo; inoltre, dell’
importo della vendita dell’immobile alla Blues Brother, il CT del PM ha
esposto che non era stato reperito riscontro del pagamento in favore della
fallita di parte del prezzo al netto dell’accollo di mutuo e tale immobile con
contratto di locazione era stato affittato alla D’Errico spa, ente facente
comunque capo alla famiglia D’Errico, con sede legale sempre presso studio
Di Lorenzo-Cantone e con collegio sindacale composto dagli stessi
professionisti imputati;
-la condotta in contestazione deve ritenersi senz’altro connessa, dal
punto di vista causale al successivo fallimento della società, tenuto conto
dell’entità dell’ammontare del passivo accertato in sede fallimentare, di poco
inferiore a £ 800 milioni, tenuto conto, peraltro, del dovere di denuncia al P.M.
da parte del Collegio sindacale, che già nel 2001, secondo vigente prima delle
modifiche introdotte nel 2004 doveva ritenersi sussistente in relazione all’art.
2409 c.c.;
-tale condotta appare specificamente ascrivibile anche al Ganzerli,
anch’egli componente del collegio sindacale all’epoca della verifica in
contestazione e, comunque, fino al mese di febbraio del 2002, essendo
titolare di analoga carica assunta contestualmente anche in altre società
facenti capo alla famiglia D’Errico (cfr. visura della Blues Brother s.r.l. e
bilancio al 31.12.2002 della Antonio D’Errico), anche in epoca successiva al
febbraio 2002, momento in cui lo stesso imputato usciva dall’organo di
controllo della fallita.
2.3.7. Tali argomentazioni non si presentano sufficienti al fine di dar
compiutamente conto degli elementi di responsabilità a carico degli imputati a
fronte dell’onere di motivazione “rafforzata” cui era tenuta la sentenza
impugnata, in relazione all’operato ribaltamento del giudizio assolutorio.
In primo luogo, infatti, sebbene il descritto snodo argonnentativo della
sentenza impugnata dia conto con motivazione congrua delle ragioni per le
quali i sindaci avrebbero dovuto ragionevolmente rendersi conto della
situazione critica nella quale versava la società, già nel 2000-2001, non
spiega, innanzitutto, come i predetti sindaci avrebbero potuto impedire
l’evento, posto che al momento del controllo loro demandato (il verbale è del
4.8.2001) le operazioni “distrattive” erano state già compiute.
Non convincente in proposito si presenta il riferimento alla mera mancata
attivazione dell’azione ex art. 2409 c.c. da parte del Collegio sindacale, tenuto
conto che uno specifico obbligo in tal senso risulta introdotto solo nel 2004,
mentre all’epoca dei fatti non era neppure univoca la giurisprudenza civile
invocata nella sentenza impugnata, delineatasi peraltro come maggiore
puntualità dopo i fatti, che ha ritenuto che al fine dell’affermazione della
responsabilità dei sindaci, non occorre l’individuazione di specifici
comportamenti dei medesimi, ma è sufficiente il non avere rilevato
macroscopiche violazioni, o comunque il non avere in alcun modo reagito
ponendo in essere ogni atto necessario all’assolvimento dell’incarico con
diligenza, correttezza e buona fede, anche segnalando all’assemblea le
irregolarità di gestione riscontrate o denunziando i fatti al P.M., ove ne fossero
ricorsi gli estremi, per consentire all’ufficio di provvedere ai sensi dell’art.
2409 cod. civ., potendo ragionevolmente presumersi che il ricorso a siffatti
rimedi, o anche solo la minaccia di farlo per l’ipotesi di mancato ravvedimento
operoso degli amministratori, avrebbe potuto essere idoneo ad evitare (o,
quanto meno, a ridurre) le conseguenze dannose della condotta gestoria.
2.3.8. In ogni caso risulta essere passaggio fondamentale, non
sufficientemente chiarito nella sentenza impugnata, quello relativo
all’elemento psicologico del reato configurabile a carico degli imputati. Questa
Corte ha più volte affermato il principio, secondo cui i componenti del collegio
sindacale concorrono nel delitto di bancarotta commesso dall’amministratore
della società anche per omesso esercizio dei poteri-doveri di controllo loro
attribuiti dagli artt. 2403 cod. civ. e ss., che non si esauriscono nella mera
verifica contabile della documentazione messa a disposizione dagli
amministratori ma, pur non investendo in forma diretta le scelte
imprenditoriali, si estendono al contenuto della gestione sociale, a tutela non
solo dell’interesse dei soci ma anche di quello concorrente dei creditori sociali
(Sez. 5, n. 18985 del 14/01/2016) e comprendono il riscontro tra la realtà e
la sua rappresentazione (Sez. 5, n. 14045 del 22/03/2016).
2.3.9. Nel caso di specie, in particolare, la Corte territoriale non risulta
aver adeguatamente argomentato in merito al profilo segnalato dal primo
giudice, secondo cui, ove si volesse ritenere causalmente rilevante la
condotta dei sindaci non è chiaro perché essa dovrebbe essere ritenuta
dolosa, anziché ascrivibile a negligenza od imprudenza. In proposito, come
segnalato dagli imputati alcuna seria indagine risulta compiuta al fine di
dimostrare la natura distrattiva delle operazioni di prelevamento compiute il
19 e 20 luglio 2001, né risulta che l’amministratore della D.A. sia stato
appunto condannato perche tali operazioni erano distrattive. In ogni caso la
presenza di un’operazione distrattiva è stata ritenuta, in sostanza, sulla base
del dato che, nonostante la giustificazione di essa in contabilità come
restituzione di finanziamento anticipato ai soci nell’anno 2001, pari a circa 706
milioni di lire al netto del finanziamento ad Antonio D’Errico, non essendo
stata rinvenuta la delibera che ha disposto il finanziamento, né quella della
restituzione di esso, tale dato deve ritenersi non veritiero e da qui, dunque, il
comportamento doloso degli imputati, che volutamente avrebbero taciuto
della notevole fuoriuscita di denaro dalle casse pubbliche. Tuttavia, tale
assioma non si confronta con il dato che la documentazione contabile della
società non è stata rinvenuta dal curatore e non pare che tale “occultamento”
sia ascrivibile al Collegio sindacale, laddove “stralci” della documentazione
sociale risultano prodotti proprio dagli imputati, produzione questa che ad
avviso della difesa denoterebbe la buona fede degli stessi.
2.3.10 Questa Corte ha evidenziato come sussista la responsabilità, a
titolo di concorso nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, dei sindaci
qualora ricorrano puntuali elementi sintomatici, dotati del necessario spessore
indiziario, in forza dei quali l’omissione del potere di controllo – e, pertanto
l’inadempimento dei poteri doveri di vigilanza il cui esercizio sarebbe valso ad
impedire le condotte distrattive degli amministratori – esorbiti dalla
dimensione meramente colposa per assurgere al rango di elemento
dimostrativo di dolosa partecipazione, sia pure nella forma del dolo eventuale,
per consapevole accettazione del rischio che l’omesso controllo avrebbe
potuto consentire la commissione di illiceità da parte degli amministratori.
(Sez. 5,n. 26399 del 05/03/2014). Nel caso in esame manca una compiuta
indagine sul punto, laddove la valutazione, secondo la quale i sindaci erano
ben consapevoli della volontà dismissiva/distrattiva degli organi
amministrativi della D.A., posto che facevano parte anche del Collegio
sindacale di altre società della famiglia D’Errico in favore delle quali in quel
periodo sarebbero state alienati i beni della società fallita non si confronta con
il dato messo in risalto dal Ganzerli che egli, contrariamente a quanto
sostenuto nella sentenza impugnata non è mai stato membro del Collegio
sindacale della Blues Brother.
4. In definitiva, la sentenza impugnata va annullata con rinvio per nuovo
esame, dovendo altra Sezione della Corte territoriale, tenuto conto degli
elementi segnalati, delle emergenze in atti e dell’onere della “motivazione
rafforzata”, compiere una nuova valutazione in merito alla vicenda in
questione.

p.q.m.
annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte
d’appello di Napoli per nuovo esame.
Così deciso il 26.5.2017

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine