Bancarotta Fraudolenta – Cassazione Penale 01/08/2017 N° 38383

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 01/08/2017

Numero: 38383

Testo completo della Sentenza Bancarotta fraudolenta – Cassazione penale 01/08/2017 n° 38383:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 38383 Anno 2017
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: FIDANZIA ANDREA
Data Udienza: 15/02/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
CHETTA ROCCO ANTONIO nato il 14/08/1954 a TAVIANO
avverso la sentenza del 28/01/2015 della CORTE APPELLO di LECCE
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere ANDREA FIDANZIA
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
che ha concluso per
IL PROC. GEN. CONCLUDE PER L’INAMMISSIBILITA’
Udito il difensore
IL DIFENSORE PRESENTE SI RIPORTA AI MOTIVI

Il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, dott. Pasquale Fimiani, ha concluso per
la declaratoria di inammissibilità del ricorso. L’avv. Francesco Vergine per il ricorrente ha
chiesto l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza emessa in data 28 gennaio 2015 la Corte d’Appello di Lecce, in parziale
riforma della sentenza di primo grado, ha assolto Chetta Rocco Antonio dal reato di bancarotta
fraudolenta documentale di cui al capo b) della rubrica, confermando la sua condanna per il
delitto di bancarotta patrimoniale di cui al capo a), per avere nella qualità di amministratore di
fatto della CHE.VIN s.p.a., dichiarata fallita in data 5.12.2003, distratto la somma di lire
2.378.343.693 e di lire 74.076.474, importi impiegati rispettivamente per l’acquisto e relativi
costi accessori di due imbarcazioni di diporto e di un’autovettura di lusso Porsche Carrera non
inerenti all’attività di impresa e destinate all’uso ed al soddisfacimento di esigenze personali e
familiari.
2. Con atto sottoscritto dal suo difensore ha proposto ricorso per cassazione l’imputato
affidandolo ai seguenti motivi.
2.1. Con il primo motivo è stata dedotta violazione di legge in relazione all’accertamento
della responsabilità per il reato di bancarotta patrimoniale.
Contesta il ricorrente che l’acquisto del natante fosse diretto al soddisfacimento di
interessi personali, dato che l’imbarcazione fu presa in locazione finanziaria per pubblicizzare
un nuovo prodotto da lanciare sul mercato su scala nazionale. Peraltro, la mancata
conservazione del bene nel patrimonio sociale fu dovuta esclusivamente alla risoluzione del
contratto di leasing esercitata dalla società Debis a seguito della morosità accumulata dalla
società poi fallita nel pagamento delle rate di locazione finanziaria.
Quanto alla Porsche, non vi era prova che il bene non fosse stato utilizzato per soddisfare
esigenze personali.
Il ricorrente lamenta, inoltre, in relazione ad entrambe le distrazioni, la carenza
dell’elemento soggettivo.
2.2. Con il secondo motivo il ricorrente ha lamentato vizio di motivazione in relazione al
riconoscimento della qualifica di amministratore di fatto.
2.3. Con il terzo motivo è stato dedotto vizio di motivazione in relazione alla mancata
concessione delle attenuanti generiche.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. I primi due motivi di ricorso possono essere esaminati unitariamente,
data lo stretto collegamento delle questioni ivi trattate, e sono infondati.
Per una questione di priorità logica, va esaminata preliminarmente la censura secondo cui
la Corte non avrebbe indicato gli elementi in base ai quali il ricorrente amministratore è stato
ritenuto amministratore di fatto della fallita.
Tale doglianza è infondata, avendo la sentenza impugnata evidenziato che l’imputato
aveva agito direttamente e personalmente sotto la veste di formale di procuratore speciale in
virtù di procura rilasciatagli dall’anziana madre, senza, tuttavia, dimostrare di aver ricevuto
direttive dagli organi sociali, onde poter ricostruire un suo ruolo di mero esecutore materiale di
ordini altrui.
La Corte di merito ha, inoltre, dato atto che lo stesso ricorrente, nel sostenere che
l’autovettura Porsche di cui aveva l’uso personale fosse adeguata all’importanza della società,
aveva implicitamente ammesso di essersi compenetrato totalmente nel ruolo di soggetto di
riferimento della società verso terzi interlocutori.
Peraltro, anche il giudice di prime cure, la cui sentenza integra quella impugnata dando
luogo ad unico apparato argomentativo, aveva evidenziato come il ricorrente comparisse
personalmente in tutte le attività svolte dalla società (come riportato nella consulenza tecnica
e nella relazione ex art. 33 del curatore fallimentare) ed era colui che aveva firmato i titoli di
credito che avevano dato origine alla procedura fallimentare.
Quanto alle contestate distrazioni, va preliminarmente osservato che affinchè la condotta
di un amministratore di una società integri gli estremi della distrazione non è necessaria
l’appropriazione materiale da parte di costui di beni sociali o di somme di denaro di pertinenza
della società, essendo sufficiente la destinazione di tali beni o somme di denaro a finalità
diverse da quelle sociali. A tal proposito, l’amministratore è posto dal nostro ordinamento in
una posizione di garanzia nei confronti dei creditori, la cui aspettativa di soddisfacimento delle
proprie pretese economiche nei confronti della società si fonda sul patrimonio di quest’ultima,
che rappresenta la garanzia per gli stessi creditori.
L’amministratore, quale gestore del patrimonio, è direttamente responsabile della
conservazione dello stesso in funzione dell’integrità della garanzia.
Ne consegue che la perdita ingiustificata del patrimonio o l’elisione della sua consistenza
per finalità estranee agli scopi sociali danneggia le aspettative della massa creditoria ed integra
l’evento giuridico sotteso dalla fattispecie di bancarotta fraudolenta.
Ciò posto, è evidente che l’acquisto di beni di importo assai rilevante per finalità estranee
all’oggetto sociale ed all’attività di impresa integri la distrazione.
Sul punto, la Corte di merito, aderendo all’impostazione del giudice di primo grado, ha,
con argomentazioni lineari e coerenti, evidenziato che al di là delle del tutto insufficienti
dichiarazioni dei coimputati, l’assunto che l’acquisto del natante fosse destinato ad un progetto
commerciale era risultato privo di qualsiasi supporto documentale, circostanza inconsueta
tenuto conto delle dimensioni dell’operazione, né il supporto informatico (DVD) prodotto in
sede di appello confezionato dall’agenzia pubblicitaria che aveva lanciato l’idea poteva ritenersi
sufficiente a fornire tale prova, e ciò in considerazione del fatto assorbente che era stata
acquistata un’imbarcazione di lusso (quindi verosimilmente adibita al soddisfacinnento di
esigenze di natura privata anziché a fini pubblicitari).
Peraltro, assai significativa ed assorbente è l’ulteriore considerazione dei giudici di merito
secondo cui non rispondeva ad un logica commerciale proficua – e dove quindi ritenersi
estranea alle finalità sociali – un’operazione commerciale comportante un notevole esborso di
danaro effettuata in un momento di crescente indebitamento della società verso il fisco e verso
gli enti previdenziali, conseguenza degli omessi versamenti di imposte, IVA e contributi per
lavoratori dipendenti.
Parimenti, assorbente ai fini della configurabilità della contestata distrazione, è che
l’imbarcazione non è stata rinvenuta al momento del fallimento nel patrimonio sociale in
relazione al subentro nel contratto di leasing – con il quale ne era stata acquisita la
disponibilità – di altra società sempre riconducibile al ricorrente, senza che sia transitato per
effetto di questa operazione nelle casse della fallita alcun corrispettivo, e ciò nonostante che
per canoni di locazione finanziaria relativi al natante la Chevin s.p.a. avesse versato l’ingente
somma superiore ai due miliardi e duecento milioni di lire.
Peraltro, nessun dubbio può sorgere in ordine alla configurabilità del reato di bancarotta
distrattiva anche sotto il profilo dell’elemento soggettivo .
L’elemento soggettivo del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale di cui all’art. 216 e
art. 223, comma 1 L.Fall, è stato efficacemente definito da questa Corte come consapevole
volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa
e di compiere atti che cagionino, o possano cagionare, danno ai creditori (sez 5 n.
350930 del 04/06/2014, Rv. 261446; Sez. 5^, Sentenza n. 29896 del 01/07/2002, Rv.
222388; Sez. 5^, Sentenza n. 7555 del 30/01/2006, Rv. 233413).
2. Il terzo motivo è inammissibile.
La Corte territoriale ha coerentemente argomentato il diniego di concessione delle
attenuanti generiche in considerazione oggettiva gravità della condotta dell’imputato, vero
artefice dell’intera vicenda delittuosa.
Peraltro, nel motivare il diniego delle attenuanti generiche non è necessario che il giudice
prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili
dagli atti, ma è sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque
rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale valutazione (Sez. 3, n. 28535 del
19/03/2014, Lule, Rv. 259899).
Il rigetto del ricorso comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 15 febbraio 2017

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