Bancarotta – Cassazione Penale 8/11/2016 N° 46692

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 8/11/2016

Numero: 46692

Testo completo della Sentenza Bancarotta – Cassazione penale 8/11/2016 n° 46692:

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SENTENZA
sul ricorso proposto dal difensore di:
Marzio Mario, nato a Caserta, il 18/7/1962;
avverso la sentenza del 24/6/2015 della Corte d’appello di Napoli;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Luca Pistorelli;
udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Giuseppe
Corasaniti, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Napoli ha confermato la condanna,
pronunziata a seguito di giudizio abbreviato, di Marzio Mario per i reati di bancarotta
documentale e per alcuni dei fatti di bancarotta patrimoniale originariamente
contestatigli nella sua qualità di amministratore della Marzo Costruzioni Generali s.a.s.
fallita nel 2005, assolvendolo per gli altri episodi distrattivi e dichiarando non doversi
procedere nei suoi confronti per il concorrente reato di ricorso abusivo al credito perché
estinto per prescrizione.
2. Avverso la sentenza ricorre l’imputato a mezzo del proprio difensore articolando
quattro motivi.
2.1 Con il primo deduce violazione del principio di correr2ione e vizi della motivazione in
merito alla ritenuta responsabilità dell’imputato per la contestata distrazione della
caparra relativa alla vendita di un immobile. In realtà, osserva il ricorrente, il suddetto
immobile sarebbe stato oggetto di una duplice vendita, la seconda delle quali solo
simulata, come peraltro riconosciuto in sentenza ancorchè la stessa non abbia tratto
dalla circostanza le inevitabili conclusioni, talchè la difesa aveva eccepito l’insussistenza
del reato per il mancato ingresso nel patrimonio della fallita della caparra che si
presumeva distratta, solo formalmente contemplata dal compromesso menzionato
nell’imputazione. La Corte territoriale, invece, nel confermare la condanna
dell’imputato, ha ritenuto oggetto di distrazione la caparra versata in occasione della
stipulazione del primo compromesso e lo stesso immobile, fatti storicamente diversi da
quello imputato e invero mai contestati al Marzio nel corso del processo.
2.2 Con il secondo motivo vengono dedotti ulteriori vizi della motivazione in relazione
all’altra condotta distrattiva oggetto di contestazione ad oggetto i beni strumentali e le
attrezzature della fallita. In particolare il ricorrente lamenta il difetto di motivazione sui
rilievi difensivi relativi alla vetustà dei beni in questione ed al loro scarso valore,
nonché al fatto per cui, proprio in ragione della risalenza dell’acquisto, la mera
annotazione dei medesimi nel registro dei beni ammortizzabili non costituirebbe prova
sufficiente dell’effettiva attuale presenza degli stessi nel patrimonio della fallita ovvero
della loro effettiva funzionalità.
2.3 Con il terzo motivo vengono denunziati errata applicazione della legge penale e vizi
della motivazione in merito alla contestazione di bancarotta fraudolenta documentale.
In proposito il ricorrente rileva come la sentenza abbia argomentato in maniera
sostanzialmente apodittica sull’effettiva idoneità della irregolare tenuta della contabilità
ad impedire la ricostruzione del volume degli affari della fallita e sulla sussistenza
dell’elemento psicologico del reato in relazione alla prova della consapevolezza
dell’imputato della connotazione modale della sua condotta. Parimenti solo apparente
sarebbe la motivazione resa dal giudice dell’appello in relazione alla richiesta della
difesa di riqualificare il fatto come bancarotta semplice documentale, erroneamente
ritenuta sussistente solo in caso di comportamento colposo dell’imprenditore.
2.4 Con il quarto ed ultimo motivo, infine, il ricorrente lamenta errata applicazione
della legge penale in merito alla commisurazione della pena in ragione dell’ingiustificata
sottrazione della contestata aggravante della pluralità dei fatti di bancarotta al giudizio
di comparazione con le concesse attenuanti generiche.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è fondato nei limiti che di seguito verranno esposti.
2. In particolare sono fondati il primo ed il terzo motivo.
2.1 Non è infatti in discussione il principio – evocato in sentenza – per cui integra la
condotta tipica di occultamento il comportamento del fallito che, mediante atti o
contratti simulati, faccia apparire come non più suoi beni che continuano ad
appartenergli, in modo da celare una situazione giuridica che consentirebbe di
assoggettare detti beni all’azione esecutiva concorsuale (Sez. 5, n. 46921 del 15
novembre 2007, Di Nora, Rv. 237981). Ma dalla motivazione della sentenza non è dato
comprendere se la Corte territoriale abbia o meno ritenuto effettivamente la
simulazione del secondo compromesso relativo all’immobile e, conseguentemente,
quale sarebbe l’effettivo oggetto della distrazione. In proposito, infatti, la sentenza
opera un apodittico riferimento alle caparre relative ad entrambe le vendite ed alla
distrazione dello stesso immobile, senza spiegare in che modo sarebbe stata sottratta
alla massa una caparra in ipotesi mai incassata e, soprattutto, sulla base di quali
elementi dovrebbe ritenersi distratta quella relativa alla prima compravendita stipulata
dalla fallita ed in che termini, soprattutto, tale fatto dovrebbe ritenersi ricompreso nel
perimetro dell’imputazione contestata al Marzio.
2.2 Analoghe lacune ed ambiguità motivazionali denunzia la sentenza con riguardo
all’imputazione di bancarotta documentale. La Corte territoriale non ha infatti chiarito
se abbia ritenuto l’imputato responsabile di omessa tenuta delle scritture contabili
ovvero di irregolare tenuta delle medesime, fattispecie entrambe evocate in sentenza e
in riferimento alle quali diverso è il profilo dell’elemento soggettivo richiesto per la
sussistenza del reato e conseguentemente l’onere giustificativo che gravava sui giudici
dell’appello.
3. Infondato è invece il secondo motivo.
3.1 Coerentemente alla risultanze processuali esposte in sentenza ed al contenuto
dell’imputazione, la Corte territoriale ha infatti ritenuto oggetto di distrazione i beni
strumentali e le attrezzature risultanti dal registro dei beni ammortizzabili non rinvenuti
dal curatore ed in merito alla cui destinazione l’imputato – nella sua qualità di
amministratore della fallita – non ha saputo fornire spiegazione alcuna. Infondata è in
particolare l’obiezione del ricorrente per cui i beni in questioni non avrebbero avuto
valore di mercato – posto che è lo stesso ricorso ad ammettere che gli stessi sono
invece stati valutati dalla curatela – o che sarebbero stati vetusti, atteso che si tratta di
giudizio applicabile solo ad alcuni di essi, mentre la maggior parte – per come risulta
dall’elenco allegato al capo d’imputazione – erano stati acquistati solo pochi anni prima
(o addirittura l’anno prima) del fallimento.
3.2 Non di meno il ricorrente non ha contestato l’effettivo acquisto dei suddetti beni da
parte della società – e dunque la loro originaria esistenza – talchè su di lui gravava
l’onere di giustificarne il mancato rinvenimento al momento dell’apertura della
procedura concorsuale. Infatti, dal condivisibile principio per cui oggetto di distrazione
possono essere solo beni realmente preesistenti alla consumazione della condotta
illecita – atteso che altrimenti la stessa non sarebbe in grado di ledere gli interessi del
ceto creditorio tutelati all’art. 216 comma primo legge fall. – non discende quello
ulteriore, che il ricorrente pretenderebbe consequenziale, per cui le appostazioni
contabili che li riguardano non sarebbero sufficienti a comprovarne l’effettiva presenza
nel patrimonio dell’imprenditore fallito.
3.3 In merito va innanzi tutto ricordato il consolidato orientamento di questa Corte per
cui la prova della distrazione o dell’occultamento dei beni della società dichiarata fallita
può essere desunta dalla mancata dimostrazione, ad opera dell’amministratore, della
destinazione dei beni a seguito del loro mancato rinvenimento (ex multis Sez. 5 n.
7048/09 del 27 novembre 2008, Bianchini, rv 243295).
3.3.1 La costante elaborazione giurisprudenziale seguita in proposito dal giudice di
legittimità si ancora alla peculiare normativa concorsuale. Innanzi tutto l’imprenditore è
posto dal nostro ordinamento in una posizione di garanzia nei confronti dei creditori, i
quali ripongono la garanzia dell’adempimento delle obbligazioni dell’impresa sul
patrimonio di quest’ultima. Donde la diretta responsabilità del gestore di questa
ricchezza per la sua conservazione in ragione dell’integrità della garanzia. La perdita
ingiustificata del patrimonio o l’elisione della sua consistenza danneggia le aspettative
della massa creditoria ed integra l’evento giuridico sotteso dalla fattispecie di
bancarotta fraudolenta.
3.3.2 In secondo luogo, la legge fall., art. 87, comma 3 (anche prima della sua riforma)
assegna al fallito obbligo di verità circa la destinazione dei beni di impresa al momento
dell’interpello formulato dal curatore al riguardo, con espresso richiamo alla sanzione
penale. Immediata è la conclusione che le condotte descritte all’art. 216. comma 1, n.
1 (tra loro sostanzialmente equipollenti) hanno (anche) diretto riferimento alla condotta
infedele o sleale del fallito nel contesto dell’interpello.
3.3.3 Osservazioni che giustificano la (apparente) inversione dell’onere della prova
ascritta al fallito nel caso di mancato rinvenimento di cespiti da parte della procedura e
di assenza di giustificazione al proposito (o di giustificazione resa in termini di spese,
perdite ed oneri attinenti o compatibili con le fisiologiche regole di gestione).
Trattasi, invero, di sollecitazione al diretto interessato della dimostrazione della
concreta destinazione dei beni o del loro ricavato, risposta che (presumibilmente)
soltanto egli, che è (oltre che il responsabile) l’artefice della gestione, può rendere.
3.3.4 In quest’ottica la prova della effettiva esistenza dei beni – che ovviamente non
può dipendere dal loro materiale rinvenimento – può essere fornita con qualsiasi
mezzo, comprese le risultanze delle scritture contabili, come legittimamente effettuato
dal giudice dell’appello, che dunque non si è sottratto agli oneri motivazionali dai quali
lo avevano gravato le sollecitazioni difensive.
4. In definitiva la condanna dell’imputato deve ritenersi definitiva in merito al secondo
episodio di bancarotta patrimoniale descritto nell’imputazione, mentre la sentenza deve
essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Napoli per nuovo
esame in riferimento all’altro fatto contestato sotto il medesimo titolo e al reato di
bancarotta documentale, rimanendo conseguentemente assorbito il quarto motivo di
ricorso concernente il trattamento sanzionatorio.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata, limitatamente alla distrazione della caparra di cui
all’immobile indicato in imputazione, nonché alla bancarotta documentale, con rinvio
per nuovo esame sul punto ad altra sezione della Corte d’appello di Napoli. Rigetta nel
resto il ricorso.
Così deciso il 3/10/2016

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