Bancarotta – Cassazione Penale 01/09/2016 N° 36816

Bancarotta – Cassazione penale 01/09/2016 n° 36816 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 01/09/2016

Numero: 36816

Testo completo della Sentenza Bancarotta – Cassazione penale 01/09/2016 n° 36816:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

SENTENZA

sul ricorso proposto nell’interesse di:

C.C., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza emessa dalla Corte di appello di Genova il 25/06/2015;

visti gli atti, la sentenza impugnata ed il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Paolo Micheli;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.ssa CARDIA Delia, la quale ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;

udito per il ricorrente l’Avv. Giacomo Curzi, il quale ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso e l’annullamento della sentenza impugnata.

Svolgimento del processo
Il difensore di C.C. ricorre avverso la pronuncia indicata in epigrafe, recante la conferma della sentenza emessa dal Gup del Tribunale di Savona, all’esito di giudizio abbreviato, nei riguardi del suo assistito. L’imputato risulta essere stato condannato a pena ritenuta di giustizia per reati di bancarotta, correlati alla gestione della “Internet Progetti” s.r.l., società dichiarata fallita nel dicembre 2003 e della quale il C. era stato legale rappresentante, nella veste di presidente del consiglio di amministrazione.

Con l’odierno ricorso, la difesa deduce: inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 43 c.p., L. Fall., artt. 216, 219 e 223, nonchè carenze motivazionali della sentenza impugnata.

La tesi difensiva qui ribadita (non avendo la Corte territoriale esaminato la doglianza già proposta in sede di motivi di gravame) è che nella fattispecie manchi lo stesso oggetto materiale del reato di bancarotta per distrazione, atteso che la rubrica si riferisce a beni – mobilio e materiale informatico – genericamente indicati, senza che neppure risulti provato l’apprezzabile valore economico degli stessi. In alcuni scritti prodotti ai giudici di merito era stato peraltro dimostrato che, laddove l’accusa avesse inteso riferirsi ad alcuni beni acquistati prima della cessazione dell’attività (pacificamente avvenuta nel 1999-2000), il valore degli stessi alla data del fallimento avrebbe dovuto considerarsi irrisorio, stante l’obsolescenza tecnogica – e, conseguentemente, finanziaria – verificatasi in tre anni; non vi fu, in definitiva, alcuna distrazione in senso penalmente rilevante, dal momento che i beni de quibus (neppure rivendibili, perchè non richiesti dal mercato) non avrebbero potuto comunque assolvere alla funzione di garanzia in favore dei creditori.

In ogni caso, l’imputato aveva segnalato al curatore fallimentare che i beni medesimi (stante la chiusura delle varie sedi operative della società) potevano trovarsi presso locali messi a disposizione dai soci o da loro parenti, rendendone così praticabile la riconsegna: tale circostanza, unitamente alla inesistenza di un disegno di sottrazione di quelle risorse dal patrimonio della Internet Progetti, avrebbe dovuto escludere il dolo della bancarotta. A riguardo, il ricorrente richiama le pronunce di legittimità – segnatamente, la sentenza n. 47502 del 24/09/2012, ric. Corvetta – sulla necessità che il fallimento, o comunque lo stato di insolvenza che ne è presupposto, sia dall’agente preveduto e voluto, quanto meno a titolo di dolo eventuale.

Anche in ordine alla contestata bancarotta documentale, la difesa fa osservare che l’omessa tenuta delle scritture contabili non fu strumentale a realizzare una oggettiva impossibilità di ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della società, in pregiudizio dei creditori, ma conseguì semplicemente alla cessazione dell’attività; sarebbe stato pertanto necessario ravvisare il meno grave addebito di bancarotta semplice – violazione della L. Fall., art. 219, comma 3, nonchè omessa e contraddittoria motivazione Nell’interesse del C. si fa presente che la Corte territoriale avrebbe escluso la configurabilità dell’attenuante del danno patrimoniale di speciale tenuità sul rilievo della accertata sussistenza di fatti di bancarotta sia documentale che per distrazione: rilievo da considerare errato, atteso che la circostanza in esame attiene solo all’entità del danno cagionato.

In ogni caso, si legge nel ricorso che “quanto alla bancarotta fraudolenta patrimoniale, è la stessa sentenza di primo grado (…) che, nel concedere le attenuanti generiche, pone l’accento, proprio e per l’appunto, sul valore modesto e scarso dei beni oggetto di distrazione”, mentre non risulta provata dall’accusa l’effettiva, presunta incidenza della omessa tenuta delle scritture contabili sulle ragioni creditorie.

Motivi della decisione
1. Il ricorso è solo parzialmente fondato.

1.1 Quanto al primo profilo di doglianza, va considerato che la rubrica non può intendersi affatto generica, in ordine all’indicazione dei beni che si assumono oggetto di distrazione e del relativo valore: come si legge già nella motivazione della sentenza di primo grado, infatti, il curatore fallimentare diede atto in sede di inventario “del mancato rinvenimento di alcuni materiali iscritti nel registro dei beni ammortizzabili” (oltre che della “quasi totalità” delle scritture), evidentemente richiamando specifiche risultanze contabili. Tant’è che entrambe le pronunce di merito danno atto della chiara ed immediata comprensione dell’addebito da parte del diretto interessato: il C., stando al contenuto del predetto verbale di inventario, ammise subito “che i beni si trovavano nella sua disponibilità impegnandosi a riconsegnarli alla curatela, senza che ciò abbia avuto un seguito” (v. ancora la sentenza del Gup); l’impegno fu ribadito anche nel corpo di scritti difensivi posteriori (come sottolinea la Corte di appello a pag. 3, con l’ulteriore precisazione che l’odierno ricorrente aveva segnalato di custodire i beni de quibus “in un proprio garage”), e rimase non di meno disatteso.

Da un lato, quindi, il C. si impossessò di risorse della società, di valore presumibilmente modesto ma non nullo (così si esprimono i giudici di merito, che dunque risultano avere affrontato la questione), sottraendosi poi all’obbligo di metterle a disposizione degli organi della procedura concorsuale; dall’altro, egli ricevette nel gennaio del 2002 la totalità delle scritture (consegnategli dal commercialista incaricato della relativa tenuta, come chiarito dalla Corte territoriale a pag. 4 sulla base di risultanze documentali e testimoniali), poi rimettendone solo una parte al curatore, non consentendo così a quest’ultimo di ricostruire il giro di affari della società nei periodi in cui era stata operativa, indipendentemente dalla circostanza della cessazione dell’attività medio tempore.

Va poi chiarito che l’orientamento giurisprudenziale evocato nel ricorso, secondo cui nel reato di bancarotta fraudolenta “lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in qualità di evento dello stesso, e pertanto deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo” (Cass., Sez. 5^, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, Rv 253493) risulta in contrasto con il consolidato indirizzo di questa Corte, sia precedente che successivo alla pronuncia medesima, rimasta sostanzialmente isolata.

La giurisprudenza di legittimità aveva infatti già affermato che nel reato de quo “i fatti di distrazione, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilevanza penale in qualunque tempo essi siano stati commessi, e quindi anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza. Tutte le ipotesi alternative previste dalla norma si realizzano mediante condotte che determinano una diminuzione del patrimonio, diminuzione pregiudizievole per i creditori: per nessuna di queste ipotesi la legge richiede un nesso causale o psichico tra la condotta dell’autore e il dissesto dell’impresa, sicchè nè la previsione dell’insolvenza come effetto necessario, possibile o probabile, dell’atto dispositivo, nè la percezione della sua preesistenza nel momento del compimento dell’atto, possono essere condizioni essenziali ai fini dell’antigiuridicità penale della condotta. E del resto, quando il legislatore ha ritenuto necessaria l’esistenza di un tal nesso lo ha previsto espressamente nell’ambito della legge fallimentare, all’art. 223, distinguendo le condotte previste dall’art. 216 (L. Fall., art. 223, comma 1) da quelle specificamente volte a cagionare il dissesto economico della società (art. 223, comma 2), per modo che solo in tali ultime fattispecie delittuose è previsto un nesso causale o psichico tra condotta ed evento” (Cass., Sez. 5^, n. 39546 del 15/07/2008, Bonaldo; v. anche Cass., Sez. 5^, n. 44933 del 26/09/2011, Pisani).

Numerose pronunce posteriori alla sentenza Corvetta appaiono tornate a sposare l’orientamento ora illustrato, ribadendo che “ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento” (Cass., Sez. 5^, n. 7545 del 25/10/2012, Lanciotti, Rv 254634; v. anche Cass., Sez. 5^, n. 27993 del 12/02/2013, Di Grandi, nonchè Cass., Sez. 5^, n. 47616 del 17/07/2014, Simone).

Deve, in definitiva, ritenersi che la condotta sanzionata dalla L. Fall., art. 216 – per le società, dall’art. 223, comma primo – non sia quella di avere cagionato lo stato di insolvenza o di avere provocato il fallimento, bensì – assai prima – quella di depauperamento dell’impresa, consistente nell’averne destinato le risorse ad impieghi estranei all’attività. La rappresentazione e la volontà dell’agente debbono perciò inerire alla deminutio patrimonii (semmai, occorre la consapevolezza che quell’impoverimento dipenda da iniziative non giustificabili con il fisiologico esercizio dell’attività imprenditoriale): tanto basta per giungere all’affermazione del rilievo penale della condotta, per sanzionare la quale è sì necessario il successivo fallimento, ma non già che questo sia oggetto di rappresentazione e volontà – sia pure in termini di semplice accettazione del rischio di una sua verificazione – da parte dell’autore.

E’ del resto innegabile che ci si trovi dinanzi ad una fattispecie disegnata come reato di pericolo, come già avvertito nella motivazione della sentenza Pisani, sopra richiamata; fattispecie in relazione alla quale il giudice delle leggi ebbe da tempo a rilevare che “il legislatore avrebbe potuto considerare la dichiarazione di fallimento come semplice condizione di procedibilità o di punibilità, ma ha invece voluto (…) richiedere l’emissione della sentenza per l’esistenza stessa del reato. E ciò perchè, intervenendo la sentenza dichiarativa di fallimento, la messa in pericolo di lesione al bene protetto si presenta come effettiva e reale” (Corte Cost., sentenza n. 146 del 27/06/1982); la bancarotta fraudolenta patrimoniale è dunque, più propriamente, reato di pericolo concreto, dove la concretezza del pericolo assume una sua dimensione effettiva soltanto nel momento in cui interviene la dichiarazione di fallimento, condizione peraltro neppure indispensabile per l’esercizio dell’azione penale o per l’adozione di provvedimenti de libertate, ai sensi del combinato disposto della L. Fall., artt. 7 e 238.

1.2 E’ invece fondato, ad avviso del collegio, il secondo motivo di ricorso.

Secondo la Corte territoriale, “la contemporanea sussistenza di due ipotesi di bancarotta distrattiva e documentale rende inapplicabile (…) la richiesta (…) concessione della circostanza attenuante della particolare tenuità dei fatti di bancarotta, L. Fall., ex art. 219, comma 3”: il rilievo non può condividersi.

In vero, la pluralità delle condotte di bancarotta è già considerata dall’ordinamento quale fattispecie aggravata (pur risolvendosi in una peculiare ipotesi di “continuazione fallimentare”, sottratta però alla disciplina di cui all’art. 81 cpv. c.p.), non a caso bilanciabile con eventuali circostanze di segno contrario, ivi compresa l’attenuante che la difesa, nel caso oggi in esame, aveva invocato e continua a sollecitare. Ben può darsi, pertanto, che a fronte di più comportamenti di rilievo penale L. Fall., ex art. 216 e segg., ciascuno dei quali produttivo di una modesta lesione del bene giuridico tutelato dalle norme suddette, il giudice ritenga le due circostanze equivalenti, o giunga a considerare prevalente quella favorevole al reo; del resto, il dato empirico della pluralità dei fatti non ha nulla a che vedere con i parametri cui avere riguardo ai fini della concessione dell’attenuante prevista dal citato art. 219, comma 3, fondati solo sulla verifica in concreto del quantum di danno cagionato.

Questa Corte, in proposito, ha più volte affermato che “in tema di bancarotta fraudolenta, il giudizio relativo alla particolare tenuità del fatto deve essere posto in relazione alla diminuzione, non percentuale ma globale, che il comportamento del fallito ha provocato alla massa attiva che sarebbe stata disponibile per il riparto ove non si fossero verificati gli illeciti” (Cass., Sez. 5^, n. 13285 del 18/01/2013, Pastorello, Rv 255063); ed analoghi principi appaiono ribaditi in ordine alla bancarotta documentale, ove i presupposti per la ravvisabilità della circostanza in argomento debbono essere valutati “in relazione al danno causato alla massa creditoria in seguito all’incidenza che le condotte integranti il reato hanno avuto sulla possibilità di esercitare le azioni revocatorie e le altre azioni poste a tutela degli interessi creditori” (Cass., Sez. 5^, n. 19304 del 18/01/2013, Tumminelli, Rv 255439; v. anche Cass., Sez. 5^, n. 44443 del 04/07/2012, Robbiano, Rv 253778, secondo cui “nella ipotesi di bancarotta documentale, ai fini della applicazione della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità, non rileva l’ammontare del passivo, ma la differenza che la mancanza dei libri o delle scritture contabili ha determinato nella quota complessiva dell’attivo da ripartire tra i creditori, avendo riguardo al momento della consumazione del reato”).

2. Si impongono pertanto le determinazioni di cui al dispositivo.

Il rigetto dei motivi di ricorso ulteriori rispetto a quelli afferenti il mancato riconoscimento dell’attenuante sopra evidenziata, dovendosi intendere l’annullamento con rinvio limitato alle conseguenti determinazioni in tema di trattamento sanzionatorio, comporta il passaggio in giudicato delle statuizioni relative alla declaratoria di penale responsabilità.

P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata, limitatamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Genova per nuovo esame.

Rigetta nel resto il ricorso.

Così deciso in Roma, il 23 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 5 settembre 2016.

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine