Autoriciclaggio – Cassazione Penale 27/01/2016 N° 3691

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 27/01/2016

Numero: 3691

Testo completo della Sentenza Autoriciclaggio – Cassazione penale 27/01/2016 n° 3691:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
BIANCHI TIBERIO, nato a Como il 27/08/1956,
avverso l’ordinanza n. 38/2015 del TRIBUNALE del Riesame di COMO,
del 02/09/2015
sentita la relazione fatta dal Consigliere dott. LUCIANO IMPERIALI;
sentite le conclusioni del Procuratore Generale, dott. Gabriele Mastrotta, che
chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso;

RITENUTO IN FATTO
1. In data 8/7/2015 la Guardia di Finanza di Como notava Bianchi
Tiberio mentre oltrepassava il valico di confine di Ponte Chiasso a bordo di
un’autovettura; trattandosi di persona già nota alla RG. perché indagata per
riciclaggio, in procedimento nel quale gli era stata sequestrata una rilevante
somma di denaro occultata sulla persona, il Bianchi veniva, pertanto, sottoposto
da una pattuglia ad attività di pedinamento a vista, conclusasi presso un
appartamento in Milano, allorché il predetto veniva bloccato e veniva ispezionata
la borsa che aveva prelevato dalla sua vettura, ove venivano rinvenuti tre
pacchetti contenenti euro 240.000,00 in contanti, sottoposti a sequestro, al pari
di banconote per euro 870,00 rinvenute nel suo portafogli, documentazione
varia, due telefoni cellulari, un navigatore cellulare, l’autovettura all’interno della
quale veniva scoperto un doppio fondo ricavato dietro le bocche di areazione al
centro del cruscotto, ed altro (verbale all. 1 alla c.n.r. prot. n. 404016/15
dell’8/7/2015). La perquisizione veniva, quindi, estesa alla residenza
dell’indagato sita in Tavernerio (CO) e portava altresì al sequestro di altre
banconote per 6.700,00 euro e 600,00 franchi svizzeri, telefoni cellulari, un
computer portatile ed altra documentazione (verbale all. 2 alla c.n.r. prot. n.
404016/15 dell’8/7/2015). La RG. rilevava l’incoerenza tra l’ingente denaro
sequestrato al Bianchi, i modesti redditi da questo dichiarati e le dispendiose e
rischiose modalità di trasferimento del denaro dalla Svizzera all’Italia, ed
eseguiva i sequestri ipotizzando la commissione del reato di autoriciclaggio di cui
all’art. 648 ter 1 cod. pen., per avere il Bianchi trasferito il denaro in modo da
ostacolarne l’identificazione della provenienza quantomeno dal reato di cui all’art.
4 del d.Lgs. 74/2000, con riferimento a smobilizzazioni di investimenti non
dichiarati e costituiti mediante redditi sottratti a tassazione. Con un unico
decreto in data 9/7/2015, poi, il RM. presso il Tribunale di Como convalidava le
perquisizioni ed i sequestri, ritenuti avere ad oggettb cose pertinenti il reato di
cui all’art. 648 ter cod. pen.
2. Con ordinanza in data 7/9/2015 il Tribunale del Riesame di Como, in
parziale accoglimento della richiesta di riesame avanzata nell’interesse del
Bianchi, dichiarava nullo per incompetenza territoriale il decreto di convalida
della perquisizione e del sequestro probatorio effettuati in Milano, confermando
invece il decreto di convalida con riferimento al sequestro dei beni avvenuto
presso la residenza dell’indagato in Tavernerio (Como).
3. Avverso tale provvedimento propone ricorso per Cassazione
l’indagato che, sollevando tre diversi motivi di gravame, chiede l’annullamento
dell’ordinanza impugnata .
3.1 Con il primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi art. 606 lett. c)
ed e) cod. proc. pen., la violazione dell’art. 125 cod. proc. pen. per avere il
Tribunale del riesame confermato la convalida del sequestro operato a Como con
motivazioni che possono adattarsi solo al sequestro operato a Milano e senza dar
conto di una concreta condotta di impiego e/o di trasferimento e/o di
sostituzione delle somme rinvenute in Como e, in generale senza adeguatamente
motivare sulla ricorrenza degli elementi costitutivi delle fattispecie di cui all’art.
648 ter cod. proc. pen., secondo l’impostazione del RM., ovvero di quella di cui
all’art. 648 ter 1, secondo l’impostazione della RG., limitandosi a valorizzare il
mero possesso di denaro.
3.2 Con il secondo motivo del ricorso il ricorrente lamenta, ai sensi art.
606 lett. c) cod. proc. pen., la violazione dell’art. 125 cod. proc. pen. per essersi
limitato il Tribunale a verificare l’astratta configurabilità del reato, omettendo di
pronunciarsi sulla verifica della concreta sussistenza degli elementi costitutivi
dell’ipotesi accusatoria, pur dinanzi alla discrasia tra l’ipotesi avanzata dalla PG
nel verbale di sequestro e quella formulata dal RM. nel decreto di convalida.
3.3 Con il terzo motivo del ricorso il ricorrente lamenta, ai sensi art.
606 lett. c) cod. proc. pen., la violazione dell’art. 125 cod. proc. pen. per aver
omesso il Tribunale di motivare in ordine alla censura avanzata con memoria in
data 1.9.2012, con la quale si eccepiva la non configurabilità del reato di
autoriciclaggio nei casi in cui il reato presupposto risulti commesso in data
precedente l’entrata in vigore della novella legislativa che ha introdotto tale
reato.

CONSIDERATO IN DIRITTO
4. Il ricorso è inammissibile, perché tutte le doglianze sono manifestamente
infondate o generiche. Giova anzitutto chiarire i limiti di sindacabilità da parte di
questa Corte dei provvedimenti adottati dal giudice del riesame dei
provvedimenti in materia di misure cautelari personali e reali. Secondo
l’orientamento di questa Corte, che il Collegio condivide, in materia di misure
cautelari il sindacato di legittimità che compete alla Corte di Cassazione è
limitato alla verifica dell’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari
punti della decisione impugnata, senza la possibilità di verificare la
corrispondenza delle argomentazioni alle acquisizioni processuali, essendo
interdetta in sede di legittimità una rilettura degli elementi di fatto posti a
fondamento della decisione (sez. U. n. 6402 del 30/4/1997, Rv. 207944). In
particolare in materia di misure cautelari reali, il giudizio di legittimità risulta
ancora più circoscritto, in quanto cade in un momento processuale, quale quello
delle indagini preliminari, caratterizzato dalla sommarietà e provvisorietà delle
imputazioni; ciò comporta che in sede di legittimità non è consentito verificare la
sussistenza del fatto reato, ma soltanto accertare se il fatto contestato possa
astrattamente configurare il reato ipotizzato; si tratta, in sostanza, di verificare
un controllo sulla compatibilità fra la fattispecie concreta e quella legale
ipotizzata, mediante una delibazione prioritaria dell’antigiuridicità penale del
fatto (sez. U. n. 6 del 27/3/1992, Rv. 191327; sez. U. n. 7 del 23/2/2000, Rv.
215840; sez. 2 n. 12906 del 14/2/2007, Rv. 236386). Sulla base di tale
premessa, l’ordinanza impugnata non risulta censurabile, emergendo dalla stessa
una motivazione congrua e logica circa la sussistenza dei presupposti che
giustificano l’adozione di una misura cautelare reale.
4.1 Quanto al primo motivo di ricorso, attinente all’asserita mancanza,
contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in ordine alla concreta
condotta di impiego e/o di trasferimento e/o di sostituzione delle somme
rinvenute in Como, il provvedimento del Tribunale del riesame impugnato non
presenta i vizi denunciati, in quanto esprime un’articolata motivazione in ordine
alla ritenuta sussistenza del fumus commissi delicti, rilevando come le
circostanze del fatto che avevano portato alle attività di perquisizione e
sequestro giustificavano senza dubbio la formulazione di un’ipotesi accusatoria di
riciclaggio, e che comunque, con riferimento all’ipotesi di autoriciclaggio, la pur
incerta destinazione delle somme appena importate in Italia non precludeva “di
configurare quantomeno una fattispecie delittuosa tentata”. Ciò sulla base di
considerazioni di fatto non censurabili in sede di legittimità, in quanto immuni da
contraddittorietà o illogicità manifeste: in particolare, si è riconosciuto che
concorrevano ad integrare il fumus dell’ipotizzato reato il rinvenimento di una
rilevante somma di denaro in contanti, ripartita e confezionata con modalità tali
da implicare una loro pronta circolazione, con suddivisione in mazzette di
banconote di grosso taglio, in possesso di un soggetto che aveva appena varcato
il confine di Stato a bordo di automobile con un doppio fondo occultato, e che
peraltro già pochi mesi prima era stato fermato in un aeroporto con 180.000,00
euro in contanti, e si è indicato tra le circostanze significative anche il
rinvenimento nella propria abitazione, in provincia di Como, di altro denaro
contante, che si rilevava essere stato “analogamente riposto in bizzarri involucri”,
per evidenziare infine che si tratta di elementi indiziari circa l’esistenza di un
traffico di valuta di provenienza illecita, atteso anche che i redditi del possessore
non giustificavano in alcun modo tali disponibilità.
Si tratta di argomentazioni immuni da vizi logici, che non si limitano a
valorizzare il mero possesso di denaro, come si assume con il primo motivo di
gravame, e che giustificano la sussistenza del fumus, presupposto non solo del
sequestro operato in Milano, ma anche di quello operato in provincia di Como, di
cui si discute in questa sede, ed in relazione ad entrambi i giudici del riesame
hanno riconosciuto essere legittimamente sequestrabili, in considerazione della
natura dell’ipotesi di reato contestata, “sia il denaro (costituente vero e proprio
corpo del reato), sia tutti i supporti cartacei e informatici rinvenuti (onde provare
i movimenti di tale denaro e gli spostamenti del soggetto)”, oltre all’automobile
predisposta per occultare il corpo del reato.
Deve, poi, sul punto rilevarsi che il ricorso per cassazione contro le
ordinanze in materia di sequestro preventivo o probatorio è ammesso solo per
violazione di legge, rientrando in tale nozione sia gli errores in iudicando o in
procedendo, sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l’apparato
argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo
di quei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi del
tutto inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (sez.
5 n. 43068 del 13/10/2009, Rv. 245093). Nel caso di specie, invece, il
provvedimento impugnato argomenta in maniera più che sufficiente in ordine ai
presupposti giustificativi del sequestro, facendosi riferimento, quanto al fumus,
alla ipotizzabile provenienza illecita dei beni trasferiti dalla Svizzera in modo
idoneo ad ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza, con
conseguente astratta possibilità di formulare tanto “un’ipotesi accusatoria
relativamente ad una condotta di riciclaggio”, quanto la configurabilità del reato
di “autoriciclaggio”, in considerazione della “ancora incerta destinazione di dette
somme (del resto appena importate in Italia)”, tale da non precludere di
“configurare quantomeno una fattispecie delittuosa tentata”. Ciò si pone
perfettamente in linea con la giurisprudenza di questa Corte, che ha
costantemente riconosciuto che in materia di sequestro il giudice del riesame
deve avere riguardo al fatto in relazione al quale si rappresenta l’esistenza di un
fumus di reato, ben potendo confermare il provvedimento anche sulla base di
una diversa qualificazione giuridica dì tale fatto (sez. 6 n. 24126 del 8/5/2008,
Rv. 240370; sez. 1 n. 41948 del 14/10/2009, Rv. 245069): nel caso di specie,
infatti, il Tribunale, con riferimento al medesimo fatto come sopra rappresentato,
ha legittimamente ritenuto di dovere confermare il provvedimento impugnato,
sia pure in relazione ai reati di riciclaggio o di autoriciclaggio, quantomeno nella
fattispecie tentata.
4.2 Le circostanze sopra ricordate evidenziano anche la manifesta
infondatezza del secondo motivo di impugnazione, concernente la verifica della
concreta sussistenza degli elementi costitutivi dell’ipotesi accusatoria, che si
sostiene omessa dal provvedimento impugnato, atteso che le congrue
argomentazioni dinanzi riportate evidenziano, invece, come i giudici del riesame
abbiano individuato una pluralità di elementi concreti che consentono di
riconoscere l’astratta configurabilità del reato ipotizzato, null’altro essendo
richiesto in questa fase. Come ripetutamente ricordato da questa Corte, infatti,
in sede di riesame del sequestro probatorio il Tribunale è chiamato a verificare
l’astratta configurabilità del reato ipotizzato, valutando il “fumus commissi
delicti” in relazione alla congruità degli elementi rappresentati, non già nella
prospettiva di un giudizio di merito sulla fondatezza dell’accusa, ma con
riferimento alla idoneità degli elementi su cui si fonda la notizia di reato a
rendere utile l’espletamento di ulteriori indagini per acquisire prove certe o
ulteriori del fatto, non altrimenti esperibili senza la sottrazione del bene
all’indagato o il trasferimento di esso nella disponibilità dell’autorità giudìziaria
(sez. 3, n. 15254 del 10/3/2015, Rv. 263053; sez. 5, n. 24589 del 18/4/2011,
Rv. 250397).
4.3 Manifestamente infondato è infine anche l’ultimo motivo del ricorso,
concernente l’ipotesi di reato di cui all’art. 648 ter 1 cod. pen. introdotto dalla
legge 14 dicembre 2014 n. 186, attesa l’irrilevanza della realizzazione, in epoca
antecedente l’entrata in vigore dì tale normativa, delle condotte di cui all’art. 4
D. Lgs. 74/2000 assunte ad ipotesi di reato presupposto: va premesso che
impropriamente viene invocato il principio di irretroattività della legge penale di
cui all’art. 2 cod. pen. in relazione ad un reato, quale quello di autoriciclaggio,
nel quale soltanto il reato presupposto si assume commesso in epoca
antecedente l’entrata in vigore della I. 15/12/2014 n. 186, ma quando comunque
lo stesso reato era già previsto come tale dalla legge, mentre l’elemento
materiale del reato di cui all’art. 648 ter risulta posto in essere in data 7 luglio
2015, ben successivamente all’introduzione della predetta normativa, e
soprattutto non può ritenersi significativo che il Tribunale del riesame non abbia
esplicitamente argomentato sul punto, dovendosi ritenere assorbente il rilievo
che il Tribunale abbia comunque ritenuto configurabile “un’ipotesi accusatoria
relativamente ad una condotta di riciclaggio” – di per sé sufficiente a giustificare
il sequestro – pur riconoscendo che in questa fase delle indagini “l’incolpazione e
necessariamente fluida”, tanto da ritenere non preclusa nemmeno l’ipotesi
dell’autoriciclaggio, quantomeno nella fattispecie tentata.
5. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso consegue, ai sensi
dell’articolo 616 cod. proc. pen., la condanna dell’imputato che lo ha proposto al
pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi profili di colpa
nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore
della Cassa delle ammende di una somma che, alla luce del dictum della Corte
costituzionale nella sentenza n. 186 del 2000, sussistendo profili di colpa, si
stima equo determinare in C 1.000,00.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di C 1.000,00 alla Cassa delle ammende.
Così deliberato in camera di consiglio, il 15 dicembre 2015

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