Associazione Di Tipo Mafioso – Cassazione Penale 30/05/2017 N° 26904

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 30/05/2017

Numero: 26904

Testo completo della Sentenza Associazione di tipo mafioso – Cassazione penale 30/05/2017 n° 26904:

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Penale Sent. Sez. 2 Num. 26904 Anno 2017
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: RECCHIONE SANDRA
Data Udienza: 21/04/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
POLITI ROCCO N. IL 21/02/1957
avverso l’ordinanza n. 904/2016 TRIB. LIBERTA’ di REGGIO
CALABRIA, del 19/09/2016
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. SANDRA RECCHIONE;
lette/sentite le conclusioni del PG Dott.

RITENUTO IN FATTO
1.11 Tribunale per il riesame delle misure coercitive di Reggio Calabria
confermava l’ordinanza di applicazione della misura cautelare della custodia in
carcere al Politi Rocco per i reati di cui agli artt. 416 bis cod. pen., 12
quinquies D.I. n. 306 del 1991 ed altro. L’ordinanza confermata veniva emessa
dopo che un precedente provvedimento cautelare relativo agli stessi fatti era
stato dichiarato inefficace ai sensi dell’art. 309, comma 10 cod. proc. pen.
2. Avverso tale ordinanza proponeva ricorso per cassazione il difensore del Politi
che deduceva:
2.1. vizio di legge: il provvedimento sarebbe nullo in quanto non sarebbe stato
effettuato l’interrogatorio di garanzia nonostante la seconda ordinanza
contenesse elementi “nuovi” riferiti al quadro cautelare; secondo il ricorrente la
valutazione della eccezionalità delle esigenze cautelari sarebbe stata desunta «da
precise circostanze di fatto (proiezione gerarchica ecc.») non prese in
considerazione nel precedente provvedimento» dichiarato inefficace;
2.2. vizio di legge e di motivazione in relazione al riconoscimento delle esigenze
cautelari di “eccezionale rilevanza”: mancherebbe il requisito della eccezionale
rilevanze delle esigenze, attributo rilevante anche quando si procede per il reato
previsto dall’art. 416 bis cod. pen.; nel caso di specie, la dedizione dell’indagato
ad attività lavorativa lecita ed il decesso del Raso Girolamo, suo referente
nell’ambito dell’associazione mafiosa, avrebbero eliminato ogni esigenza
cautelare; inoltre mancherebbe la valutazione della concretezza ed attualità del
pericolo rilevato;
2.3. vizio di legge: l’ordinanza confermata non conterrebbe una valutazione
autonoma degli indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari e tale vizio non
sarebbe stato rilevato dal Tribunale per il riesame;
2.4. vizio di motivazione in relazione alla valutazione della gravità indiziaria. Si
deduceva che il Politi aveva scelto di vivere lontano dalla Calabria e non aveva
avuto contatti qualificati con gli esponenti dell’organizzazione; segnatamente: il
fatto che in alcune occasioni l’indagato fosse in compagnia del Raso Girolamo
non sarebbe indicativa della colpevolezza, tenuto conto del fatto che in tali
frangenti non sarebbe stata svolta alcuna attività delittuosa; inoltre dalle
intercettazioni era emerso il Politi era stato ritenuto inidoneo anche a svolgere
attività semplici, come quella di portare documenti, il che sarebbe incompatibile
con la contestata partecipazione al sodalizio mafioso;
2.5. vizio di legge e di motivazione: si deduceva che il reato di cui all’art. 12
quinquies della legge n. 356 del 1992 è istantaneo con effetti permanenti;
pertanto, tenuto conto della data di costituzione e della società Ecolazio 87 Srl
risalente al 1988, lo stesso sarebbe prescritto;
2.6. vizio di legge e di motivazione in relazione alla applicazione della cautela
per reato di tentata corruzione: non sarebbero state indicati gli elementi del
reato ipotizzato ed in particolare il beneficiario della promessa corruttiva; sì
deduceva che la condotta contestata all’indagato non integrerebbe un concorso
nell’azione illecita, come confermato dall’annullamento della misura applicata
nei confronti del fratello Rosario; mancherebbe inoltre ogni valutazione in ordine
all’esistenza di esigenze cautelari;
2.7. vizio di legge e di motivazione in relazione al riconoscimento dell’aggravante
prevista dall’art. 7 della legge 203 del 1991 in relazione ai delitti di corruzione
ed intestazione fittizia.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.11 primo motivo di ricorso che deduce la nullità del secondo titolo cautelare per
mancata effettuazione dell’interrogatorio di garanzia è infondato.
1.1. Il collegio condivide la giurisprudenza secondo cui, nel caso di emissione
di nuova misura cautelare, conseguente ad una dichiarazione di inefficacia di
quella precedente, ai sensi dei commi 5 e 10 dell’art. 309 cod. proc. pen., il
giudice per le indagini preliminari non è tenuto ad interrogare l’indagato prima di
ripristinare nei suoi confronti il regime custodiale, né a reiterare l’interrogatorio
successivamente all’esecuzione della nuova misura, sempre che tale
adempimento sia stato in precedenza regolarmente espletato e sempre che
l’ultima ordinanza cautelare non contenga elementi nuovi e diversi rispetto alla
precedente (Cass. sez. un. n. 28760 del 24/04/2014, Rv. 260016).
Si tratta di una interpretazione che valorizza la funzione di garanzia
dell’interrogatorio che si configura come un atto finalizzato a consentire
all’indagato sottoposto a misura cautelare di entrare in immediato contatto con
l’autorità giudiziaria, per conoscere ed eventualmente confutare gli elementi di
prova a carico.
La ratio della giurisprudenza richiamata rimane valida anche dopo l’intervento
della legge n. 47 del 2015 che ha introdotto come condizione di legittimità della
nuova ordinanza il riconoscimento dell’esistenza di esigenze cautelari di
eccezionale rilevanza. La rivalutazione degli elementi di prova già esistenti,
nonché noti all’indagato al momento del primo interrogatorio, non integra un
elemento di novità che genera la necessità di ripetere l’interrogatorio, che dovrà
essere effettuato solo nel caso in cui la nuova misura sia fondata su elementi di
prova “nuovi”. L’esercizio del diritto di difesa in relazione all’attività puramente
valutativa del giudice del secondo provvedimento resta garantito dalla possibilità
di impugnare il provvedimento, laddove la funzione ineludibile dell’interrogatorio
di garanzia, ovvero quella di assicurare un immediato contatto dell’indagato
con il giudice per consentire la confutazione degli elementi di prova posti a
sostegno della misura è pienamente salvaguardata dallo svolgimento del primo
atto, sempre che non mutino gli elementi di prova posti a sostegno del
provvedimento.
1.2. Si ritiene dunque che, quando l’ordinanza cautelare sia rinnovata ai sensi
dell’art. 309 comma 10 cod. proc. pen., la reiterazione dell’interrogatorio di
garanzia sia necessaria solo quando alla base della seconda ordinanza siano
posti elementi prova nuovi; l’interrogatorio può invece essere omesso quando il
giudice della cautela si limiti ad effettuare una diversa valutazione di elementi
già presenti in atti, valutazione peraltro ineludibile con specifico riguardo al
riconoscimento dell’attributo dell’eccezionale rilevanza delle esigenze cautelari,
che condiziona la legittimità dell’ordinanza reiterativa.
1.3. Nel caso di specie il collegio ritiene che il Tribunale abbia verificato
l’esistenza di esigenze cautelari di grado “eccezionale”, senza valutare nuovi
elementi di fatto, ma limitandosi a rielaborare quelli già presenti nella prima
ordinanza. Segnatamente: il collegio territoriale ha ritenuto, sulla base degli
elementi già acquisiti, che il particolare momento della vita delle cosca cui
apparteneva il Politi, caratterizzato dalla detenzione di molti suoi esponenti di
rilievo, avrebbe potuto favorire una rapida crescita del potere criminale
dell’indagato, ove lasciato libero (pag 76 dell’ordinanza impugnata). Si tratta di
un giudizio prognostico, tipico della cognizione cautelare, fondato sulla
valutazione di elementi noti all’indagato fin dalla emissione della prima
ordinanza, in relazione al quale il diritto di difesa è esercitabile attivando gli
ordinari strumenti di impugnazione.
2. Il secondo motivo di ricorso è infondato sia nella parte in cui denuncia la
carenza di motivazione in relazione al riconoscimento delle esigenze cautelari di
“eccezionale rilevanza”, sia nella parte in cui deduce l’assenza della valutazione
dei requisiti della attualità e concretezza delle stesse esigenze.
2.1. Il collegio ritiene che anche quando si proceda per il reato di associazione
mafiosa, per rieditare la misura dichiarata inefficace ai sensi dell’art. 309 comma
10 cod. proc. pen., sia necessario riconoscere l’esistenza di esigenze cautelari di
rilevanza eccezionale. E’ vero che quando si ritiene l’esistenza di gravi indizi di
colpevolezza per il reato di cui all’art. 416 bis cod. proc. pen. il codice rito
attenua gli oneri motivazionali del giudice in punto di rilevazione delle esigenze
cautelari attraverso l’operatività della presunzione contenuta nell’art. 275 comma
3 cod. proc. pen. Ma è altresì vero che l’attributo dell’eccezionalità del pericolo
deve essere valutato anche in tal caso, dato che scelte di segno opposto
annullerebbero la rilevanza del requisito per la rinnovazione introdotto dalla
legge n. 47 del 2015. Peraltro la possibilità di riconoscere alla pericolosità
generata dalla partecipazione ad una associazione mafiosa l’attributo della
eccezionalità è stata già riconosciuta dalla giurisprudenza formatasi in relazione
alla posizione dell’indagato del reato di cui all’art. 416 bis cod. pen.
ultrasettantenne; secondo tale giurisprudenza per mantenere lo stato di custodia
carceraria di un indagato che ha più di settant’anni il giudice deve comunque
valutare l’esistenza di esigenze cautelari “eccezionali”, anche quando sussistano
gravi indizi dei reati di cui al terzo comma dell’art. 275 cod. proc. pen., dato che
in presenza di esigenze cautelari tipiche o normali, è potere-dovere del giudice
disporre misure coercitive meno afflittive della custodia in carcere (Cass. sez. 6
n. 3506 del 03/11/1999 Rv. 214949; Cass. sez. 5, n. 19 del 0811999, Rv
213098).
2.2. In sintesi: quando deve essere emessa una ordinanza custodiale reiterativa
di un precedente provvedimento dichiarato inefficace ai sensi dell’art. 309
comma 10 cod. proc. pen. l’eccezionalità del pericolo cautelare deve essere
valutato anche nel caso in cui si proceda per il reato di associazione mafiosa e si
verta nell’area della pericolosità ordinaria presunta prevista dall’art. 275 comma
3 cod. proc. pen.
Nel caso di specie, in coerenza con tali linee interpretative, il collegio di merito
effettuava il giudizio prognostico tipico della cognizione cautelare rilevando la
eccezionale contingenza storica che caratterizzava la cosca della quale faceva
parte il Politi, situazione che rendeva straordinario il pericolo cautelare
collegato allo stato di libertà dell’indagato, che avrebbe potuto garantire il
controllo degli affari illeciti gestiti dal consorzio.
2.3. Diversamente con riguardo all’attualità del pericolo cautelare (sia esso
ordinario o eccezionale) l’onere motivazionale gravante sul giudice della cautela
patisce una significativa attenuazione quando si procede per il reato di
associazione mafiosa. In materia il collegio ritiene, infatti, che la presunzione
contenuta nell’art. 275 comma 3 cod. proc. pen. copra sia il tipo di misura di
applicare, sia l’esistenza stessa del pericolo cautelare, anche con riguardo
all’attributo dell’attualità. Tale presunzione è particolarmente forte quando si
riconoscano i gravi indizi di colpevolezza della partecipazione ad una “mafia
storica” (ovvero alla mafia siciliana, alla camorra, alla ‘ndrangheta ed alla sacra
corona unita). In questo caso l’attualità e la concretezza del pericolo cautelare
devono ritenersi sono impliciti nella verifica della ragionevole probabilità di
colpevolezza per la partecipazione al consorzio criminale; il che genera la
attenuazione degli oneri motivazionali gravanti sul giudice. Segnatamente si
ritiene che la presunzione relativa dì pericolosità sociale, di cui all’art. 275,
comma terzo, cod. proc. pen., come novellato dalla legge n. 47 del 2015, può
essere superata solo quando emerga che l’associato abbia stabilmente rescisso i
suoi legami con l’organizzazione criminosa (Cass. Sez. 5, n. 52303 del
14/07/2016, Rv. 268726; Cass. sez. 5 n. 32817 del 1062016, Rv 267700). Si
ritiene, altresì, che non è necessario che l’ordinanza motivi anche in ordine alla
rilevanza del tempo trascorso dalla commissione del fatto, così come richiesto
dall’art. 292, comma secondo, lett. c), del codice di rito, in quanto per tali reati
vale la presunzione di adeguatezza di cui al predetto art. 275, che impone di
ritenere sussistenti le esigenze cautelari salvo prova contraria (Cass. sez. 3 n.
27439 del 01/04/2014, Rv. 259723; Cass. sez. 2 n. 11029 del 20/01/2016, Rv.
267727).
Il collegio non ignora l’orientamento secondo cui la presunzione contenuta
nell’art. 275, comma terzo, cod. proc. pen., può essere superata anche
valorizzando il tempo trascorso dai fatti addebitati, se tale elemento consenta
di escludere l’attualità del pericolo di reiterazione, anche in assenza di una
dissociazione espressa dal sodalizio (Cass. sez. 5 n. 36569 del 1972016, Rv
267995).Si ritiene tuttavia che tale giurisprudenza non sia applicabile quando
si proceda per il reato di partecipazione ad una associazione mafiosa storica,
ovvero un consorzio criminale antagonista all’organizzazione statale
caratterizzata da particolare stabilità, e da scelte di adesione tendenzialmente
irreversibili.
Quando emergono gravi indizi di colpevolezza in ordine alla partecipazioni a tali
mafie la presunzione prevista dall’art. 275 comma 3 cod. proc. pen. non può
essere vinta valorizzando esclusivamente il tempo che intercorre tra il momento
di consumazione del reato e quello di applicazione della misura, essendo
necessaria la dimostrazione del recesso dall’associazione. Diversamente per le
associazioni di stampo mafioso non riconducibili alla categoria delle “mafie
storiche”, la presunzione può essere vinta anche valorizzando elementi che
dimostrino la instabilità o temporaneità del vincolo, nonché attraverso la
valutazione della distanza temporale tra la applicazione della misura ed i fatti
contestati.
2.4. Nel caso di specie, con valutazione conforme, i giudici di merito dei due
gradi di giudizio ritenevano sussistere le esigenze cautelari presunte
conseguenti al riconoscimento della gravità indiziaria in ordine alla
partecipazione ad un mafia storica (nel caso di specie la ‘ndrangheta); tali
esigenze venivano peraltro riconosciute non nella dimensione ordinaria, o tipica,
ma piuttosto in quella “eccezionale” richiesta dall’art. 309 comma 10 cod. proc.
pen. Nella valutazione di esistenza di tali esigenze eccezionali si rinviene,
contrariamente a quanto dedotto, il riconoscimento implicito della gravità ed
attualità delle stesse.
3. Il terzo motivo di ricorso, che deduce l’illegittimità del provvedimento genetico
per mancanza di motivazione autonoma è manifestamente infondato.
3.1.11 collegio condivide la giurisprudenza secondo cui la motivazione “per
relationem” di un provvedimento giudiziale è da considerare legittima quando: 1)
faccia riferimento, recettizio o di semplice rinvio, a un legittimo atto del
procedimento, la cui motivazione risulti congrua rispetto all’esigenza di
giustificazione propria del provvedimento di destinazione; 2) fornisca la
dimostrazione che il giudice ha preso cognizione del contenuto sostanziale delle
ragioni del provvedimento di riferimento e le abbia meditate e ritenute coerenti
con la sua decisione; 3) l’atto di riferimento, quando non venga allegato o
trascritto nel provvedimento da motivare, sia conosciuto dall’interessato o
almeno ostensibile, quanto meno al momento in cui si renda attuale l’esercizio
della facoltà di valutazione, di critica ed, eventualmente, di gravame e,
conseguentemente, di controllo dell’organo della valutazione o dell’impugnazione
(Cass. sez. 6, n. 53420 del 04/11/2014, Rv. 261839; Cass. Sez. U del
21/06/2000, n. 17, Primavera, Rv. 216664).
Perché possa ritenersi che il provvedimento motivato con la tecnica del rinvio ad
altro atto sia esistente, le condizioni indicate devono concorrere (e non essere
presenti in modo isolato): solo così alla motivazione può essere riconosciuto
l’attributo della autonomia, necessario per la valutazione delle esistenza del
provvedimento, che deve comunque distinguersi da quello al quale fa rinvio.
La tecnica del richiamo ad altri atti giudiziari (nel caso di specie alla richiesta di
applicazione di misura cautelare del pubblico ministero) non può, pertanto,
esaurire la motivazione del giudice chiamato a controllare la consistenza delle
esigenze cautelari e la gravità del quadro indiziario, se non emerge dal tessuto
motivazionale dell’ordinanza la consapevole e critica adesione alle valutazioni
offerte dal richiedente. La motivazione del provvedimento cautelare deve cioè
esprimere con chiarezza l’avvenuto esercizio della funzione di controllo affidata al
giudice: il che non impone una riscrittura degli elementi di prova con “parole
diverse”, ma onera l’organo cui è affidato il controllo ad ostendere il percorso
logico che sostiene la decisione attraverso una, pur sintetica ma autonoma,
valutazione della legittimità e consistenza degli elementi disponibili. La
dimensione autonoma di tale valutazione è richiesta espressamente dalla
novella apportata all’ad 309 comma 9 cod. proc. pen. dalla legge 47 del 2015,
sebbene la stessa sia connaturata alla funzione di controllo affidata al giudice
per le indagini preliminari.
3.2.Si ribadisce pertanto che la motivazione della ordinanza cautelare non può
limitarsi alla ratifica con formule di stile delle valutazioni offerte dal pubblico
ministero con la richiesta, ma deve offrire una autonoma valutazione di tutte le
emergenze procedimentali disponibili e rilevanti. La tecnica del rinvio testuale è
legittima nella misura in cui resta confinata nell’area della “esposizione” degli
elementi posti a sostegno della misura, ma non può estendersi fino
all’assorbimento acritico dei contenuti valutativi della richiesta cautelare,
configgendo tale operazione con la strutturale funzione di controllo affidata al
giudice per le indagini preliminari in materia di misure cautelarì.
3.3. Nel caso di specie, contrariamente a quanto dedotto, e come rilevato dal
Tribunale per il riesame il giudice per le indagini preliminari risulta avere
effettuato una valutazione autonoma degli elementi di prova riversata in un
apposito paragrafo dedicato alla valutazione della posizione del Politi Rocco.
4. Il quarto motivo di ricorso che critica la coerenza logica della motivazione in
relazione alla valutazione del quadro indiziario è manifestamente infondato.
Il ricorrente si limita, infatti, a proporre una lettura alternativa delle emergenze
procedimentali senza individuare fratture logiche manifeste e decisive della
motivazione idonee ad incrinare la tenuta logica e la capacità dimostrativa
dell’impianto motivazionale che non risulta intaccato dalle censure difensive.
Il collegio in materia di vizio di motivazione ribadisce che il sindacato del giudice
di legittimità sulla motivazione del provvedimento impugnato deve essere volto a
verificare che quest’ultima: a) sia “effettiva”, ovvero realmente idonea a
rappresentare le ragioni che il giudicante ha posto a base della decisione
adottata; b) non sia “manifestamente illogica”, perché sorretta, nei suoi punti
essenziali, da argomentazioni non viziate da evidenti errori nell’applicazione delle
regole della logica; c) non sia internamente “contraddittoria”, ovvero esente da
insormontabili incongruenze tra le sue diverse parti o da inconciliabilità logiche
tra le affermazioni in essa contenute; d) non risulti logicamente “incompatibile”
con “altri atti del processo” (indicati in termini specifici ed esaustivi dal ricorrente
nei motivi posti a sostegno del ricorso) in misura tale da risultarne vanificata o
radicalmente inficiata sotto il profilo logico (Cass. sez. 1, n. 41738 del
19/10/2011, Rv. 251516); segnatamente: non sono deducibili censure attinenti
a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza, dalla sua manifesta illogicità,
dalla sua contraddittorietà (intrinseca o con atto probatorio ignorato quando
esistente, o affermato quando mancante), su aspetti essenziali ad imporre
diversa conclusione del processo; per cui sono inammissibili tutte le doglianze
che “attaccano” la persuasività, l’inadeguatezza, la mancanza di rigore o di
puntualità, la stessa illogicità quando non manifesta, così come quelle che
sollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle
diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti
sui punti dell’attendibilità, della credibilità, dello spessore della valenza
probatoria del singolo elemento (Cass. sez. 6 n. 13809 del 17/03/2015, Rv.
262965).
Nel caso di specie la esistenza di gravi indizi di appartenenza del Politi
all’associazione mafiosa veniva ritenuta sulla base di un accurato esame degli
elementi di prova che, nella valutazione effettuata dai giudici di merito,
evidenziavano il ruolo assunto dall’indagato all’interno del consorzio criminale.
Lo stesso si era prodigato per consentire a Gullace Carmelo e Raso Girolamo di
comunicare e si era impegnato nella corruzione del Galati per ottenere lo
sblocco dei lavori edili. Le circostanze che l’indagato venne “sostituito” nella
gestione di attività “semplici” come quella di portare dei documenti, ritenuta dal
ricorrente incompatibile con la partecipazione, è stata specificamente presa in
considerazione dal collegio di merito e non incide sulla tenuta logica dell’impianto
motivazionale dato che la circostanza di fatto in questione conferma l’intraneità
dell’indagato al consorzio criminale.
5. Il quinto motivo di ricorso, che deduce il decorso del termine di prescrizione
in relazione al reato di cui all’art. 12 quinquies della legge 356 del 1992 è
infondato.
Il collegio ribadisce che Il delitto di trasferimento fraudolento di valori (art. 12
quinquies d.l. 8 giugno 1992, n. 306, conv. in I. 7 agosto 1992, n. 356) integra
un’ipotesi di reato istantaneo con effetti permanenti, e si consuma nel momento
in cui viene realizzata l’attribuzione fittizia, senza che possa assumere rilevanza
il permanere della situazione antigiuridica conseguente alla condotta criminosa
(Cass. sez. un., n. 8 del 28/02/2001, Rv. 218768). La Cassazione ha tuttavia
precisato, con giurisprudenza che si condivide, che deve escludersi la
configurabilità di un mero “postfatto” non punibile nel caso in cui, ad una prima
condotta di fittizia attribuzione di beni od utilità, seguano operazioni volte a
creare o trasformare nuove società ovvero ad attribuire fittiziamente nuove
utilità agli stessi o a diversi soggetti, sempre che si tratti di operazioni dirette al
medesimo scopo elusivo (Cass. sez. 2, n. 23197 del 20/04/2012 Rv. 252835) e
che il delitto in questione si consuma, qualora la condotta criminosa si articoli in
una pluralità di attribuzioni fittizie, nel momento in cui viene realizzata l’ultima di
esse (Cass. sez. 1 n. 23266 del 28/05/2010, Rv. 247581).
Nel caso di specie, la Corte territoriale escludeva il decorso del termine di
prescrizione rilevando una pluralità di intestazioni fittizie successive alla
creazione della società, risalente al 1988. Si tratta di una motivazione coerente
con le indicazioni fornite dalla Corte di cassazione. Si rileva tuttavia l’assenza
nel capo di imputazione provvisorio dell’indicazione delle operazioni di
intestazione successive alla creazione della società: si tratta di una imprecisione
legittima nel corso delle indagini preliminari che tuttavia dovrà essere risolta
all’esito della fase investigativa.
6. Le censure dedotte nei confronti del riconoscimento del quadro indiziario per il
reato di corruzione sono manifestamente infondate.
Il collegio territoriale, contrariamente a quanto dedotto, offre una accurata
motivazione in ordine al tentativo di corruzione del Galati, finalizzato ad
ottenere lo sblocco dei lavori di interesse dei Politi, come anche il contributo
fornito specificamente dall’indagato alla vicenda criminosa (pag 31 e ss.
dell’ordinanza impugnata).
Manifestamente infondate sono anche le censure dedotte nei confronti el
riconoscimento del quadro cautelare che è stato valutato scrutinando il pericolo
emergente dal complesso degli elementi disponibili e dunque anche dagli
elementi di prova relativi al reato di corruzione.
7. Infine: sono manifestamente infondate le censure rivolte nei confronti del
riconoscimento dell’aggravante prevista dall’art. 7 della legge n. 203 del 1991 in
relazione ai reati di corruzione e di intestazione fittizia. L’ordinanza impugnata,
all’esito della corposa disamina degli elementi indiziari posti a sostegno del reato
di tentata corruzione rilevava che l’azione criminosa era chiaramente diretta ad
agevolare la cosca Raso Gullace Albanese (pag 64 del provvedimento
impugnato). Analoga motivazione a giustificazione del riconoscimento
dell’aggravante si rinviene in relazione al reato di intestazione fittizia (pag 31 del
provvedimento impugnato).
Si tratta, in entrambi i casi di una motivazione che rileva la finalizzazione delle
condotte contestate alla agevolazione della cosca mafiosa cui apparteneva il
Politi e che si nutre del complesso delle valutazioni espresse nel corso della
analisi dei molteplici elementi indiziari posti a sostegno del riconoscimento dei
gravi indizi di colpevolezza per i reati di tentata corruzione e di intestazione
fittizia: anche in questo caso la motivazione non presenta fratture logiche
manifeste e decisive e resiste alle (invero generiche) censure difensive e si
sottrae ad ogni censura in questa sede.
8. Ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che rigetta il
ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al
pagamento delle spese del procedimento. Poiché dalla presente decisione non
consegue la rimessione in libertà del ricorrente, deve disporsi – ai sensi
dell’articolo 94, comma 1 ter delle disposizioni di attuazione del codice di
procedura penale, che copia della stessa sia trasmessa al direttore dell’istituto
penitenziario in cui l’indagato si trova ristretto, perché provveda a quanto
stabilito dal comma 1 bis del citato articolo 94.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94 comma 1 ter disp.
att. cod. proc. pen.
Così deciso in Roma, il giorno 21 aprile 2017

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