Arresti Domiciliari – Cassazione Penale 22/05/2017 N° 25487

arresti domiciliari – Cassazione penale 22/05/2017 n° 25487 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 22/05/2017

Numero: 25487

Testo completo della Sentenza arresti domiciliari – Cassazione penale 22/05/2017 n° 25487:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

Penale Sent. Sez. 6 Num. 25487 Anno 2017
Presidente: CONTI GIOVANNI
Relatore: PAOLONI GIACOMO
Data Udienza: 07/11/2016

SENTENZA
sul ricorso proposto da
DIONISI Norberto, nato a Roma il 08/06/1949,
avverso la sentenza del 01/07/2015 della Corte di Appello di Roma;
letti gli atti, il ricorso e la sentenza impugnata;
udita la relazione del componente Giacomo Paoloni;
udito il pubblico ministero in persona del sostituto Procuratore generale Sante Spinaci,
che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;
udito il difensore del ricorrente, avv. G. Venco (in sostituzione dell’avv. C. Scala), che
ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

FATTO E DIRITTO
1. Con atto d’impugnazione personale l’imputato Norberto Dionisi propone
ricorso per cassazione avverso la decisione della Corte di appello di Roma indicata in
epigrafe, che ha confermato la sentenza del Tribunale di Roma, resa il 20 dicembre
2013 all’esito di giudizio abbreviato, con la quale è stato condannato, in concorso di
attenuanti generiche stimate prevalenti sulla contestata recidiva semplice, alla pena di
due mesi e venti giorni di reclusione per il reato di evasione dal regime cautelare degli
arresti domiciliari.
Condotta criminosa attuata nel pomeriggio del 15 maggio 2013, allorché il
Dionisi si è arbitrariamente allontanato dalla sua abitazione (ove non era reperito in
occasione di un normale controllo di polizia giudiziaria), al di fuori dell’orario mattutino
in cui era autorizzato ad assentarsene per accompagnare la moglie, gravemente
malata, in ospedale per periodici accertamenti sanitari.
La Corte territoriale ha escluso la ricorrenza nel comportamento dell’imputato
della causa di giustificazione dello stato di necessità addotta dall’imputato, perché non
sorretta da alcun serio dato probatorio, in uno alla palese inverosimiglianza della
versione dei fatti resa dallo stesso ricorrente Calle 17.05 Dionisi fece rientro a casa:
subito ammise di essersi allontanato dal domicilio perché intendeva prima recarsi in
strada a riporre l’immondizia di casa e poi in farmacia ad acquistare la pomata contro le
emorroidi, dalle quali era affetto e che gli davano insopportabile fastidio; trovato senza
nessuna pomata per emorroidi addosso, fu però arrestato per evasione”). Versione che
i giudici di appello hanno valutato del tutto inattendibile e contrastante con la logica e
l’esperienza (non avrebbe trovato la pomata proctologica in una prima farmacia,
rinvenendola in una seconda farmacia, ma non potendola acquistare, essendo uscito di
casa con la somma di soli tre euro). Con la conseguente inferenza del volontario
ingiustificato allontanamento, penalmente apprezzabile ai sensi dell’art. 385, comma 3,
cod. pen., del Dionisi dalla sua dimora in totale assenza degli estremi dello stato di
necessità ex art. 54 cod. pen. (assenza di una situazione di oggettivo pericolo di un
danno grave alla persona, non volontariamente causato dall’agente né altrimenti
evitabile).
La stessa Corte territoriale non ha mancato poi, con riguardo al trattamento
sanzionatorio, di rilevare incidentalmente (non essendovi impugnazione del pubblico
ministero sul punto) l’illegittimità della pena applicata all’imputato, siccome
determinata in misura inferiore a quella prevista per il reato di evasione a far data dal
16 dicembre 2010 (data di entrata in vigore della legge 26 novembre 2010, n. 199 che
ha fissato da uno a tre anni di reclusione la pena per il reato di evasione, in luogo dei
precedenti limiti edittali oscillanti tra sei mesi e un anno di reclusione).
2. Con l’odierno ricorso l’imputato deduce l’erronea applicazione dell’art. 385,
comma 3, cod. pen. e la carenza di motivazione nell’analisi degli elementi di fatto
favorevoli alla sua posizione processuale.
La Corte d’appello ha sommariamente valutato gli elementi di prova che
avrebbero permesso di escludere la colpevolezza del ricorrente. Vuoi per insussistenza
dell’elemento materiale del reato contestato, attesa la brevità del tempo in cui egli si è
allontanato dalla sua dimora, nella quale ha comunque fatto ritorno, dopo essersene
allontanato per indefettibili esigenze sanitarie non altrimenti ovviabili (presunto
acquisto del farmaco proctologico). Vuoi segnatamente per insussistenza dell’elemento
soggettivo del reato, l’imputato non essendo stato mosso dall’intento di eludere la
misura cautelare domestica o di sottrarsi realmente alla sua corretta osservanza. Di tal
che, a tacer d’altro, la sua condotta non ha leso l’interesse protetto dalla norma
incriminatrice e deve reputarsi priva di effettiva offensività.
3. Il ricorso va dichiarato inammissibile per manifesta infondatezza dei descritti
motivi di doglianza.
Premesso che le delineate doglianze del ricorrente prospettano una rivalutazione
di segno meramente fattuale, estranea al giudizio di legittimità, delle fonti di prova
ampiamente vagliate dalle due conformi decisioni di merito, non può non rilevarsi che la
Corte di appello ha fatto corretta applicazione, idoneamente motivandola all’esito di una
rinnovata e autonoma analisi delle emergenze processuali e delle tesi difensive
dell’imputato, dei principi di diritto affermati da questa Corte in tema di evasione dal
regime cautelare degli arresti domiciliari (e dell’omologa situazione processuale
dell’evasione dal regime esecutivo della detenzione domiciliare).
Puntualmente la sentenza impugnata ha rilevato come l’allontanamento del
Dionisi dalla sua abitazione, quale che ne sia stata la durata (e della cui addotta brevità
non vi è, per altro, affidabile prova), è di per sé idoneo – in assenza di qualsiasi
giustificazione anche soltanto putativa – a realizzare la fattispecie di evasione, a
prescindere dall’intento dell’agente (reato a dolo generico), poiché vanifica la continuità
del regime custodiale e dei controlli all’uopo esperibili sull’osservanza delle disposizioni
connesse alla misura domiciliare (ex plurimis: Sez. 6, n. 3744 del 09/01/2013, Sina,
Rv. 254289; Sez. 6, n. 3882 del 14/01/2010, Dierna, Rv. 245811).
La misura cautelare domiciliare è, del resto, misura coercitiva inframurale
equiparata a tutti gli effetti alla custodia in carcere. Sicché i limiti, di natura spaziale,
motoria e relazionale, imposti con la custodia in carcere allo status libertatis del
soggetto sono per intero riprodotti nella cautela domestica. La fattispecie è integrata da
un reato proprio a forma libera, nel senso che il bene giuridico protetto, cioè l’esigenza
di assicurare il costante rispetto delle decisioni giudiziarie limitative della libertà
personale, può essere offeso con qualsiasi modalità esecutiva e quali che siano i motivi
che inducono il soggetto ad eludere la vigilanza sullo stato custodiale. La struttura
normativa della condotta è realizzata, infatti, da qualsiasi forma di sottrazione o
elusione rispetto alla misura domestica e al suo stretto ambito spaziale di rigorosa
interpretazione, essendo sufficiente che, come nel caso del ricorrente Dionisi, il
contegno dell’imputato sia sorretto dalla consapevolezza di fruire di una libertà di
movimento spazio-temporale che gli sarebbe senz’altro preclusa, ove versasse in
regime carcerario, dalla corretta esecuzione della misura domestica (ex plurimis: Sez.
6, n. 19218 del 08/05/2012, Rapiti°, Rv. 252876; Sez. 6, n. 11679 del 21/03/2012,
Fedele, Rv. 252192; Sez. 7, n. 8604 del 03/02/2011, Bartone, Rv. 249649).
Alla declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione segue ope legis la
condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di una
somma in favore della cassa delle ammende, che si stima equo stabilire in euro 1.500
(millecinquecento).

P. Q. M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro millecinquecento in favore della cassa delle
ammende.
Così deciso il 7 novembre 2016

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine