[Argomento] – Cassazione Penale 30/01/2017 N° 4222

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 30/01/2017

Numero: 4222

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 30/01/2017 n° 4222:

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Penale Sent. Sez. 4 Num. 4222 Anno 2017
Presidente: ROMIS VINCENZO
Relatore: CAPPELLO GABRIELLA
Data Udienza: 20/12/2016

SENTENZA
sul ricorso promosso da:
DE CESARE Luisa n. 18/09/1981 a Dielsdorf

TARASCO Laura n. 29/08/1971 a Campobasso

nei confronti di:

MANGANO Mario n. 16/07/1964 a Benevento

VENDITTI Gabriele n. 31/12/1961 a Carpinone

avverso la sentenza 6119/2015 della CORTE d’APPELLO di ROMA in data 05/10/2015
visti gli atti;
fatta la relazione dal Cons. dott. Gabriella CAPPELLO;
sentite le conclusioni del Procuratore Generale, in persona del sostituto dott.
Luigi CUOMO, il quale ha concluso per il rigetto; uditi l’Avv. Claudio Santoro del foro di Campobasso, in sostituzione dell’Avv. Arturo Messere del
foro di Campobasso, come da nomina a sostituto che ha depositato, in difesa
di De Cesare Luisa e TARASCO Laura, il quale ha chiesto l’annullamwnto
con rinvio e ha depositato conclusioni scritte e nota spese; l’Avv. Aurelio
Patini del foro di Cassino in sostituzione dell’Avv. Paolo Perrelli del foro di
Cassino, come da delega che ha depositato, per Alonzi Domenico, già costituito parte civile nel proc n. 24366/2016 R.G., Cefalogli Sara, Di Zazzo Silvana, De Cesare Luisa, il quale si riporta alle conclusioni scritte che ha depositato, depositando altresì nota spese; l’Avv. Luca Conti del foro di Rieti
Penale Sent. Sez. 4 Num. 4222 Anno 2017
Presidente: ROMIS VINCENZO
Relatore: CAPPELLO GABRIELLA
Data Udienza: 20/12/2016

per il responsabile civile Rete Ferroviaria Italiana, il quale ha chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso e il rigetto dell’appello con la condanna degli appellanti al pagamento delle spese, come da nota spese che ha depositato; l’Avv. Fabio dante Tanzilli del foro di Cassino per Mangano Mario
e Venditti Gabriele, il quale ha chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso; in subordine ha chiesto rigettarsi il ricorso perché infondato in fatto e
in diritto; l’Avv. Calogero Nobile del foro di Frosinone per Managno mario
e Venditti Gabriele, il quale ha chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso, in subordine il rigetto dello stesso.

Ritenuto in fatto

1. La Corte d’appello di Roma, in riforma della sentenza del Tribunale di
Cassino in data 27/09/2012, appellata dal P.M. e da MANGANO Mario e
VENDITTI Gabriele, ha assolto questi ultimi dai reati loro ascritti perché il
fatto non costituisce reato, revocando le statuizioni civili.
2. Si è contestato agli imputati il reato di disastro ferroviario, perché, per
colpa, consistita in negligenza, imprudenza, imperizia, violazione di discipline
(Regolamento sui segnali RFI, Rete Ferroviaria Italiana S.p.a.), alla guida del
treno interregionale 2361 Roma-Campobasso, il MANGANO quale macchinista,
addetto alla guida del treno, il VENDITTI quale secondo macchinista, addetto
al controllo dei segnali, approssimandosi alla stazione di Roccasecca, non
rispettavano il segnale di avviso PBA 129/Avv01d disposto al giallo, in
presenza del quale avrebbero dovuto ridurre la velocità del treno a non più di
30 Km/h e superavano il successivo segnale di protezione SO1d disposto a via
impedita, in presenza del quale avrebbero dovuto arrestare il treno, così
violando l’art. 41 del Regolamento sui segnali, sopraggiungendo nella stazione
di Roccasecca, sul secondo binario, alla velocità di circa 120 Km/h, ove, in
corrispondenza dei deviatoi d’ingresso, avvedutisi della presenza sullo stesso
binario del treno regionale 3361 Roma-Cassino, che stava ripartendo, il
MANGANO azionava la frenatura rapida, circa 380 metri prima dell’impatto,
andando a collidere, tamponandolo, con il suddetto treno alla velocità di circa
105 Km/h, di modo che la carrozza motrice del treno 2361, per effetto
dell’urto, sormontava l’ultimo vagone del treno 3361, schiacciandolo, così
provocando un disastro ferroviario (in Roccasecca il 20/12/2005); nonché il
reato di omicidio colposo aggravato, perché, secondo le modalità di cui al capo
a), cagionavano a VALLILLO Antonio e MARTINO Francesco, passeggeri sulla
carrozza motrice del treno 2361, rispettivamente un politrauma e un trauma
cranico con conseguente morte degli stessi, nonché lesioni di varia natura e
grado a numerosi passeggeri (decesso del VALLILLO in data 22/12/2005 e del
MARTINO il 30/12/2005).
3. Il Tribunale era pervenuto all’affermazione di responsabilità degli
imputati sulla base della consulenza tecnica disposta dal P.M. e delle
dichiarazioni rese dai testi escussi. In particolare, si era ritenuto che il treno
interregionale, in anticipo di circa 7/8 minuti sull’orario previsto, nella fase
prossima all’ingresso in stazione, avesse “ignorato”, dapprima, l’indicazione
del segnale di avviso disposto al giallo e, poi, il segnale di protezione disposto

a via impedita, transitando sul binario 2 già occupato dal treno regionale, in
.. fase di ripartenza. Era, altresì, emerso il corretto funzionamento degli
impianti di segnalazione della stazione di Roccasecca, il funzionamento
dell’impianto di registrazione degli eventi (zona) e la congruenza delle
informazioni memorizzate nella zona, avendo quel giudice ritenuto non
riscontrate le dichiarazioni concordi rese dagli imputati, i quali avevano
sostenuto, in sede di esame, di essere transitati in stazione senza rallentare,
avendo visto il segnale di avviso e il segnale di protezione disposti al verde e di
essersi accorti della presenza del treno regionale 3361 fermo sul binario 2
solo all’uscita da una curva distante circa 400/500 metri, avendo azionato
immediatamente il sistema di frenatura senza riuscire ad evitare l’impatto.
Il Tribunale aveva, in sostanza, ritenuto che le ipotesi alternative
formulate dalla difesa [guasto nel funzionamento del sistema di segnalazione
della stazione, ripetutosi il 26/12/2005 (cfr. pagg. 22 e ss. della sentenza
appellata); intervento “abusivo” dei tecnici della ditta Alstom – incaricati di
implementare il sistema SCMT sulla tratta Roma-Cassino – introdottisi nella
sala relè prima dell’impatto per effettuare una prova a treni marcianti (cfr.
pagg. 25 e ss. della sentenza apellata) fossero “mere congetture prive di
riscontri oggettivi” e, pertanto, individuato nei confronti di entrambi gli
imputati un chiaro profilo di colpa per non aver rispettato i segnali di
avviso e di protezione, nonché una condotta causalmente adeguata in quanto
l’evento non si sarebbe verificato se gli stessi avessero rispettato i segnali,
anche ove avessero azionato prima la leva di arresto, in corrispondenza del
relativo segnale,posizionato ad una distanza di circa 958 metri dal punto di
impatto.
4. Proponevano appello il P.M., in punto dosimetria della pena e gli
imputati, in via principale, in ordine alla affermazione di colpevolezza.
In particolare, la difesa aveva introdotto una questione procedurale,
relativa alla utilizzabilità della consulenza tecnica disposta dal PM e, nel merito,
rilevata la fondatezza dell’ipotesi alternativa del non regolare funzionamento del
sistema di segnalazione, in considerazione di alcuni fattori: l’episodio
verificatosi il 26/12/2005; l’accertata presenza di tecnici della ditta Alstom
nella sala relè, ai quali era stato consentito di operare “in costanza di
esercizio ferroviario”; le dichiarazioni reticenti e non credibili rese da alcuni
testi escussi (tra essi, il FACCHINI, il CAPUANO e il RICCI); infine, la
circostanza che il treno interregionale viaggiasse senza alcun dispositivo di
sicurezza attivabile in caso di mancato rispetto dei segnali.
5. La Corte territoriale, rigettata l’eccezione preliminare, ha escluso
l’addebito di colpa, ritenendo il difetto di elementi certi, idonei a confutare
tecnicamente l’ipotesi alternativa di una interferenza esterna sul corretto
funzionamento dei segnali, nei termini indicati dai difensori e dai consulenti
tecnici di parte.
6. Le parti civili DE CESARE Luisa e TARASCO Laura, a mezzo di unico
difensore, hanno proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza di
appello, ai soli effetti civili, stante la formazione del giudicato sul verdetto
assolutorio, formulando tre distinti motivi.
Con il primo, hanno dedotto violazione di legge processuale e vizio
della motivazione con riferimento alla confutazione delle argomentazioni
poste a sostegno della condanna e all’obbligo di motivazione rafforzata che
incombe sul giudice in caso di sentenza d’appello che riformi quella di primo
grado, obbligo ulteriore rispetto a quello desumibile dall’art. 606 co. 1 lett.
e) cod. proc. pen., di fornire cioè una motivazione non manifestamente
illogica, né contraddittoria o meramente apparente.
Nel caso in esame, secondo gli assunti difensivi, la Corte romana
avrebbe ritenuto provata la condotta materiale oggetto della imputazione
(superamento segnali di avviso e protezione disposti “a via impedita” e
conduzione del treno come se dovesse transitare dalla stazione di
Roccasecca), stante la evidenza dei riscontri oggettivi, ma avrebbe dubitato
della prova della loro colpevolezza, ritenendo che la tesi alternativa, neppure
univocamente formulata (essendosi ipotizzato sia il cattivo funzionamento del
sistema, che una manomissione dei sistemi di sicurezza durante l’attività
svolta dai tecnici Alstom nella sala relé), avesse introdotto un ragionevole
dubbio ostativo all’affermazione di colpevolezza.
Si è pure rilevato che la prima tesi era stata esclusa dalla consulenza
tecnica, mentre l’ipotesi della manomissione, affidata ad una consulenza
tecnica di parte, era stata superata dalle testimonianze, rimanendo relegata
nell’alveo delle ipotesi suggestive ma irreali, censurandosi il ragionamento
della Corte d’appello che ha ritenuto riscontrata una plausibilità tecnica della
ipotesi alternativa solo dopo aver rilevato incongruenze e imprecisioni nelle
testimonianze, sulla scorta di alcuni documenti, fondando la supposta
probabilità che l’incidente fosse riconducibile ad eventi esterni interruttivi su
un giudizio tecnico altamente aleatorio ed ipotetico e su una prova negativa,
ritenuta inattendibile.
Sotto altro profilo, si è stigmatizzata l’irrilevanza delle considerazioni
operate dal giudice d’appello in punto di logica, deducendo la non
corrispondenza al vero dell’asserito rallentamento del treno prima
dell’avvistamento dei segnali, atteso che, dall’esame della zona tachigrafica
del treno investitore, era invece chiaramente emerso che il macchinista
aveva cominciato ad accelerare 7 chilometri prima del momento dell’impatto.
Quanto alle prove documentali valorizzate dalla Corte territoriale, la
difesa delle parti civili ne ha sminuito la portata probatoria, trattandosi di
meri dispacci aziendali, al più idonei a dimostrare lo svolgimento di lavori di
predisposizione del sistema SCMT da parte dei tecnici ALSTOM, ma non anche
il compimento da parte di costoro delle manovre denunciate dai consulenti di
parte.

Con il secondo motivo, le ricorrenti hanno dedotto analoghi vizi con
riferimento alla mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, secondo
l’insegnamento della Corte E.D.U. nella decisione Dan c/Moldavia, recepito
dalla giurisprudenza di legittimità, affermando che la rinnovazione è dovuta
allorché il giudice d’appello proceda ad una mera rivisitazione dello stesso
materiale probatorio acquisito in primo grado, dando ad esso una lettura
diversa ed alternativa senza dotarla di motivazione “rafforzata” e di maggiore
persuasività, rilevandosi che, nel caso di specie, l’unico elemento di novità
sarebbe stato rappresentato dalla ritenuta inattendibilità dei testi FACCHINI,
CAPUANO e RICCI (testi a difesa che non avevano confermato le strutture
portanti dell’ipotesi alternativa), dei quali tuttavia la Corte non aveva
disposto la rinnovazione dell’esame testimoniale.
Con il terzo motivo, sono stati dedotti analoghi vizi, questa volta con
riferimento alla valutazione del compendio probatorio.
Si è così rilevato:
che la Corte d’appello aveva valorizzato le conclusioni rassegnate dai
consulenti di parte, le dichiarazioni degli imputati ed alcuni ambigui
documenti, ritenendo di potere in tal modo ricostruire una spiegazione
alternativa dell’accaduto, secondo cui l’esecuzione delle prove tecniche da
parte del personale ALSTOM, avvenuta senza autorizzazione e con il
benestare del tecnico RFI RICCI, avrebbe richiesto una momentanea modifica
della configurazione dei segnali, al fine di risolvere un non meglio precisato
problema, senza che di tali operazioni restasse la minima traccia,
ricostruzione che, però, sarebbe resistita da tutte le prove esaminate;
che l’episodio del 26/12/2005, a distanza di pochi giorni dal disastro,
valorizzato dalla Corte, avrebbe semmai confermato il funzionamento del
sistema, atteso che l’interferenza registrata aveva riguardato il sistema di
ripetizione del segnale sul treno e non il semaforo;
che, a fronte di una sentenza di condanna che aveva valorizzato le
affermazioni del teste CAPUANO, secondo cui il segnale non poteva essere
comandato dalla sala relé (quella cioè dove sarebbe avvenuta la
manomissione), stante la presenza di un circuito detto “neutro” che mette “in
corto” i fili che vanno al segnale, per cui è impossibile manovrare il segnale
in caso di corrente vagante, interferenza elettromagnetica o di un “disturbo”,
la Corte d’appello non aveva disposto perizia per fare chiarezza sulla
prospettabilità teorica della tesi alternativa;
che i documenti sui quali si è pure fondata la decisione assolutoria
sarebbero resistiti dalle testimonianze sul tipo di intervento che il personale
ALSTOM stava effettuando (secondo il teste FACCHINI, la posa della filatura e
la programmazione degli encoders; secondo la sentenza censurata, prove
tecniche che avrebbero richiesto l’accesso all’armadio relé), la prima
ricostruzione collimando con le stesse affermazioni degli imputati, i quali
avevano constatato, durante il viaggio di andata di quella stessa mattina, ma
non anche al momento dell’incidente, la presenza di operai lungo i binari
(l’imputato VENDITTI anche quella di fili verdi), mentre la presunta
simulazione avrebbe richiesto proprio la presenza di personale in linea;
che il teste RICCI aveva affermato che i tecnici ALSTOM stavano
effettivamente lavorando in sala relé presso il loro armadio, apparecchiatura
cioè scollegata dall’impianto che regolava la circolazione e i segnali in
stazione, non assumendo rilievo la circostanza che il teste non ricordasse, a
distanza di sette anni dai fatti, che tipo di lavorazione essi stessero
effettuando, avendo tutti i testi escussi escluso che fossero in corso le prove
di simulazione SCMT, perché i lavori non erano ancora terminati al
20/12/2005;
che anche la nota ITALFER trasmessa a RFI era stata male
interpretata, atteso che la presunta attività di verifica dei telegrammi
encoder su itinerario reale non equivale a prove di simulazione, consistendo
essa nel controllo della risposta delle boe ai segnali provenienti dagli
encoders, senza prove simulate con alterazione dell’aspetto dei segnali;
che, infine, non sarebbe corretta la affermazione secondo cui le
considerazioni dei consulenti della difesa non erano state verificate da quelli
dell’accusa, atteso che la teoria del “sabotaggio” era stata proposta per la
prima volta dopo l’udienza del 10/05/2012, all’esito dell’istruttoria, avendo
peraltro gli ausiliari del P.M. replicato a dette osservazioni ed essendo stati i
consulenti di parte incapaci di dare risposte convincenti alle richieste di
chiarimenti e alle critiche mosse dal consulente Belforte, altresì rilevandosi
che la Corte avrebbe semmai dovuto sentire i dipendenti ALSTOM sul tipo di
attività svolta, essendo stati indicati dalla difesa e da essa rinunciati.

Considerato in diritto

1. I ricorsi vanno accolti.
2. La Corte d’appello capitolina ha ritenuto che il Tribunale di Cassino
avesse integralmente recepito – quanto all’individuazione del profilo di colpa
addebitato agli imputati – le conclusioni dei consulenti del P.M., i quali avevano
individuato la causa dell’incidente nell’errore umano dei due macchinisti che
avevano ignorato l’indicazione del segnale di avviso disposto al giallo e violato
il segnale di partenza disposto a via impedita, giungendo a detta conclusione
anche sulla scorta delle simulazioni effettuate nei giorni successivi, in
base alle quali si era riscontrato il corretto funzionamento dei
segnali e degli impianti, mentre il segnale di protezione della stazione di
Roccasecca, dopo l’occupazione da parte del treno 3361, si era disposto a
via impedita e non aveva modificato il suo aspetto, neanche dopo il
superamento da parte del treno 2361 e il conseguente urto con il treno
3361. In altri termini, secondo i consulenti tecnici, i macchinisti si erano
comportati come se avessero dovuto transitare dalla stazione di Roccasecca,
superando il segnale di protezione ad una velocità prossima a 120 Km/h.
2.1. La Corte territoriale, nello stigmatizzare l’assertività di simili
conclusioni, ne ha rilevato il mancato riscontro sul piano probatorio,
sottolineando preliminarmente l’assoluta incongruenza – a fronte di una
condotta sì grave – della circostanza che entrambi gli imputati, effettuate le
necessarie verifiche, avessero continuato a svolgere il medesimo lavoro
successivamente al disastro, ritenendo che la valutazione operata in ambito
lavorativo dall’Ente fosse dissonante rispetto ai fatti contestati e al giudizio di
colpevolezza espresso dal Tribunale.
Sempre sul piano della logica, la Corte ha ritenuto non comprensibile che gli
imputati, nella fase di ingresso alla stazione di Roccasecca, avessero tenuto
una condotta di guida corretta (decelerando prima dell’avvistamento dei
segnali e mantenendo la velocità sempre nei limiti stabiliti) e attenta, come
pure riconosciuto dai consulenti tecnici del PM (i quali avevano dato atto della
circostanza che il macchinista era stato presente e vigile), salvo ignorare poi ben due
segnali, consapevoli che una simile violazione, in assenza di altri sistemi di
sicurezza, avrebbe messo a rischio la propria e l’altrui incolumità personale.
2.2. Quanto alla valutazione del compendio probatorio, nella sentenza
censurata si è rilevato che la questione principale nel procedimento non era
l’accertamento della violazione dei segnali di avviso e protezione, stanti gli
esiti dei rilievi effettuati sulla registrazione delle zone della stazione di
Roccasecca e le dichiarazioni del dirigente movimento (DI NOTA Marino),
quanto piuttosto la plausibilità tecnica della tesi difesniva secondo cui i segnali
sarebbero stati disposti al verde, nonchè la verifica della possibilità che
eventuali anomalie avessero inciso causalmente sul sinistro, attraverso
interferenze esterne sui segnali stessi.
Sul punto specifico, la Corte capitolina ha rilevato la non esaustività della
risposta fornita dai consulenti tecnici nominati dal P.M., avendo costoro
ritenuto che l’incongruenza registratasi il 26/12/2005 (segnale di avviso,
notato dal macchinista, disposto al verde mentre a bordo si visualizzava un
codice 75 ad indicare segnale rosso, laddove il Dirigente Movimento di
Roccasecca comunicava al macchinista che il segnale PBA 129 in stazione era
spento), sarebbe stata causata dall’apertura di un interruttore di protezione
prima del passaggio del treno e che, quindi, il guasto non aveva nulla a che
vedere con l’incidente occorso il 20/12/2005.
Diversamente, i consulenti tecnici non avevano affrontato minimamente
la questione relativa alle possibili interferenze connesse ai lavori di
implementazione del sistema SCMT (Sistema Controllo Marcia Treno), in fase
di completamento presso la stazione di Roccasecca, su cui, invece, si era
incentrata la consulenza tecnica di parte nella ricerca di una giustificazione
tecnica delle dichiarazioni degli imputati, secondo i quali – poiché nel giorno
dell’incidente, nella sala relè della stazione di Roccasecca alcuni tecnici della
ditta Alstom erano stati impegnati nella attività di implementazione del
sistema SMCT, che doveva entrare in funzione proprio il 20/12/2005 – le
attività di simulazione connesse a tale attività o un errore di esecuzione
potevano aver interrotto e reso fittizio il controllo dei segnali di protezione e di
avviso della protezione, che venivano disposti manualmente a via libera, come li
avrebbe dovuti incontrare il treno interregionale 2361 che non aveva fermata
alla stazione di Roccasecca. Peraltro, i dipendenti ALSTOM ignoravano che il treno
interregionale era in forte anticipo stil’orario previsto (circa dieci minuti) ed era
sprovvisto di qualsiasi sistema di sicurezza a bordo (ripetizione di segnali).
Inoltre, la semplice modifica dei collegamenti sulla morsettiera era idonea a spiegare
l’incongruenza tra quanto registrato in stazione (segnale di protezione a via impedita)
e quanto visivamente percepito dai macchinisti (segnali disposti al verde). Quanto
all’assenza di tracce di tali operazioni, le stesse avrebbero potuto facilmente essere
cancellate.
Sulla scorta di tali osservazioni tecniche, la Corte territoriale ha
evidenziato che la possibilità che la causa dell’incidente fosse riconducibile ad
eventi esterni, quale appunto l’attività di simulazione svolta dai dipendenti
ALSTOM nella sala relè, con conseguente mutamento del segnale percepito dai
macchinisti e successiva cancellazione dell’operazione, non era stata in alcun
modo esplorata dai consulenti tecnici nominati dal PM. Con riferimento ai due
profili controversi (guasto verificatosi il 26/12/2005 e possibilità di interferenze
esterne) il giudice del gravame ha rilevato, quanto al primo, che il Tribunale
aveva effettivamente valutato la circostanza che dopo pochi giorni dal fatto
era stato riscontrato un guasto dei segnali, attenendosi a quanto accertato dai
consulenti tecnici in maniera troppo semplicistica, avendo costoro affermato
che tutto era regolare e che l’aspetto dei segnali era esattamente quello che
prevedeva il sistema in uso, sebbene la discordanza tra quanto risultava alla
stazione e quanto percepito dai macchinisti dei treni (e tra essi dal
macchinista del treno tamponato) si fosse protratta per un apprezzabile
periodo di tempo, nel corso del quale erano transitati ben tre treni, creando
timori e confusione. Quanto, invece, ala verifica sulla possibilità di una
interferenza dovuta all’attività di simulazione svolta all’interno della sala relè,
la Corte di merito si era unicamente affidata alle dichiarazioni rese dai testi
escussi (FACCHINI, CAPUANO e RICCI), in base alle quali l’ipotesi alternativa
era stata ritenuta disancorata da elementi oggettivi e basata su mere
congetture, oltre che sconfessata dalle emergenze dell’istruttoria.
Ha, inoltre, rilevato che l’approfondimento della circostanza concernente la
presenza e l’attività svolta dai dipendenti ALSTOM all’interno della sala relè
della stazione di Roccasecca era stata compiuta su sollecitazione delle difese
(attraverso esame di documentazione e escussione dei testi), da ciò
inferendo che essa, al contrario, non era stata in alcun modo esplorata nella fase
delle indagini preliminari, ai fini della ricostruzione del grave incidente, tanto che
la sala relé non era stata neppure sequestrata.
2.3. Alla luce di tale premessa, la Corte territoriale ha quindi ritenuto che le
dichiarazioni rese dai suddetti testi fossero, sul punto specifico, imprecise,
contrastanti con la prodotta documentazione e vaghe sino al limite della
reticenza, conducendo una attenta disamina della prova dichiarativa, anche
mediante un raffronto con quella documentale acquisita su iniziativa della
difesa.
In tal modo, partendo dalla testimonianza FACCHINI, capotecnico della zona
di Roccasecca, assente al momento dell’incidente, la Corte ha dato atto che
costui aveva sostenuto che le prove per verificare il corretto funzionamento del
sistema SCMT erano state eseguite solo nel mese di gennaio 2006, mentre nel
giorno dell’incidente era ancora in corso la fase della posa della filatura,
affermazione però smentita dalla prodotta documentazione (dispaccio di servizio
di RFI), secondo cui il sistema SCMT era entrato in funzione il 28/12/2005,

dopo il differimento del termine inizialmente previsto proprio per il
20/12/2005 (circolare compartimentale 34/2005), cosicché le prove avevano
necessariamente preceduto la entrata in funzione del sistema (in tal senso,
secondo la Corte d’appello, deponevano anche il verbale di verifica tecnica n.
96/2005 e la dichiarazione finale di conformità della Alstom del
28/12/2005).

A sua volta, il teste CAPUANO, tecnico di manutenzione alla stazione di
Roccasecca, anch’egli assente al momento dell’incidente, aveva sostenuto che quel
giorno nella sala relè non c’era nessuno e che l’attività si svolgeva fuori, non potendo
entrare i tecnici senza qualche addetto che li controllasse, affermazione smentita da
quanto – ancora una volta – accertato in base alla prodotta documentazione (da
cui risultava che RICCI aveva fatto da scorta alla ditta ALSTOM dalle 13:00) e alla
testimonianza resa dal predetto RICCI; secondo cui, nella sala relé, il giorno
dell’incidente, due dipendenti ALSTOM avevano lavorato all’armadio SCMT,
impegnati in attività di implementazione di quel sistema, sebbene sotto la sua
vigilanza. Il teste, alle ripetute domande del difensore sul tipo di attività svolta,
dopo aver riferito che stavano facendo delle prove, aveva risposto in modo incerto
e generico, per poi riconoscere che l’attività di simulazione comportava anche la
modifica dell’aspetto dei segnali.
Tutti i testi, nonostante le evidenziate discordanze ed incertezze, erano stati
però concordi nell’affermare che le prove per verificare il funzionamento delle
boe non venivano effettuate sotto itinerario reale. Al riguardo, il FACCHINI
aveva riferito che per operare quelle prove si individuavano gli intervalli dei treni,
mentre il CAPUANO aveva dichiarato che dette prove si effettuavano in assenza
dei treni e interruzione di binario, laddove il RICCI aveva più volte ribadito che le
prove non inerivano alla circolazione e non erano effettuate su itinerario reale.
Secondo la Corte d’appello, tuttavia, anche tali affermazioni erano state
smentite dalla documentazione (nota ITALFERR trasmessa a RFI), essendo emerso che
nella settimana dal 19 al 24 dicembre 2005 ALSTOM aveva previsto a
Roccasecca attività di verifica dei telegrammi encoder su itinerario reale, poi sospese a
causa del malfunzionamento di alcuni deviatot;‘, il giorno 19 e – dal giorno 20
fino al giorno 23/12/2005 – a causa di un incidente ferroviario.
2.4. Alla luce di quanto precede, la Corte d’appello di Roma ha quindi ritenuto che il
20/12/2005 dipendenti ALSTOM avessero svolto attività di implementazione del sistema
SCMT all’interno della sala relé e di programmazione encoder-boe, sotto la
vigilanza del RICCI, il quale era stato evasivo drca il tipo di lavoro svolto
(“…io non ero tenuto a sapere quello che stavano facendo”); che tali prove
comportavano la modifica dell’aspetto dei segnali; che i tempi erano ristretti
in quanto il sistema doveva essere attivato proprio il giorno dell’incidente,
salvo poi a essere differito di alcuni giorni per imprecisati “impedimenti
tecnici”; che il treno interregionale era in anticipo di circa dieci minuti
sull’orario previsto; che tali circostanze, così come l’assenza di sistemi di
sicurezza a bordo del treno condotto dagli imputati, non erano note ai tecnici
ALSTOM.
Così delineato il contesto in cui i tecnici Alstom lavorarono, data la
ristrettezza dei tempi e la necessità di verificare l’esistenza di disturbi sul
tratto ferroviario in questione (vale a dire quegli “impedimenti tecnici
imprevisti” che avevano comportato il differimento dell’attivazione del
sistema), la Corte territoriale ha ritenuto che non fosse possibile escludere
che, nell’occorso, furono effettuate simulazioni su itinerario reale, nella
convinzione di un’assenza temporanea di circolazione dei treni,
predisponendo i segnali al verde, così come il treno interregionale avrebbe
dovuto avvistarli se fosse stato in orario. Importante a tale riguardo,
secondo la Corte di merito, è la circostanza che i tecnici ALSTOM furono
presenti nella sala relè almeno dalle ore 13.00, “scortati” dal RICCI, e fino
alle ore 15.30, cioè fino a dieci minuti dopo l’incidente, come risulta dalla
scheda lavorazione del 20/12/2005, e che il Dirigente Movimento della
stazione di Roccasecca, DI NOTA Marino, nulla seppe della presenza dei
tecnici nella sala relè (“non lo so perché non è che lo vengono a dire a me”),
per cui doveva escludersi che lo stesso fosse stato avvisato delle prove che
venivano svolte nella sala relè e che, soprattutto, le stesse fossero state
effettuate in “regime di interruzione ” (al riguardo, il DI NOTA aveva
sostenuto di non sapere se quel giorno c’erano state interruzioni nei lavori di
implementazione delle boe che “normalmente si fanno sempre la mattina
che ci sono un paio d’ore di buco”).
Lrispost$.dei consulenti del P.M. in merito alla plausibilità tecnica di tale
ipotesi a ltern ati v a e alla successiva cancellazione delle operazioni
effettuate, tesi che la difesa aveva sostenuto sulla scorta di approfondite
considerazioni dei propri consulenti tecnici, sono state ritenute dalla Corte
territoriale del tutto inadeguate e non precedute da accertamenti circa la
possibile interferenza di cause esterne sul corretto funzionamento dei segnali.
2.5. Quanto alla possibilità di procedere ad una rinnovazione
dell’istruttoria dibattimentale, la Corte del gravame ha rilevato la inutilità di
procedere ad una perizia per accertare le cause del disastro, avuto riguardo
al considerevole periodo di tempo trascorso e all’assenza delle condizioni
all’epoca esistenti e non più verificabili, stante il mancato sequestro della sala
relè e la superfluità dell’esame in appello dei dipendenti ALSTOM presenti
nella sala relè sul tipo di attività svolta, non mancando di stigmatizzare un
ulteriore motivo di perplessità nella circostanza che costoro fossero rimasti del
tutto estranei al processo.

3. I motivi dei ricorsi sono fondati, tuttavia nei termini che si vanno ad
esporre.
3.1. Nonostante la definitività dell’impugnata pronuncia quanto alle statuizioni
penali, conseguita alla mancata interposizione di ricorso da parte della pubblica
accusa, per un corretto inquadramento della fattispecie all’esame vanno richiamati
alcuni principi indispensabili per condurre la verifica circa la legittimità della decisione
impugnata ai soli fini della domanda risarcitoria, alla luce delle deduzioni difensive
articolate nei ricorsi.
Le parti civili ricorrenti, infatti, hanno preliminarmente invocato i principi elaborati
dalla giurisprudenza sovranazionale ed interna in ordine alla legittimità della pronuncia
di secondo grado che ribalti, senza procedere alla rinnovazione della istruttoria
dibattimentale, la sentenza di primo grado, nel caso in esame in virtù di una diversa
lettura delle prove e sulla scorta della valorizzazione di dati fattuali, rappresentati dalla
prova documentale e dalla ritenuta inattendibilità di alcuni testi a difesa.
E’, quindi, doverosa una preliminare verifica della legittimità della sentenza
impugnata in quanto decisione con la quale il giudice del gravame ha ribaltato il
verdetto di condanna sulla scorta del medesimo compendio probatorio e all’esito di un
difforme giudizio circa l’attendibilità di alcuni apporti testimoniali, senza procedere alla
rinnovazione della istruttoria dibattimentale. In ogni caso, è anche doveroso lo
scrutinio circa il compiuto assolvimento, da parte del giudice d’appello, dell’obbligo di
motivazione rafforzata, ravvisabile in tutti quei casi in cui le sentenze di primo e
secondo grado siano difformi.
3.2. Sotto il primo profilo, le censure difensive non possono essere condivise.
Nel caso specifico, speculare a quello in esame, di reformatio in peius da parte del
giudice d’appello, che sia frutto di una diversa valutazione delle prove dichiarative,
all’indomani della sentenza della Corte E.D.U. 05/07/2011 nel caso Dan ci Moldavia, si
è definitivamente chiarito che il giudice ha l’obbligo di rinnovare l’istruttoria e di
escutere nuovamente i dichiaranti, qualora valuti diversamente la loro attendibilità
rispetto a quanto ritenuto in primo grado (cfr., ex multis, sez. 5 n. 29827 del
13/03/2015, Rv. 265139; Sez. 6, Sentenza n. 44084 del 23/09/2014, Rv. 260623;
sez. 3 n. 11658 del 24/02/2015, Rv. 262985). Tale principio è stato interpretato in
maniera non assoluta, essendosi di volta in volta ravvisati alcuni contemperamenti,
per esempio nel caso in cui la nuova assunzione della prova dichiarativa sia sollecitata
dall’accusa, al fine di ottenere il ribaltamento della decisione assolutoria (cfr. sez. 5, n.
29827 del 2015 e sez. 6 citata 44084 del 2014 citate), oppure nel caso in cui ad
essere rivalutata sia l’attendibilità estrinseca delle prove orali, cioè la ravvisabilità nel
compendio probatorio di riscontri individualizzanti ovvero la loro idoneità a fungere da
elemento esterno di conferma (cfr. sez. 6 n. 47722 del 06710/2015, Rv. 265879),
ovvero quando il giudice d’appello fondi il proprio convincimento su una diversa
valutazione in punto di diritto sul valore della prova, ovvero in punto di fatto sulla
portata della prova nel contesto del compendio probatorio (cfr. sez. 3 n. 44006 del
24/09/2015, Rv. 265124) e sempre che dette prove siano decisive per l’affermazione
di responsabilità (cfr. sez. 5 n. 25475 del 24/02/2015, Rv. 263903).
La questione, peraltro, a fronte di talune divergenti interpretazioni delle sezioni
semplici di questa Corte, ha costituito oggetto di una complessiva rivisitazione e
puntualizzazione da parte delle Sezioni Unite (cfr. sent. n. 27620 del 2016, Dasgupta),
chiamate nello specifico a risolvere il profilo della rilevabilità d’ufficio – in sede di
giudizio di cassazione – della violazione dell’art. 6 CEDU per avere il giudice d’appello
riformato la sentenza assolutoria di primo grado affermando la responsabilità penale
dell’imputato esclusivamente sulla base di una diversa valutazione di attendibilità delle
dichiarazioni di testimoni senza procedere a nuova escussione degli stessi.
In quella sede, il Supremo Collegio ha ribadito tale necessità affermando che deve
ritenersi affetta da vizio di motivazione ex art. 606, comma primo, lett. e), cod. proc.
pen., per mancato rispetto del canone di giudizio “al di là di ogni ragionevole dubbio”,
di cui all’art. 533, comma primo, cod. proc. pen., la sentenza di appello che, su
impugnazione del pubblico ministero, affermi la responsabilità dell’imputato, in riforma
di una sentenza assolutoria, operando una diversa valutazione di prove dichiarative
ritenute decisive, delle quali non sia stata disposta la rinnovazione a norma dell’art.
603, comma terzo, cod. proc. pen.
Se ciò costituisce approdo condiviso anche in questa sede, tuttavia, deve pure
rilevarsi che, nel caso all’esame, il thema decidendum ha riguardato unicamente le
statuizioni civili correlate al reato ipotizzato, atteso che il ribaltamento della decisione
appellata è avvenuto in senso favorevole agli imputati, definitivamente assolti dai reati
loro ascritti.
Anche sul punto, giovi un richiamo alla sentenza n. 27620/2016, Dasgupta,
essendosi ivi chiarito che i principi sopra richiamati valgono anche nel caso in cui il
rovesciamento della pronuncia assolutoria di primo grado sia stata sollecitata dalle
parti civili e ai fini delle domande risarcitorie, poiché anche in tal caso viene in gioco
<<...la garanzia del giusto processo in favore dell'imputato coinvolto in un procedimento penale, dove i meccanismi e le regole sulla formazione della prova non subiscono distinzioni a seconda degli interessi in gioco, pur se di natura esclusivamente civilistica; tanto che anche in un contesto di impugnazione ai soli effetti civili deve ritenersi attribuito al giudice il potere-dovere di integrazione probatoria di ufficio ex art. 603, comma 3, cod. proc. pen.»; tuttavia sgombrandosi definitivamente il campo dai dubbi alimentati da qualche pronuncia che li aveva ritenuti operativi anche nell'inversa ipotesi di ribaltamento del giudizio di condanna. A tal proposito, infatti, il Supremo Collegio ha affermato che «... il ribaltamento in senso assolutorio del giudizio di condanna operato dal giudice di appello pur senza rinnovazione della istruzione dibattimentale è perfettamente in linea con la presunzione di innocenza, presidiata dai criteri di giudizio di cui all'art. 533 cod. proc. pen. ...» e, proprio perché in tal caso non entra in gioco il principio del "ragionevole dubbio", <<...non può condividersi l'orientamento secondo cui anche in caso di riforma della sentenza di condanna in senso assolutorio il giudice di appello, al di là di un dovere di "motivazione rafforzata", deve previamente procedere a una rinnovazione della prova dichiarativa (in questo senso, ma isolatamente, Sez. 2, n. 32619 del 24/04/2014, Pipino, Rv. 260071)».Tali principi devono essere ribaditi anche in questa sede, cosicché - sotto tale specifico profilo - le censure difensive si dimostrano del tutto infondate. 3.3. Diverso è il giudizio sulla legittimità della motivazione censurata per quanto attiene alla seconda doverosa verifica, quella che riguarda cioè il dovere di motivazione rafforzata da parte del giudice d'appello, anche nel caso in cui ad essere ribaltato senza la rinnovazione dell'istruttoria e sulla scorta di una diversa valutazione del medesimo compendio probatorio, sia per l'appunto un giudizio di condanna. 3.4. Questa Corte ha ormai da tempo chiarito che, quando le decisioni dei giudici di primo e di secondo grado siano concordanti, la motivazione della sentenza di appello si salda con quella precedente per formare un unico complesso corpo argomentativo, mentre nel caso in cui, per diversità di apprezzamenti, per l'apporto critico delle parti o per le nuove eventuali acquisizioni probatorie, il giudice di appello ritenga di pervenire a conclusioni diverse da quelle accolte dal giudice di primo grado, non può risolvere il problema della motivazione della sua decisione inserendo nella struttura argomentativa di quella di primo grado - genericamente richiamata - delle notazioni critiche di dissenso, in una sorta di ideale montaggio di valutazioni ed argomentazioni fra loro dissonanti, essendo invece necessario che egli riesamini, sia pure in sintesi, il materiale probatorio vagliato dal giudice di primo grado, consideri quello eventualmente sfuggito alla sua delibazione e quello ulteriormente acquisito, per dare, riguardo alle parti della prima sentenza non condivise, una nuova e compiuta struttura motivazionale che dia ragione delle difformi conclusioni (cfr. Sezioni Unite n. 6682 del 04/02/1992, Rv. 191229), in modo da fornire puntuali ed esaustive risposte alle censure dedotte con i motivi di appello (se specifici e pertinenti). Tali principi sono stati anche successivamente approfonditi, essendosi affermato che, in caso di totale riforma della decisione di primo grado, il giudice dell'appello ha l'obbligo di delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio e di confutare specificamente i più rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato (cfr. Sezioni Unite n. 33748 del 12/07/2005, Mannino, Rv. 231679), mettendo alla luce carenze e aporie di quella decisione sulla base di uno sviluppo argomentativo che si confronti con le ragioni addotte a sostegno del decisum impugnato (cfr. sez. 2 n. 50643 del 18/11/2014, Rv. 261327), dando alla decisione, pertanto, una nuova e compiuta struttura motivazionale che dia ragione delle difformi conclusioni [cfr. Sez. 6 n. 1253 del 28/11/2013 Ud. (dep. 14/01/2014), Rv. 258005; n. 46742 dell'08/10/2013, Rv. 257332; Sez. 4 n. 35922 dell'11/07/2012, Rv. 254617]. Peraltro, all'indomani della sentenza più volte richiamata, le stesse Sezioni Unite hanno confermato (cfr. Sez. U. n. 27620/2016, Dasgupta) la necessità che il giudice d'appello strutturi in maniera rafforzata la motivazione della sentenza di riforma, per come già sopra chiarito, mediante il richiamo ad un significativo passaggio della motivazione di quella decisione in cui si è disconosciuta l'obbligatorietà della rinnovazione della prova dichiarativa <<...in caso di riforma della sentenza di condanna in senso assolutorio il giudice di appello, al di là di un dovere di "motivazione rafforzata"...» (così, dunque, esplicitamente ribadendo quel dovere di "motivazione rafforzata" in argomento). 3.5. Alla luce di tali, necessarie premesse, devono ritenersi esistenti, nella sentenza impugnata, gli altri profili di illegittimità allegati dai ricorrenti. La motivazione demolitoria della decisione che aveva riconosciuto la fondatezza delle domande civili (attraverso l'accertamento degli addebiti di colpa ascritti al MANGANO e al VENDITTI), non è infatti supportata dalla preliminare verifica della incoerenza e implausibilità della ricostruzione delle cause del disastro operata dal Tribunale. A fronte di una decisione di primo grado che aveva valorizzato una prova tecnica ritenuta decisiva, il giudice dell'appello, nel confutarla, ha ritenuto di non doverla rinnovare, mutuando il suo convincimento in maniera del tutto assertiva ed ipotetica sulla scorta di una tesi difensiva, neppure specifica (avendo le parti opposto più spiegazioni alternative rispetto all'errore umano attribuito ai predetti MANGANO e VENDITTI).A fronte degli accertati funzionamento e corretta disposizione dei segnali e del verificato funzionamento del sistema di frenatura rapida, neppure revocati in dubbio dal giudice del gravame, questi non ha sottoposto ad adeguato vaglio critico l'affermazione, pure agganciata agli esiti dell'accertamento tecnico disposto dal P.M., contenuta nella sentenza appellata, secondo cui l'evento sarebbe stato evitabile ove i macchinisti (entrambi, stante l'azionabilità autonoma del relativo comando), dopo aver ignorato i segnali interdittivi, avessero tuttavia azionato la leva d'arresto in corrispondenza del solo segnale di protezione SO1d posizionato a mt. 958 dal punto d'impatto (cfr. pag. 32 della sentenza di primo grado), focalizzando il suo impegno sulla verifica della plausibilità della/e spiegazione/i alternativa/e allegata a difesa. Inoltre, in maniera del tutto apodittica, oltre che contraddittoria, la Corte capitolina ha ritenuto inutile un'eventuale perizia, stanti il tempo trascorso e il mancato congelamento della situazione fattuale di riferimento (per omesso sequestro della sala relè). Un tale ragionamento, non solo non tiene conto della circostanza che anche la verifica dei consulenti di parte era avvenuta senza garanzie di cristallizzazione delle condizioni in cui si erano trovati i macchinari in sala relè al momento dell'impatto, ma prescinde dal valutare, come pure era doveroso, l'utilità dell'approfondimento istruttorio ai diversi fini del vaglio della possibilità di un'interferenza esterna sui sistemi di controllo dei segnali e della verosimiglianza di un intervento così complesso, quale quello allegato alternativamente dalla difesa, del quale, a disastro avvenuto, si sarebbe pure riusciti a cancellare ogni traccia (cfr. pag. 28 sentenza appellata). Possibilità che il Tribunale aveva peraltro escluso sulla scorta di una motivazione assai articolata, saldamente ancorata alle risultanze probatorie e, tra queste, alle recise affermazioni di alcuni testi (cfr. pagg. 26 e ss. della sentenza di primo grado: il teste CAPUANO, tecnico della manutenzione presso la stazione di Roccasecca, aveva affermato che il segnale non poteva essere comandato dalla sala relè; il teste RICCI, tecnico RFI, aveva escluso, dal canto suo, manomissioni da parte dei tecnici ALSTOM e dichiarato che l'armadio al quale costoro stavano lavorando in sala relè era scollegato dall'impianto che regolava la circolazione e i segnali della stazione). 3.6. La motivazione della sentenza impugnata, pertanto, deve ritenersi contraddittoria nella parte in cui il giudice ha ritenuto non adeguatamente es`plorata una delle due ipotesi alternative prospettate a difesa - neppure, a suo dire, esaminata dai consulenti del P.M. - senza procedere tuttavia a tale approfondimento. Ma il percorso argomentativo seguito dal giudice d'appello è del tutto incongruo anche sotto altro profilo, ponendosi in contrasto con i principi più volte affermati da questa Corte in ordine alla rilevanza del ragionevole dubbio, quale limite alla affermazione della colpevolezza. La Corte d'appello, infatti, ha preteso di rinvenire, nelle allegazioni difensive sostenute "con convinzione" dai consulenti della difesa, gli estremi di un razionale dubbio circa l'esistenza degli addebiti di colpa, senza tuttavia condurre alcuna verifica in ordine alla plausibilità tecnica dell'ipotizzata interferenza (e della successiva cancellazione delle tracce dal sistema) che è pertanto rimasta affidata ad una mera congettura. Infatti, il principio secondo cui la condanna può essere pronunciata solo se l'imputato risulti colpevole al là di ogni ragionevole dubbio, implica, in caso di prospettazione di un'alternativa ricostruzione dei fatti, che siano individuati gli elementi di conferma dell'ipotesi ricostruttiva accolta, e su cui é fondata la condannaIl PresidenteVincenzd Romisin modo da far risultare la non razionalità del dubbio derivante dalla prospettazione alternativa, non potendo detto dubbio fondarsi su un'ipotesi del tutto congetturale, seppure plausibile (cfr. sez. 4 n. 22257 del 25/03/2014, Rv. 259204; n. 30862 del 17/06/2011, Rv. 250903) e consente di attribuire il reato all'imputato solo se è raggiunto un alto grado di credibilità razionale, sussistente anche qualora le ipotesi alternative, pur astrattamente formulabili, siano prive di qualsiasi concreto riscontro nelle risultanze processuali ed estranee all'ordine naturale delle cose e della normale razionalità umana (cfr. sez. 1 n. 20461 del 12/04/2016, Rv. 266941). 4. I principi sopra richiamati, in uno con le emergenze in fatto, per come accertate in sede di merito, impongono pertanto l'annullamento della sentenza impugnata ai soli fini risarcitori, affinché il giudice civile, competente per valore in grado di appello, riesamini i profili della decisione affetti dai vizi riscontrati e provveda altresì alla regolamentazione delle spese di questo giudizio.P.Q.M.Annulla agli effetti civili la sentenza impugnata e rinvia per nuovo esame al giudice civile competente per valore in grado di appello cui rimette il regolamento delle spese tra le parti anche per questo giudizio.Così deciso in Roma il 20 dicembre 2016.Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine