[Argomento] – Cassazione Penale 26/01/2017 N° 3850

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 26/01/2017

Numero: 3850

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 26/01/2017 n° 3850:

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Penale Sent. Sez. 2 Num. 3850 Anno 2017
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: BELTRANI SERGIO
Data Udienza: 21/10/2016

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:
CASSOLA PATRIZIA nato il 14/03/1953 a SASSO MARCONI
TONIOLI CLAUDIO nato il 07/07/1966 a BOLOGNA
avverso la sentenza del 25/11/2014 della CORTE APPELLO di BOLOGNA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 21/10/2016, la relazione svolta dal Consigliere
SERGIO BELTRANI;
Udito il Procuratore Generale in persona della dott. FRANCA ZACCO, che ha
concluso per l’inammissibilità dei ricorsi;
uditi, per la parte civile LUCIANO MORSELLI, l’avv. NICOLA MAZZACUVA, che ha
concluso per l’inammissibilità od il rigetto dei ricorsi, riportandosi alle conclusioni
scritte, che ha depositato unitamente alla nota spese, e, per l’imputata PATRIZIA
CASSOLA, l’avv. GIUSEPPE COLIVA, che ha concluso per l’accoglimento del
ricorso, ed in subordine chiedendo dichiararsi l’intervenuta prescrizione del reato
ascrittole;

RITENUTO IN FATTO

Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di appello di Bologna ha
confermato la sentenza con la quale, in data 2 dicembre 2013, il Tribunale di
Bologna in composizione monocratica aveva dichiarato PATRIZIA CASSOLA, in
atti generalizzata, colpevole del furto aggravato dei francobolli da collezione
indicati nel capo d’imputazione, e CLAUDIO TONIOLI, in atti generalizzato,
colpevole della ricettazione degli stessi, condannando ciascuno alla pena
ritenuta di giustizia, con le statuizioni accessorie, anche in favore delle parti
civili, che la Corte di appello ha in parte modificato (disponendo la restituzione
agli eredi ORLANDINI dei francobolli già tratti in sequestro all’ORLANDINI, con
conferma nel resto).
Contro tale provvedimento, gli imputati (con l’ausilio di difensori iscritti
all’apposito albo speciale) hanno proposto disgiuntamente ricorso per
cassazione, deducendo i seguenti motivi, per ciascuno enunciati nei limiti
strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173, comma
1, disp. att. c.p.p.:
(CASSOLA)
I – vizi di motivazione quanto all’affermazione di responsabilità (come
emergente dall’esame del CC VANNOZZI, l’identificazione fotografica operata
dai testi TRESTINI e DONADELLO sarebbe inficiata dalla precedente visione di
un video che ritraeva l’imputata, mostrato ai testi da un investigatore privato
assunto dalla p.o. MORSELLI, e risulterebbe quindi inattendibile; inoltre, alcuni
dei francobolli ritrovati in casa della CASSOLA apparterrebbero a tal MINIATI, il
quale, come sarebbe dimostrato da una scrittura privata in atti, di data certa
antecedente al furto, li aveva ceduti all’imputata in conto vendita;
l’accoglimento di tale doglianza inciderebbe anche sulla quantificazione del
danno civile);
(TONIOLI)
I – violazione di legge processuale (il ricorrente eccepisce l’incompetenza
per territorio del Tribunale di Bologna, poiché la ricettazione sarebbe consumata
in Firenze);
H – vizio di motivazione e violazione dell’art. 192 c.p.p. quanto alla
affermazione di responsabilità (difetterebbe la prova che l’imputato abbia
ricevuto e poi ceduto i francobolli di provenienza asseritamente furtiva in
contestazione);
III – violazione dell’art. 552, comma 1, lett. c), c.p.p. (poiché l’imputazione
di cui al capo B. non sarebbe enunciata in forma chiara e precisa, per mancata
indicazione della consapevolezza della provenienza illecita dei francobolli de
quibus, oltre che in considerazione dell’indicazione alternativa del dante causa –
indicato in persona ignota o nella CASSOLA -; lamenta, inoltre, la carenza del
necessario dolo);
IV – violazione di legge e vizio di motivazione quanto alla qualificazione
giuridica del fatto accertato, al più integrante i reati di cui agli artt. 712 o 624
c.p.
All’odierna udienza pubblica, è stata verificata la regolarità degli avvisi di
rito; all’esito, le parti presenti hanno concluso come da epigrafe, ed il collegio,
riunito in camera di consiglio, ha deciso come da dispositivo in atti, pubblicato
mediante lettura in pubblica udienza.

CONSIDERATO IN DIRITTO

I ricorsi sono inammissibili
1. Vanno, per esigenze di carattere logico-giuridico, esaminate
preliminarmente le doglianze di carattere processuale dell’imputato TONIOLI (I
e III motivo), entrambe carenti della specificità necessaria ex art. 581, lett. C),
c.p.p., perché meramente reiterative, riproponendo censure già
esaurientemente esaminate e disattese dalla Corte di appello, con
argomentazioni che il ricorrente non considera, e comunque manifestamente
infondate.
1.1. Come già correttamente osservato dalla Corte di appello (f. 11 s. della
sentenza impugnata), nell’ipotesi di reati connessi, per la determinazione della
competenza per territorio, qualora non sia possibile individuare il luogo di
consumazione del reato più grave, non è consentito far ricorso alle regole
suppletive stabilite nell’art. 9 cod. proc. pen. – che, sia per la collocazione, sia
per il contenuto letterale, si riferisce a procedimenti con reato singolo – ma si
deve avere riguardo al luogo di consumazione del reato che, in via decrescente,
si presenta come il più grave fra quelli residui (Sez. I, n. 40825 del
27/10/2010, Rv. 248467).
Il ricorrente non contesta la sussistenza della ritenuta connessione tra i reati
oggetto del procedimento, e ciò esonera da ulteriori rilievi (pure correttamente
svolti dalla Corte di appello, a f. 12 della sentenza impugnata).
1.2. Come ancora una volta già incensurabilmente osservato dalla Corte di
appello (f. 12 s. della sentenza impugnata), «la semplice lettura del capo di
imputazione in esame evidenzia che al TONIOLI è stato contestato un ben
preciso fatto, in maniera del tutto adeguata e tale da consentirgli di difendersi
al meglio».
Non necessaria era l’indicazione della consapevolezza della provenienza
illecita dei beni de quibus, che integra per legge il dolo del reato contestato, ed
era quindi di necessità ritenuta.
Non dovuta era la specifica indicazione del dante causa, che poteva anche
essere omessa: l’indicazione in alternativa, come dante causa, di persona
ignota o della CASSOLA ha, pertanto, arricchito un capo di imputazione già
completo.
D’altro canto, la giurisprudenza di questa Corte ammette persino la
legittimità della contestazione, nel decreto che dispone il giudizio, di
imputazioni alternative (Sez. 5, n. 51252 del 11/11/2014, Rv. 262121), il che
esonera da ulteriori rilievi sul punto.
2. Prima di esaminare le comuni doglianze riguardanti le conclusive
affermazioni di responsabilità, va esaminata l’incidentale doglianza della
ricorrente CASSOLA, che mostra di voler evocare l’inutilizzabilità degli esiti
dell’espletata individuazione fotografica.
La doglianza, anche in questo caso meramente reiterativa, e comunque
manifestamente infondata, è stata puntualmente esaminata dalla Corte di
appello ed incensurabilmente disattesa (f. 13 s.).
A prescindere dall’accertamento o meno del fatto che l’invocato video
(espressamente menzionato a f. 2 del ricorso) fosse stato preventivamente
mostrato al TRESTINI ed alla DONADELLO prima che essi procedessero alle
rispettive individuazioni fotografiche (la Corte di appello argomenta che la
circostanza non emerge dalle dichiarazioni del CC VANNOZZI, e la difesa, pur
argomentando il contrario, non documenta alcun travisamento sul punto,
trascrivendo un passo della dichiarazione del VANNOZZI nel quale non si fa
cenno alcuno alla visione di detto video), la circostanza è del tutto priva di
giuridico rilievo, poiché individuazione e riconoscimento fotografico
costituiscono accertamenti non regolati dal codice di rito, come tali utilizzabili
nel giudizio in base al principio della non tassatività dei mezzi di prova ed a
quello del libero convincimento del giudice. Si tratta, in entrambi i casi, di una
prova atipica la cui affidabilità deriva dalla credibilità della deposizione di chi,
avendo esaminato la fotografia, si dica certo della sua identificazione; ne
consegue che le modalità dell’individuazione – concretatesi nella scelta delle
immagini fotografiche effettuata dalla polizia giudiziaria – non riguardano la
legalità della prova, dato l’enorme margine di opinabilità che accompagna ogni
selezione, ma si riflettono sul suo valore, che richiede l’apprezzamento, in sede
di scrutinio di legittimità, della congruenza del percorso argomentativo utilizzato
dal giudice di merito a fondamento dell’affidabilità del riconoscimento e, quindi,
del giudizio di colpevolezza (Sez. 5, n. 6456 del 01/10/2015, dep. 2016, Rv.
266023, e n. 9505 del 24/11/2015, dep. 2016, Rv. 267562).
3. Le comuni doglianze riguardanti le rispettive affermazioni di
responsabilità (ricorso CASSOLA e II motivo ricorso TONIOLI) reiterano, più o
meno pedissequamente, censure già dedotte in appello e già non accolte (Sez.
IV, sentenza n. 15497 del 22 febbraio – 24 aprile 2002, CED Cass. n. 221693;
Sez. VI, sentenza n. 34521 del 27 giugno – 8 agosto 2013, CED Cass. n.
256133), e sono, comunque, manifestamente infondate, in considerazione dei
rilievi con i quali la Corte di appello – con argomentazioni giuridicamente
corrette, nonché esaurienti, logiche e non contraddittorie, e, pertanto, esenti da
vizi rilevabili in questa sede – ha motivato le contestate statuizioni (ff. 14 ss.
della sentenza impugnata) valorizzando:
– in danno della CASSOLA:
– il preliminare accertamento del furto subito dall’ex marito MORSELLI
(non riconosciuto da TRESTINI e DONDARINI come l’uomo visto
unitamente ad una donna armeggiare sulla porta di ingresso posteriore
del negozio del MORSELLI stesso per entrare, il che ha consentito di
escludere che la p.o. possa avere inscenato una diabolica macchinazione
in danno della CASSOLA);
– il riconoscimento ad opera dei predetti soggetti (incensurabilmente
ritenuti attendibili: f. 15 s.) come la donna vista, insieme ad un ignoto
uomo, armeggiare sulla porta di ingresso posteriore del negozio del
MORSELLI stesso per entrare)
– l’accertata disponibilità di francobolli sottratti dal negozio del
MORSELLI;
– l’inattendibilità del tentativo di legittimare il possesso in buona fede
dei francobolli, in tutto od in parte, in quanto asseritamente ricevuti dal
MINIATI in conto vendite (f. 17 s.): al riguardo deve aggiungersi che le
odierne doglianze risultano aspecifiche anche perché, pur contenendo il
capo di imputazione un dettagliato elenco di francobolli che si contesta
rubati al MORSELLI, l’imputata non ha dettagliatamente indicato quali di
questi sarebbero stati in ipotesi ricevuti dal MINIATI, limitandosi a f. 11
del ricorso ad evidenziare insufficientemente presunte coincidenze tra
blocchi di francobolli tratti in sequestro e francobolli menzionati nella
scrittura privata de qua, sulla cui genuinità la Corte di appello ha nutrito
forti riserve (se l’assunto difensivo fosse corrispondete al vero, il terzo
MINIATI avrebbe da tempo dovuto rivendicare con successo
l’appartenenza dei francobolli in oggetto), peraltro incensurabilmente
concludendo nel senso che l’elenco dei francobolli che si assume
consegnati alla CASSOLA dal MINIATI « – all’esito di una sua paziente
disamina – mostra di non riguardare in alcun modo i francobolli di
maggior pregio (e, men che meno, i citati foglietti filatelici) per loro
natura più individualizzanti e riconosciuti come propri dal MORSELLI» (f.
18);
– l’incensurabilmente argomentata attendibilità del MORSELLI;
– gli ulteriori indizi, gravi, precisi e concordanti, indicati a f. 19 s.;
– il fallimento dell’alibi fornito dalla donna (ancora una volta
incensurabilmente argomentato a f. 20 s.);
– in danno del TONIOLI, l’incontestata disponibilità dei francobolli de quibus.
D’altro canto, questa Corte, con orientamento (Sez. IV, n. 19710 del
3.2.2009, rv. 243636) che il collegio condivide e ribadisce, ritiene che, in
presenza di una c.d. “doppia conforme”, ovvero di una doppia pronuncia di
eguale segno (nel caso di specie, riguardante l’affermazione di responsabilità),
il vizio di travisamento della prova può essere rilevato in sede di legittimità solo
nel caso in cui il ricorrente rappresenti (con specifica deduzione) che
l’argomento probatorio asseritamente travisato è stato per la prima volta
introdotto come oggetto di valutazione nella motivazione del provvedimento di
secondo grado («Invero, sebbene in tema di giudizio di Cassazione, in forza
della novella dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), introdotta dalla L. n. 46 del
2006, è ora sindacabile il vizio di travisamento della prova, che si ha quando
nella motivazione si fa uso di un ‘informazione rilevante che non esiste nel
processo, o quando si omette la valutazione di una prova decisiva, esso può
essere fatto valere nell’ipotesi in cui l’impugnata decisione abbia riformato
quella di primo grado, non potendo, nel caso di c.d. doppia conforme, superarsi
il limite del “devolutum” con recuperi in sede di legittimità, salvo il caso in cui il
giudice d’appello, per rispondere alla critiche dei motivi di gravame, abbia
richiamato atti a contenuto probatorio non esaminati dal primo giudice>>).
Nel caso di specie, al contrario, la Corte di appello ha riesaminato e
valorizzato lo stesso compendio probatorio già sottoposto al vaglio del Tribunale
e, dopo avere preso atto delle censure degli appellanti, è giunto alla medesima
conclusione in termini di sussistenza della responsabilità degli imputati, mentre,
in concreto, i ricorrenti si limitano a reiterare le doglianze già incensurabilmente
disattese dalla Corte di appello e riproporre la propria diversa “lettura” delle
risultanze probatorie acquisite, fondata su mere ed indimostrate congetture,
senza documentare nei modi di rito eventuali travisamenti delle prove
valorizzate.
4. Del tutto priva della specificità necessaria ex art. 581, lett. c), c.,p.p., e
comunque manifestamente infondata, è, infine, anche la doglianza del TONIOLI
inerente alla qualificazione giuridica del fatto accertato: come
incensurabilmente accertato, conformemente, dai giudici del merito, l’imputato
aveva disponibilità dei francobolli di provenienza furtiva in contestazione ed ha
reso indicazioni menzognere sulla loro provenienza, avendo falsamente
dichiarato di averli ricevuti in eredità da un nonno (f. 22 della sentenza
impugnata, con riferimenti ulteriori).
4.1. Valorizzando i predetti elementi, la Corte di appello si è correttamente
conformata – quanto alla qualificazione giuridica del fatto accertato – al
consolidato orientamento di questa Corte (per tutte, Sez. II, n. 29198 del 25
maggio 2010, Fontanella, rv. 248265), per il quale, ai fini della configurabilità
del reato di ricettazione, la prova dell’elemento soggettivo può essere raggiunta
anche sulla base dell’omessa o non attendibile indicazione della provenienza
della cosa ricevuta, la quale è sicuramente rivelatrice della volontà di
occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede; d’altro
canto (Sez. II, n. 45256 del 22 novembre 2007, Lapertosa, rv. 238515), ricorre
il dolo di ricettazione nella forma eventuale quando l’agente ha
consapevolmente accettato il rischio che la cosa acquistata o ricevuta fosse di
illecita provenienza, non limitandosi ad una semplice mancanza di diligenza nel
verificare la provenienza della cosa, che invece connota l’ipotesi
contravvenzionale dell’acquisto di cose di sospetta provenienza. Né si richiede
all’imputato di provare la provenienza del possesso delle cose, ma soltanto di
fornire una attendibile spiegazione dell’origine del possesso delle cose
medesime, assolvendo non ad onere probatorio, bensì ad un onere di
allegazione di elementi, che potrebbero costituire l’indicazione di un tema di
prova per le parti e per i poteri officiosi del giudice, e che comunque possano
essere valutati da parte del giudice di merito secondo i comuni principi del
libero convincimento (in tal senso, Cass. pen., Sez. un., sentenza n. 35535 del
12 luglio – 26 settembre 2007, CED Cass. n. 236914).
4.2. Con tali argomentazioni il ricorrente in concreto non si confronta
adeguatamente, limitandosi a riproporre una diversa “lettura” delle risultanze
probatorie acquisite, fondata su mere ed indinnostrate congetture, senza
documentare nei modi di rito eventuali travisamenti.
5. Non può porsi in questa sede la questione della declaratoria della
prescrizione eventualmente maturata dopo la sentenza d’appello, in
considerazione della totale inammissibilità del ricorso. La giurisprudenza di
questa Corte ha, infatti, più volte chiarito che l’inammissibilità del ricorso per
cassazione «non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e
preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non
punibilità a norma dell’art. 129 c.p.p.» (Cass. pen., Sez. un., sentenza n. 32
del 22 novembre 2000, CED Cass. n. 217266: nella specie, l’inammissibilità del
ricorso era dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi, e la prescrizione del
reato era maturata successivamente alla data della sentenza impugnata con il
ricorso; conformi, Sez. un., sentenza n. 23428 del 2 marzo 2005, CED Cass. n.
231164, e Sez. un., sentenza n. 19601 del 28 febbraio 2008, CED Cass. n.
239400).
6 La declaratoria di inammissibilità totale dei ricorsi comporta, ai sensi
dell’art. 616 c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese
processuali, nonché – apparendo evidente che essi hanno proposto i ricorsi
determinando le cause di inammissibilità per colpa (Corte cost., 13 giugno 2000
n. 186) e tenuto conto della rilevante entità delle rispettive colpe – della somma
di Euro millecinquecento ciascuno in favore della Cassa delle Ammende a titolo
di sanzione pecuniaria.
6.1. I ricorrenti vanno altresì condannati alla rifusione delle spese
processuali in favore della parte civile MORSELLI LUCIANO, liquidate in euro
millecinquecento (come richiesto nelle conclusioni scritte depositate), oltre
spese generali all’aliquota base del 15%, ed IVA e CPA come per legge.

P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle
spese processuali e ciascuno al versamento della somma di millecinquecento
euro alla Cassa delle ammende nonché alla rifusione delle spese processuali in
favore della parte civile MORSELLI LUCIANO, che liquida in euro
millecinquecento oltre accessori di legge.
Così deciso in Roma, udienza pubblica 21 ottobre 2016 .

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