[Argomento] – Cassazione Penale 25/01/2017 N° 3818

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 25/01/2017

Numero: 3818

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 25/01/2017 n° 3818:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 3818 Anno 2017
Presidente: NAPPI ANIELLO
Relatore: MICHELI PAOLO
Data Udienza: 29/09/2016

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Provenzano Andrea, nato a Bollate il 17/08/1974
avverso la sentenza emessa 1’11/11/2015 dalla Corte di appello di Milano
visti gli atti, la sentenza impugnata ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Paolo Micheli;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.
Agnello Rossi, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso

RITENUTO IN FATTO

Andrea Provenzano, con atto personalmente sottoscritto, ricorre per
cassazione avverso la pronuncia indicata in epigrafe, recante la conferma della
sentenza emessa (anche) nei suoi confronti, il 29/10/2014, dal Giudice per le
indagini preliminari del Tribunale di Milano; la declaratoria di penale
responsabilità dell’imputato riguarda un addebito di cui agli artt. 110 e 615-ter,
commi 1, 2 n. 1 e 3, cod. pen.
Secondo l’ipotesi accusatoria, il Provenzano – agente della Polizia di Stato in
possesso di credenziali idonee per accedere al sistema informatico Banca Dati
SDI delle forze di polizia – effettuava un’interrogazione al predetto sistema sul
conto di tale Alessandra D’Arenzo, per motivi estranei alle esigenze di ufficio: in
particolare, ciò faceva su richiesta di Gaetano Piccirillo, brigadiere dei Carabineri
in servizio presso il Comando Provinciale di Milano, interessato ad acquisire
notizie afferenti la D’Arenzo per ragioni personali.
Con l’odierno ricorso, l’imputato lamenta:
– inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità
La tesi difensiva è che non fossero utilizzabili le risultanze di
intercettazioni acquisite in atti, giacché disposte nell’ambito di un diverso
procedimento che afferiva a vicende di sfruttamento della prostituzione.
La dedotta violazione dell’art. 270 cod. proc. pen. non può intendersi
superata dal rilievo – erroneamente dato per presupposto dalla Corte
territoriale – che quei colloqui costituissero mera notitia criminis: infatti,
a dispetto dell’osservazione appena evidenziata, nell’impianto
motivazionale della sentenza di primo grado, comunque richiamata da
quella di appello, si chiarisce che il fatto deve intendersi compiutamente
accertato anche in base alle conversazioni telefoniche de quibus
– carenze motivazionali della sentenza impugnata
Scrive il ricorrente che «sebbene i giudici del gravame abbiano
correttamente sottolineato come, secondo l’ormai consolidata
giurisprudenza di questa Suprema Corte, ai fini della configurabilità del
delitto previsto dall’art. 615-ter cod. pen., rimangano del tutto irrilevanti
gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l’ingresso nel
sistema, hanno di fatto ricondotto ai presunti scopi sottesi all’accesso
l’abusività dello stesso e, conseguentemente, ritenuto sussistente la
responsabilità proprio per i presunti scopi che avrebbero determinato
il sottoscritto ad effettuare l’accesso stesso». Infatti, la verità è che il
Provenzano era comunque autorizzato ad entrare ed a prendere
cognizione dei dati contenuti nel sistema, in quanto ufficiale di polizia
giudiziaria titolare di credenziali (quelle utilizzate nel caso in esame) tali
da consentirgli «di accedere illimitatamente alla Banca Dati SDI, senza
necessità di permessi, autorizzazioni e/o sollecitazioni da parte dei
superiori, ma con il solo limite (peraltro non violato) alla stampa dei
risultati»: perciò, l’acquisizione dei dati della D’Arenzo era perfettamente
legittima, a nulla potendo rilevare il motivo per cui l’imputato li acquisì.
Altro profilo di contraddittorietà si rinviene nel passo della decisione dove
si evidenzia che l’accesso allo SDI non era neppure idoneo a fornire al
Piccirillo le risposte cui era interessato, dovendo semmai essere
interpellato un altro sistema: a quel punto, atteso che il Provenzano era
certamente consapevole di tale inidoneità, l’accesso non poté logicamente
collegarsi alla richiesta di informazioni da parte del coimputato
– mancanza della motivazione in punto di trattamento sanzionatorio
Nell’interesse del Provenzano si deduce che non vi sarebbe giustificazione
congrua in punto di dosimetria della pena e sulla scelta di applicare le
attenuanti generiche senza riconoscerne la massima estensione ex lege.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso non può trovare accoglimento.
2. Le intercettazioni relative alle indagini in tema di sfruttamento della
prostituzione, in vero, non potevano considerarsi utilizzabili, atteso che –
secondo la giurisprudenza di questa Corte – «in tema di intercettazioni di
conversazioni, ai fini del divieto di utilizzazione previsto dall’art. 270, comma
primo, cod. proc. pen., occorre far riferimento ad una nozione sostanziale di
“diverso procedimento”, secondo cui la “diversità” va collegata al dato della
alterità o non uguaglianza del procedimento instaurato, non nell’ambito del
medesimo filone investigativo, ma in relazione ad una notizia di reato, che deriva
da un fatto storicamente diverso da quello oggetto di indagine nell’ambito di
altro, differente, anche se connesso, procedimento» (Cass., Sez. II, n. 3253 del
10/10/2013, Costa, Rv 258591). Nella motivazione della pronuncia appena
richiamata si legge che, in ragione dell’anzidetta nozione sostanziale di
“diversità”, «quest’ultima può essere esclusa in presenza di indagini
strettamente connesse o collegate sotto il profilo oggettivo, probatorio e
finalistico . Pertanto, la nozione di identico procedimento, che esclude
l’operatività del divieto di utilizzazione previsto dall’art. 270 cod. proc. pen., può
prescindere da elementi formali come il numero di iscrizione nel registro delle
notizie di reato ed impone una valutazione sostanziale, con la conseguenza che il
procedimento è considerato identico quando tra il contenuto dell’originaria
notizia di reato, alla base dell’autorizzazione, e quello dei reati per cui si procede
vi sia una stretta connessione» sotto i già evidenziati profili (oggettivo,
probatorio e finalistico).
2.1 In applicazione dei principi appena ricordati, è stato ad esempio escluso
che si verta in un caso di diverso procedimento laddove, in ambito di indagini
riguardanti l’operatività di una associazione di tipo mafioso, siano intercettate
conversazioni rilevanti anche ai fini dell’accertamento del delitto di corruzione a
carico di un pubblico ufficiale, per atti contrari ai doveri di ufficio commessi a
favore di affiliati all’organizzazione criminale (v. Cass., Sez. II, n. 43434 del
05/07/2013, Bianco); al contrario, si è censurata la decisione del giudice di
merito di ritenere utilizzabili intercettazioni che, disposte con riguardo ad una
denuncia per concussione relativa a determinati soggetti, avevano rivelato la
possibile sussistenza di altri reati, solo in relazione ai quali era stato fissato il
giudizio (v. Cass., Sez. VI, n. 46244 del 15/11/2012, Filippi). Nella fattispecie
concreta di cui a quest’ultima pronuncia era accaduto che l’attività di captazione,
iniziata con riferimento ad una ipotesi bene individuata di concussione, aveva
rivelato la possibile sussistenza di reati urbanistici, di abuso di ufficio, di falso e
corruzione a carico di persone (anche) diverse, senza che per il delitto oggetto
della iniziale iscrizione fosse stata poi esercitata l’azione penale; motivando sul
punto, la sentenza Filippi segnalava quindi la necessità di considerare «l’idoneità
della autorizzazione originaria a coprire il sacrificio della libertà di comunicazione
delle persone coinvolte».
La vicenda non appare sostanzialmente dissimile da quella oggi in esame,
dove le indagini per reati di cui agli artt. 3 e segg. della legge n. 75/1958, pur se
coinvolgenti lo stesso Provenzano, nulla avevano a che vedere con le condotte
commesse dal medesimo su presunta istigazione del Piccirillo (vuoi sul piano
obiettivo, vuoi su quello probatorio, vuoi in termini di collegamento finalistico fra
le diverse ipotesi criminose che ne costituivano oggetto): in concreto, un
soggetto che si assumeva responsabile di delitti di sfruttamento o
favoreggiamento della prostituzione emerse poi – fondata o meno che fosse
l’iniziale ipotesi investigativa – come autore di comportamenti illeciti ulteriori, del
tutto svincolati da quelli in corso di accertamento. Né può valere, come invece
segnalava a suo tempo il giudice di primo grado, la circostanza che, per il reato
oggi contestatogli, il nominativo del Provenzano fu ritualmente iscritto nel
registro degli indagati, dovendosi piuttosto valutare se e quando le
intercettazioni, già in corso per gli altri addebiti, vennero disposte anche in
relazione al delitto in rubrica.
2.2 Ad ogni modo, al di là della differente impostazione della sentenza in
epigrafe (dove si segnala che le risultanze delle intercettazioni dovrebbero
valutarsi come semplice notizia di reato) rispetto a quella del Gip (in cui si legge
che la convinzione della responsabilità degli imputati si fonda anche sul tenore
delle conversazioni captate), appare evidente la sufficienza degli elementi
comunque acquisiti per giungere a una decisione di condanna, pur prescindendo
dall’utilizzo dei colloqui anzidetti come elementi probatori. Infatti, entrambe le
pronunce valorizzano il contenuto dell’interrogatorio del Piccirillo, recante
l’ammissione dell’addebito e la descrizione della condotta materiale tenuta
dall’odierno ricorrente: interrogatorio che, risolvendosi in una palese chiamata in
correità, risulta obiettivamente riscontrato dagli accertamenti tecnici esperiti,
anche ai fini di cui all’art. 192, comma 3, del codice di rito.
In particolare, e su base oggettiva, gli accertamenti richiamati attestano che
il Provenzano operò un accesso alla Banca Dati indicata in rubrica, così come
sostenuto dal coimputato, effettuando un’interrogazione sul conto della D’Arenzo
il 16/11/2010 alle ore 15:16 (v. la motivazione della sentenza di primo grado, a
pag. 3).
3. In ordine alla presunta legittimità dell’accesso, la difesa del ricorrente
prospetta una lettura del dato normativo che deve ormai intendersi superata
dalla giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte, secondo cui «integra il
delitto previsto dall’art. 615-ter cod. pen. colui che, pur essendo abilitato, acceda
o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto violando le
condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal
titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso, rimanendo invece
irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano
soggettivamente motivato l’ingresso nel sistema» (Cass., Sez. U, n. 4694/2012
del 27/10/2011, Casani, Rv 251269).
Al massimo organo di nomofilachia, nell’occasione, era stato appunto
proposto il quesito “se integri la fattispecie criminosa di accesso abusivo ad un
sistema informatico o telematico protetto la condotta di accesso o di
mantenimento nel sistema posta in essere da soggetto abilitato ma per scopi o
finalità estranei a quelli per i quali la facoltà di accesso gli è stata attribuita”;
nello sviluppo motivazionale della decisione, dopo aver dato atto del contrasto
interpretativo, le Sezioni Unite segnalavano come la questione di diritto
controversa non dovesse «essere riguardata sotto il profilo delle finalità
perseguite da colui che accede o si mantiene nel sistema, in quanto la volontà
del titolare del diritto di escluderlo si connette soltanto al dato oggettivo della
permanenza (per così dire “fisica”) dell’agente in esso. Ciò significa che la
volontà contraria dell’avente diritto deve essere verificata solo con riferimento al
risultato immediato della condotta posta in essere, non già ai fatti successivi.
Rilevante deve ritenersi, perciò, il profilo oggettivo dell’accesso e del
trattenimento nel sistema informatico da parte di un soggetto che
sostanzialmente non può ritenersi autorizzato ad accedervi ed a permanervi sia
allorquando violi i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal
titolare del sistema (nozione specificata, da parte della dottrina, con riferimento
alla violazione delle prescrizioni contenute in disposizioni organizzative interne,
in prassi aziendali o in clausole di contratti individuali di lavoro) sia allorquando
ponga in essere operazioni di natura ontologicamente diversa da quelle di cui egli
è incaricato ed in relazione alle quali l’accesso era a lui consentito. In questi
casi è proprio il titolo legittimante l’accesso e la permanenza nel sistema che
risulta violato: il soggetto agente opera illegittimamente, in quanto il titolare del
sistema medesimo lo ha ammesso solo a ben determinate condizioni, in assenza
o attraverso la violazione delle quali le operazioni compiute non possono ritenersi
assentite dall’autorizzazione ricevuta». Ne deriva, secondo l’insegnamento che
può trarsi dalla sentenza Casani, che «il dissenso tacito del dominus foci non
viene desunto dalla finalità (quale che sia) che anima la condotta dell’agente,
bensì dall’oggettiva violazione delle disposizioni del titolare in ordine all’uso del
sistema. Irrilevanti devono considerarsi gli eventuali fatti successivi: questi, se
seguiranno, saranno frutto di nuovi atti volitivi e pertanto, se illeciti, saranno
sanzionati con riguardo ad altro titolo di reato (rientrando, ad esempio, nelle
previsioni di cui agli artt. 326, 618, 621 e 622 cod. pen.)».
Ergo, ai fini dell’integrazione del reato risulta di immediata rilevanza se il
soggetto, normalmente abilitato ad accedere nel sistema, abbia o meno operato
l’accesso in questione nel rispetto delle prescrizioni che legittimano quell’attività
(prescrizioni che, per un ufficiale di p.g., possono trovare presupposto
nell’esistenza di indagini in corso o nel disbrigo di accertamenti istituzionali, non
certo nella richiesta informale di chi, per quanto investito a sua volta di funzioni
pubblicistiche, si rivolga a lui come privato cittadino).
4. Quanto, infine, al trattamento sanzionatorio, deve ricordarsi che «la
graduazione della pena, anche rispetto agli aumenti ed alle diminuzioni previsti
per le circostanze aggravanti ed attenuanti, rientra nella discrezionalità del
giudice di merito, il quale la esercita, così come per fissare la pena base, in
aderenza ai principi enunciati negli artt. 132 e 133 cod. pen., sicché è
inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad una nuova
valutazione della congruità della pena» (Cass., Sez. III, n. 1182 del 17/10/2007,
Cilia, Rv 238851). Va sottolineato che, nel disattendere l’identica censura
mossa nei riguardi della sentenza di primo grado, la Corte territoriale ha già
posto in rilievo come la riduzione conseguente all’applicazione delle attenuanti
generiche in favore del Provenzano sia stata operata “in misura prossima al
massimo”, a fronte comunque di un giudizio di obiettiva gravità della condotta.
5. Il rigetto del ricorso comporta la condanna dell’imputato al pagamento
delle spese del presente giudizio di legittimità.

P. Q. M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso il 29/09/2016.

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