[Argomento] – Cassazione Penale 24/01/2017 N° 3439

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 24/01/2017

Numero: 3439

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 24/01/2017 n° 3439:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 3439 Anno 2017
Presidente: NAPPI ANIELLO
Relatore: VESSICHELLI MARIA
Data Udienza: 28/11/2016

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
ROBERTO PAOLO nato il 09/12/1964 a NAPOLI
SASSO ANTONIO nato il 15/09/1949 a NAPOLI
avverso la sentenza del 10/02/2015 della CORTE APPELLO di NAPOLI
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 28/11/2016, la relazione svolta dal Consigliere
MARIA VESSICHELLI
Udito il Procuratore Generale in persona del MARIO FRATICELLI
che ha concluso per il rigetto

RITENUTO IN FATTO

Propongono ricorso per cassazione Roberto Paolo e Sasso Antonio avverso la
sentenza della Corte d’appello di Napoli in data 10 febbraio 2015 con la quale, in
riforma della sentenza di primo grado, è stata dichiarata la prescrizione dei reati
di diffamazione ad essi addebitati.
In particolare, Roberto era stato tratto giudizio e condannato in primo grado
in riferimento al reato di diffamazione a mezzo stampa commesso il 22 luglio
2004 mediante la pubblicazione di un articolo sul quotidiano “il Roma”: articolo
nel quale si addebitava alla parte offesa, Roscigno Annamaria, dirigente del
servizio stampa del Comune di Napoli, di avere intenzione di compiere atti
ritorsivi in danno di un tirocinante, colpevole di una inchiesta sui conflitti di
interesse dell’assessore comunale alla cultura.
Al Sasso veniva invece addebitato, al capo B2, l’omesso controllo in
relazione al predetto reato e, al capo C, ulteriori ipotesi di diffamazione, ai danni
della stessa parte offesa, commesse mediante la pubblicazione di un comunicato
stampa, coevo al precedente articolo, e di un articolo comparso 23 luglio del
2004 sul medesimo quotidiano, entrambi sullo stesso tema sopra illustrato.
La condanna in primo grado era stata, per il Paolo, alla pena di mesi otto di
reclusione e per il Sasso alla pena di mesi 10 di reclusione. Entrambi erano stati
condannati in solido al risarcimento del danno della parte civile da liquidarsi in
separato giudizio.
La Corte d’appello, nel dichiarare estinti i reati, ha rigettato l’impugnazione
agli effetti civili.
Deducono
1) il vizio di motivazione e la violazione di legge in ordine al mancato
riconoscimento dell’esercizio del diritto di critica giornalistica.
Sostengono che, con le condotte in contestazione, gli imputati non hanno
mai rappresentato fatti contrari al vero ma hanno al contrario formulato una
valutazione riguardo alla missiva pervenuta al tirocinante (in formazione presso
l’Ufficio stampa del Comune di Napoli) nonché aspirante pubblicista Dario Caselli.
Di ciò la Corte di appello si era totalmente disinteressata nonostante che la
missiva in questione recasse la contestazione di “incompatibilità” tra l’esercizio
della professione giornalistica e la prosecuzione dello “stage” presso l’ufficio
stampa del Comune di Napoli.
Non si era trattato, dunque, come affermato apoditticamente nella sentenza,
di una mera comunicazione di routine nella fase di avvio dello stage oppure
dell’invito al rispetto di obblighi peraltro riguardanti soggetti strutturati presso
l’Ufficio stampa e non il Caselli; si era trattato invece di un avvertimento su
pretesa incompatibilità e dunque della necessità di una scelta: un avvertimento
che meritava critiche perché era pervenuto in stretta correlazione temporale con
la pubblicazione, ad opera del Caselli, di un articolo “inchiesta” sui presunti
conflitti di interesse di un componente della giunta comunale. E a distanza di tre
mesi dall’avvio dello stage, avvenuto nella piena consapevolezza da parte di tale
Ufficio, che lo stagista svolgeva contemporaneamente attività di pubblicazione di
articoli. Un’attività che, cioè, aveva continuato ad essere svolta prima della
pubblicazione dell’articolo che aveva suscitato la reazione della querelante.
Rispetto a tale iniziativa, gli imputati si erano espressi in termini critici con
una ragionato dissenso che sfiorava l’operazione della mera constatazione e che
comunque meritava di essere scriminato.
Il senso dell’iniziativa della parte offesa, infatti, si prestava pienamente ad
essere percepito come quello proprio di una pressione di natura ritorsiva a
partire da un dato certo, quale il contenuto della missiva stessa, fedelmente
riportato nell’articolo del Roberto. D’altra parte era del tutto legittima la critica
formulata negli articoli, volta a far emergere come l’operato della persona offesa
fosse, esso, incompatibile con i principi di imparzialità e trasparenza della
Pubblica Amministrazione.
Il ragionamento del giudice dell’appello è dunque parziale e travisante
poiché ignora il dato valutativo che connota gli articoli incriminati ed anzi
attribuisce agli articolisti un’affermazione non vera qual’era quella secondo cui il
Caselli rischiava di perdere il rapporto di lavoro mentre lo stesso non era legato
da alcun rapporto di tal genere, essendo un semplice stagista.
Gli impugnanti invocano gli stessi principi affermati anche nelle sentenze
della CEDU nonché segnalano che la stessa questione è stata oggetto di
interventi critici anche ad opera di esponenti di rilievo delle associazioni di
categoria degli operatori della stampa e dei rappresentanti degli schieramenti
politici rappresentati nel Consiglio comunale, tutti destinatari di querele della
persona offesa.
2) Con il secondo motivo si deduce il vizio della motivazione riguardo al
diniego della scriminante prevista dall’articolo 599 cp.
L’iniziativa della persona offesa, ossia l’avvertimento di incompatibilità
rivolto allo stagista doveva ritenersi un fatto ingiusto dal quale era scaturita la
reazione degli impugnanti.
Al riguardo la risposta del Tribunale, secondo cui non si sarebbe trattato di
un fatto ingiusto perché sostenuto da una sorta di parere pro-ventate di tale
dott. Rovinetti, sarebbe inadeguata e insoddisfacente anche perché tale soggetto
non era stato mai citato e il parere era inutilizzabile perché presente in atti in
fotocopia, senza garanzie sull’provenienti.
Non erano stati neppure precisati, nella sentenza impugnata, gli obblighi di
riservatezza che la querelante avrebbe giustamente segnalato come non
rispettati: le notizie pubblicate dallo stagista non erano infatti riservate.
3) Con il terzo motivo si denuncia il mancato riconoscimento della
scriminante nella forma putativa.
La consequenzialità di tutti i fatti che avevano caratterizzato i rapporti tra lo
stagista e l’Ufficio stampa del Comune rendeva evidente che la pubblicazione
degli articoli era il frutto di una interpretazione di essi in buona fede, sicché
anche eventuali inesattezze erano incolpevoli.
4) Con il quarto motivo si denuncia la mancata osservanza delle forme di cui
all’articolo 197 bis cpp per l’esame della persona offesa, a sua volta denunciata
in relazione all’articolo 323 c.p.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I ricorsi sono fondati in accoglimento del primo motivo di ricorso.
1.1 Nonostante che i reati siano stati dichiarati prescritti, fondatamente i
ricorrenti chiedono la riconsiderazione, dalla base, della legittimità della
affermazione di colpevolezza che è presupposta alla statuizione di rigetto
dell’appello agli effetti civili ma che è rimasta non esclusa agli effetti penali in
ragione della prescrizione sopravvenuta alla condanna inflitta in primo grado.
Invero, sia la declaratoria di prescrizione del reato che la contestuale
conferma di condanna dei ricorrenti al risarcimento del danno li legittimano
pienamente ad una impugnativa, qual’è quella in esame, volta, agli effetti penali,
a vedere censurate le conclusioni del giudice di merito anche solo in termini di
mancata attestazione di prova insufficiente – data la decisione dell’appello agli
effetti civili: Sez. U, Sentenza n. 35490 del 28/05/2009, Tettamenti, Rv. 244273
– riguardo all’omesso riconoscimento di una causa di proscioglimento nel merito
tra quelle descritte dall’art. 129 comma 2 cpp; e, agli effetti civili, il mancato
accoglimento di questioni processuali (come quella sulla inutilizzabilità) capaci di
incidere sul compendio probatorio valorizzato o di questioni sui vizi della
motivazione, idonei parimenti ad incidere sulla tenuta della affermazione di piena
colpevolezza e responsabilità.
2. Occorre, dunque, in primo luogo dare atto della inammissibilità dell’ultimo
motivo di ricorso – rilevante agli effetti civili- che sembrerebbe prima facie
presentare natura preliminare.
Non risulta, infatti, che la sentenza impugnata fondi il giudizio finale sulle
dichiarazioni della persona offesa come fonte di prova dichiarativa, essendo,
piuttosto, il ragionamento sviluppato, basato sull’analisi di prove documentali
quali gli articoli di stampa. La eccezione dunque pecca di genericità laddove non
contiene la illustrazione della rilevanza della questione, e non è idonea ad
impedire un esito fausto della “prova di resistenza” cui la Corte può sottoporre la
motivazione della sentenza impugnata, sottraendo dalle sue fondamenta la prova
dedotta come inutilizzabile.
3. I ricorsi debbono piuttosto essere ritenuti meritevoli di accoglimento sotto
il profilo del mancato riconoscimento della causa di giustificazione dell’esercizio
di un diritto e segnatamente del diritto di critica che trae fondamento non solo
dall’art. 51 cp, ma costituisce uno dei principi dotati di copertura costituzionale
nella prima parte della Carta fondamentale.
Invero, deve essere subito riconosciuto che la sentenza impugnata non
merita censura alcuna in punto di affermazione della integrazione del paradigma
normativo dell’art. 595 cp, come aggravato dal mezzo della stampa, e in punto
di astratta individuazione dei criteri base per la esclusione della ricorrenza della
specifica causa di giustificazione invocabile da chi esercita il fondamentale
diritto-dovere della pubblica informazione.
Basterà osservare, al riguardo, che è sicuramente lesiva della reputazione
l’attribuzione, alla querelante, della volontà o anche della semplice
prospettazione della possibilità di allontanare, dall’Ufficio stampa da essa diretto,
un giovane stagista affidatole per un corso formativo di livello universitario, per
motivi diversi da quello della disciplina o dell’affidamento: motivi invece indicati
come integrati dall’indebita ingerenza nella attività di pubblicista di costui e, quel
che è peggio, da una asserita volontà di ritorsione per inchieste giornalistiche
dallo stesso compiute a carico di esponenti della P.A.
Si tratterebbe di un comportamento contrario ai principi di base
dell’ordinamento costituzionale e sicuramente censurabile, per dolo, anche sul
piano della responsabilità civile.
Ugualmente corretta è l’affermazione, contenuta in sentenza, secondo cui
l’esercizio del diritto di cronaca comprende, tra i requisiti fondanti, la esposizione
di un fatto vero, laddove la attribuzione ad altri di un fatto falso non può
certamente reputarsi scriminabile, anche in presenza di interesse pubblico alla
notizia, fatti salvi i casi in cui la scriminante sia destinata a produrre effetto per
ragioni attinenti all’atteggiamento psicologico del colpevole (esimente putativa;
eccesso colposo).
E’ da aggiungere a tali premesse, che il requisito del verità del fatto vale
anche per la configurazione della diversa scriminante del diritto di critica
giornalistica la quale, sebbene con contorni aperti alla prospettazione di una
valutazione soggettiva e in quanto tale incoercibile entro una parametro
oggettivamente enucleabile, non può disancorarsi del tutto dal fatto da cui
prende le mosse e dal dovere dì rappresentare questo in termini di verità
obiettivamente verificabile.
Tuttavia, nell’ambito di un articolo di cronaca e critica giornalistica, deve
precisarsi il discrimine tra il dato fattuale attribuito ad un soggetto, così esposto
alla lesione della propria reputazione, e l’analisi di tipo politico, sociologico,
amministrativo, giudiziario o altro, che, a partire da quel dato, il giornalista è
abilitato ad effettuare, con effetti dello stesso tipo.
Soltanto con riferimento al primo elemento la giurisprudenza consolidata
pretende la verifica del connotato della verità, mentre della analisi e comunque
della costruzione del ragionamento che ne consegue, trattandosi di attività a
natura valutativa, non può pretendersi lo stesso connotato, essendo il parametro
di riferimento, quello, privo di conseguenze penali, della condivisionenon
condivisione della critica.
Può e deve pretendersi, piuttosto, al fine di realizzare il corretto
bilanciamento anche col valore contrapposto della tutela della personalità
previsto come principio fondamentale della Costituzione (art. 2 Cost.), che si sia
realmente in presenza di una critica, ossia di un argomentare logico e
giustificato, capace di integrare quell’esercizio della funzione informativa che
rientra nel diritto di manifestare il proprio pensiero anche con lo scritto e con
ogni altro mezzo di diffusione (art. 21 Cost.). In altri termini , rientra appieno
nella valutazione di merito sulla integrazione della causa di giustificazione,
l’opera interpretativa del giudice chiamato a distinguere tra effettiva prova di
critica giornalistica e comportamento che invece, mancando di qualsiasi
connotato dì logica e giustificatezza della analisi, finisca con l’integrare una
diffamazione non scriminabile perchè consistente in un uso apparente della
dialettica, volto a coprire la sola ed effettiva volontà di fare non informazione,
ma disinformazione: creando suggestioni, proponendo accostamenti indebiti di
fatti diversi ma somiglianti rispetto a quelli accaduti e, in una espressione, una
immagine consapevolmente ma ingiustificatamente e gratuitamente distorta del
soggetto-bersaglio.
Ebbene, di tali principi la Corte d’appello non ha fatto corretta applicazione,
errando, da un lato, e nella sola ottica del diritto di cronaca, nella individuazione
del “fatto” su cui parametrare il rispetto del requisito della veridicità e, dall’altro,
omettendo del tutto di pronunciarsi sulla configurabilità del diritto di critica, pure
puntualmente invocato, come si desume dall’esposizione dei motivi d’appello
presente a pagina 3 della sentenza impugnata.
Proprio tali lacune, evidenziate dai ricorrenti, sono apprezzabili e anche
colmabili da questa stessa Corte alla stregua del chiaro panorama fattuale
tracciato nelle due sentenze di merito, con la conseguenza che l’annullamento
della sentenza in esame vedrebbe come superfluo il rinvio al giudice a quo.
L’evidente errore in cui è incorsa la Corte territoriale, attiene cioè alla
individuazione del nucleo fattuale della narrazione contenuta negli articoli dei
giornalisti, confondendo il fatto narrato con la valutazione che ne è conseguita.
Il fatto, invero, non era altro che l’invio di una missiva ad opera della
querelante, al giovane stagista e aspirante pubblicista Caselli, contenente la
indicazione della incompatibilità di cui all’art. 9 comma 4 della I. n. 150 del 2000,
come puntualmente spiegato a pag. 5 della sentenza impugnata.
Orbene, posto che tale norma, facente parte della legge di disciplina delle
attività di informazione e di comunicazione delle Pubbliche amministrazioni
enuncia i casi di incompatibilità cui sono sottoposti “i coordinatori e i
componenti” dell’ufficio stampa (í quali non possono esercitare, per tutta la
durata dei relativi incarichi, attività professionali nei settori radiotelevisivo, del
giornalismo, della stampa e delle relazioni pubbliche), appare evidente che l’invio
di una missiva contenente la rappresentazione, allo stagista, dì tali
incompatibilità sì prestava a legittime interpretazioni e commenti critici, anche
salaci, quali sono quelli oggetto degli articoli incriminati. Quelle che, perciò,
costituivano il contenuto valutativo degli articoli incriminati, diverso dal fatto.
Il tema dibattuto, evidentemente, era proprio quello della possibilità o meno
di applicare ad un semplice stagista non strutturato la norma in commento e, sia
nel caso di soluzione affermativa che in caso contrario, quello di una valutazione
sugli effetti che la missiva era destinata a produrre nella sfera soggettiva e
oggettiva del destinatario, soprattutto alla luce del fatto, non contestato nella
realtà processuale, che lo stagista scriveva da tempo articoli giornalistici che non
avevano destato quella stessa iniziativa, fatta eccezione per un pezzo, del giorno
precedente, dal contenuto lesivo della immagine del Comune.
In conclusione, la attribuzione alla querelante, da parte dei giornalisti, di
una condotta risoltasi in una pressione indebita sullo stagista, attraverso la
prospettazione di una scelta ineludibile fra la prosecuzione del tirocinio e l’attività
di praticante pubblicista, attiene al perimetro della critica giornalistica perchè
nella specie – corretta o errata che fosse l’analisi, condivisibile o non condivisibile
– gli autori hanno rappresentato tale evento come l’epilogo di una serie
concatenata di fatti, frutto cioè di una propria rappresentazione ad essi soli
riconducibile e non, viceversa, espressione di una realtà oggettiva, come tale
registrata e ritrasmessa alla opinione pubblica.
Poco rileva, dunque, se, secondo una delle possibili interpretazioni
alternative degli stessi fatti – quella che í giudici a quibus hanno mostrato di
condividere – quella scelta non sarebbe stata concretamente nemmeno
ipotizzabile dal momento che la querelante sì sarebbe limitata, con la nota
missiva, a invitare il destinatario al rispetto di meri obblighi di comportamento
quali sarebbero quelli previsti dall’art. 9, comma 4, I. n. 150 del 2000.
Gli addebiti debbono essere riconosciuti come non punibili perchè gli articoli
sono stati redatti nell’esercizio del diritto dì critica. Gli ulteriori motivi restano
assorbiti.

PQM

annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non costituisce
reato in quanto commesso nell’esercizio del diritto di critica.
Così deciso il 28 novembre 2016.

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