[Argomento] – Cassazione Penale 24/01/2017 N° 3394

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 24/01/2017

Numero: 3394

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 24/01/2017 n° 3394:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 3394 Anno 2017
Presidente: AMORESANO SILVIO
Relatore: DI NICOLA VITO
Data Udienza: 23/11/2016

SENTENZA

sui ricorsi proposti da
Torreg rossa Anna, nata a Palermo il 13-02-1962
Clemente Francesco Paolo, nato a Palermo il 28-04-1989
avverso la sentenza del 30-04-2015 della corte di appello di Palermo;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Vito Di Nicola;
udito il Procuratore Generale in persona del dott. Aldo Policastro che ha concluso
per il rigetto dei ricorsi.

RITENUTO IN FATTO

1. Anna Torregrossa e Francesco Paolo Clemente ricorrono per cassazione
impugnando la sentenza indicata in epigrafe con la quale la Corte di appello di
Palermo ha confermato per la prima e parzialmente riformato per il secondo la
sentenza del tribunale di Palermo che aveva condannato i ricorrenti per il reato
di cui agli articoli 56, 110, 515 del codice penale, perché, in concorso tra loro, la
prima nella qualità di dipendente della “GI.DI. Giacalone distribuzione SRL” e
responsabile del punto vendita “Eurospin” con sede in Palermo, e il secondo
quale dipendente subordinato alla prima, detenevano per la vendita prodotti
alimentari con la data di scadenza alterata, nella specie rappresentati da una
decina di confezioni di hot dog, così compiendo atti idonei in modo non equivoco
a commettere il reato di frode nell’esercizio del commercio non riuscendo
nell’intento per cause indipendenti dalla propria volontà, in Palermo in data
anteriore e prossima al dicembre 2009.
2. Per l’annullamento dell’impugnata sentenza i ricorrenti sollevano le
seguenti doglianze, qui enunciate ai sensi dell’articolo 173 delle disposizioni di
attuazione al codice di procedura penale nei limiti strettamente necessari per la
motivazione.
2.1. La Torregrossa, con un unico mezzo di annullamento, lamenta la
violazione della legge processuale e il difetto di motivazione per aver la Corte
d’appello fondato il giudizio di colpevolezza sulle propalazioni accusatorie del
coimputato, Clemente Francesco Paolo, erroneamente ritenute pienamente
attendibili sotto il profilo intrinseco, nonché estrinsecamente riscontrate in modo
individualizzante, senza aver, e in violazione dell’articolo 194 del codice di
procedura penale, proceduto all’esame dei testi de relato, che avrebbero fornito
le informazioni alle fonti utilizzate ai fini del riscontro e, prima ancora, senza che
nel processo emergessero i nomi delle fonti dichiarative dirette, confezionando in
tal modo una motivazione manifestamente illogica e lacunosa, in relazione ai
fatti processualmente affermati.
2.2. Il Clemente, con un primo motivo, denunzia la violazione di legge per
eccesso di potere nonché, con un secondo motivo, lamenta l’inosservanza e
l’erronea applicazione della legge penale per insussistenza dell’elemento
soggettivo del reato, sul rilievo che non sarebbe possibile affermare che il
ricorrente avesse, nella evidente e provata compromissione totale del suo libero
discernimento, cognizione dell’antigiuridicità penale del comportamento
impostogli dal diretto superiore sicché, non essendo stata ritenuto applicabile il
disposto dell’art. 54 del codice penale, la motivazione confezionata dai giudici del
merito si segnalerebbe per difetto di coerenza interna. Deduce, con un terzo
motivo, inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità,
inutilizzabilità, inammissibilità, e decadenza sul rilievo che non sarebbe stato
provato in alcun modo che il ricorrente fosse il responsabile del banco frigo e
neppure potevano essere utilizzate in tal senso le dichiarazioni auto accusatorie
dell’imputato che avevano una valenza esclusivamente contra alios e giammai
contra se. Con il quarto motivo, il ricorrente eccepisce la mancata assunzione di
prova decisiva e, con il quinto motivo, lamenta la mancanza della motivazione in
ordine all’applicabilità della causa di non punibilità della particolare tenuità del
fatto.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I ricorsi non sono fondati.
2. Il primo ed il quarto motivo di impugnazione del Clemente sono
inammissibili in quanto aspecifici.
Al di là infatti della loro difficile comprensione, le censure sono state
sollevate per la prima volta nel giudizio di legittimità e comunque non si
concentrano su punti determinati della decisione impugnata cosicché non
svolgono alcuna funzione critica rispetto all’apparato argomentativo della
decisione censurata, non consentendo, in tal modo, al giudice dell’impugnazione
di operare l’auspicato controllo sulla sentenza impugnata.
3. Il quinto motivo di impugnazione proposto dal Clemente, circa il difetto di
motivazione in ordine alla negata applicazione della causa di non punibilità (ex
articolo 131-bis del codice penale), è inammissibile per manifesta infondatezza,
posto che la Corte territoriale ha correttamente osservato che, sebbene il
Tribunale avesse ritenuto di applicare la sola pena pecuniaria, la condotta
dell’imputato conservasse un apprezzabile offensività per la pericolosità
intrinseca della sua condotta, che aveva cagionato un vulnus alla sicurezza del
mercato alimentare.
La circostanza che il tentativo di frode posto in essere dall’imputato non
sortì effetti pregiudizievoli in ragione del fatto che la sua condotta fu sventata
prima di essere consumata, non esclude la obiettiva gravità della frode realizzata
su diverse confezioni di Hot Dog ed estrinsecatasi in una condotta che aveva
esposto a rischio l’incolumità e la salute di un elevato numero di potenziali
consumatori.
La motivazione, oltre a possedere i requisiti della adeguatezza e della
logicità, è corretta anche in diritto perché l’articolo 131-bis del codice penale
richiede, ai fini dell’applicabilità della causa di non punibilità, l’esiguità non solo
del danno ma anche del pericolo di offesa al bene tutelato.
4. I restanti motivi, rispettivamente sollevati dai ricorrenti, possono essere
congiuntamente esaminati, essendo tra loro strettamente connessi.
Essi sono infondati.
Per rendersene conto è sufficiente considerare come il Clemente, all’epoca
pacificamente responsabile del banco frigo del supermercato, riconobbe, per
quanto emerge dal testo della sentenza impugnata, di essere l’autore materiale
della condotta contestatagli, affermando, tuttavia, di aver agito su ordine
impartitogli dalla Torregrossa, ordine al quale avrebbe ottemperato per timore di
subire ritorsioni sul luogo di lavoro da parte della coimputata.
Quest’ultima, in occasione del proprio interrogatorio davanti alla P.G., e in
sede di spontanee dichiarazioni, negò di aver posto in essere la condotta
contestatale affermando di non aver mai dato delle direttive specifiche al
dipendente quanto all’alterazione delle date di scadenza di confezioni di hot dog.
4.1. La Corte d’appello, con logica ed adeguata motivazione, ha ritenuto,
quanto alla posizione della Torregrossa, che la chiamata in correità del Clemente
dovesse ritenersi intrinsecamente attendibile, in quanto quest’ultimo non aveva
manifestato ragioni di risentimento nei confronti della coimputata, tali da poterlo
indurre a formulare accuse calunniose, e le sue dichiarazioni rese nel corso
dell’interrogatorio, e poi in udienza, si erano mantenute costanti e coerenti.
Il Clemente, poi, non aveva alcuna precipuo interesse a operare la
contraffazione in questione onde, secondo la Corte di appello, la verosimiglianza
che fosse stato indotto a porre in essere la condotta illecita su indicazione del
suo diretto superiore che, pur non avendo potere di licenziamento, poteva
provocare un giudizio negativo nei suoi confronti ed in estrema ipotesi indurre la
dirigenza ad un suo licenziamento, avendo poteri di vigilanza sul personale
dell’unità operativa.
Inoltre, la Corte del merito ha sottolineato come la chiamata in correità del
Clemente avesse trovato significativo riscontro nelle dichiarazioni del teste
Geraci, amministratore giudiziario della società GI.DI S.r.l. il quale aveva
confermato che la Torregrossa, quale responsabile del punto vendita in
questione, si occupava di diverse funzioni, tra cui anche quella di controllare le
date di scadenza dei prodotti esposti in vendita all’interno del supermercato e di
segnalare eventuali carenze nella produttività del personale dipendente.
A specifica domanda il teste aveva anche confermato di avere ascoltato tutti
i dipendenti e di avere appreso che il Clemente aveva operato su richiesta e
determinazione della Torregrossa riferendo di avere intrapreso, sulla scorta di
tali informazioni, un procedimento disciplinare conclusosi con il licenziamento di
quest’ultima, anche in ragione di altre violazioni, e una diversa sanzione
disciplinare nei confronti dei lavoratori che avevano ottemperato alle sue
prescrizioni illecite.
La Centineo, coadiutore dell’amministratore giudiziario e responsabile
amministrativa della “GI.DI. Giacalone Distribuzione S.r.l.”, aveva, a sua volta,
ricordato che erano stati rinvenuti nei banchi frigo circa una decina di confezioni
di hot dog, pronti per la vendita, sui quali era stata contraffatta la data di
scadenza, la quale era in origine anteriore di circa venti giorni, e nel magazzino
furono rinvenuti i materiali utilizzati per cancellare l’originaria scadenza riportata
sulle confezioni, riferendo altresì di avere sentito diversi dipendenti del punto
vendita, i quali avevano confermato che la Torregrossa aveva dato, anche in
altre occasioni e a soggetti diversi dal coimputato Clemente, disposizioni di
contraffare le date di scadenza dei prodotti alimentari, soprattutto nel caso in cui
si trattava di prodotti in giacenza nel magazzino. La teste aveva ricordato che
alcuni lavoratori presentarono al riguardo un documento scritto.
Dalle concordanti informazioni offerte dai testi Geraci e Centineo, i quali non
avevano alcun interesse a riferire cose diverse da quelle apprese direttamente
sul luogo di lavoro dai dipendenti dell’azienda, la Corte distrettuale ha tratto il
corretto convincimento circa l’idoneità delle stesse a fungere da riscontro
individualizzante alla chiamata di correità dell’imputato Clemente, sottolineando
che la testimonianza de relato, quale quella in oggetto, non è utilizzabile soltanto
se, a richiesta della difesa, il giudice non dispone la citazione dei testi alle cui
dichiarazioni è stato fatto riferimento, ma dall’esame dei verbali di udienza non
emerge che la difesa avesse avanzato tale istanza, sebbene fosse agevole
procedere all’identificazione dei lavoratori dipendenti del punto vendita.
4.2. Quanto alla posizione del Clemente, alle rimostranze circa la mancanza
dell’elemento soggettivo del reato ed al fatto di essere stato l’imputato costretto
ad agire per l’ordine illegittimo impartito dalla coimputata, la Corte del merito ha
affermato, condividendo l’analogo approdo cui era giunto il tribunale, che la
giustificazione del Clemente di aver osservato l’ordine illecito impostogli dalla
Torregrossa per timore di subire ritorsioni lavorative poteva essere presa in
considerazione nel caso in cui ad ordinare la condotta vietata fosse stato un
soggetto che rivestisse una posizione apicale nell’organigramma aziendale, in
quanto il lavoratore non avrebbe avuto altri superiori ai quali denunciare il
comportamento illecito impostogli. Tuttavia, nel caso in esame, il Clemente
avrebbe potuto rifiutarsi di ottemperare all’ordine illecito impostogli e avrebbe
potuto denunciare l’accaduto ad altri suoi superiori, posto che la Torregrossa
aveva avanzato richieste irregolari anche nei confronti di altri dipendenti del
supermercato e che alcuni di essi si erano rifiutati di adempiere alle sue indebite
pretese.
Sulla base di ciò, quindi, la Corte territoriale ha escluso che ricorressero, nel
caso di specie, i presupposti della scriminante dello stato di necessità poiché,
anche a voler ritenere che l’imputato avesse soggettivamente ritenuto di correre
il pericolo di essere licenziato o di subire un pregiudizio nella sua posizione
lavorativa in seguito al rifiuto opposto alla direttrice, certamente non ricorreva
l’altro presupposto della scriminante ossia l’inevitabilità del pericolo che avrebbe
potuto essere evitato, appunto, denunziando la condotta illecita della
Torreg rossa.
Peraltro, il giudizio di responsabilità a carico dell’imputato è stato fondato
sulla sua ampia confessione di essere stato l’autore materiale della
contraffazione, in ragione della specifica richiesta avanzatagli dal suo diretto
superiore, la coimputata Torregrossa, cosicché neppure è giustificata la doglianza
circa la carenza dell’elemento soggettivo, mentre la censura circa l’inutilizzabilità
contra se delle dichiarazioni auto ed etero accusatorie, oltre ad essere nuova e
pertanto non ammissibile, è destituita di qualsiasi fondamento, trattandosi di
confessione assunta senza alcuna violazione di norme processuali.
5. L’approdo cui è giunta la Corte del merito è dunque ineccepibile perché,
quanto al fulcro della doglianza sollevata dalla Torregrossa, la giurisprudenza di
legittimità ha affermato che, in tema di testimonianza indiretta, il divieto posto
dal comma settimo dell’art. 195 cod. proc. pen. non opera in maniera automatica
ma solo quando il testimone non sia in grado di fornire elementi idonei ad una
univoca ed immediata identificazione della fonte delle informazioni da lui riferite,
e non sia possibile discutere, sulla base di dati certi e non seriamente
controvertibili, dell’esistenza ed attendibilità di tale fonte (Sez. 6, n. 37370 del
14/05/2014, Romeo, Rv. 260251).
Ne consegue che costituisce onere della parte richiedere l’esame del teste de
relato, cosicché l’imputato, qualora abbia mostrato disinteresse alla conoscenza
della fonte diretta, consentendo la legittima acquisizione del dato processuale
costituito dal contenuto della prova orale, non può poi dolersi del fatto che, non
essendo stata riferita nominativamente la fonte dalla quale il fatto sia stato
appreso, non sia stato possibile escuterla e così inficiando il contenuto della
testimonianza indiretta, con l’ulteriore conseguenza che l’onere di richiedere
l’esame della fonte diretta vale tanto nel caso in cui questa sia nominativamente
indicata, quanto nel caso in cui, come nella specie, sia facilmente identificabile
ed alla sua identificazione non si sia pervenuti per il disinteresse mostrato dal
soggetto cui la legge attribuisce il potere di chiedere l’esame del teste diretto.
E’ pertanto esatta l’affermazione secondo la quale la dichiarazione de relato
non è utilizzabile soltanto se, a richiesta della parte interessata, il giudice non
abbia disposto la citazione dei testi identificati o facilmente identificabili alle cui
dichiarazioni sia stato fatto riferimento (nel caso di specie, tanto il Geraci quanto
la Centineo avevano riferito di aver appreso il fatto dichiarato, ossia dell’ordine
illegittimo impartito dalla Torregrossa al Clemente, da tutti i lavoratori del
supermercato, dei quali era agevole procedere all’identificazione trattandosi di
dipendenti del punto vendita).
Né rilevano, al cospetto di una prova dichiarativa ampiamente riscontrata, le
affermazioni, che si risolvono in censure fattuali il cui ingresso non è consentito
nel giudizio di legittimità, circa l’interesse che il Clemente avrebbe avuto
nell’accusare la Torregrossa e dell’eventuale assenza da parte di quest’ultima di
un movente che avesse potuto sostenere la condotta denunciata dalla fonte di
prova.
Allo stesso modo, non è invocabile l’esimente dello stato di necessità, di cui
all’articolo 54 del codice penale, per avere il ricorrente agito in qualità di
lavoratore dipendente, in quanto costretto dalla necessità di non perdere il posto
di lavoro. Infatti, non ricorre, nella specie, l’elemento essenziale, ai fini
dell’I’operatività della scriminante, dell’inevitabilità del pericolo che, invece,
poteva essere facilmente evitato, come hanno sottolineato i giudici del merito,
denunziando la condotta illecita della Torregrossa, cosicché il ricorrente avrebbe
potuto rifiutarsi di ottemperare all’ordine illecito impostogli e avrebbe potuto
denunciare l’accaduto ad altri suoi superiori, posto che la Torregrossa aveva
anche in diverse occasioni e nei confronti di altri lavoratori impartito analoghi
ordini illegittimi.
Neppure risulta applicabile la scriminante di cui all’articolo 51 del codice
penale perché, secondo un risalente ma ancora valido indirizzo della
giurisprudenza di legittimità, tale disposizione, che trova la sua giustificazione
nel divieto imposto ai cittadini di sindacare le norme giuridiche e di disubbidire
agli ordini legittimi della pubblica autorità, considera non punibili i fatti preveduti
dalla legge come reati, se siano commessi per adempiere ad un dovere derivante
da tali norme ed ordini. Tuttavia, gli ordini, come si evince dalla precisa e chiara
formulazione della legge, debbono emanare da una pubblica autorità, il che
significa che i rapporti di subordinazione presi in considerazione sono
esclusivamente quelli che sono previsti dal diritto pubblico. Nei rapporti di diritto
privato, tra i quali sono compresi quelli che intercorrono tra i privati datori di
lavoro e i loro dipendenti, non è applicabile la causa di giustificazione sopra
indicata, perché manca un potere di supremazia, inteso in senso pubblicistico,
del superiore riconosciuto dalla legge (Sez. 6, n. 133 del 22/10/1971, dep. 1972,
Alunni, Rv. 119833).
6. Consegue il rigetto dei ricorsi e la condanna dei ricorrenti al pagamento
delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
Così deciso il 23/11/2016

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