[Argomento] – Cassazione Penale 23/01/2017 N° 3058

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 23/01/2017

Numero: 3058

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 23/01/2017 n° 3058:

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Penale Sent. Sez. 6 Num. 3058 Anno 2017
Presidente: CONTI GIOVANNI
Relatore: CALVANESE ERSILIA
Data Udienza: 28/12/2016

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Golia Paolo, nato a San Pietro Vernotico il 11/08/1983
avverso la ordinanza del 10/06/2016 del Tribunale di Lecce
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Ersilia Calvanese;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
generale Perla Lori, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito il difensore, avv. Ladislao Massari, che ha concluso
l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza in data 10 giugno 2016, il Tribunale di Lecce, in funzione di
giudice del riesame, confermava, limitatamente ai capi A) e C), esclusa per
entrambi l’aggravante di cui all’art. 7 I. n. 203 del 1991, il provvedimento con cui
il Giudice per le indagini preliminari del medesimo Tribunale aveva applicato la
misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di Paolo Golia in relazione
alla partecipazione ad una associazione dedita al narcotraffico (capo A), operante
sino all’agosto 2013, ad un episodio di estorsione (capo C), nonché a plurimi
reati di cui all’art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990.
Il Tribunale dichiarava la nullità dell’ordinanza genetica per i reati di cui
all’art. 73 cit. per la mancanza di un’autonoma motivazione del quadro indiziario,
mentre perveniva a differenti conclusioni per i restanti reati, rilevando in
particolare, relativamente al capo A), che l’ordinanza applicativa, dopo aver
trascritto testualmente la richiesta del P.M., conteneva la valutazione degli
elementi indiziari a carico dell’indagato, richiesta dall’art. 292 cod. proc. pen.,
ricapitolando e ricollegando tra loro tutti gli elementi indiziari emersi dall’attività
investigativa, sintomatici dell’esistenza di un organismo associativo finalizzato al
narcotraffico e dimostrativi del personale contributo causale arrecato ad esso
dall’indagato.
Relativamente alla gravità indiziaria, il Tribunale, dopo aver esposto gli
elementi positivi dimostrativi dell’esistenza di un sodalizio criminoso dedito al
traffico di stupefacenti, capeggiato da Giuseppe Perrone e nel quale componente
di rilievo era da ritenersi Maurizio Maiorano, con un ruolo direttivo
nell’organizzazione dell’attività di compravendita della droga, e nel quale stretti
collaboratori nell’attività di spaccio erano risultati Sebastiano Esposito, Luca
Lorfei, Massimiliano Lasalvia, Giovanni Maiorano e Paolo Golia, analizzava la
posizione di quest’ultimo, che aveva prestato il suo contributo all’associazione
occupandosi della cessione dello stupefacente.
Gli elementi indiziari a suo carico per il reato sub A) erano costituiti
prevalentemente dagli esiti delle captazioni telefoniche che avevano rivelato:
l’utilizzo da parte dell’indagato del linguaggio convenzionale condiviso dagli altri
sodali per le trattative illecite inerenti allo spaccio; la fungibilità tra l’indagato ed
altri sodali nello smercio della droga; la consapevolezza di far parte di un
sodalizio criminale, tanto da prospettare ad altro sodale l’esito di un’eventuale
indagine per il reato associativo a loro carico; i frequenti contatti con altri sodali
ed in particolare con il capo Perrone, realizzati con quest’ultimo attraverso una
convenzionale «triangolazione», utilizzata dal capo per evitare contatti diretti con
i sodali (smistandoli attraverso il figlio o la moglie); la condivisione con altri
sodali dei siti utilizzati per l’occultamento della droga e delle sorti della droga
sequestrata dagli investigatori; l’interessamento del capo alle sue sorti, una volta
arrestato il 27 febbraio 2013 per la detenzione e cessione di droga
(rispettivamente aventi ad oggetto 595 grammi e 18 grammi di cocaina), nonché
per la detenzione di una pistola con matricola abrasa (venendo sequestrata in
tale occasione anche la somma di euro 19.650), temendo le ripercussioni
dell’episodio sul gruppo e fornendogli il sostegno economico e legale; la
condivisione del porto di armi nelle operazioni illecite con gli altri sodali; la
sudditanza al capo, quale canale di approvvigionamento della droga da smerciare
e al quale erano dovuti gli introiti dello spaccio; la condivisione delle operazioni
illecite poste in atto dal capo, delle quali era esecutore (tanto da temere con
altro sodale di essere arrestati per la pericolosità delle operazioni poste in atto
dal capo con soggetti poco affidabili); la costante e quotidiana dedizione allo
smercio di droga, utilizzando il medesimo schema operativo; il ricorso
all’estorsione per conseguire gli introiti del gruppo; la esecuzione degli ordini del
capo (come la «ripulitura» da eventuali microspie della sua autovettura).
Quanto all’estorsione, le captazioni aveva rivelato, secondo il Tribunale, la
partecipazione del Golia all’estorsione attuata nei confronti di un debitore del
gruppo per ottenere il pagamento delle somme, sottraendogli l’autovettura,
secondo una prassi in uso al capo.
Il Tribunale, quanto alle esigenze cautelari, riteneva che, oltre che per la
presunzione relativa di cui all’art. 275, comma 3, cod. proc. pen., il pericolo di
recidiva fosse desumibile, in termini di attualità e concretezza, anche dalle
modalità e dalle circostanze delle azioni criminose, indicative di un elevato grado
di professionalità criminale nella partecipazione ad attività organizzate e stabili
finalizzate al narcotraffico: il Golia aveva invero rivestito un ruolo di spicco
all’interno del sodalizio, essendo attivissimo nel traffico di stupefacenti,
interpretato come vero e proprio «mestiere» da svolgere con dedizione
quotidiana, e era risultato nella disponibilità di armi poste al servizio
dell’associazione.
Quanto alla datazione dei fatti illeciti risalenti al 2013, il Tribunale riteneva
significative della perdurante attualità del pericolo di recidiva sia la serialità delle
condotte delittuose per un lungo periodo di tempo sia la personalità del
prevenuto, negativamente lumeggiata da precedenti penali anche specifici che
arrivavano fino al giugno al 2015.
Adeguata alla gravità delle condotte, alla loro serialità e ai precedenti
riportati (tra i quali la violazione alle disposizioni in materia di detenzione
domiciliare) era per il Tribunale la misura carceraria, in quanto la misura
domiciliare, anche se assistita dal presidio elettronico, era inidonea ad inibire la
ripresa in ambito domiciliare dell’attività criminosa e dei contatti con personaggi
coinvolti nell’illecito traffico, tenuto conto anche delle già dimostrate violazioni al
regime domiciliare (arresto per evasione nel 2015).
Il Tribunale inoltre respingeva l’eccezione difensiva sulla retrodatazione del
termine di decorrenza della custodia cautelare, ai sensi dell’art. 297, comma 3,
cod. proc. pen., e quindi di inefficacia della misura cautelare per decorrenza del
termine di durata massima, in quanto dagli atti prodotti dalla parte era emerso
che l’indagato era stato raggiunto da misura cautelare il 1° marzo 2013 per i
reati di detenzione illecita di droga e di una pistola, per i quali era stato emesso
decreto di giudizio immediato il 6 maggio 2013, mentre per il procedimento in
esame la custodia cautelare aveva avuto inizio dal 25 maggio 2016. Secondo il
Tribunale, dovendosi computare la presofferta custodia cautelare presofferta solo
per fasi omogenee, né il termine di fase né quello massimo di custodia cautelare
era scaduto al momento dell’emissione dell’ordinanza genetica e comunque al
momento della presentazione della richiesta di riesame.
2. Avverso la suddetta ordinanza, ricorre per cassazione il difensore di Paolo
Golia, chiedendone l’annullamento per i seguenti motivi:
– violazione degli artt. 297, comma 3, 303, comma 1, lett. a), n. 3, 306,
comma 1, 125, comma 3, cod. proc. pen. e art. 111 Cost. e vizio di motivazione,
in quanto, in presenza di connessione qualificata tra i reati contestati nelle due
ordinanze cautelari in procedimenti diversi e tenuto conto che il P.M. procedente
era già in grado di desumere alla data dell’emissione della prima misura gli
elementi indiziari in base ai quali era stata emessa la seconda misura (la Procura
aveva ricevuto il 13 dicembre 2012 per competenza da altra Procura gli atti con
la espressa indicazione dell’indagato, quale partecipe al sodalizio criminoso),
erroneamente avrebbe applicato il criterio del calcolo del termine con riferimento
alle «fasi omogenee», che verrebbe a vanificare la disciplina codicistica ispirata
alla ratio di evitare l’artificiosa protrazione della custodia cautelare con frazionate
contestazioni cautelari, quando sia ancora vigente la custodia cautelare applicata
per la più datata misura;
– violazione dell’art. 292, comma 2, cod. proc. pen. e vizio di motivazione in
ordine alla mancanza di autonoma valutazione da parte del Giudice per le
indagini preliminari dei requisiti normativi previsti per l’adozione della misura
coercitiva nei confronti dell’indagato per il reato associativo, in quanto,
contrariamente alla valutazione del Tribunale, l’ordinanza genetica con acrobazie
lessicali si sarebbe arrestata alla descrizione di elementi indiziari sintomatici
soltanto di episodi di cessione di stupefacenti; censurabile sarebbe pertanto
anche la motivazione dell’ordinanza impugnata che risulterebbe priva di una
seria verifica in concreto del giudizio espresso dal giudice della cautela;
– violazione degli art. 74 d.P.R. n. 309 del 1990, 125 e 273 cod. proc. pen.
e vizio di motivazione sulla gravità indiziaria, basata su scarni ed ambigui
elementi tratti dalle captazioni, privi di riscontri sulla partecipazione al sodalizio
criminoso; il Tribunale avrebbe ampliato a dismisura gli ambiti delle condotte di
partecipazione associativa, valorizzando comportamenti frutto di rapporti
occasionali ed episodici con gli ipotizzati vertici del sodalizio e non motivando sul
dolo;
– violazione degli artt. 274 e 275 cod. proc. pen. e vizio di motivazione, in
ordine alle esigenze cautelari, non avendo il Tribunale esaminato il decorso del
tempo in ordine alla verifica dell’attualità del pericolo di recidiva, obliterando le
osservazioni difensive contenute nell’atto di gravame.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è fondato nei limiti di seguito indicati.
2. Devono essere rigettate le censure illustrate negli ultimi tre motivi.
2.1. Il secondo motivo, relativo agli obblighi motivazionali imposti dall’art.
292, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., è da ritenersi generico e comunque
manifestamente infondato.
Invero, il Tribunale ha evidenziato che l’ordinanza cautelare, pur
incorporando la richiesta del pubblico ministero, aveva effettuato un effettivo
vaglio degli elementi di fatto ritenuti decisivi, spiegandone la rilevanza ai fini
dell’affermazione dei gravi indizi di colpevolezza: l’espresso riferimento ai
sequestri di stupefacente, agli approvvigionamenti di droga, al tenore allusivo
delle conversazioni intercettate tra i sodali (ai quali erano dedicati appositi
paragrafi rilevanti a suffragare l’assunto accusatorio) andava letto, secondo il
Giudice del riesame, unitamente a quella parte in cui l’ordinanza genetica aveva
dedicato la trattazione del delitto associativo (pag. 179 e 180), nella quale erano
state tirate le fila delle argomentazioni in precedenza spese per dimostrare la
sussistenza del reato associativo e la partecipazione dei singoli indagati al
sodalizio criminoso.
A queste considerazioni, il ricorrente replica in questa sede, da un lato,
criticando in via generica le modalità con cui il Giudice per le indagini preliminari
avrebbe fatto ricorso alla tecnica motivazionale «per relazione» (nella specie
operando un rinvio per «incorporazione») – tecnica di per sé legittima, anche alla
luce delle novelle dell’art. 292, comma 1, lett. c), cod. proc. pen. (tra tante, Sez.
3, n. 28979 del 11/05/2016, Sabounjian, Rv. 267350) – e, dall’altro, sostenendo
che le valutazioni sopra riportate potrebbero al più configurare episodi di
cessione, ma non il reato associativo.
Le censure del ricorrente in definitiva vengono ad appuntarsi, più che
sull’«autonomia» della valutazione del panorama indiziario da parte del Giudice
per le indagini preliminari, sulla tenuta logica della valutazione stessa.
Siamo pertanto al di fuori della contestazione dell’autonomia valutativa.
2.2. Non ha fondamento anche il terzo motivo, che riprende le critiche ora
esaminate.
Contrariamente alle doglianze difensive, articolate in modo piuttosto
generico e svincolate dall’effettivo ragionamento giustificativo dell’ordinanza
impugnata, la motivazione dell’ordinanza impugnata si presenta adeguata e
particolarmente articolata nell’esporre, analiticamente e in conformità ai criteri
logici, il quadro di gravità indiziaria a carico del ricorrente, evidenziando un
ampio ventaglio di elementi indiziari idonei a fondare, secondo la previsione
dell’art. 273 cod. proc. pen., una qualificata probabilità del suo organico,
continuativo e consapevole inserimento nell’associazione criminale.
Gli elementi valorizzati dal Tribunale, sintetizzati nel paragrafo 1 del
«ritenuto in fatto», fanno invero risaltare la coscienza e la volontà del Golia di
partecipare attivamente alla realizzazione del programma delinquenziale in modo
stabile e permanente. Tra questi, appaiono emblematiche le preoccupazioni
rivelate ad altro sodale di subire le conseguenze di alcune operazioni inerenti il
traffico di stupefacenti poste in essere dal capo Perrone e di essere sottoposto
per l’attività illecita svolta ad un’indagine per il reato associativo.
Del pari, il Tribunale ha evidenziato, con logico ragionamento inferenziale, il
carattere non episodico od estemporaneo dei suoi rapporti con gli altri sodali: in
tal senso deponevano la comune, peculiare modalità dei contatti con il capo
(caratterizzati dal meccanismo della convenzionale «triangolazione», utilizzato
dal capo per garantire la sicurezza delle conversazioni con i sodali), il ricorso al
linguaggio codificato in uso ai sodali e ancora la precisa conoscenza dei luoghi di
deposito della droga in uso al gruppo.
In tale quadro, deve aggiungersi, per la sua significatività, anche la costante
e quotidiana dedizione dell’indagato all’attività di smercio della droga, attraverso
la quale veniva a concretizzarsi la sua disponibilità duratura nel tempo al
perseguimento del programma criminoso del sodalizio.
Né il panorama indiziario può ritenersi automaticamente «claudicante» per
l’effetto dell’annullamento della misura cautelare per i reati-fine: il Tribunale non
ha infatti valorizzato ex se gli episodi illeciti singolarmente contestati all’indagato
nell’ordinanza genetica, bensì ha tratto dal materiale investigativo offerto dalla
stessa ordinanza genetica gli elementi indiziari del modus operandi e quindi del
ruolo svolto dal Golia all’interno del sodalizio criminoso.
Sono infine generiche le critiche difensive sulle fonti indiziarie utilizzate dal
Tribunale. Invero, il ricorrente, senza contestarne il merito, censura il
fondamento indiziario degli elementi raccolti a carico dell’indagato, sol perché
consistenti negli esiti di intercettazioni, non sorretti da riscontri esterni.
A parte i riscontri esterni costituiti nella fattispecie in esame dall’episodio
che aveva portato nel febbraio 2013 all’arresto del Golia (nel quale era emerso
non solo il significativo e fiorente commercio illecito svolto dall’indagato, ma
anche la dotazione di armi), va ribadito il principio di diritto secondo cui gli
elementi indiziari raccolti nel corso delle intercettazioni di conversazioni non
necessitino di riscontro esterno, qualora siano: a) gravi, cioè consistenti e
resistenti alle obiezioni e quindi attendibili e convincenti; b) precisi e non
equivoci, cioè non generici e non suscettibili di diversa interpretazione altrettanto
verosimile; c) concordanti, cioè non contrastanti tra loro e, più ancora, con altri
dati o elementi certi (per tutte, Sez. 6, n. 3882 del 04/11/2011, dep. 2012,
Annunziata, Rv. 251527).
2.3. Deve essere disattesa anche l’ultima censura del ricorrente sull’attualità
delle esigenze cautelari.
Le Sezioni Unite hanno di recente precisato che il requisito della «attualità»
del pericolo di recidiva, come introdotto dalla novella del 2015, è distinto da
quello della «concretezza», poiché, mentre questo è legato «alla capacità a
delinquere del reo», il primo si connette «alla presenza di occasioni prossime di
reato, la cui sussistenza, anche se desumibile dai medesimi indici rivelatori
(specifiche modalità e circostanze del fatto e personalità dell’indagato o
imputato), deve essere autonomamente e separatamente valutata» rispetto a
quella dell’altro elemento (Sez. U, n. 20769 del 28/04/2016, Lovisi).
La valutazione dell’«attualità», pur dovendo muovere da elementi concreti
ed essere effettuata autonomamente dall’analisi relativa alla concretezza, non
richiede quindi necessariamente il ricorso a dati conoscitivi diversi da quelli
utilizzati per verificare la sussistenza di quest’ultima.
In tale prospettiva, non risulta censurabile l’ordinanza impugnata che ha
desunto la attualità del pericolo di recidiva dalle specifiche modalità delle
condotte poste in essere dal Golia all’interno del sodalizio criminoso, valorizzando
quindi il dato personologico.
Le modalità della condotta partecipativa di quest’ultimo, connotate da una
sistematica e febbrile dedizione al traffico di stupefacenti, tanto da presentarsi
come un vero e proprio «mestiere» per la sua quotidianità e serialità, danno la
misura del grado di insensibilità alla controspinta dei freni inibitori, così
legittimando la prognosi di recidiva, pur a fronte del periodo di tempo trascorso
dai fatti, non essendo emersi elementi del tutto dissonanti, inerenti ad una
radicata scelta di vita di segno opposto. Correttamente poi il Tribunale si è
confrontato con l’eventuale esito risocializzante della detenzione medio tempore
patita dal Golia, valutando effettivamente il profilo della persistenza e
dell’attualità dell’esigenza di cautela, in relazione alla sussistenza di occasioni
prossime di commissione di nuovi reati.
3. E’ fondato invece il primo motivo.
Il Tribunale, non affrontando il tema della sussistenza in concreto delle
condizioni per farsi luogo all’applicazione dell’art. 297, comma 3, cod. proc. pen.,
ha ritenuto assorbente in via preliminare rilevare la mancanza del presupposto
della decorrenza del termine di durata massima della misura cautelare per la
fase delle indagini preliminari (pari ad un anno) al momento della emissione
della ordinanza cautelare impugnata.
A tale conclusione il Tribunale è pervenuto operando la sommatoria del
periodo di custodia cautelare già sofferto per il primo titolo, limitatamente alla
fase delle indagini preliminari (nella specie poco più di due mesi) con quello già
trascorso per misura in atto (decorrente dal 25 maggio 2016).
Questa modalità di calcolo «frazionato» della durata della custodia
cautelare, ai fini dell’applicazione dell’art. 297, comma 3, cod. proc. pen., non è
condiviso da questo Collegio.
Anche di recente, la Corte costituzionale, nello scrutinare la legittimità
costituzionale dell’art. 297, comma 3, cod. proc. pen., ha ricordato quale sia la
ratio dell’istituto della c.d. «contestazione a catena»: esso mira ad evitare, in
perfetta aderenza con i valori di certezza e di «durata minima» della custodia
cautelare (v. art. 13, primo ed ultimo comma, Cost., nonché art. 5, comma 3,
Convenzione europea dei diritti dell’uomo), che la rigorosa predeterminazione dei
termini di durata massima delle misure cautelari possa essere elusa tramite la
diluizione nel tempo di più provvedimenti restrittivi nei confronti della stessa
persona, con il conseguente impedimento «al contemporaneo decorso dei termini
relativi a plurimi titoli custodiali nei confronti del medesimo soggetto». In
definitiva, il «ritardo» nell’adozione della seconda ordinanza cautelare, senza il
correttivo previsto dalla citata norma, avrebbe l’effetto di espandere la
restrizione complessiva della libertà personale dell’imputato, tramite il «cumulo
materiale» – totale o parziale – dei periodi custodiali afferenti a ciascun reato:
ciò, con il risultato di porre l’interessato in situazione deteriore rispetto a chi,
versando nella medesima situazione sostanziale, venga invece raggiunto da
«provvedimenti cautelari coevi» (Corte cost. sent. n. 293 del 2013 e n. 233 del
2011).
L’essenza quindi della regola della retrodatazione dei termini di custodia
cautelare (ovvero la decorrenza del termine di custodia cautelare dal giorno della
esecuzione del primo provvedimento) risiede nel «riallineare» fattispecie
cautelari, che, pur dovendo nascere in un unico contesto temporale (con l’effetto
di comportare una contestuale compressione della libertà personale), si siano
sviluppate in tempi successivi, diluendo i termini di durata della custodia
cautelare (Corte cost. n. 408 del 2005).
Ciò si verifica non solo in presenza di fatti oggetto del medesimo
procedimento (che per la loro connessione, sono destinati ad essere trattati
congiuntamente), ma anche di fatti, oggetto di procedimenti diversi, che,
essendo connessi e noti prima del rinvio a giudizio, avrebbero dovuto essere
riuniti nello stesso procedimento, ovvero che di fatti, per i quali non sussiste la
connessione qualificata, ma che per «scelta» del pubblico ministero non siano
stati riuniti nello stesso procedimento (Sez. U, n. 14535 del 19/12/2006, dep.
2007, Librato, Rv. 235909).
Nei casi più frequenti la riunione dei procedimenti può divenire non più
possibile per la scelta del pubblico ministero di procedere con la fase del giudizio
per i reati oggetto della ordinanza più risalente, determinando tuttavia effetti
negativi per l’imputato.
In tal caso, come hanno sottolineato le Sezioni Unite, il pubblico ministero
può evitare la scadenza dei termini per i suddetti reati, laddove sia necessario
altro tempo per completare le indagini per i reati relativi alla seconda ordinanza
cautelare, ma non può impedire di far operare il meccanismo della
retrodatazione (Sez. U, n. 21957 del 22/03/2005, Rahulia, Rv. 231058, in
motivazione), in quanto l’autorità giudiziaria non può «scegliere» momenti
diversi dai quali far decorrere i termini delle relative misure quando si trova in
presenza di più fatti per i quali i provvedimenti restrittivi potrebbero essere
adottati contemporaneamente.
Pertanto, potrebbe accadere, applicando il meccanismo suddetto, che alla
data dell’emissione del secondo provvedimento cautelare i termini (siano essi
della fase in corso o di durata complessiva) di cui all’art. 303 cod. proc. pen.
siattto già interamente decorsi, essendosi protratta la custodia patita per il primo
titolo oltre i termini suddetti (ancorché intervenga sentenza di condanna
definitiva, relativamente ai fatti costituenti oggetto della prima ordinanza,
anteriormente all’emissione della seconda ordinanza cfr. Corte cost. sent. n. 233
del 2011).
La separazione dei procedimenti ha infatti determinato che il secondo titolo
custodiale, anziché sovrapporsi al primo, confluendo, così, in un unico «periodo
custodiale», abbia determinato il prolungamento della libertà personale, quando
invece, alla luce della regola legale di retrodatazione, tale nuovo periodo non
sarebbe dovuto affatto iniziare o, comunque, avrebbe avuto una durata inferiore
a quella consentita dai normali criteri di computo.
Tirando le fila del discorso è evidente che se le due ordinanze cautelari
riguardanti la vicenda in esame fossero state emesse in un unico contesto
temporale, la separazione dei procedimenti (per l’esercizio dell’azione penale per
i fatti relativi ad una di esse) avrebbe comunque comportato il parallelo
procedere della custodia cautelare per entrambi i titoli, anche se con cadenze
procedimentali diverse, con l’effetto del contenimento dello status custodiale per
l’imputato-indagato.
Naturalmente il consistente iato temporale tra l’adozione della prima misura
cautelare rispetto alla seconda (come nel caso in esame, dove sono trascorsi tre
anni dall’emissione della prima misura) può avere come conseguenza che vi sia
mancanza di continuità della custodia cautelare sofferta per il titolo più risalente:
in tal caso ne discende che si deve ovviamente tenere conto nella verifica della
scadenza dei termini della custodia del periodo nel quale il soggetto è tornato in
libertà (cfr. Corte cost. sent. n. 233 del 2011).
E proprio a tale ipotesi si era espressamente riferita la giurisprudenza di
questa Corte, affermando la necessità di verificare ai fini della retrodatazione il
«cumulo» dei periodi di custodia cautelari sofferti (Sez. 1, n. 4719 del
28/10/2010, dep. 2011, Spinelli, Rv. 249905; Sez. 2, n. 7227 del 11/01/2007,
De Tommaso, Rv. 235936, relative a fattispecie in cui l’indagato per il primo
titolo cautelare era stato rimesso in libertà prima dell’esecuzione della seconda
ordinanza custodiale).
Questa esegesi dell’art. 297, comma 3, cod. proc. pen. non faceva alcun
riferimento alla necessità di cumulare soltanto «fasi omogenee».
Peraltro, nell’aderire al suddetto orientamento, si è sviluppato un filone
interpretativo nella giurisprudenza di legittimità che fa operare la retrodatazione
(anche indipendentemente dalla soluzione di continuità della custodia sofferta
per il primo titolo) solo per sommatoria dei termini decorsi in fasi omogenee, con
l’effetto quindi che il periodo della custodia cautelare maturato nella fase delle
indagini preliminari per la seconda misura può cumularsi soltanto a quello
trascorso nella medesima fase per la prima misura (Sez. F, n. 47581 del
21/08/2014, Di Lauro, Rv. 261262; Sez. 6, n. 50761 del 12/11/2014, Nespolino,
Rv. 261700; Sez. 6, n. 15736 del 06/02/2013, Guacho Carpio, Rv. 257204).
Secondo queste decisioni in definitiva la «saldatura» tra i due titoli custodiali
verrebbe a determinare soltanto la possibilità per l’indagato di recuperare il
termine di fase già «sfruttato» per il titolo più risalente (da ultimo, Sez. 1, n.
36340 del 16/03/2016, Antille, non mass.).
Si tratta di una tesi non convincente.
Il passaggio di fase nel procedimento nel quale è stato emesso il primo titolo
custodiale nella retrodatazione influisce infatti soltanto nei limiti di cui alla
seconda parte del 3 comma dell’art. 297, dovendo la stessa operare solo se i
fatti per i quali è stata emessa la seconda misura, legati da connessione
qualificata, erano già desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio. Ma non può
certo determinare la diluzione dei termini di custodia cautelare.
Attraverso frazionati passaggi di fase dei procedimenti, che dovevano
procedere riuniti, si verrebbe a vanificare quella che il Giudice delle leggi ha
identificato come la fondamentale garanzia sottesa alla regola della
retrodatazione, che è quella che si è sopra evidenziata della necessità di
concentrare in un unico contesto temporale le vicende cautelari, destinate a dar
luogo a simultanei titoli custodiali (perché relative a quelle situazioni tipizzate
dalle Sezioni Unite, cfr. Sez. U, n. 14535 del 19/12/2006, dep. 2007, Librato).
Se è questa la finalità del meccanismo di cui all’art. 297, comma 3, cod.
proc. pen. non è certo il mero scomputo del solo presofferto per la fase
omogenea a realizzare la garanzia prevista dal legislatore, proprio perché, alla
base dell’istituto, vi è la constatazione che i diversi titoli cautelari dovevano
essere emessi simultaneamente, dando luogo ad un medesimo percorso
cautelare, indipendentemente dalle scelte del pubblico ministero in ordine
all’eventuale separazione dei relativi procedimenti penali.
In conclusione, le modalità di applicazione della regola dell’art. 297, comma
3, cod. proc. pen. da parte del Tribunale non sono in linea con i principi ora
affermati e sul punto è pertanto necessaria una nuova valutazione.
Ovviamente, il Tribunale, tenuto conto degli oneri incombenti sulla parte che
invoca la scadenza dei termini nella procedura del riesame (tra le tante, Sez. 3,
n. 18671 del 15/01/2015 Mantello, Rv. 263511), dovrà verificare la ricorrenza
delle condizioni richieste per farsi luogo alla retrodatazione.
Primo tra tutti, quello dell’anteriorità dei fatti oggetto della seconda
ordinanza coercitiva. Nel caso in esame, l’associazione di cui al capo A) è stata
contestata con cessazione della permanenza alla data dell’agosto 2013 – ovvero
in epoca successiva sia al rinvio a giudizio disposto per il reato di cui alla prima
ordinanza (rilevante in caso di connessione qualificata) sia alla emissione della
seconda misura cautelare. Va valutato quindi se la condotta di partecipazione
alla associazione si sia protratta dopo l’emissione della prima ordinanza (Sez. U,
n. 14535 del 19/12/2006, dep. 2007, Librato, Rv. 235910), tenuto conto della
privazione della libertà personale del Golia in data 27 febbraio 2013 (la perdita
della libertà personale rappresenta invero un elemento fattuale di primaria
rilevanza, idoneo a far ritenere recisi, in assenza di elementi contrari, i legami
materiali tra gli associati , cfr. Sez. 1, n. 48398 del 06/10/2011, Di Cannavò, Rv.
251584).
4. Sulla base di quanto premesso, l’ordinanza impugnata deve essere
annullata limitatamente all’applicabilità dell’art. 297, comma 3, cod. proc. pen.
affinché il Tribunale di Lecce proceda ad un nuovo esame sul punto, sulla base
dei principi sopra indicati. Per il resto il ricorso deve essere rigettato.
La cancelleria provvederà alle comunicazioni di rito.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata limitatamente all’applicabilità dell’art. 297,
comma 3, cod. proc. pen. e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Lecce,
sezione per il riesame delle misure coercitive.
Rigetta nel resto.
Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94, comma 1-ter,
disp. att. cod. proc. pen
Così deciso il 28/12/2016

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