[Argomento] – Cassazione Penale 23/01/2017 N° 3312

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 23/01/2017

Numero: 3312

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 23/01/2017 n° 3312:

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Penale Sent. Sez. 4 Num. 3312 Anno 2017
Presidente: BLAIOTTA ROCCO MARCO
Relatore: PAVICH GIUSEPPE
Data Udienza: 02/12/2016

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

ZARCONE FEDERICO N. IL 26/09/1942
avverso la sentenza n. 335/2015 CORTE APPELLO di
CALTANISSETTA, del 03/11/2015
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 02/12/2016 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. GIUSEPPE PAVICH

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte d’appello di Caltanissetta, con sentenza in data 3 novembre
2015, in accoglimento del ricorso proposto dalle parti civili avverso la sentenza di
assoluzione per non aver commesso il fatto pronunciata dal Tribunale nisseno in
data 12 gennaio 2015, riformava la sentenza di primo grado dichiarando
Federico Zarcone responsabile del delitto di omicidio colposo a lui ascritto in
rubrica, commesso in danno di Giuseppe Donzella (deceduto il 6 ottobre 2010) e
condannandolo, per l’effetto, al risarcimento dei danni in favore delle parti civili
Monica Donzella e Fabio Natale Raimondo Sortino, da liquidarsi in separata sede,
con assegnazione alla sola Monica Donzella di una provvisionale immediatamente
esecutiva in ragione di € 10.000,00, nonché alla rifusione delle spese processuali
in favore delle dette parti civili, determinate in C 3.000,00 per ciascuna.
1.1. Al dott. Zarcone, anestesista presso la clinica privata Maira di San
Cataldo, é contestato di avere provocato, in cooperazione colposa con il dott.
Antonino Aldo Lo Piparo (che ha definito separatamente la sua posizione, con
sentenza a pena patteggiata), il decesso del Donzella,
in seguito a
un’operazione di rinoplastica.
1.2. Per l’esattezza, lo Zarcone, il 21 settembre 2010, effettuava sul
Donzella una visita preanestesiologica in vista dell’operazione di rinoplastica cui il
paziente doveva sottoporsi: tale visita costituiva un primo accertamento
propedeutico rispetto alla visita preoperatoria che veniva eseguita dal dott. Lo
Piparo, il quale procedeva alla vera e propria anestesia del Donzella per
l’effettuazione dell’intervento chirurgico.
1.3. I dati storico-fattuali salienti, nel succedersi degli accadimenti del 21
settembre 2010, sono narrati nella sentenza d’appello come sostanzialmente
pacifici: lo Zarcone, nell’eseguire la visita, ometteva di annotare sulla scheda
clinica alcuni indici di previsione di difficoltà di intubazione del paziente e, in
particolare, il fatto che la distanza tireo-mentoniera del Donzella era inferiore ai
6 centimetri; non veniva inoltre eseguita la misura di distanza interdentaria,
mentre veniva eseguito in modo errato il test di Mallampati; in esito a tale
accertamento, lo Zarcone formulava altresì una generica indicazione della
possibilità di procedere regolarmente in anestesia generale, non segnalando
quindi il rischio che il paziente andasse incontro a una intubazione non facile.
All’atto della successiva visita anestesiologica eseguita dal dott. Lo Piparo
(competente a scegliere la tipologia di anestesia da praticare), questi si limitava
a correggere il test di Mallampati effettuato dallo Zarcone, ed ometteva a sua
volta di rilevare la distanza tireo-mentoniera. Il dott. Lo Piparo, non prevedendo
di trovarsi in presenza di un paziente con parametri tali da rendere problematica
l’intubazione, tentava ripetutamente di eseguire tale operazione nei modi
ordinari (anziché procedere a intubazione da sveglio o a laringoscopia senza
curarizzazione), ma ciò provocava nel Donzella l’insorgere di un edema indotto
della laringe; a fronte di ciò il Lo Piparo ometteva di utilizzare i devices
alternativi (come la maschera laringea) e di praticare l’ossigenazione del
paziente prima che questi andasse in arresto cardiaco causato da ipossia. In
presenza di tali condizioni, il Donzella veniva trasferito presso il reparto di
rianimazione dell’Ospedale Vittorio Emanuele di Gela, ove però decedeva alcuni
giorni dopo, e precisamente il 6 ottobre 2010; a causare il decesso era, in base a
quanto esposto nella motivazione della sentenza d’appello, un’insufficienza
respiratoria e multi organo in soggetto in stato di corna postanossico consecutivo
a intubazione difficile.
1.4. Risultando pacifici, secondo la sentenza della Corte nissena, i dati storici
sopra riassunti (ed in specie i comportamenti omissivi dello Zarcone, quelli del Lo
Piparo e l’evolversi delle condizioni del Donzella fino all’exitus), la questione di
fondo, diversamente valutata dal Tribunale e dalla Corte d’appello, é costituita
dalla rilevanza causale della condotta omissiva dello Zarcone sul prodursi
dell’evento-morte.
In estrema sintesi, mentre il Tribunale aveva escluso tale nesso di causalità,
la Corte d’appello é pervenuta a opposte conclusioni sulla base dei capisaldi
argomentativi di cui appresso.
1.5. Muovendo dalle prescrizioni contenute dalle linee guida SIAARTI, che
prescrivono come indispensabile in ogni visita anestesiologica l’esecuzione
sistematica (quanto meno) del test di Mallampati, della misura di distanza
interdentaria e di quella della distanza mento-tiroidea, la Corte nissena
attribuisce rilevanza alla visita propedeutica effettuata dal dott. Zarcone nella
scelta del trattamento anestesiologico di competenza del dott. Lo Piparo: se il
primo avesse correttamente espletato le suddette rilevazioni, egli avrebbe messo
a disposizione del secondo elementi conoscitivi di fondamentale utilità per
orientarlo nella scelta della tipologia di anestesia più appropriata nel caso di
specie: scelta che cadde, invece, sull’esecuzione dell’anestesia generale secondo
le ordinarie modalità, con le conseguenze letali in precedenza riportate.
1.6. Inoltre lo Zarcone, nell’omettere le suddette, doverose rilevazioni, non
poteva fare affidamento sul comportamento diligente del collega Lo Piparo: di tal
che la condotta negligente di quest’ultimo non assume carattere interruttivo ai
fini della serie causale che portò al decesso del Donzella, anche in considerazione
del fatto che, tra la visita preanestesiologica eseguita dallo Zarcone e quella
anestesiologica eseguita dal Lo Piparo, vi era un nesso di interdipendenza.
1.7. In sostanza, afferma la Corte distrettuale, l’evento risultante dalla serie
causale dianzi descritta é frutto della realizzazione sinergica di un rischio
introdotto anche dal primo agente, ossia dallo Zarcone. Vengono a tal fine
riportati, nella motivazione della sentenza d’appello, gli arresti giurisprudenziali
inerenti alla successione di posizioni di garanzia, specie nell’ambito del lavoro
medico d’équipe. Nella specie, osserva la Corte di merito, l’erronea esecuzione
della visita preanestesiologica da parte del dott. Zarcone era immediatamente e
agevolmente riconoscibile da parte del collega Lo Piparo, anch’egli anestesista,
sulla base delle linee guida; tuttavia a fronte di ciò, prosegue la Corte, se le
informazioni omesse da parte del dott. Zarcone fossero state invece fornite, vi
sarebbe stata l’elevata probabilità di un effetto salvifico di tali informazioni
attraverso l’adozione di una diversa pratica d’intubazione del paziente.
2. Avverso la prefata sentenza ricorre lo Zarcone, per il tramite dei suoi
difensori di fiducia.
Il ricorso, ampiamente illustrato e preceduto da una ricostruzione storica
degli accadinnenti (che in alcune parti si discosta da quella recepita nella
sentenza impugnata), é articolato in tre ordini di motivi.
2.1. Con il primo, ampio motivo il ricorrente lamenta violazione di legge,
anche in relazione alla mancata correlazione tra accusa e sentenza, nonché
travisamento delle prove e dei fatti, ed ancora motivazione fondata su prova
inutilizzabile e comunque illogica, apparente e contraddittoria. L’esponente
contesta in particolare l’assunto secondo il quale la regolare esecuzione delle
rilevazioni da parte dello Zarcone avrebbe indotto, con fondata probabilità, il Lo
Piparo ad adottare un’altra metodologia nell’anestetizzare il paziente: il Lo
Piparo, in realtà, aveva rieffettuato l’esame clinico testa-collo (test di
Mallampati) e si era dunque trovato di fronte a indici rivelatori di possibile
difficoltà dell’intubazione; cionondimeno scelse in modo del tutto autonomo la
tipologia di anestesia da adottare, ma commise un grave errore, intubando in
esofago e non facendo nulla per consentire al paziente di respirare,
provocandone così il corna. Tra l’altro, vi era la prova che in precedenza il
Donzella era stato sottoposto senza problemi a tonsillectomia in anestesia
generale. Per cui, da un lato, il comportamento del Lo Piparo fu del tutto
autonomo e per nulla influenzato dalla visita preanestesiologica dello Zarcone,
così assumendo rilievo interruttivo del nesso causale; dall’altro, non é stato
esaminato dalla Corte distrettuale l’indice di difficoltà dell’intubazione
effettivamente sussistente nel caso di specie, indice che in realtà, avuto riguardo
ai dati concernenti il Donzella, era al più di moderata difficoltà e, come tale, non
ostativo all’ordinaria procedura (richiedendo solo l’adozione di alcuni
accorgimenti per espletarla); ma di tale difficoltà il Lo Piparo, nella successiva
visita anestesiologica, era già a conoscenza, avendo autonomamente proceduto
a eseguire il test di Mallampati. Oltre a ciò, prosegue il ricorrente, la Corte
territoriale, nel ritenere che lo Zarcone fosse responsabile per avere egli indicato
di procedere ad anestesia generale, ha violato il principio di correlazione fra
accusa e sentenza, atteso che tale profilo non ha formato oggetto di
contestazione, neppure in via suppletiva. Lamenta ancora l’esponente che, alla
base del convincimento della Corte di merito, siano state assunte le linee guida
SIAARTI, che risulterebbero depositate all’udienza del 3 novembre 2015, senza
che ciò risulti dal verbale; e contesta inoltre la tesi recepita nella sentenza
impugnata a proposito della sussistenza di un lavoro d’équipe (nozione in realtà
riferibile al personale presente in sala operatoria) e dell’affidamento dello
Zarcone sull’operato del Lo Piparo (la cui condotta fu in realtà autonoma rispetto
a quella del ricorrente e del tutto eccentrica rispetto al rischio). Vi é poi
contraddizione fra l’assunto, sostenuto dalla Corte nissena, secondo il quale
l’omissione dello Zarcone riguardasse “specifica questione anestesiologica
immediatamente rilevabile anche meccanicamente” a fronte dell’assunto,
parimenti sostenuto nell’impugnata sentenza, secondo cui l’omessa segnalazione
di dati da parte dello Zarcone influenzò le scelte del Lo Piparo riguardanti tali
dati. Ancora, si duole il ricorrente dell’omessa valutazione di quanto accaduto in
sala operatoria, ove pure erano disponibili tutti i presidi atti a gestire
l’emergenza, e che l’équipe (cui lo Zarcone era estraneo) omise di utilizzare. In
definitiva, non é stata esaminata, sul piano della rilevanza eziologica, la presenza
o meno di fattori causali alternativi, il che sarebbe stato necessario per
accreditare, nell’ambito del giudizio controfattuale, la probabilità logica che la
condotta omissiva dello Zarcone abbia contribuito alla causazione dell’evento
letale.
2.2. Con il secondo motivo di ricorso, si contesta vizio di motivazione,
travisamento delle prove e violazione dell’art. 6 Convenzione EDU: in primo
luogo, secondo l’esponente, non risponde a verità che fossero pacificamente
ammesse anche dalla difesa le condotte omissive attribuite all’imputato: ciò é
smentito sia dalle domande formulate dalla difesa ai testimoni e ai consulenti, sia
dalle conclusioni rassegnate in sede di discussione. Inoltre, la cartella
anestesiologica é stata acquisita agli atti unicamente in copia fotostatica, e non
in originale, ma cionondimeno la Corte di merito non ha motivato in ordine
all’attendibilità di tale documento, pur a fronte del fatto che la difesa aveva
fornito prova documentale del precedente intervento in anestesia generale cui il
Donzella era stato sottoposto senza problemi. Deduce poi il ricorrente che la
Corte distrettuale ha ribaltato la statuizione assolutoria di primo grado senza
procedere a una doverosa rinnovazione dell’istruzione dibattimentale ai sensi
dell’art. 603, comma 3, cod.proc.pen., ma limitandosi a rivalutare il materiale
probatorio già acquisito in primo grado, in modo peraltro contrastante con molte
delle risultanze probatorie ivi emerse (e sinteticamente riproposte nel motivo di
ricorso in esame, con particolare riguardo alla deposizione del consulente tecnico
del Pubblico ministero): ciò viola i principi affermati dalla Corte di Strasburgo con
la nota sentenza Dan c. Moldavia. Prosegue l’esponente osservando che, a fronte
di ciò, neppure é stato considerato che l’evento-morte del Donzella si é
verificato, oltre 20 giorni dopo, in altro nosocomio, per “shock settico” (ossia per
infezione), ad ulteriore riprova della carenza di elementi circa la riconducibilità
eziologica delle omissioni contestate allo Zarcone rispetto alla morte del
paziente.
2.3. Con il terzo motivo il ricorrente impugna la condanna generica al
risarcimento del danno in favore delle parti civili e alla liquidazione della
provvisionale in favore di Donzella Monica, nonché l’ordinanza di rigetto della
richiesta di esclusione della parte civile, deducendo in proposito violazione di
legge processuale e vizio di motivazione: lamenta l’esponente che alcuna
motivazione é stata spesa dalla Corte territoriale in ordine al titolo specifico su
cui si fondasse la condanna generica al risarcimento in favore del sig. Sortino,
cognato della vittima, nulla essendo stato provato in ordine al presunto danno
patito dal Sortino, in quanto cognato non convivente del Donzella, soggetto privo
di legittimazione ad agire e in relazione al quale era stata chiesta l’esclusione
della parte civile, richiesta rigettata in primo grado con ordinanza parimenti qui
impugnata. Il ricorrente si duole inoltre della determinazione della somma
assegnata alla sorella della vittima, Monica Donzella, a titolo di provvisionale,
atteso che quest’ultima é dovuta in relazione al danno per cui si ritiene già
raggiunta la prova: danno che la parte civile afferma riferirsi all’intangibilità della
sfera degli affetti, laddove la lesione del rapporto parentale é riconosciuta solo
nei confronti dei congiunti più prossimi (coniuge, figli e genitori), mentre
nessuna presunzione può al riguardo operare nei riguardi di altri congiunti, per di
più non conviventi. Nella specie, conclude l’esponente, manca del tutto qualsiasi
prova circa la spettanza della detta somma a titolo di provvisionale, e manca del
tutto la motivazione di tale statuizione, adottata per di più sulla sola base delle
richieste di parte rassegnate con note scritte, mentre nell’atto d’appello la
relativa istanza non veniva presentata.
3. Con memoria depositata il 16 novembre 2016, il difensore delle parti
civili, confutando ciascuno dei suesposti motivi di ricorso, ha chiesto dichiararsi
gli stessi inammissibili e comunque infondati.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il primo motivo di ricorso é fondato e assorbente delle ulteriori questioni.
1.1. Nel percorso argomentativo seguito dalla Corte distrettuale, il perno del
convincimento posto a base della sentenza impugnata é costituito, in estrema
sintesi, dal seguente assunto: se il dott. Zarcone avesse eseguito la visita
anestesiologica propedeutica effettuando gli accertamenti ritenuti necessari dalle
vigenti linee guida, e dando quindi segnalazione dei relativi risultati
all’anestesista (dott. Lo Piparo) che successivamente eseguì la visita
anestesiologica in sede operatoria e tentò di praticare l’anestesia, quest’ultimo
avrebbe avuto a sua disposizione elementi di valutazione che avrebbero potuto
ragionevolmente indurlo (diversamente da quanto accadde) a eseguire
l’anestesia in modo adeguato alle peculiarità del caso concreto. Il rilievo causale
della condotta del dott. Zarcone rispetto al decesso del Donzella é desumibile
perciò -secondo la Corte di merito- dall’interdipendenza tra l’accertamento da lui
eseguito (in modo omissivo e negligente) e quello demandato all’anestesista
dott. Lo Piparo: i cui errori nell’eseguire l’anestesia mediante intubazione non
costituivano pertanto evento eccezionale e imprevedibile, e neppure “eccentrico”
rispetto alla precedente condotta dell’odierno ricorrente, e non avevano dunque
portata interruttiva rispetto all’innesco causale recato da quest’ultima: perciò é
anche da escludersi, secondo la Corte nissena, che potesse nella specie operare
il principio d’affidamento, da parte dello Zarcone, sulla successiva attività
anestesiologica del collega Lo Piparo; vi era anzi, nel comportamento omissivo
del dott. Zarcone, l’introduzione di un fattore di rischio coincidente con quello
che il successivo anestesista (ossia il dott. Lo Piparo) era chiamato a governare,
di tal che la condotta colposa di quest’ultimo ebbe quale antecedente causale
quella, a sua volta colposa, dell’odierno ricorrente.
1.2. In tal modo la sentenza impugnata si rapporta unicamente
all’interconnessione tra la condotta addebitata al dott. Zarcone e quella attribuita
al dott. Lo Piparo (il quale, come risulta in atti, ha patteggiato la pena),
traendone la conclusione che il subentro di quest’ultimo nel governo del rischio
anestesiologico non aveva avuto rilevanza interruttiva rispetto all’omessa
rilevazione, da parte del primo, di alcuni dati somatici che, se opportunamente
segnalati, avrebbero potuto indirizzare l’esecuzione dell’anestesia da parte del
dott. Lo Piparo secondo modalità idonee in rapporto al caso concreto.
1.3. Sennonché, deve considerarsi che nella specie – come correttamente
rilevato dal ricorrente – trova applicazione il principio per cui, essendovi stata
riforma da parte del giudice di appello di una decisione assolutoria emessa dal
primo giudice, il secondo giudice ha l’obbligo di dimostrare specificamente
l’insostenibilità sul piano logico e giuridico degli argomenti più rilevanti della
sentenza di primo grado, con rigorosa e penetrante analisi critica seguita da
completa e convincente motivazione che, sovrapponendosi a tutto campo a
quella del primo giudice, dia ragione delle scelte operate e della maggiore
considerazione accordata ad elementi di prova diversi o diversamente valutati
(cfr. ex multis Sez. U, Sentenza n. 33748 del 12/07/2005, Mannino, Rv. 231679;
Sez. 5, n. 35762 del 05/05/2008, Aleksi e altri, Rv. 241169; Sez. 6, Sentenza n.
1253 del 28/11/2013, dep. 2014, Ricotta, Rv. 258005; Sez. 2, Sentenza n.
50643 del 18/11/2014, Fu e altri, Rv. 261327).
1.4. Orbene, la pur ampia motivazione della sentenza impugnata omette di
confrontarsi nei termini suddetti con la pronunzia di primo grado, non
approfondendo in modo adeguato gli elementi caratterizzanti la fattispecie in
esame, sia sotto il profilo delle interferenze fra la condotta dello Zarcone e quella
del Lo Piparo, sia sotto il più generale profilo delle diverse componenti della serie
causale complessiva che condusse al decesso del Donzella.
1.5. Sotto il primo profilo, colgono nel segno le doglianze del ricorrente
nell’evidenziare alcuni dati che appaiono idonei a porre in risalto il sovrapporsi
della condotta erronea e negligente del dott. Lo Piparo in modo del tutto
autonomo rispetto a quella omissiva del dott. Zarcone.
1.5.1. Al riguardo, assume rilievo il fatto (oggettivamente accertato) che il
dott. Lo Piparo, nel sottoporre a visita anestesiologica il Donzella, non solo era
anch’egli nelle condizioni di verificare agevolmente i parametri rilevanti a tal fine
(che costituivano quella “specifica questione anestesiologica immediatamente
rilevabile anche meccanicamente”, come la Corte di merito ha descritto la
valutazione che avrebbe a sua volta dovuto eseguire il dott. Zarcone), ma -sia
pure parzialmente e in modo incompleto- esaminò ex novo i suddetti parametri,
tant’é che effettuò un controllo correttivo del test Mallampati, che il dott.
Zarcone aveva eseguito in modo non adeguato e che costituiva una delle
rilevazioni ritenute indispensabili, per una corretta valutazione anestesiologica,
dalle linee guida SIAARTI prese a base della decisione della Corte distrettuale (e,
pervero, anche dal giudice di primo grado).
1.5.2. In sostanza, nella sequenza dei fatti riveniente dalla lettura
dell’incarto, non risulta che il dott. Lo Piparo sia stato in alcun modo condizionato
dalla visita propedeutica del dott. Zarcone nella scelta di effettuare l’intubazione
secondo modalità inidonee. Risulta di contro che il dott. Lo Piparo, oltre a
disporre a sua volta della possibilità di verificare in modo semplice e immediato
le caratteristiche somatiche del paziente, operò tale scelta in modo autonomo; e
lo fece dopo avere parzialmente e autonomamente eseguito i relativi
accertamenti sul Donzella (in specie attraverso la correzione del test Mallampati
precedentemente effettuato dal dott. Zarcone), in base ai quali poteva
eventualmente essere valutata, da parte sua, l’esecuzione dell’anestesia con
modalità alternative.
1.5.3. In tal senso appare apodittico quanto sostenuto dalla Corte
territoriale nell’affermare che fosse “altamente probabile (…) che un
comportamento tecnicamente corretto avrebbe evidenziato l’opportunità di
procedere con maggiore cautela ad una diversa pratica anestesiologica, condotta
che avrebbe certamente evitato il danno irreversibile, che aveva poi causato il
decesso del paziente” (pag. 9 sentenza impugnata). Non vi é in realtà, nella
sentenza impugnata, un’adeguata e ponderata valutazione anche in chiave
controfattuale, scientificamente supportata, circa la portata salvifica che avrebbe
assunto il comportamento alternativo doveroso del dott. Zarcone, a fronte delle
modalità autonome in cui il dott. Lo Piparo procedette alla valutazione e alla
scelta della procedura anestesiologica da adottare: al riguardo, giova ricordare
che il meccanismo controfattuale, necessario per stabilire l’effettivo rilievo
condizionante della condotta umana (ad esempio, l’effetto salvifico delle cure
omesse), deve fondarsi su affidabili informazioni scientifiche nonché sulle
contingenze significative del caso concreto (Sez. 4, n. 10615 del 04/12/2012,
dep. 2013, Perrotta ed altro, Rv. 256337: fattispecie nella quale la Corte ha
annullato la sentenza di merito per carenze motivazionali in ordine
all’individuazione dell’esistenza del nesso causale fra la condotta omissiva e
l’evento, in quanto non era stata valutata in concreto l’efficacia salvifica delle
cure omesse).
Già tale rilievo appare in sé sufficiente a evidenziare l’insanabile vizio
motivazionale della sentenza impugnata.
1.6. Venendo al secondo profilo, nel percorso argomentativo seguito dalla
Corte territoriale, vi é un’ulteriore carenza concettuale, riferita al fatto che nella
decisione impugnata si dà per presupposta ed ex se sufficiente, ai fini
dell’inclusione della condotta omissiva del dott. Zarcone nella serie causale che
portò al decesso del Donzella, l’interdipendenza fra la posizione di garanzia
rivestita dallo stesso dott. Zarcone e quella successivamente assunta dal dott. Lo
Piparo rispetto al governo del medesimo rischio anestesiologico.
Tale assunto pecca nel non sottoporre a scrutinio, se non en passant e
comunque in modo del tutto sommario e insufficiente, la condotta complessiva
del dott. Lo Piparo, non solo sotto il profilo delle manchevolezze “diagnostiche”,
ma anche sotto il profilo esecutivo, a cominciare dalle modalità di materiale
effettuazione dei tentativi di intubazione che, in base a quanto enunciato nella
stessa imputazione, cagionarono un edema al paziente e determinarono criticità
respiratorie a suo carico: ciò che avrebbe imposto di verificare in modo completo
e adeguato la portata eventualmente interruttiva del contributo causale di tali
condotte al decesso del Donzella rispetto a quello ravvisato dalla Corte
distrettuale nella condotta del dott. Zarcone.
1.7. Un ulteriore profilo segnalato dal ricorrente e non considerato nella
sentenza impugnata attiene a un elemento anamnestico riguardante il Donzella,
il quale risultava essere stato in precedenza operato di tonsillectomia in
anestesia generale, eseguita secondo le modalità ordinarie (le stesse poi
adottate nel caso di specie), senza che ciò avesse comportato l’insorgere di alcun
problema. E’ di intuitiva evidenza che tale pregresso elemento, acquisito in atti,
potesse deporre per l’idoneità della procedura di anestesia secondo le stesse
modalità, mentre la sentenza impugnata sembra dare per scontato che, alla base
dell’evento mortale, vi sia stata una scelta erronea di tale procedura in luogo di
altre possibili: scelta adottata dal Lo Piparo ma, secondo la Corte nissena, in
qualche modo “indotta” dallo Zarcone.
1.8. A ben vedere, ciò pone ulteriormente in risalto il fatto che, oltre
all’autonomia della decisione del dott. Lo Piparo di dare corso a una normale
procedura di anestesia, meritavano di essere esaminate dalla Corte distrettuale
anche le modalità di materiale esecuzione dell’intubazione e quelle in cui fu
affrontata in sala operatoria la crisi respiratoria del Donzella, la cui rilevanza
causale sul prodursi dell’evento doveva essere valutata nella sua portata
potenzialmente “assorbente” e interruttiva rispetto a quella attribuita al
pregresso comportamento omissivo del dott. Zarcone.
1.9. In definitiva, nel cercare di confutare gli argomenti posti dal primo
giudice a fondamento della propria decisione assolutoria, la sentenza impugnata
esamina in modo affatto carente i diversi passaggi della vicenda, omettendo di
ricostruire, in tutte le sue componenti e nella valenza di ciascuna di esse, la serie
causale intercorrente fra la condotta omissiva addebitata al dott. Zarcone e il
decesso del Donzella, 20 giorni dopo, presso altra struttura ospedaliera.
In particolar modo, la Corte territoriale trascura di valutare in modo
adeguato i suddetti elementi sopravvenuti, che appaiono decisivi rispetto al
ritenuto antecedente causale costituito dal comportamento omissivo del dott.
Zarcone: ossia il grado d’autonomia della decisione del dott. Lo Piparo (il quale
aveva a tal fine riesaminato le caratteristiche somatiche del Donzella, sia pure
limitatamente all’esecuzione del test di Mallampati) di procedere a intubazione
secondo le ordinarie modalità; il modo in cui questi eseguì le manovre di
intubazione, all’esito delle quali si sarebbe manifestato un edema a carico del
Donzella, e l’eventualità che tali manovre potessero essere materialmente
eseguite in modo più corretto; ed infine, la valutazione del comportamento del
dott. Lo Piparo (e, a ben vedere, dell’intera équipe chirurgica) allorché il paziente
presentò una crisi respiratoria.
1.10. Insomma, pur a fronte della condotta omissiva da parte del dott.
Zarcone, non poteva per ciò stesso trarsi la conclusione, fatta propria dalla Corte
di merito, in base alla quale tale condotta omissiva si inserì nel decorso
eziologico che portò alla morte del Donzella, in rapporto di equivalenza causale
rispetto al successivo comportamento del dott. Lo Piparo. Occorreva invece
riconoscere che quest’ultimo, nel suo complessivo atteggiarsi (sia sotto il profilo
delle valutazioni e delle scelte anestesiologiche, sia sotto il profilo della materiale
attuazione delle stesse) ebbe effetto interruttivo del nesso di causalità in
rapporto alla pregressa condotta dell’odierno ricorrente, quale risultato di una
corretta ricostruzione controfattuale basata su una completa caratterizzazione
della fattispecie concreta, esaminando ogni singolo fattore potenzialmente
rilevante dal punto di vista eziologico e procedendo con il dovuto rigore a un
giudizio di probabilità logica circa l’idoneità del comportamento doveroso a
impedire il verificarsi dell’evento.
Un tale approccio avrebbe dovuto condurre la Corte di merito, sulla scorta di
quanto affermato in casi analoghi dalla più recente giurisprudenza di legittimità,
a constatare che, nella serie causale intercorrente fra la condotta dell’odierno
ricorrente e il decesso del Donzella, si sono inseriti una pluralità di fattori
successivi e autonomamente determinanti, tali da interrompere il nesso causale
fra la condotta contestata e il detto evento mortale.
1.11. Al riguardo, invero, occorre muovere dai principi enunciati in subiecta
materia dalla Corte di legittimità e ormai consolidatisi, in base ai quali, nel reato
colposo omissivo improprio, il rapporto di causalità tra omissione ed evento non
può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica,
ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, che
a sua volta deve essere fondato, oltre che su un ragionamento di deduzione
logica basato sulle generalizzazioni scientifiche, anche su un giudizio di tipo
induttivo elaborato sull’analisi della caratterizzazione del fatto storico e sulle
particolarità del caso concreto (Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014, Espenhahn e
altri, Rv. 261103).
In materia di responsabilità colposa in ambito sanitario, in una sentenza
recente e particolarmente interessante ai fini che qui rilevano, é stato chiarito
che é configurabile l’interruzione del nesso causale tra condotta ed evento
quando la causa sopravvenuta innesca un rischio nuovo e incommensurabile, del
tutto incongruo rispetto al rischio originario attivato dalla prima condotta (Sez. 4,
n. 33329 del 05/05/2015, Sorrentino e altri, Rv. 264365: nella fattispecie la S.C.
ha escluso il nesso causale tra l’errore nell’originaria diagnosi dell’entità della
patologia, dovuta al mancato espletamento dei necessari accertamenti
strumentali, ed il decesso del paziente, giacché l’evento letale era stato
determinato da un gravissimo errore dell’anestesista, qualificato dalla Corte
“rischio nuovo e drammaticamente incommensurabile”, rispetto a quello
innescato dalla prima condotta. In termini analoghi v. anche Sez. 4, Sentenza n.
15493 del 10/03/2016, Pietramala e altri, Rv. 266786; Sez. 4, Sentenza n.
25689 del 03/05/2016, Di Giambattista e altri, Rv. 267374).
Non é chi non veda che, per stabilire se nella specie vi fosse stata
interruzione del nesso di causalità tra la condotta addebitata al dott. Zarcone e il
decesso del Donzella, era necessario procedere a un’accurata disamina di tutti i
fattori sopravvenuti potenzialmente incidenti sullo sviluppo causale dell’evento
mortale, precedentemente indicati, e tali da poter costituire effettivamente un
rischio “nuovo e incommensurabile” nei termini suindicati: ciò che non é stato
fatto, avendo la Corte distrettuale ritenuto apoditticamente dirimente
l’accertamento della condotta omissiva dello Zarcone in quanto caratterizzata da
interferenza con quella, successiva, del Lo Piparo, senza considerare che in senso
contrario deponevano le modalità (si ripete, del tutto autonome) in cui
quest’ultimo pervenne alla scelta di procedere a intubazione nei modi ordinari; il
modo in cui egli eseguì materialmente tale operazione; ed infine il suo
comportamento in esito alle difficoltà respiratorie manifestate dal paziente.
1.12. A proposito, poi, dei richiami giurisprudenziali operati dalla sentenza
impugnata alla giurisprudenza di legittimità in tema di successione di posizioni di
garanzia e di principio di affidamento, é ben vero che, quando l’obbligo giuridico
di impedire l’evento connesso ad una posizione di pericolo ricade su più persone
obbligate ad intervenire in tempi diversi, il nesso di causalità tra la condotta
omissiva del titolare della posizione di garanzia, tenuto per primo ad intervenire,
non viene meno per effetto del negligente od omesso intervento da parte di altro
garante, chiamato ad impedire l’evento in epoca successiva; ma ciò a condizione
che la posizione di pericolo non si sia modificata, ad esempio (come parrebbe
nella specie) per effetto di un comportamento del secondo garante, in modo tale
da escludere la riconducibilità al primo garante della nuova situazione creatasi
(Sez. 4, n. 1194 del 15/11/2013, dep. 2014, Braidotti e altro, Rv. 258232).
2. In conclusione, la sentenza impugnata merita censura per avere
trascurato una pluralità di elementi necessari a ricostruire per intero la serie
causale che condusse al decesso del Donzella: elementi in base ai quali, sulla
base dei criteri indicati dalla giurisprudenza di legittimità, il comportamento
omissivo addebitato al ricorrente non rivestì rilievo causale tale da determinarne
la responsabilità per l’accaduto, a fronte dei sopravvenuti fattori causalmente
rilevanti, che dovevano essere ricostruiti e valutati nella loro portata interruttiva.
3. Il carattere assorbente dell’accoglimento del primo motivo di ricorso, per
le ragioni e nei termini illustrati, esime il Collegio dal valutare le ulteriori
doglianze.
L’impugnata sentenza va perciò annullata senza rinvio, perché l’imputato
ricorrente non ha commesso il fatto.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché l’imputato ricorrente non
ha commesso il fatto.
Così deciso in Roma il 2 dicembre 2016.

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