[Argomento] – Cassazione Penale 20/01/2017 N° 2740

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 20/01/2017

Numero: 2740

Testo completo della Sentenza – Cassazione penale 20/01/2017 n° 2740:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 2740 Anno 2017
Presidente: LAPALORCIA GRAZIA
Relatore: SCARLINI ENRICO VITTORIO STANISLAO
Data Udienza: 04/10/2016

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE TRIBUNALE DI BARI
nei confronti di:
COLELLA GIUSEPPE nato il 17/09/1977 a BARI
inoltre:
COLELLA GIUSEPPE nato il 17/09/1977 a BARI
avverso l’ordinanza del 02/05/2016 del TRIB. LIBERTA di BARI
sentita la relazione svolta dal Consigliere ENRICO VITTORIO STANISLAO
SCARLINI;

RITENUTO IN FATTO

1 — Con ordinanza del 2 maggio 2016 il Tribunale di Bari, sezione per il
riesame, annullava l’ordinanza del 13 aprile 2016 con la quale il Giudice per le
indagini preliminari del medesimo Tribunale aveva disposto la misura cautelare
degli arresti domiciliari nei confronti di Giuseppe Colella in relazione ai soli capi B
e C della rubrica, sostituendo la medesima misura imposta per i capi E ed F in
quella del divieto di esercizio della professione di avvocato per mesi 12.
Colella era indagato dei seguenti delitti:
– al capo A, il reato previsto dagli artt. 81, 110 cod. pen., 1 e 2 legge n.
475/25, per avere concorso nel procurare, ad alcuni candidati che stavano
sostenendo le prove scritte dell’esame di abilitazione all’esercizio della
professione di avvocato (a Bari, nella sessione 2014/2015) elaborati altrui, che
venivano redatti (in base alle tracce comunicate dai medesimi candidati tramite
telefono cellulare) all’esterno dell’aula, da un “gruppo di lavoro” di cui l’indagato
faceva parte; ciò facendo a fini di lucro;
la misura cautelare non comprendeva tale reato, non consentendolo i limiti
edittali;
– ai capi B e C, i delitti di falso, rispettivamente consumato e tentato,
contestati ai sensi degli artt. 110, 81 (e 56), 48 e 479 cod. pen., per avere
indotto, o tentato di indurre, in errore i componenti della commissione
esaminatrice, nel primo caso in riferimento all’unica candidata che aveva
ottenuto l’abilitazione, e, nei residui casi, in relazione ai candidati che non
avevano conseguito il titolo;
in relazione a tali reati l’ordinanza cautelare è stata annullata dal Tribunale
per il riesame che ha considerato il delitto sub A norma speciale rispetto ai falsi
comuni qui contestati, rilevando che gli artt. 1 e 2 della legge n. 475 del 1925,
prevedendo entrambi l’ipotesi aggravata del conseguimento dell’abilitazione,
finivano per ricomprendere e punire l’intera condotta consumata dall’indagato,
ivi compresi gli esiti successivi ed ultimi e, quindi, i falsi ideologici per induzione
contestati ai capi B e C in relazione ai verbali attestanti il superamento
dell’esame.
– al capo E, i I delitto previsto dagli artt. 318 e 321 cod. pen. perché
prometteva alla cugina (e coindagata, anche per gli addebiti contestati al capo
A), Innocenza Losito, responsabile dell’ufficio legale dell’agenzia regionale per il
diritto allo studio, una somma di euro 500 per ogni incarico professionale che
costei gli avrebbe procurato da parte di soggetti che avrebbero dovuto essere
sanzionati in via amministrativa a seguito degli accertamenti conseguenti
all’avere illegittimamente ottenuto provvidenze economiche dalla medesima
agenzia regionale;
– al capo F, il delitto previsto dall’art. 326 cod. pen., per avere ricevuto dalla
Losito almeno due esemplari dei verbali di accertamento indicati al capo E;
Le indagini avevano preso le mosse dalla notizia che Innocenza Losito, con
la madre, Annunziata Laquale (impiegate, la prima presso la ricordata agenzia
regionale, la seconda presso l’Università di Bari), erano disponibili, dietro
compenso, a favorire il conseguimento di risultati accademici.
Dalle intercettazioni telefoniche erano emersi altri illeciti commessi dalle due
donne: il loro intervento, realizzato con la complicità del Colella, volto a favorire
alcuni candidati che stavano sostenendo le prove di esame per l’abilitazione alla
professione di avvocato (capi A, B e C, dell’imputazione); l’accordo intervenuto
fra la Losito e l’odierno indagato Colella al fine di procurare al secondo gli
incarichi di patrocinare gli studenti nei cui confronti si era iniziata la procedura di
revoca delle provvidenze economiche assegnate in assenza dei requisiti
patrimoniali previsti, procedura alla quale l’ufficio pubblico della Losito era
interessato (capi E ed F dell’imputazione).
Il Tribunale del riesame annullava, come già detto, la misura cautelare
relativa ai capi B e C (per la specialità della fattispecie astratta contestata al
capo A), e, in risposta alle obiezioni della difesa del Colella sul compendio
indiziario raccolto in riferimento ai capi E ed F, così argomentava:
– quanto al capo E, la conversazione intercettata ed intercorsa fra la Losito
ed il suo compagno Trombetta provava che, nel corso del procedimento
amministrativo in atto contro gli studenti che avevano riferito condizioni
economiche non corrispondenti al vero, sarebbe stato chiesto un parere all’ufficio
di cui ella era responsabile; la procedura era pertanto anche di competenza della
Losito, come pubblico funzionario; le conversazioni fra Losito e Colella
attestavano poi che i due aveva già raggiunto un accordo corruttivo preciso e
dettagliato, nel senso che Colella aveva promesso alla cugina il versamento di
euro 500 per ogni incarico affidatogli grazie alla sua intermediazione e che costei
avrebbe, per conto del proprio ufficio, formulato pareri adesivi alle istanzeopposizioni redatte dal congiunto.
– quanto al capo F, i verbali di accertamento (delle ricordate infrazioni)
consegnati dalla Losito al Colella contenevano informazioni non divulgabili a
chiunque ma solamente agli interessati ed il Colella non poteva considerarsi tale,
non essendo stato (ancora) ufficiato dai destinatari.
Quanto, infine, alle esigenze di cautela, il Tribunale valorizzava alcuni brani
delle conversazioni intercettate che dimostravano la non episodicità degli illeciti
consumati e la volontà dell’indagato di perpetrarli nel più rilevante numero
possibile.
2 – Avverso l’indicata ordinanza propongono ricorso la pubblica accusa ed il
difensore del Colella.
2 – 1 – Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bari deduce, con
unico motivo, la violazione di legge, ed in particolare degli artt. 15, 56, 48, 479
cod. pen., per avere ritenuto, il Tribunale per il riesame, le norme previste dalla
legge del 1925 speciali rispetto alle ipotesi di falso comune contestate ai capi B e
C.
La pubblica accusa illustrava il quadro indiziario dal quale era emerso che
alcuni dei candidati presenti nell’aula ove si stavano svolgendo le prove scritte
dell’esame per l’abilitazione alla professione forense, nel dicembre 2014 (in
Bari), avevano ottenuto dall’esterno, grazie anche al Colella, degli elaborati, che
avevano poi consegnato come da loro composti.
Era inoltre emerso il fine di lucro, avendo uno dei complici, Annunziata
Laquale (madre della Losito e zia del Colella), ricevuto delle somme di denaro a
titolo di compenso per il servizio prestato.
Così, a tutti gli indagati (i candidati e coloro che li avevano aiutati),
venivano ascritti i delitti previsti dagli artt. 1 e 2 della legge n. 475/1925, per
avere rispettivamente presentato e procurato elaborati altrui.
Venivano inoltre contestati i delitti di falso ideologico per induzione
consumato (nel caso di Dora Giuseppina Lacone che aveva superato la prova ed
ottenuto l’abilitazione) e tentato (rispetto ai candidati che non avevano ottenuto
l’abilitazione), posto che la loro condotta aveva indotto (o tentato di indurre) i
pubblici ufficiali esaminatori ad attestare il superamento della prova ed il
conseguimento dell’abilitazione sul falso presupposto del regolare svolgimento
delle prime due prove scritte (si era interrotto il complessivo disegno criminoso
nel corso della terza prova, impedendo la consegna ai candidati degli elaborati
provenienti dall’esterno).
Tutto ciò premesso, il ricorrente pubblico ministero affermava che i delitti di
falso comune, contestati ai capi B e C, non potevano considerarsi assorbiti dalle
previsioni contenute nelle norme speciali, rubricate al capo A, in considerazione
del diverso oggetto di tutela: le disposizioni della legge n. 475 del 1925 sono,
infatti, preposte a garantire la genuinità e la correttezza dello svolgimento delle
prove di esame, mentre le disposizioni del codice penale sono volte a tutelare la
corrispondenza al vero degli atti pubblici, anche in relazione ai loro
imprescindibili presupposti di fatto.
2 – 2 – Il difensore del Colella articola le proprie censure in sei motivi.
2 – 2 – 1 – Con il primo deduce la violazione di legge, ed in particolare degli
artt. 318 e 321 cod. pen., in riferimento al capo E della rubrica (il delitto di
corruzione)
Il Tribunale non avev-a considerato che non vi era traccia di induzione
indebita degli studenti (ad affidare l’incarico di difenderli al Colella), né era
emerso che la Losito avesse consegnato al Colella atti del suo ufficio posto che i
documenti passati al medesimo erano copie informali ricevute dagli studenti.
Non vi era inoltre prova che l’indagato fosse al corrente del previsto
intervento dell’ufficio della Losito nel procedimento amministrativo in questione,
posto che costei ne aveva parlato solo nel corso di una conversazione con altra
persona, il Trombetta. Si trattava comunque di condotte (la strumentalizzazione
del proprio ufficio da parte della Losito) non contestate all’indagato.
Doveva poi rilevarsi che la condotta ascritta alla Losito era del tutto estranea
al suo “potere” ed alle sue “funzioni” che, nel caso di specie non venivano affatto
interessate.
2 – 2 – 2 – Con il secondo motivo lamenta il difetto di motivazione in ordine
alle censure mosse con la richiesta di riesame, sempre in riferimento al capo E
della rubrica.
Nelle conversazioni intercettate la Losito si era limitata a chiedere
all’indagato di valutare sul piano giuridico la contestabilità degli accertamenti
senza però che Colella fosse poi ufficiato da alcun interessato.
2 – 2 – 3 – Con il terzo motivo deduce il difetto di motivazione in riferimento
al compendio indiziario relativo al capo F (il delitto di rivelazione di segreti
d’ufficio).
Nella stessa informativa dei carabinieri si dava atto che la Losito aveva
consegnato al Colella i soli verbali di accertamento di infrazione ricevuti dai
medesimi studenti interessati che li avevano così divulgati, venendo meno la loro
eventuale segretezza. Nella conversazione del 16 dicembre 2014 si aveva la
conferma che i verbali passati al Colella erano proprio quelli forniti alla Losito
dagli interessati, visto che costei aveva precisato che gli stessi non erano stati
ancora comunicati al suo ufficio.
Doveva così applicarsi il principio di diritto dettato dalle Sezioni unite con la
sentenza del 27/11/2011 n. 4694 che, seppure in tema di accertamenti fiscali,
limitava il segreto alle persone diverse dal contribuente accertato.
2 – 2 – 4 – Con il quarto ed il quinto motivo lamenta, rispettivamente, la
violazione di legge ed in particolare degli artt. 292 e 274, lett. c), cod. proc. pen.
ed il difetto di motivazione in ordine alle ragioni della cautela.
Non potevano dedursi infatti le ritenute esigenze di cautela processuale da
una conversazione della coindagata Laquale che non coinvolgeva con la dovuta
certezza la corresponsabilità dell’indagato, considerando anche che la misura a
carico del Colella atteneva, dopo la pronuncia di annullamento per i capi B e C, ai
soli addebiti sub E ed F, consumati in concorso con la Losito e non con la
Laquale.
Le ulteriori affermazioni sulla serialità delle condotte erano estranee a
quanto contestato ai capi E ed F, del tutto episodici.
2 – 2 – 5 – Con il sesto motivo lamenta il difetto di motivazione in ordine
alla durata della misura disposta in sostituzione.
Era stata fissata la misura massima in assenza di qualsivoglia motivazione,
posto che quella adottata era assertiva e tautologica.
3 – Il difensore del ricorrente depositava, inoltre, una memoria nella quale
chiedeva fosse dichiarata l’inammissibilità del ricorso della pubblica accusa o ne
fosse deciso il rigetto.
Il pubblico ministero era incorso nel vizio di genericità del ricorso quando ne
aveva chiesto l’accoglimento o in applicazione dell’art. 15 cod. pen., che
disciplina il principio di specialità, o in applicazione dell’art. 84 cod. pen., che
disciplina, invece, il reato complesso.
Le sue argomentazioni erano poi versate in fatto.
Difettava poi la pubblica accusa di interesse, posto che il Tribunale per il
riesame aveva deciso la minore misura cautelare a prescindere dall’annullamento
della stessa per i capi BeCe nulla nel ricorso si era dedotto in tema di
aggravamento delle esigenze di cautela.
Afferma poi il difensore che infondata è la tesi del concorso formale fra il
delitto specifico ed il falso ideologico comune. Non poteva citarsi come
precedente la sentenza relativa al verbale redatto in occasione di una sessione di
esami universitari perché, in quel caso, il falso atteneva alla presenza di tutti gli
esaminatori ivi citati e quindi a quanto il verbale stesso era destinato a provare e
non ad un suo presupposto, come nella presente fattispecie.
Si doveva, infine, ricordare che, comunque, la valutazione dei commissari di
esame era ampiamente discrezionale e quindi non poteva essere oggetto di un
falso, di una imnnutazione del vero.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1 – Il ricorso proposto dal difensore del Colella è fondato in relazione al solo
delitto previsto dall’art. 326 cod. pen. (il capo F dell’imputazione).
All’esito del nuovo esame sul punto, il Tribunale dovrà rivalutare le esigenze
di cautela, così che il quarto, quinto e sesto motivo devono considerarsi assorbiti
nel parziale annullamento dell’ordinanza sul capo F.
2 – Il ricorso promosso dalla pubblica accusa è infondato ma non
inammissibile, come pretende la difesa del Colella.
2 – 1 – Non è inammissibile perché le censure svolte dal pubblico ministero
sono in diritto e sono volte a contestare la decisione del Tribunale sulla ritenuta
specialità degli artt. 1 e 2 legge 19 dicembre 1925 n. 475 rispetto all’ipotesi di
falso ideologico per induzione, previsto dagli artt. 48 e 479 cod. pen., data per
acquisita la materialità degli addebiti, sia quello descritto dal capo A, sia quelli
contemplati ai capi B e C.
Il ricorso pertanto non tende alla rivalutazione del fatto e la doglianza in
diritto non è né perplessa nè alternativa posto che si è inteso censurare solo la
dedotta specialità, affermando che le ipotesi previste dagli artt. 1 e 2 della legge
n. 475/1925 non esauriscono tutti gli esiti della condotta consumata dagli
indagati.
2 – 2 – Il ricorso del pubblico ministero è però infondato per le seguenti
ragioni.
2 – 2 – 1 – La ricostruzione del fatto, come si è detto, non è oggetto di
contestazione.
Alcuni candidati all’esame di abilitazione per la professione di avvocato si
erano accordati, perlomeno con Annunziata Laquale, per ricevere, all’interno
dell’aula ove si sarebbero svolte le prove scritte, nel dicembre 2014, degli
elaborati formati all’esterno da soggetti, ovviamente professionalmente
attrezzati (componevano il gruppo almeno due legali, il cugino della Losito,
l’odierno indagato avv. Colella, ed uno dei componenti della commissione di
esame).
Nei giorni fissati per le prove, i candidati, dall’interno dell’aula, avevano
trasmesso alla Laquale, tramite “whatsapp” (un noto social network attivabile
con il telefono cellulare), le tracce dei temi. I temi erano stati redatti da un
“gruppo di lavoro” riunito presso l’abitazione del Colella. La consegna degli
elaborati agli esaminandi era avvenuta grazie alla complicità di un segretario
della commissione.
Così si erano svolte le prime due prove, in relazione alle quali, quindi, i
candidati interessati avevano presentato elaborati non propri. In occasione della
terza prova gli inquirenti erano intervenuti, bloccando la consegna dei temi ai
candidati, sequestrandoli al segretario della commissione.
All’esito delle ulteriori indagini (la verifica dei contatti telefonici e la
comparazione degli elaborati) erano stati individuati i candidati che si erano
avvalsi dell’aiuto esterno della Laquale, della Losito, del Colella e degli altri loro
complici.
2 – 2 – 2 – Tutto ciò premesso in fatto occorre ora verificare quali delitti, fra
quelli contestati, possono ascriversi all’indagato Giuseppe Colella ed in
particolare se la sua condotta rientri, intera, nella previsione delle norme speciali
indicate al capo A o se residuino aspetti che consentano o impongano di
configurare anche le fattispecie ulteriori descritte ai capi B e C.
Al capo A, gli sono stati ascritti, in concorso con altri, i delitti previsti dagli
art. 1 e 2 della legge 19 aprile 1925, n. 475 (risulta peraltro evidente, alla luce
della lettera delle norme, che l’art. 1 punisce la condotta dei candidati all’esame,
mentre l’art. 2 sanziona quella dei loro complici, e fra questi del Colella).
L’ art. 1 così recita:
“Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche
amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo
scolastico o accademico, per l’abilitazione all’insegnamento ed all’esercizio di una
professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come pro prii,
dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano
opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno.
La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l’intento
sia conseguito.”.
L’art. 2 è del seguente tenore:
“Chiunque esegue o procura dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti
tecnici, e in genere lavori per gli scopi di cui all’articolo precedente, è punito a
norma della prima parte dello articolo stesso.
È punito a termine del capoverso del detto articolo se l’aspirante consegua
l’intento.
In ogni caso la pena è aumentata da un terzo alla metà se concorra il fine di
lucro; e se concorra anche l’abitualità, la pena è della reclusione da uno a tre
anni.”.
2 – 2 – 3 – Venendo così al confronto fra la lettera dei due articoli e la
condotta concreta consumata dagli indagati se ne deduce che le norme in
questione coprono l’intero spettro dell’azione posta in essere dagli indagati fino
ai suoi ultimi effetti ed esiti. Posto che, come aveva già osservato il Tribunale per
il riesame, in entrambi i casi (sia, quindi, per i candidati che si sono avvalsi di
elaborati altrui, sia per chi glieli ha procurati), si prevede come aggravante della
condotta il conseguimento dell’intento e, quindi, il positivo superamento della
prova di esame con l’ottenimento dell’abilitazione all’esercizio della professione di
avvocato.
2 – 2 – 4 – Se ne deduce che non residua spazio alcuno per l’applicazione
delle norme relative al falso ideologico per induzione ipotizzate, nei capi B e C, in
riferimento proprio al medesimo esito finale della prova d’esame, come attestato
nel relativo verbale. Sempre che, come nel caso di specie, l’unica falsità che
inficia l’atto pubblico sia quella derivante dalle condotte contemplate nei primi
due primi articoli della legge n. 475 del 1925.
Deve pertanto concludersi per l’applicabilità, nella presente fattispecie, del
solo disposto degli artt. 1 e 2 I. n. 475/1925.
2 – 2 – 5 – Del resto se le norme speciali non esaurissero il disvalore penale
della condotta di consegna, in sede di esame, di elaborati non propri fino all’esito
finale del conseguimento dell’abilitazione, si potrebbero configurare anche
ulteriori falsi ideologici per induzione, sempre compiuti nel corso della
valutazione del candidato, ad esempio nell’attribuzione delle votazioni per i tre
compiti consegnati e nella ammissione (o anche non ammissione, ipotizzando il
tentativo) alle prove orali, così moltiplicando la risposta sanzionatoria alla
condotta, tutta, invece, ricompresa nelle norme speciali.
2 – 2 – 6 – Della specialità delle norme della legge n. 475/1925 sulle
disposizioni del codice penale, se ne ha conferma anche da una precedente
pronuncia di questa Corte che, seppure non esattamente in termini (ma non
risultano precedenti in termini), ha comunque affermato che le stesse
esauriscono la risposta sanzionatoria a chi abbia presentato (o procurato) lavori
non propri in sede di esame, superando, così, la prova.
Nella pronuncia Sez. 1, n. 1209 del 02/05/1989, Rv. 181459, infatti, si è
affermata la specialità delle ipotesi criminose previste dagli artt. 1 e 2 della legge
19 aprile n. n. 475 rispetto al delitto di truffa tentata proprio perché tali norme
prevedono l’ipotesi aggravata quando l’intento, il superamento del concorso (o
dell’esame) venga conseguito.
Vi sono, poi, due precedenti pronunce di questa Corte che, solo
apparentemente, sembrano contrastare la conclusione della specialità delle
norme previste dalla legge n. 475/1925 (ma finiscono, al contrario, per
confermarla) e sono le seguenti:
– nella sentenza Sez. 5, n. 4726 del 15/04/1986, Saracino, Rv. 172930 si
afferma il concorso fra le ipotesi previste dalla legge speciale ed il falso
contemplato nell’art. 495 cod. pen., perché le prime non esaurivano il disvalore
penale della condotta in quanto la presentazione di un elaborato non proprio si
era realizzata con la falsa dichiarazione sull’identità della propria persona
(l’imputato si era attribuito l’identità di un altro concorrente);
ma è del tutto evidente che, nella fattispecie concreta sottostante alla
ricordata decisione, si era consumato un ulteriore falso nel corso dello
svolgimento della prova, non coincidente con la condotta descritta dalle norme
della legge n. 475 del 1925 posto che si era anche mentito sull’identità del
candidato, in tal modo (e solo in tale modo) giustificandosi il concorso con il falso
comune previsto dall’art. 495 cod. pen.;
– nella sentenza Sez. 6, n. 37240 del 11/07/2014, Caruso, Rv. 260332, si
afferma che sono ideologicamente falsi il verbale di laurea e lo stesso diploma
quando gli stessi sono stati formati sulla base di documenti concernenti gli esami
di profitto anch’essi viziati da falsità materiale o ideologica;
un caso, quindi che sembra simile all’odierna fattispecie concreta, tanto da
essere citato nel ricorso della pubblica accusa, ma che, al contrario, è del tutto
inconferente posto che le attestazioni del superamento degli esami di profitto
erano false in quanto gli stessi non erano mai stati sostenuti e non si versava,
pertanto, nell’ipotesi del superamento degli stessi mediante la presentazione di
elaborati non propri; in altri termini non si era neppure prospettato il concorso
fra il ritenuto falso ideologico degli esiti parziali e dell’esito finale con le ipotesi
previste dagli artt. 1 e 2 della legge n. 475/1925.
2 – 2 – 7 – Si deve pertanto concludere che “le ipotesi criminose previste
dagli artt. 1 e 2 della legge 19 aprile 1925 n. 475, quando la condotta si
esaurisca nella presentazione (e nella predisposizione) dei lavori non propri sono
da ritenersi speciali rispetto alle ipotesi di falso ideologico per induzione attinenti
alla formazione dei successivi atti pubblici, posto che i delitti in questione
prevedono, come ipotesi aggravata, che l’aspirante consegua l’intento (del
superamento dell’esame o del concorso)”.
La specialità delle norme indicate esaurisce ogni altra argomentazione della
pubblica accusa sulla possibilità di qualificare come falso per induzione la
concreta condotta tenuta dall’indagato.
3 – Il ricorso proposto dall’indagato è fondato, come si è detto, solo in
relazione al quadro indiziario relativo al delitto sub F (e tale decisione assorbe i
motivi di ricorso inerenti le esigenze di cautela).
3 – 1 – Il primo motivo di ricorso, sul capo E, è, infatti, infondato.
Al capo E si contesta al Colella il delitto previsto dagli artt. 318 e 321 cod.
pen., avendo egli promesso alla Losito euro 500 per ogni incarico professionale
ottenuto grazie al suo interessamento, sul presupposto che l’atto d’ufficio che
ella avrebbe dovuto compiere nel corso della relativa procedura amministrativa
sarebbe stato adesivo alla linea di difesa adottata dal Colella (e concordata con
la stessa Losito).
L’art. 318 cod. pen., nella nuova formulazione sancita dall’art. 1 I. legge 6
novembre 2012, n. 190, punisce il pubblico ufficiale che, per l’esercizio delle sue
funzioni o dei suoi poteri, indebitamente riceve, per sè o per un terzo, denaro o
altra utilità o ne accetta la promessa (la pena da uno a cinque anni di reclusione,
vigente all’epoca dei fatti, è stata aumentata nel massimo a sei anni dall’art. 1,
comma 1, lett. e), I. 27 maggio 2015, n. 69).
L’art. 321 cod. pen. stabilisce che si commina la medesima pena al
corruttore, a chi dà o promette al pubblico ufficiale o all’incaricato di un pubblico
servizio il denaro od altra utilità.
Il quadro indiziario a carico del Colella si sostanziava nelle seguenti
emergenze:
– nella conversazione intercorsa, il 3 dicembre 2014, fra la Losito ed il suo
compagno, Giuseppe Trombetta, nel corso della quale la prima affermava (per
quanto è dato leggere nei brani riportati) che il parere, per quelle pratiche per le
quali aveva interessato il cugino (e quindi l’odierno indagato), era già stato
richiesto al suo ufficio e che ella l’avrebbe formulato aderendo alle osservazioni
da questi fatte al fine di ottenere la revoca delle sanzioni;
– sia al compagno, sia, in una successiva conversazione telefonica, ad
un’amica, tale Stefania Ciffo, la Losito riferiva che avrebbe chiesto al Colella un
compenso per il suo interessamento e la sua complicità, basato sul numero dei
soggetti che, grazie a lei, gli avrebbero affidato l’incarico di difenderli;
– qualche giorno dopo, il 9 dicembre 2014, la Losito convocava presso il suo
ufficio l’odierno indagato in modo da potergli parlare riservatamente;
– due giorni dopo, dalla conversazione intercorsa fra Losito e lo stesso
Colella, si comprendeva come l’accordo fra i due fosse stato raggiunto, visto che
avevano già iniziato a parlare della fase esecutiva, di come la Losito avrebbe
inviato al Colella i soggetti interessati a ricorrere, e di come Colella avrebbe
chiesto e ricevuto da costoro i compensi professionali (argomento su cui la Losito
si soffermava particolarmente volendone conoscere i dettagli).
Circostanze che certamente rendono del tutto priva di aporie logiche la
conclusione del Tribunale per il riesame circa la gravità del quadro indiziario
relativo al delitto di corruzione contestato al capo E.
3 – 2 – Sono, invece, fondate le censure mosse dalla difesa in ordine alla
gravità degli indizi relativi al capo F, la rivelazione dei segreti di ufficio,
consumata, nell’ipotesi formulata dall’accusa, dal la Losito in concorso con il
Colella, avendo la prima consegnato al secondo almeno due verbali di
contestazione agli studenti delle violazioni commesse.
Dalla conversazione del 16 dicembre 2014, infatti, si deduce che i due
verbali di accertamento che la Losito aveva passato al Colella erano stati alla
stessa trasmessi, informalmente, dai medesimi studenti che li avevano ricevuti
dall’amministrazione, posto che la Losito aveva affermato che non si trattava
delle copie che sarebbero state comunicate al suo ufficio visto che le stesse non
le erano ancora pervenute.
Di contro, però, nella conversazione intercorsa tredici giorni prima, il 3
dicembre 2014, fra la stessa Losito e il compagno Giuseppe Trombetta, la prima
aveva affermato di avere già ricevuto almeno una richiesta di parere, tanto che
si era detta già in grado di parlarne con il cugino Colella.
Il capo di imputazione sub F è aperto, nel senso che si ipotizza che la Losito
abbia rivelato al Colella altri verbali oltre ai due di cui si era discusso nella
conversazione con questi del 16 dicembre 2014, tenendo evidente conto di
quanto era altrimenti emerso (almeno nella cennata conversazione della Losito
con Trombetta).
E si tratta di accertamento essenziale (la verifica se Colella abbia ricevuto
anche verbali transitati solo attraverso l’ufficio pubblico della Losito), posto che
non può condividersi il giudizio del Tribunale del riesame in ordine al fatto che il
delitto di rivelazione di segreti di ufficio si configuri anche in relazione ai due
verbali consegnati alla Losito dai diretti interessati.
Si deve infatti considerare che i due verbali di accertamento che gli studenti
avevano informalmente consegnato alla Losito non erano più coperti da alcun
segreto o vincolo di riservatezza dal momento in cui erano stati comunicati agli
interessati. La loro ulteriore circolazione e divulgazione avveniva ad iniziativa
degli stessi privati destinatari, iniziativa che non poteva certo ricondurre tali atti
nell’alveo della riservatezza, considerando anche che, come nella concreta
fattispecie, gli interessati li avevano comunicati a soggetti dai quali attendevano
quanto meno una consulenza informale (di natura privatistica).
4 – L’ordinanza va pertanto annullata in riferimento al delitto previsto
dall’art. 326 cod. pen. ed il giudice del rinvio dovrà vagliare se, oltre ai due
verbali di accertamento consegnati da coloro a cui l’ufficio li aveva comunicati e
che, per tale ragione, non potevano considerarsi coperti da alcun vincolo di
segretezza, la Losito abbia rivelato al Colella altri atti, ancora sottoposti a tale
vincolo.
All’esito di tale esame dovranno rivalutarsi anche le esigenze di cautela

P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata limitatamente alla contestazione di cui all’art.
326 cod. pen. con rinvio al Tribunale di Bari (sezione per il riesame) per nuovo
esame sul punto e per la rivalutazione delle esigenze cautelari.
Rigetta nel resto il ricorso del Colella.
Rigetta il ricorso del pubblico ministero.
Ordina la trasmissione integrale degli atti al giudice del rinvio.
Così deciso in Roma, il 4 ottobre 2016.

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